
Il nostro
dichiarato proposito di prender parte a qualunque movimento rivoluzionario
mirante alla conquista di maggiore libertà e maggiore giustizia, nonché le
recenti affermazìoni di qualche nostro compagno, che forse nella redazione
frettolosa di articoli di giornale è andato oltre il suo pensiero reale, han
fatto credere a qualcuno, ignaro delle nostre idee, che noi accetteremmo, sia
pure provvisoriamente, una repubblica, decorata per l'occasione degli aggettivi
sociale e federativa.
Non parrebbe
necessario spendere molte parole sulla questione, visto che gli anarchici non
hanno mai lasciato luogo ad equivoci nei loro rapporti coi repubblicani.
Nullameno è bene ritornare sull'argomento, poiché il pericolo della confusione
è sempre grande quando dalla propaganda si vuol passare all'azione e quindi
bisogna coordinare l'opera propria con quella delle altre forze che prendono
parte alla lotta. Ed è cosa certamente molto difficile il ben distinguere in
pratica dove finisce la cooperazione utile nella lotta contro il nemico comune
e dove comincerebbe una fusione che menerebbe il partito più debole alla
rinunzia ai suoi scopi specifici.
È urgente
intendersi su questa questione della repubblica, perché repubblicano sarà molto
probabilmente il regime che verrà fuori dal movimento risolutivo verso cui più
o meno rapidamente si avvia l'Italia; ed a noi pare che se alla repubblica
facessimo adesione tradiremmo non solo i nostri scopi di anarchici, ma gli
stessi ideali libertari ed ugualitari che per mezzo della repubblica intende
raggiungere la parte migliore dei lavoratori repubblicani e di quei giovani
che, pur ritrovandosi in condizione privilegiata, sono animati da un bisogno di
giustizia che coi lavoratori li rende solidali.
Dicevamo che il
regime che sostituirà in Italia le istituzioni vigenti sarà probabilmente la
repubblica. Infatti, quale modo di convivenza politica potrebbe immediatamente
sostituire le istituzioni che ci han dato il fascismo e che col fascismo hanno
oramai legata la propria sorte? Non vogliamo fare i profeti e prevedere quanto
tempo ancora durerà il dominio fascista, tanto più che temiamo che il desiderio
ci renda troppo ottimisti; ma insomma ci sarà permesso di credere che l'Italia
non si lascerà ricacciare sempre più indietro verso la barbarie medioevale e
che un giorno o l'altro saprà scuotere il giogo che le si aggrava sul collo. Ma
dopo?
La gente non si
muove se non per qualche cosa immediatamente realizzabile, ed in fondo ha
ragione perché non si vive di sole negazioni e se non si ha niente di nuovo da
stabilire si ritorna fatalmente all'antico.

L'anarchia non è
compresa ancora dalla grande maggioranza, e non si può ragionevolmente sperare
che la massa, tutta la massa, vorrà e saprà organizzare da se stessa la vita
sociale, per libero accordo, senza attendere l'ordine dei capi e senza subire
imposizioni di sorta. Abituato ad essere governato, il popolo, salvo le
frazioni arrivate alla concezione anarchica, non abbatte un governo se non per
sostituirvi un altro governo che spera migliore.
Escluso dunque,
come indesiderabile, il ritorno all'ipocrisia monarchico-costituzionale, che ci
porterebbe ad un nuovo fascismo quando monarchia e borghesia si vedessero di
nuovo in imminente pericolo; esclusa l'Anarchia come inapplicabile
immediatamente, non vediamo che o la dittatura cosiddetta comunista o la
repubblica.
La dittatura
comunista ci pare abbia poche probabilità di successo, neanche temporaneo, sia
per lo scarso numero dei comunisti, sia per il loro spirito autoritario che mal
riuscirebbe ad imporsi in un movimento che sarebbe soprattutto un'esplosione
del bisogno di libertà, sia per le difficoltà pratiche che si oppongono
all'attuazione del loro programma, sia per i cattivi risultati dell'esperimento
russo che sta riportando quel paese verso il capitalismo ed il
militarismo.
Resta la
Repubblica, la quale avrebbe l'adesione dei repubblicani propriamente detti,
dei socialdemocratici, dei proletari ansiosi di cambiamento ma senza idee
determinate sull'avvenire, ed anche quella della massa dei borghesi i quali
s'affrettano sempre ad appoggiare quel qualsiasi governo di fatto che appaia
capace di garantire «l'ordine», che per loro è poi niente altro che la
sicurezza del loro privilegio economico.
Ma che cosa è la
Repubblica?
I repubblicani,
o quella parte di essi che desiderano sinceramente un cambiamento radicale delle
istituzioni sociali e che perciò sono più vicini a noi, sembrano non
comprendere che cosa sia la repubblica.
Essi dicono che
la «loro» repubblica non è come le altre repubbliche esistite ed esistenti, che
la «loro» repubblica sarà sociale e federativa, cioè esproprierà o almeno
tasserà gravemente i capitalisti, darà la terra ai contadini, favorirà il
passaggio degli strumenti di lavoro nelle mani delle associazioni operaie,
rispetterà tutte le libertà, tutte le autonomie individuali, corporative e locali,
ecc, ecc.
Ora questo è
linguaggio anarchico o dittatoriale: anarchico se quelle belle cose si vogliono
raggiungere per l'opera delle minoranze più evolute che, abbattendo il governo
o resistendovi, le fanno dove e quando è possibile farle, cercando poi colla
propaganda e coll'esempio di trascinare e di convincere la massa della
popolazione; dittatoriale invece se s'intende impossessarsi del potere con un
colpo di forza ed imporre colla forza il proprio programma; ma non è certamente
linguaggio repubblicano.
Repubblica è
governo democratico, anzi è la sola vera democrazia, intesa nel senso di
governo della maggioranza di popolo per mezzo dei suoi rappresentanti
liberamente eletti. Quindi un repubblicano può dire quali sono i suoi desideri,
quali i criteri che lo guiderebbero come elettore, quali le proposte ch'egli
farebbe o approverebbe se venisse eletto a rappresentante; ma non può dire
quale sarà la specie di repubblica che si darà il parlamento (o costituente che
dir si voglia) chiamato a fare la nuova costituzione e le leggi che seguiranno.
La repubblica resta repubblica anche se, governata da reazionari, non farà che
consolidare e magari peggiorare i vecchi ordinamenti.
Non vi sarebbero
più il re ed il senato di nomina regia, e sarebbe certamente un progresso. Ma
progresso di poca importanza pratica perché oggigiorno la forza preponderante e
determinante negli Stati è quella finanziaria ed il potere regio conta solo
come strumento dei finanzieri, i quali sanno benissimo farne a meno senza che
per questo diminuisca la loro malefica influenza.
Del resto,
quello che vogliono i repubblicani «sociali» è davvero l'abolizione del
capitalismo, cioè del diritto e delle possibilità di prelevare un profitto sul
lavoro altrui mediante il monopolio dei mezzi di lavoro? Ma allora, perché non
escono dall'equivoco e non si dicono socialisti addirittura?
A noi pare che
in realtà essi mirano a dei miglioramenti delle condizioni delle classi povere,
ad un'attenuazione dello sfruttamento, ma vorrebbero lasciare illeso il diritto
del proprietario a far lavorare altri per conto suo, e quindi lascerebbero
aperta la via a tutti i mali che produce il diritto di proprietà capitalistica.
Ed a che cosa si
riduce il loro federalismo? Ammettono essi il diritto delle regioni e dei comuni
di uscire dalla federazione e scegliere da loro stessi gli aggruppamenti che
loro convengono di più? Ammettono che un membro della federazione abbia il
diritto di rifiutare ogni concorso militare o finanziario per le cose che non
gli piacerebbero? Temiamo di no, perché ciò lascerebbe a base dell'unità
nazionale la sola libera volontà dei federati al di fuori di ogni costrizione
statale: cosa che non ci pare confacente alle tradizioni ed allo stato d'animo
dei repubblicani.
In realtà non si
tratterebbe che di una federazione forzata come quelle della Svizzera,
dell'America, della Germania, che lasciano i federati sempre soggetti al potere
centrale, e non si differenziano gran fatta dagli Stati unitari.
Ma allora,
perché e come potremmo trovarci d'accordo coi repubblicani in un movimento
qualsiasi?
Noi ci troveremo
insieme coi repubblicani nel fatto rivoluzionario, come d'altra parte ci
troveremmo d'accordo coi comunisti nell'espropriazione della borghesia, quando
essi volessero farla rivoluzionariamente senza aspettare di aver costituito
prima il loro Stato, la loro Dittatura; ma non per questo diventeremmo
repubblicani o comunisti di Stato.
Bisogna ben
distinguere il fatto rivoluzionario, che abbatte quanto più può del vecchio
regime e vi sostituisce nuove istituzioni, dai governi che vengono dopo ad
arrestare la rivoluzione ed a sopprimere il più che possono delle conquiste
rivoluzionarie.
Tutta la storia
c'insegna che tutti i progressi causati dalle rivoluzioni si sono ottenuti nel
periodo dell'effervescenza popolare, quando o non esisteva ancora governo
riconosciuto o il governo era troppo debole per mettersi apertamente contro la
rivoluzione. Poi, a governo costituito, è cominciata sempre la reazione che ha
servito l'interesse dei vecchi e dei nuovi privilegiati ed ha ritolto alle
masse tutto quello che è stato possibile toglier loro.
Il nostro
compito dunque è quello di fare o aiutare a fare la rivoluzione profittando di
tutte le occasioni e di tutte le forze disponibili: spingere la rivoluzione il
più avanti che sia possibile non solo nella distruzione, ma anche e soprattutto
nella ricostruzione, e restare avversari di qualsiasi governo abbia a
costituirsi, ignorandolo o combattendolo il più che ci sarà possibile.
Noi non
riconosceremmo la Costituente repubblicana più di quello che riconosciamo il
parlamento monarchico. Lasceremmo farla se il popolo la vuole; potremmo anche
trovarci occasionalmente ai suoi fianchi nel combattere i tentativi di
restaurazione; ma domanderemo, vorremo, esigeremo completa libertà per quelli
che la pensano come noi di vivere fuori della tutela e dell'oppressione statale
e di propagare le loro idee colla parola e coll'esempio.
Rivoluzionari,
sì: ma soprattutto anarchici.
[Pensiero e Volontà, n. 11 del 1 giugno 1924]