..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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mercoledì 17 aprile 2019

L'impulso alla domesticazione


Gli uomini e le donne hanno ceduto la loro spontaneità naturale, fatta di stimoli sensoriali totali, permettendo ad una rete culturale (simbolica) di avvilupparci e di indicarci come vivere e pensare. Infatti, "la cultura simbolica inibisce la comunicazione umana bloccando o sopprimendo i canali della consapevolezza sensoriale. La nostra esistenza sempre più tecnologica restringe notevolmente il campo di ciò che è percepibile". La cultura simbolica ha operato in modo radicale e progressivo nell'addomesticare i nostri sensi, disponendoli secondo una logica gerarchica che privilegia la vista, quel senso che più degli altri crea una distanza tra gli esseri e le cose, trasformando l'individuo in uno spettatore: "La supremazia del visivo non è affatto accidentale: la gratuita elevazione della vista nella gerarchia dei sensi non solo pone il vedente al di fuori di ciò che vede, ma rende fondamentalmente possibile il principio di controllo di dominio". L'udito, l'olfatto, il tatto vengono isolati e sottomessi gerarchicamente alla vista, mentre le sensazioni corporee più intime e profonde vengono umiliate e sottovalutate: "Il vero marchio di fabbrica della società moderna è la definitiva separazione corpo/mente, ascritta all'idee di Cartesio. La grande ansia cartesiana, lo spettro del caos intellettuale e morale, è stata risolta attraverso la soppressione della dimensione sensuale e passionale dell'esistenza umana. Ancora una volta, alla base della cultura troviamo l'impulso alla domesticazione, la paura di non avere il controllo; un controllo che in questo caso punta il dito contro i sensi, con spirito di vendetta".

sabato 13 aprile 2019

Il filo rosso


La manifestazione del 23 marzo a Roma “per il clima e contro le grandi opere inutili e imposte”, è stata davvero grande, e non solo per i numeri; si può infatti disquisire se eravamo in 150.000 o la metà, ma nessuno può ignorare il fatto che da tutta Italia e dalle isole, decine di migliaia di persone, attivisti di base, organismi di lotta il cui elenco sarebbe praticamente impossibile da fare, con i propri mezzi, si siano spostati nella capitale per esprimere un corale e unitario No alle politiche distruttive del capitalismo, alla sua folle corsa al profitto che dopo aver impoverito buona parte del Pianeta, adesso sta mettendo in discussione l’intera esistenza della vita sulla stessa Terra. Il silenzio dei media, del resto, è la conferma della necessità, da parte di governo e padronato, di oscurare un evento di portata forse storica.
Il dato politico rilevante, oltre quello quantitativo, è questa nuova fase dei movimenti, i quali, cercando e trovando un filo rosso comune, hanno dimostrato quanta apertura, quanta coscienza, quanta capacità di analisi ci sia nelle singole resistenze territoriali, i cui percorsi sono tutti egualmente incanalati verso una visione generale del problemi. Cioè dello sfruttamento delle risorse e degli esseri umani, delle ineguaglianze, della mancanza di giustizia sociale, delle guerre e delle politiche militariste e guerrafondaie condotte anche laddove c’è la”pace”: leit motiv che accomuna tutti i sistemi di dominio nel Mondo, tutti gli Stati, tutte le strategie economiche del capitale e dei suoi strumenti operativi.
In ogni angolo del Paese, dentro ognuna delle tante battaglie che fette di popolazione, in maniera autorganizzata, portano avanti contro un progetto imposto, devastante, finalizzato solo all’arricchimento di pochi, borghesi, mafiosi o magnati locali, nazionali o internazionali, si svolge una parte di questa battaglia per salvare il Pianeta.
La ricchezza, la varietà, la consistenza della manifestazione del 23 marzo ha di fatto cancellato il ruolo dei partiti, grandi e piccoli, della cosiddetta sinistra come del qualunquista Movimento 5 Stelle; ognuno a modo suo ha cercato di intestarsi una singola lotta o tutte nel loro insieme, cercando di usare la passione e la tenacia di migliaia e migliaia di persone che da anni ci mettono la faccia, i corpi, e la stessa loro libertà; col discorso sul clima partiti come il PD, da sempre dalla parte dei devastatori ambientali, si cerca di rifare una verginità. Il grande movimento di massa del 23 marzo ha spazzato via ogni illusione che le battaglie popolari possano essere cavalcate da qualcuno, o che ci possano addirittura essere governi amici; i governi, da che mondo e mondo, mandano la celere e la digos, i carabinieri e l’esercito; difendono gli interessi dei saccheggiatori privati o di Stato; sprecano miliardi in spese militari e sono asserviti alle logiche di guerra, le stesse che in Sicilia ci impongono da ben 70 anni la base di Sigonella e tutte le altre, e da alcuni anni il MUOS di Niscemi, strumenti di offesa e di morte.
Certamente non siamo così ingenui da non comprendere come anche all’interno di questi movimenti soffino mire egemoniche da parte di una o l’altra componente “più forte” e dei loro sponsor più vicini; questo rimane un discorso aperto su cui va espressa la massima attenzione per evitare che le strumentalizzazioni che abbiamo fatto uscire dalla porta rientrino dalla finestra.
D’altro canto, non è neanche un mistero che all’interno della maggior parte delle realtà territoriali o meno, agiscano forze politiche e sindacali minoritarie, o siano in atto tentativi di far passare progetti di coordinamento finalizzati a strategie e obiettivi elaborati all’esterno. La differenza con il passato è che molte realtà sono in possesso degli anticorpi necessari a tenere sotto controllo tali ingerenze, a difendersene per garantirsi la propria libertà. E la dimostrazione ce l’ha data proprio il corteo di Roma, dove, in una piazza S. Giovanni già gremita, affluiva la patetica coda del corteo composta da partitini residuali, autoreferenziali, in maniera evidente staccati dalla massa popolare e militante.
Un passo importante è stato fatto; adesso bisogna continuare la corsa, perché c’è sempre meno tempo e sempre più rabbia.
Pippo Gurrieri

giovedì 11 aprile 2019

Senza confini

La trasgressione dei confini esistenti e la contestazione degli stessi possono ispirare una nuova forma di cittadinanza, che permetta la coabitazione di diversi, che consenta alle singolarità di fare comunità senza rivendicare un'identità, a alle persone di coappartenere senza una rappresentabile condizione di appartenenza.
Così come i mondi, anche i nostri luoghi di enunciazione interiore hanno le proprie geografie. Le trans-culture non temono nessuna geografia. La ricerca dei continenti inesplorati deve portare fino alla vertigine in cui ribolle la materialità e l'immaterialità della vita, come ci hanno insegnato i surrealisti. Ci deve essere una biologia per scatenare le forze degli esseri, e le relazioni tra loro, senza usare le inservibili pratiche della vecchia politica, così come c'è, nella medicina cinese, una tecnica per guarire parti del corpo, toccando punti sull'estensione del corpo stesso, lontano dalle parti da curare.

lunedì 8 aprile 2019

I cittadini e la città

Nelle città la maggior parte delle persone non riesce a vivere come vuole; l’ambiente urbano, così com'è, non permette che nascano e si sviluppino le loro personalità; è inadatto a soddisfarne i bisogni, organizzato com'è a vantaggio di qualcos'altro. L’attività di ognuno, che sia lavoro, uso del tempo libero, dormire, cucinare, studiare, eccetera, è di norma organizzata in spazi che solo in minima parte possono essere creati, modificati e gestiti da chi li abita. Gli ambienti sono concepiti in modo tale che l’abitare sia funzionale non alla vita di ciascuno, ma agli interessi di persone estranee ad essa. Così la scuola è costruita primariamente per educare alla disciplina, la fabbrica o l’ufficio per creare profitto, i condomini per spezzare la socialità, il cubo in cui viviamo per ammansirci; difficilmente possono essere modificati.
Se si vuole cambiare qualche cosa nella propria casa si deve chiede il permesso a qualche autorità.
Regolamenti edilizi e burocrazie di ogni genere hanno criminalizzato ogni intervento creativo all’esterno, ma anche all’interno delle abitazioni.
Nell’intimo delle mura domestiche la possibilità di gestire lo spazio si limita a poche cose, per lo più intese a isolare all’interno delle quattro mura le persone che ci abitano.
L’unico ambito in cui si ha il permesso di organizzare la propria casa è confinato alla disposizione dei mobili, alla tinteggiatura delle pareti: tutto il resto è precluso, dove si abita e come si abita sono sotto stretto controllo.
Per cambiare tutto ciò, l’individuo deve evolversi, liberarsi dalla delega, diventare cittadino a tutti gli effetti fino a trovare il proprio posto e mettere le radici. Questo cambiamento spetta a coloro che nel territorio vivono, non a coloro che ci investono, e l’unico ambito in cui ciò è possibile è quello offerto dall’autogestione territoriale generalizzata, cioè la gestione del territorio da parte dei suoi abitanti attraverso assemblee comunitarie. La città deve generare un’aria che renda liberi gli abitanti che la respirano.

giovedì 4 aprile 2019

La società maschiocentrica


In una civiltà che svaluta la natura, la donna diventa l'immagine della natura, la più debole e la più piccola, e le differenze fra i sessi imposte dalla natura diventano, in una società dominata dai maschi,le più umilianti che possano esistere... uno stimolo chiave all'aggressione.
Ciò nondimeno, la donna ossessiona questa civiltà maschile con un potere che non è solo arcaico e atavico: ogni società maschiocentrica deve continuamente esorcizzare gli antichi poteri della donna, che risiedono nella sua capacità di riprodurre la specie, di allevare la prole, di fornire un rifugio amoroso dal mondo ostile, cioè in realtà di svolgere quei compiti - coltivazione del cibo, ceramica, tessitura, per citare le più sicure invenzioni tecniche femminili - che rendono possibile quel mondo, per quanto in termini assai differenti da quelli formulati dal maschio.
Ancor prima che l'uomo intraprenda la conquiste dell'uomo, ovvero il dominio di una classe sull'altra, la morale patriarcale gli impone di affermare la sua conquista della donna. Il soggiogamento della natura femminile e la sua assimilazione nel complesso della morale patriarcale costituiscono il primo atto di dominio e un processo che porterà, nell'immaginario maschile, all'idea di sottomissione della natura. Non è forse casuale che i termini natura e terra abbiano conservato il genere femminile fino ai giorni nostri. Quello che può sembrarci un atavismo linguistico, riflesso di una epoca trapassata, in cui la vita sociale era matricentrica e la natura ne era la dimora domestica, potrebbe anche essere una persistente sottile espressione della continua violenza dell'uomo sulla donna come natura e sulla natura come donna.

giovedì 28 marzo 2019

La Comune di Louise Michel

La proclamazione della Comune fu splendida. Non era la festa del potere, ma la cerimonia del sacrificio: si sentiva che gli eletti erano votati alla morte. Il pomeriggio del 28 marzo, sotto un sole magnifico che ricordava l'alba del 18, il 7 germinale, anno 79 della repubblica, il popolo di Parigi che il 26 aveva eletto la propria Comune, inaugurò la sua entrata nel palazzo di città.
Un oceano umano sotto le armi, le baionette ritte e spesse come le spighe di un campo; lo squillare delle trombe e i tamburi che rullavano sordamente, battuti dai due inimitabili tamburini di Montmartre, quegli stessi che nella notte in cui entrarono i Prussiani svegliarono Parigi: le bacchette spettrali e i loro pugni di acciaio evocavano suoni strani. Ma questa volta le campane erano mute: il rombar pesante dei cannoni, ad intervalli regolari, salutava la rivoluzione. E le baionette si abbassavano davanti alle bandiere rosse, che a gruppi circondavano la statua della Repubblica. In alto un gran vessillo rosso. I battaglioni di Montmartre, Belleville, La Chapelle hanno le loro bandiere sormontate dal berretto frigio: si direbbero le reclute del 93. Negli squadroni, soldati di ogni arme, rimasti in Parigi: fanteria, marina, artiglieria, zuavi. Le baionette sempre più fitte occupano anche le vie laterali; la piazza è piena: sembra un campo di grano. Tutta Parigi è in piedi: il cannone a intervalli tuona. In una tribuna sta il comitato centrale: davanti i membri della Comune, tutti con la sciarpa rossa. Poche parole fra un colpo e l'altro dell'artiglieria. – Il Comitato dichiara scaduto il proprio mandato, e rimette il potere alla Comune. Si fa l'appello degli eletti. Un urlo immenso si eleva: «Viva la Comune». – I tamburi battono a battaglia, i cannoni rompono i raggi del sole.– In nome del Popolo – dice Ranvier – la Comune è proclamata! Viva la Comune!
Tutte le musiche suonano la Marsigliese e il Canto della partenza. Un uragano di voci ne ripete il ritornello. Tanti vecchi abbassano la testa verso terra: si direbbe che ascoltino la voce dei martiri della libertà. L'unico potere che avrebbe potuto far qualcosa era la Comune, composta d'uomini d''intelligenza, di coraggio, di onestà a tutta prova, i quali tutti avevano dato incontestabili prove di devozione e di energia. Il potere invece li annientò, non lasciando loro che un'indomabile volontà per il sacrificio: seppero morire eroicamente. Ma il potere è maledetto, e per questo io sono anarchica.
La sera stessa del 28 marzo, la Comune tenne la sua prima seduta, inaugurata con atto degno della grandezza di quel giorno: fu deciso infatti, per evitare questioni personali, nell'ora in cui gli individui dovevano entrare nella massa rivoluzionaria, che i manifesti non avrebbero portato altra firma che questa: La Comune.
Fin da questa prima seduta, alcuni non vollero compromettersi oltre, e dettero le loro immediate dimissioni. E siccome queste dimissioni obbligavano a delle elezioni complementari, così Versailles poté mettere a profitto il tempo che Parigi perdeva intorno alle urne. Ecco la dichiarazione fatta alla prima seduta della Comune:
“Cittadini, La nostra Comune è costituita: il voto del 26 marzo
sanziona la Repubblica vittoriosa. Un potere vigliaccamente oppressore vi aveva preso alla gola, voi dovevate nella nostra legittima difesa respingere questo governo che voleva disonorarvi, imponendovi un re. Oggi i delinquenti, che voi non avete voluto neppure perseguitare, abusano della vostra magnanimità per organizzare alle porte della città un focolare di cospirazione monarchica; invocano la guerra civile, mettendo in opera tutte le corruzioni, accettando tutte le complicità, osando mendicare persino l'appoggio dello straniero. Noi ci appelliamo, contro questi raggiri, al giudizio della Francia e del mondo.
Cittadini, voi ci avete dato degli statuti che sfidano tutti i tentativi. Voi siete padroni del vostro destino; e forte del vostro appoggio, la rappresentanza che avete eletta riparerà ai disastri causati dal potere caduto. L'industria compromessa, il lavoro sospeso, i trattati di commercio paralizzati stanno ora per ricevere nuovo vigoroso impulso. Fin da oggi è stabilita l'attesa deliberazione sugli affitti, domani avrete quella sulle scadenze. Tutti i servizi pubblici ristabiliti e semplificati. La guardia nazionale, ormai unica forza armata a difesa della città, sarà organizzata. senza indugio. Questi saranno i nostri primi atti. Gli eletti dal popolo altro non domandano, per il trionfo della Repubblica, che di essere sostenuti dalla vostra fiducia. Quanto ad essi, faranno il loro dovere”.
Tratto da La Comune di Parigi, di Louise Michel

venerdì 22 marzo 2019

Tekoser era anarchico

Orso, Tekoser, Lorenzo era anarchico e combatteva in un battaglione di anarchici. Oggi viene onorato da tutti, persino dal Ministro dell’Interno, lo stesso ministro che, se Lorenzo fosse tornato vivo dalla Siria, lo avrebbe trattato da delinquente.
La prossima settimana il tribunale di Torino deciderà sulla richiesta di sorveglianza speciale per cinque volontari torinesi, considerati socialmente pericolosi, per aver appreso l’uso delle armi.
Gli anarchici qualche volta diventano eroi ma solo da morti, quando l’ultimo sfregio che si può fare loro è annebbiarne la memoria falsificandola. In questo, i macellai dello Stato Islamico, che gli hanno imposto l’etichetta di “crociato” e i politici italiani, che mettono la sordina sulla sua storia e lo usano per le loro crociate, sono fatti della stessa pasta.
Numerose iniziative per ricordare Lorenzo e la sua lotta sono in cantiere.
A Firenze il prossimo 31 marzo è stata lanciata una manifestazione nazionale.
A Torino, il 25 marzo alle 8,30 presidio davanti al tribunale di Torino per l’udienza per la sorveglianza speciale, alle 17 presidio in piazza Castello per Orso, Tekoser, Lorenzo.
Di seguito un’intervista di Radio Blackout a Paolo “Pachino” Andolina, già membro delle formazioni di autodifesa in Siria, uno dei cinque torinesi che rischiano di diventare sorvegliati speciali. Paolo ha conosciuto Lorenzo in Siria e sa che la promessa reciproca di rivedersi in Italia non potrà essere mantenuta.
Lorenzo per sua volontà sarà seppellito lì dove ha vissuto e combattuto nell’ultimo anno e mezzo.






giovedì 21 marzo 2019

Io sono un partigiano della Comune di Parigi

"Io sono un partigiano della Comune di Parigi, che pur essendo stata massacrata, soffocata nel sangue, dal boia della reazione monarchica e clericale, non ne è diventata che più vivace, più possente nell'immaginazione e nel cuore del proletariato d'Europa, e soprattutto ne sono il partigiano perché essa è stata una audace, caratteristica negazione dello Stato".
"La Comune di Parigi è durata poco, ed è stata troppo ostacolata nel suo svolgimento interno dalla lotta mortale che ha dovuto sostenere contro la reazione di Versailles, perché essa abbia potuto, non dico applicare, ma nemmeno elaborare teoricamente il suo programma socialista. D'altronde, bisogna riconoscerlo, la maggioranza dei membri della Comune non erano propriamente socialisti, e se essi si sono mostrati tali, ciò si deve al fatto che essi sono stati ineluttabilmente trascinati dalla forza delle cose, dalla natura del loro ambiente, dalla necessità della loro posizione, e non dalla loro intima convinzione".
"L'abolizione della Chiesa e dello Stato deve essere la prima ed indispensabile condizione della liberazione reale della società; soltanto dopo ciò essa potrà e dovrà organizzarsi in un'altra maniera, ma non dall'alto in basso e secondo un piano ideato e sognato da qualche saggio o da qualche sapiente, oppure per decreti emanati da forze dittatoriali, od anche da un'assemblea nazionale eletta a suffragio universale. Un tale sistema come ho già detto, condurrebbe inevitabilmente alla creazione di un nuovo Stato e conseguentemente alla formazione di una aristocrazia governativa, cioè di un'intera classe non avente nulla in comune con la massa del popolo e che certo comincerebbe a sfruttare e ad assoggettare questa, col pretesto della felicità comune o per salvare lo Stato. La futura organizzazione sociale deve essere fatta dal basso in alto, per mezzo della libera associazione e della federazione dei lavoratori; prima nelle associazioni, poi nei comuni, nelle regioni, nelle nazioni, e, finalmente, in una grande federazione internazionale ed universale. Allora soltanto si realizzerà il vero e vivificante ordine della libertà e della felicità generali; quell'ordine che, lontano dal rinnegare, afferma al contrario ed accomuna gli interessi degli individui e della società".

Michail Bakunin



mercoledì 20 marzo 2019

Gilet gialli, acte XVIII: all’assalto del cielo

Sabato 16 Marzo,“retours aux bases pour nouvelle phase” (ritorno alle origini per la nuova fase)
Per questo diciottesimo atto i Gilets Jaunes hanno chiamato a raccolta tutta la popolazione francese per imporre un “ultimatum” decisivo al governo; «l’assalto al cielo» echeggia negli innumerevoli appelli con l’obiettivo di destituire Macron.
Dal 17 novembre ci sono stati diciassette atti, diciassette sabati di blocchi, manifestazioni e rivolte, quattro mesi di conflitto sociale di una determinazione, una potenza e una repressione inedite. Per questo 16 marzo, preannunciato dunque come un sabato “diverso” dagli altri, gli appuntamenti della giornata erano innumerevoli e dislocati in diversi punti della città, fra cui due grandi cortei nazionali, contro le violenze poliziesche e il razzismo di Stato e per l’emergenza climatica.
Fin dalle prime ore del mattino migliaia di manifestanti si sono riversati sugli Champs-Élysées, partendo dai quattro appuntamenti che li ha visti arrivare dalla Gare du Nord, Gare de St Lazare, Châtelet e Montparnasse divisi per regioni.
Il dispositivo di sicurezza è riuscito a contenere la maggior parte del disordine negli Champs e nei suoi immediati dintorni con forti schieramenti ai margini delle strade.
Gli scontri sono scoppiati intorno alle 11 quando tre mezzi della gendarmerie sono stati bersagliati e respinti dal viale e da quel momento, per quasi otto ore, Gilet Gialli e K-way neri hanno tenuto testa alla polizia fra sampietrini e granate. Per ore si sono susseguiti saccheggi, come mai prima, al grido di “e ora paga Macron” in quasi tutti i negozi e le boutique, alcune banche sono state date alle fiamme, così come il ristorante di lusso “Fouquet’s” obiettivo simbolicamente importante poiché nel 2007 Sarkozy vi festeggiò la sua vittoria con una cena privata.
Nonostante il forte dispositivo messo in campo e l’area circoscritta la polizia è stata più volte incapace d’intervenire, questo perché, dato fondamentale, tutti hanno partecipato alla rivolta. Nessuno ha storto il naso, ha pensato dissociarsi o d’intervenire durante gli scontri con la polizia, il saccheggio o la distruzione dei negozi di lusso ma, al contrario ogni azione era accompagna da cori e acclamata con entusiasmo. 
Con questa composizione compatta, nonostante le diverse soggettività coinvolte, la via del lusso Parigino è diventata il simbolo di un nuovo potere ritrovato con un ulteriore salto politico del movimento: le violenze della polizia hanno raggiunto livelli tali da non lasciare più spazio alla dissociazione, l'ingenuità contro l'apparato repressivo dello stato è (quasi) completamente scomparsa e di conseguenza anche il principio del pacifismo.
Il bilancio della giornata è di circa duecento fermi e decine di feriti, ma il dato fondamentale è che dopo diciotto settimane ci sia ancora questo livello di conflittualità, una progressiva radicalizzazione del movimento che, mese dopo mese, sta acquisendo la consapevolezza che la “lotta paga” («Abbiamo preso coscienza che soltanto quando si spaccano cose veniamo ascoltati» titolava un inquieto virgolettato di Le Monde, andato a raccogliere le voci dei gilet). La giornata di sabato per i Gilet potrà essere l’ennesimo trampolino di lancio per l’inizio di una nuova fase politica e strategica? In ogni caso il tentativo di Macron di risolvere con le chiacchiere la crisi politica con il suo Grand débat (il grande dibattito) è definitivamente naufragato.
Oggi governo e media stanno provando a nascondere questa realtà collettiva con una “verità” ufficiale da sovrapporre; si parla di stabilire lo “stato d’emergenza”, di vietare ogni manifestazione sugli Champs elysées, di dare ulteriormente potere alla polizia e far credere che la rivolta sia stata scatenata da “Blak Block infiltrati” che avrebbero agito a margine della sfilata. 
Ma questa è una storia stanca a cui non crede più nessuno nemmeno ai vertici dello Stato, perché la realtà è che in Francia c’è una rabbia enorme, infuocata, unanime e condivisa.
“Se non partecipi alla lotta, partecipi alla sconfitta”

martedì 19 marzo 2019

A Lorenzo, partigiano ucciso dallo Stato Islamico

Mi chiamo Lorenzo, ho 32 anni, sono nato e cresciuto a Firenze. Ho lavorato per 13 anni nell’alta ristorazione: ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco. Mi sono avvicinato alla causa curda perché mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa. L’emancipazione della donna, la cooperazione sociale, l’ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sarei stato pronto a combattere anche altrove, in altri contesti. Poi è scoppiato il caos a Afrin e ho deciso di venire qui per aiutare la popolazione civile a difendersi [...] Sembriamo l’armata Brancaleone: siamo bellissimi”.

Orso era partito un anno e mezzo fa da Firenze, deciso ad unirsi alle YPG, a schierarsi dalla parte dei popoli che in Siria del Nord stanno portando avanti una rivoluzione. Deciso a difendere in prima linea le popolazioni civili della Siria e tutti quanti noi dalla barbarie dello Stato Islamico. Nel corso di questo anno e mezzo, Orso ha combattuto anche contro un altro nemico: il secondo esercito più grande della Nato, quello turco. Il boia Erdogan, oltre ad aver reso la Turchia corridoio di fuga per decine e decine di jihadisti nel corso di questi anni, ha schierato tutte le sue truppe all’attacco della rivoluzione del Rojava, bombardando civili in tutto il territorio del Kurdistan, dall’Iraq alla Siria, invadendo la città di Afrin e gettandola in pasto a milizie jihadiste che hanno saccheggiato villaggi, violentato e schiavizzato donne e uomini. E Orso, anche ad Afrin, ha combattuto in prima linea.
Orso è andato incontro a testa alta a una scelta difficile e grande, la scelta più grande: essere disposti a dare la vita per una causa giusta. Orso ha dato la vita per la libertà dei popoli della Siria, per una rivoluzione che parla a tutto il mondo di un’altra società possibile, che mette al centro le persone, che valorizza le differenze, che fa della lotta delle donne e dell’ecologia i suoi presupposti.
È grazie al coraggio di una scelta come la sua, che tantissime altre donne e uomini hanno fatto  in questi ultimi anni, che questa rivoluzione e le sue forze di difesa, le YPJ e le YPG, sono riuscite a resistere al secondo esercito della Nato, quello turco e a costringere lo Stato Islamico nella sua ultima roccaforte, Baghouz. Proprio lì, a un passo dall’annientamento di questi barbari tagliagole, Orso è caduto martire.
Orso era un ragazzo, come tante e tanti di noi. E il messaggio che ci manda ci dice una cosa molto semplice, ma la più vera: abbiamo la responsabilità di schierarci. Abbiamo la responsabilità di tracciare una linea tra noi e loro, tra la possibilità di una società giusta e la barbarie dell’oggi. Perché “ogni tempesta comincia con una sola goccia”, e insieme possiamo scatenare una tempesta addosso ai nostri nemici. Non può esistere libertà finché non saremo tutte e tutti liberi, non può esistere giustizia finché, insieme, non costruiremo un mondo più giusto, costi quel che costi. E la scelta di Orso ci insegna questo. Per questo lo ringraziamo.
Tutti noi abbiamo la responsabilità di portare avanti il suo esempio e la sua memoria, insieme a quella di Heval Hiwa Bosco, Giovanni Francesco Asperti, caduto lo scorso dicembre e quella di tutti i caduti della rivoluzione. Abbiamo la responsabilità di difendere il loro esempio e la loro memoria dagli sciacalli e dall’ipocrisia di chi alle nostre latitudini criminalizza coloro che hanno il coraggio di combattere dalla parte giusta.
Ciao Lorenzo, Orso, Heval Tekoşer Piling - partigiano dell’oggi.
La rivoluzione è un fiore che non muore. I martiri non muoiono mai.


“Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli, e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà.
Quindi, nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.
Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo.
Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza.
Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai!
Neppure per un attimo.
Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni.
E’ proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia.
Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole”.
Serkeftin!
Orso,
Tekoser,
Lorenzo.