..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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giovedì 19 luglio 2018

I Katanga a Parigi nel ‘68


É utile fornire al loro riguardo qualche spiegazione perché il legame tra i Katanga e il movimento del maggio può non essere così evidente. Il nome “katanga” era stato dato a questi giovani da un giornalista parigino in carenza di immaginazione. Aveva paragonato i giovani del servizio d’ordine ai mercenari della guerra del Katanga; il che significava che facevano solo da semplici esecutori al soldo degli studenti. Chi erano veramente? Non ho conosciuto i katanghesi, ma credo di poter affermare che avevano più o meno la stessa origine sociale: giovani tra i diciassette e i trent’anni, operai di fabbrica, alcuni disoccupati, abitanti nelle banlieurs delle grandi città e, per quello che qui ci interessa, della regione di Parigi. Per evitare di tracciarne un ritratto troppo idilliaco, diciamo che qualcuno aveva uno stile da teppista, vicino a quella gioventù delinquente che incontriamo nella nostra vita. Ma niente di grave.
Cosa ci facevano alla Sorbonne, Censier, Odeon e nelle manifestazioni di studenti? […] il servizio d’ordine. Resta un’importate questione: un servizio d’ordine di studenti non dovrebbe essere formato solo da studenti? Cosa si stavano a fare lì quei giovani, che con tutta evidenza nulla avevano a che fare con l’università?
Il maggio ’68 non e stato una semplice occupazione di quartiere o universitaria, ma un movimento di grande ampiezza che ha messo in pericolo il governo dell’epoca. Gli scontri con la polizia e i provocatori a volte sono stati molto violenti: per affrontarli ci voleva un servizio d’ordine - come si dice - muscoloso. Gli studenti, più dotati per la scrittura e la lettura che per il combattimento di strada, non avevano trovato tra di loro le risorse sufficienti. È per questo che hanno accettato l’edea dei Katanghesi. E poi, bisogna riconoscerlo, su una barricata un teppista vale almeno due studenti.

lunedì 16 luglio 2018

La mutazione del cervelli è in corso


L'alternativa che possiamo immaginare per il futuro è dunque questa: sottomissione della mente alle regole della neuro-macchina globale secondo il principio competitivo dell'economia capitalistica, oppure l'emancipazione della potenza automa dell'intelletto generale.
Il processo di trasformazione sta spostandosi dal campo della progettualità politica ala sfera concettuale pratica della neuro-plasticità.
La mutazione del cervelli è in corso come tentativo spasmodico di fare i conti con la caotica infosfera, oltre che ridefinire la relazione tra cervello e infosfera. Fenomeni traumatici di adattamento attraversano lo spazio del cervello sociale. Non solo la dimensioni psichica dell'inconscio ne è disturbata, ma il tessuto del sistema neurale stesso è soggetto al trauma del sovraccarico e della disconnessione. L'adattamento del cervello alle nuove condizioni dell'ambiente implica una enorme sofferenza, una tempesta di violenza e di follia.
Il problema è: la coscienza giocherà un ruolo in questo processo di mutazione? Sarà l'immaginazione capace di agire consapevolmente nel processo di riadattamento neuro-plastico? E l'organismo cosciente è in grado di agire quando viene preso in una situazione di spasmo?
L'immaginazione è la facoltà che rende possibile andare al di là dei limiti del linguaggio, la capacità di ricomporre i frammenti immaginari (e anche concettuali e linguistici) che raccogliamo dall'esperienza del passato. L'immaginazione prende frammenti dal magazzino della memoria, che in effetti non è un magazzino ma una macchina dinamica di rielaborazione. Allora l'immaginazione ridisegna i confini e le forme, e questo ridisegno rende possibile vedere un nuovo orizzonte, e proiettare un mondo che non avevamo visto prima.
Come possiamo rimanere umani, come possiamo parlare di solidarietà se abbandoniamo il campo dell'azione politica, ormai svuotato e inefficace?

giovedì 12 luglio 2018

Noi crediamo

Malatesta e Gagliardi
Noi crediamo che la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale, e che gli uomini, volendo e sapendo, possono distruggerli.
La società attuale è il risultato delle lotte secolari che gli uomini han combattuto tra di loro. Non comprendendo i vantaggi che potevano venire a tutti dalla cooperazione e dalla solidarietà, vedendo in ogni altro uomo (salvo al massimo i più vicini per vincoli di sangue) un concorrente ed un nemico, ha cercato di accaparrare, ciascun per sé, la più gran quantità di godimenti possibile, senza curarsi degli interessi degli altri. Data la lotta, naturalmente i più forti, o i più fortunati, dovevano vincere, ed in vario modo sottoporre ed opprimere i vinti
Tale stato di cose noi vogliamo radicalmente cambiare. E poiché tutti questi mali derivano dalla lotta fra gli uomini, dalla ricerca del benessere fatta da ciascuno per conto suo e contro tutti, noi vogliamo rimediarvi sostituendo all’odio l’amore, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benessere di tutti, alla oppressione ed all’imposizione scientifica la verità.
Quindi diciamo: Abolizione della proprietà privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perché nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente, per l’interesse comune e conformemente alle proprie simpatie.
Abolizione del governo e di ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistratura ed ogni qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi.
Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e di consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall’esperienza e liberi da ogni imposizione che non derivi dalle necessità naturali, a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessità ineluttabile, volontariamente, si sottomette.
Garantiti i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli, ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a loro stessi.
Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati.
Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione delle frontiere, fratellanza fra tutti i popoli.
Ricostruzione della famiglia, in quel modo che risulterà dalla pratica dell’amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso.
Questo il nostro ideale.
(da Il nostro programma di Errico Malatesta)

martedì 10 luglio 2018

10 luglio 1960: i funerali delle vittime della rivolta di Palermo


Il 10 luglio 1960 si svolsero a Palermo i funerali di Francesco Vella e Andrea Gangitano, due delle quattro vittime degli scontri avvenuti due giorni prima.
L'8 luglio la Cgil ha indetto uno sciopero generale per i fatti di Reggio Emilia. A Palermo il centro è presidiato dalla Celere fin dalle prime ore del mattino. Il corteo è scortato da ingenti schieramenti di polizia. Improvvisamente partono le cariche: la celere assalta il corteo, caricandolo con le camionette, lanciate ad alta velocità.
La risposta del corteo non si fa attendere: vengono lanciati sassi, bastoni e quello che si trova in giro. La zona che va da piazza Politeama a piazza Verdi si trasforma in un campo di battaglia. Al centro della strada viene eretta una barricata. È a questo punto che le forze dell'ordine cominciano a sparare sulla folla.
Il primo ad essere colpito è un ragazzo di 16 anni, Giuseppe Malleo, che viene colpito al torace da una pallottola di moschetto. Morirà in ospedale pochi giorni dopo.
Poco dopo muoiono Andrea Gangitano (18 anni), colpito da una raffica di mitra, e Francesco Vella, organizzatore delle leghe edili che viene colpito mentre soccorre un ragazzo di 16 anni colpito da un lacrimogeno.
La polizia continua a sparare all'impazzata: la quarta vittima è una donna di 53 anni, Rosa La Barbera, raggiunta in casa da una pallottola mentre chiudeva le imposte.
Successivamente viene indetta un'altra manifestazione, alle 18 davanti al municipio. La polizia respinge i manifestanti con l'impiego di lacrimogeni e nuovamente con l'uso di armi da fuoco.
La mobilitazione durerà fino a tarda notte.
Il bilancio finale della giornata è di 300 fermi, 40 persone medicate per ferite da armi da fuoco, di cui 5 sono in gravi condizioni, centinaia sono i feriti e i contusi.
Alla fine 71 dimostranti saranno arrestati.
Seguiranno tre diversi procedimenti penali, il più importante dei quali sarà quello di Palermo che comincerà il 16 ottobre 1960.
Tutti i 53 imputati saranno condannati, dopo appena 12 giorni di dibattimento, a pene che vanno fino a 6 anni e 8 mesi di reclusione.
I celerini che hanno sparato ed ucciso non saranno mai incriminati.
Lo stesso giorno, sempre l'8 giungo 1960, la polizia spara anche a Catania. In piazza Stesicoro i manifestanti cercano di erigere una barricata. Le jeep si lanciano sul corteo a forte velocità e gli agenti danno il via a d una sparatoria. Vengono colpiti dai proiettili 6 giovani.
Uno di essi, Salvatore Novembre, un ragazzo di 19 anni, viene poi massacrato dalle manganellate.
Si accascia a terra sanguinante: "mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione". I poliziotti impediranno, mitra alla mano, a chiunque di portare soccorso al giovane che si dissanguerà lentamente. Solo 45 minuti dopo sarà consentito di accompagnarlo su un'auto privata in ospedale, dove il giovane morirà poco dopo. Le autorità cercheranno poi di imbastire una montatura per "accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti".
Il 9 luglio si svolgeranno imponenti manifestazioni a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Palermo e Catania.
Tambroni arriverà a collegare le manifestazioni ad un viaggio a Mosca di Togliatti, affermando che "questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino".

8 luglio 1962: la rivolta di Piazza Statuto


L'otto luglio 1962, a Torino in Piazza Statuto si verificano violenti scontri tra gli operai metalmeccanici in sciopero e le forze dell'ordine. Gli scontri proseguivano dal giorno precedente e continueranno fino al 9. Lo sciopero era stato indetto per il 7 da Fiom e Fim in solidarietà alle lotte portate avanti alla Fiat dall'inizio di giugno.
Lo sciopero ebbe un successo assoluto: nella maggior parte delle fabbriche i picchetti bloccarono completamente la produzione, alcuni dirigenti vennero malmenati e fu impossibile per la polizia mantenere la situazione sotto controllo davanti ai cancelli.
A Mirafiori ed in altri stabilimenti si ebbero scontri sin dal primo mattino e proprio nella mattinata si diffuse la notizia che fece scoppiare la rivolta di piazza Statuto: la Uil e la Sida erano giunte ad un accordo separato con la dirigenza della Fiat. La risposta operaia fu rapida e determinata: in breve tempo circa 7'000 operai si radunarono in piazza Statuto per dare assalto alla sede della Uil.
Gli scontri iniziarono particolarmente intensi. Da un lato gli operai disselciano la piazza e spaccano le enormi e pesantissime lose dei marciapiedi, impugnano cartelli stradali e catene, dall'altro la polizia carica inondando di gas lacrimogeni la piazza e lanciando a folle velocità le jeep.
Importante è ricordare il ruolo che ebbero il Pci e la Cgil nello svolgersi degli avvenimenti. Di fronte ad uno scontro radicale, che non seppero né valutare lucidamente né controllare,. i dirigenti intervennero per cercare inutilmente di convincere gli operai a fermare gli scontri e liquidarono l'accaduto definendo i manifestanti "elementi incontrollati ed esasperati", "piccoli gruppi di irresponsabili", "giovani scalmanati".
Alla fine dei disordini gli arrestati e i denunciati furono un migliaio.
La composizione di quella piazza, animata principalmente da operai giovani ed immigrati meridionali ci fa capire come le tre giornate di piazza Statuto segneranno un momento di svolta nella storia del movimento operaio. A due anni dai fatti di Genova, ritroviamo in piazza lavoratori che molto hanno in comune con i "ragazzi con le magliette a strisce". Piazza Statuto fu senza dubbio il luogo nel quale si ebbe una delle prime e più significative esplosioni conflittuali di cui fu protagonista l'operaio massa.
Da quei tre intensissimi giorni gli operai non poterono che uscire avendo chiaro che, come scrisse Quaderni Rossi "decidere tocca a voi, voi dovete prendere in mano il vostro destino. Questo sciopero è una grande occasione per far fare un passo avanti alla organizzazione della classe. Da questa lotta potrete uscire avendo fatto di ogni squadra, di ogni reparto, di ciascuno degli stabilimenti Fiat la realtà di una organizzazione, di una disciplina operaia capace in ogni momento di contrapporsi allo sfruttamento, agli arbitrii, al dispotismo del padrone e dei suoi lacchè".


7 luglio 1960: i morti di Reggio Emilia


É il 7 Luglio del 1960 e a Reggio Emilia ormai da diversi mesi l'insofferenza verso il governo Tambroni si sta traducendo in un crescendo di scioperi e manifestazioni, puntualmente caricati dalla polizia che altrettanto puntualmente viene respinta dalla rabbia popolare.
Non fa eccezione la manifestazione antifascista del giorno precedente a Porta San Paolo, al termine della quale, però, alcuni agenti lanciano un funesto messaggio: "La prossima volta, invece di farci picchiare, gli spareremo in faccia".
Il clima di tensione viene ulteriormente confermato da alcune indiscrezioni riferite al segretario emiliano del Pci, Renato Nicolai, a cui viene comunicato che la Questura di Reggio Emilia ha ricevuto precise disposizioni da Roma in merito all'atteggiamento da tenere durante lo sciopero generale indetto per il 7 Luglio in seguito ai fatti di Licata (dove due giorni prima la linea dura imposta da Tambroni ha già ucciso il venticinquenne Vincenzo Napoli) e Porta San Paolo: per i poliziotti l'ordine è di arrivare in assetto da guerra e di "dare una lezione" ai manifestanti.
Il comizio del Pci previsto per quel giorno in una sala di Piazza della Libertà si trasforma così in una manifestazione di massa a cui affluiscono decine di migliaia di persone; mentre molti stazionano al di fuori della sala straripante di gente, alcune motociclette sfilano per il centro con cartelli che recitano "Abbasso il fascismo", "Viva la Resistenza", "Via il governo Tambroni".
La polizia assedia a lungo la piazza e le vie adiacenti, in attesa di un pretesto qualsiasi per iniziare le violenze ma il momento sembra non arrivare; così, quando sono ormai le 16, la Questura decide di attaccare e dà ordine di disperdere gli scooteristi coi cartelli: nel giro di pochi secondi partono cariche e lacrimogeni e nella piazza invasa dal fumo la gente corre tra idranti e caroselli, riparando nelle strade circostanti.
Dopo un primo momento di smarrimento, però, i manifestanti si organizzano e rientrano nella piazza respingendo polizia e blindati con una fitta sassaiola.
Ma ecco che ad un tratto nel fragore della lotta si sente un rumore inusuale, inaspettato, un colpo secco: la polizia spara sui manifestanti.
Il primo a cadere è Lauro Ferioli, muratore di 22 anni, colpito in pieno petto mentre si lancia incredulo verso la polizia in un disperato tentativo di fermarli.
Marino Serri, 40 anni, operaio ed ex partigiano, ha assistito alla scena e col volto rigato da lacrime di rabbia si espone gridando "Assassini, assassini!" ma non fa in tempo a concludere perché una nuova raffica colpisce a morte anche lui.
Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, è ferito all'addome; si aggrappa ad una serranda mentre un compagno cerca di soccorrerlo ma un agente sopraggiunge e con disgustosa freddezza spara su entrambi, uccidendo Ovidio.
Segue Emilio Reverberi, 39 anni, anche lui operaio ed ex partigiano; ed infine Afro Tondelli, operaio di 35 anni, assassinato da un poliziotto inginocchiato e concentrato nel prendere la mira.
Gli spari si susseguono per quaranta minuti, almeno 500 i colpi esplosi in mezzo allo sgomento ed al terrore che serpeggiano per la piazza.
Pasquale Alvarez, uno dei feriti, riporterà in seguito: "Fischiavano le pallottole da tutte le parti. Era tremendo, indescrivibile. La folla, per fuggire alle cariche forsennate delle camionette che inseguivano la gente sotto i portici, mi ha spinto verso via Crispi. Credevo sparassero in aria. Poi ho visto un ragazzo cadere. Più tardi ho saputo che era Franchi".
La folla continua a lottare eroicamente per due ore; a fine giornata si contano 5 morti e centinaia di feriti tra i manifestanti.
Non paghi della violenza cieca ed inaudita esercitata in piazza, gli agenti si schierano poi di fronte agli ospedali per impedire ai donatori di sangue di accedere alle strutture e costringendoli quindi a nascondersi a bordo di ambulanze fingendosi feriti.
Il Vicequestore Giulio Cafari Panico, accusato di omicidio colposo plurimo, e l'agente Orlando Celani, imputato d'omicidio volontario per aver sparato ad Afro Tondelli, vengono entrambi assolti nel 1964, il primo per non aver commesso il fatto, il secondo per insufficienza di prove.
Nei giorni successivi molte altre città italiane sono teatro di proteste e ovunque vengono applicati con freddezza i dettami di Tambroni, che portano alla morte di Francesco Vella, Giuseppe Malleo, Andrea Gangitano e Rosa La Barbera a Palermo e di Salvatore Novembre a Catania.
Ma il sangue versato, a Reggio Emilia come altrove, non fa che accrescere la rabbia che percorre l'Italia intera e che porterà Tambroni alle dimissioni prima della fine di Luglio.

sabato 7 luglio 2018

L’anarchia in poche parole


Antiautoritarismo: il rifiuto del principio dell'autorità, il rifiuto del comando e dell'essere comandati.
Libertà: libertà da ogni rapporto di dominazione, sia individuale che sociale; libertà di sviluppare la propria personalità. La libertà altrui che feconda la propria.
Solidarietà: come strumento per una socialità aperta, senza competizione.
Rifiuto della delega: come strumento di azione diretta, intervento e condivisione responsabile.
Individualismo: come punto di partenza della socialità e quindi fonte di rispetto, salvaguardia e sviluppo delle singole attitudini, diversità, esperienze coerenza tra mezzi e fini come metodologia antiautoritaria.
Autogestione: come formula organizzativa.
Organizzazione orizzontale: organizzazione non gerarchica basata sulle diverse capacità ed accordi e non su imposizioni o comandi.
Uguaglianza nella diversità: uguali possibilità di sviluppo delle diversità dei singoli.

venerdì 6 luglio 2018

La libertà è per tutti gli organismi.

La libertà è, per tutti gli organismi, funzione della direzione, funzione delle nicchie significative in natura e delle comunità significative in società. Certo, i due piani non sono del tutto concomitanti, ma ci sono tutte le ragioni per considerarli derivativi: comunità da nicchia, essere umano da animale selvatico. A suo modo, la nostra perdita di comunità è stata una forma di domesticazione, una condizione priva di senso e di direzionalità, proprio come la perdita della sua nicchia lo è stata per l'animale. Al pari dei nostri bovini, dei polli, dei cani, dei gatti e delle piante coltivate, abbiamo perso il nostro essere selvatico in un mondo pacificato, iperamministrato e altamente razionalizzato. Il mondo privato che avevamo creato nelle nostre comunità prepolitiche, le nicchie che occupavamo nei gli spazi nascosti della vita sociale, stanno rapidamente scomparendo. Al pari della struttura genetica degli animali domestici, le strutture psichiche degli esseri umani addomesticati stanno subendo una pericolosa degradazione. Più che mai dobbiamo recuperare il continuum tra la nostra "prima natura" e la nostra "seconda natura", tra il nostro mondo naturale e il nostro mondo sociale, il nostro essere biologico e la nostra razionalità. Latenti in noi ci sono memorie ancestrali che solo una società e una sensibilità ecologiche possono "risuscitare". La storia della ragione umana non ha ancora raggiunto il suo culmine e tanto meno la fine. Quando avremo "risuscitato" la nostra soggettività e l'avremo riportata ai suoi vertici di sensibilità, allora assai probabilmente questa storia sarà appena cominciata.

giovedì 28 giugno 2018

Antimperialismi a senso unico


Se c’è un modo coerente di sentirsi partecipi dei problemi dei popoli oppressi che cercano di liberarsi dalle catene dello sfruttamento, questo è quello di sentirsi tutt’uno con essi, di vivere le loro difficoltà e i loro drammi come propri, di sentirsi offesi e umiliati quando ad essi si infligge un’offesa e un’umiliazione, e di mettere in atto ogni mezzo per contribuire al superamento della loro situazione. Questo è il senso della solidarietà internazionalista. Ma non il solo. Le dinamiche politiche spesso sono talmente diverse caso per caso da richiedere molta attenzione quando si fanno degli approcci. Noi che viviamo in questa parte di Mondo sotto il dominio delle potenze occidentali, e degli Stati Uniti d’America in particolare, siamo cresciuti combattendo la NATO e l’imperialismo americano, e ci è capitato spesso, non ultimo durante la lotta contro l’installazione della base missilistica di Comiso (primi anni ottanta del secolo scorso), di essere accusati di fare il gioco degli avversari degli USA, in quel caso l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Non era così, perché in quanto anarchici e antimilitaristi, la nostra battaglia assumeva – per noi – i caratteri di un’opposizione alla guerra e all’imperialismo. Eravamo antiamericani (nel senso di nemici della potenza statunitense) ma in quanto antimilitaristi, e non viceversa, altrimenti avremmo finito per mettere da parte la nostra avversione per ogni forma di militarismo una volta cessato il bisogno di schierarci contro gli USA.
Ma non tutti la pensano così, e non tutti riescono a comprendere la posizione di chi non simpatizza per nessun potere e quindi gioisce a metà quando uno scontro militare finisce, ma dalle sue ceneri sorge magari un nuovo stato, se-dicente rappresentante di chi lottava contro la grande potenza. L’esempio più classico fu il primo maggio del 1975, quando in tutto il Mondo si festeggiava la fine della guerra in Vietnam del giorno prima, con la sconfitta degli USA; un conflitto che aveva caratterizzato il ventennio precedente, ma che nell’ultimo decennio era stato uno dei temi scottanti attorno a cui si era formata la generazione dei ribelli che darà vita al Sessantotto. Solo gli anarchici, nonostante avessero anch’essi speso energie a iosa contro l’infame guerra in Indocina, quel primo maggio misero in guardia dalla nascita del nuovo Stato vietnamita, un nuovo potere che si annunciava militarista e condizionato da due grandi tirannie, quella russa e quella cinese.
L’antimperialismo a senso unico ne ha fatto di vittime nel tempo; basti pensare a Cuba, nella cui guerriglia non pochi furono gli anarchici impegnati, mitizzata oltre ogni dire (mito ancora duro a morire), emblema di una durissima resistenza allo strapotere statunitense, ma dentro i cui confini si consumavano, tuttavia, delitti politici contro dissidenti ed eretici del regime castrista.
Non va nemmeno dimenticato il dibattito seguito alla cacciata dello Scià in Persia e alla nascita della repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini nel febbraio del 1979; la sinistra internazionale lesse quegli avvenimenti in chiave antiamericana e simpatizzò con la rivoluzione che portò al potere i religiosi sciiti. Gli esempi potrebbero continuare, ma ci interessa tornare all’oggi poiché tali dinamiche si riscontrano nella pratica odierna di un internazionalismo ancora a senso unico.
La Palestina vive nel cuore di tutti noi come l’esempio vivente di una resistenza di lunga durata e di un grande sopruso, di una violenza senza fine tollerata, coperta, supportata, da tutti gli Stati, compresi quelli falsamente amici, che hanno solo appoggiato il popolo palestinese per strumentalizzarne a fini propri il suo sacrosanto diritto ad una propria autodeterminazione. L’antimperialismo a senso unico porta a considerare formazioni come Hamas, in quanto schierate contro lo Stato fascista di Israele e il suo grande protettore USA, degne del sostegno militante, dimenticando l’ideologia di fondo di questo movimento: retrograda, patriarcale, specularmente fascista, tutte premesse che in un futuro eventuale stato palestinese rappresenterebbero inaccettabili condizioni per chi si batte per una liberazione effettiva dei popoli oppressi.
Cambiando area geografica, sono molti gli Stati nel “giardino di casa” degli Stati Uniti, cioè il centro e sud America, ad essere sotto il mirino dell’imperialismo a stelle e strisce, del Fondo monetario, della Banca Mondiale per la loro attitudine a voler gestire in proprio le risorse del paese. La loro collocazione in contrasto con i disegni degli USA e i tentativi di questi di fomentare rivolte e colpi di stato, attuando embarghi, ricatti, assedi, impongono condizioni di vita ai limiti dell’incredibile e seminano odio antimperialista. Tuttavia questa situazione fa spesso perdere ai solidali del Mondo, e a quelli nostrani in particolare, il senso critico, e sposare acriticamente cause come la bolivariana e chavista, oppure populiste o sandiniste, chiudendo gli occhi su ciò che avviene in quelle società, dimenticando che una autentica politica antimperialista va coniugata con un progetto di autentica liberazione sociale, che non può essere spesso solo slogan, oppure richiamo strumentale a lontane origini rivoluzionarie da tempo abbandonate.
In Venezuela lo Stato bolivariano fondato da Chavez, oggi in mano a Maduro, è un regime in mano a una casta di militari eredi di una rivoluzione contraddittoria, che ha affiancato a reali aperture ai poveri e trasformazioni sociali (oggi migliaia di gruppi popolari si autogestiscono la loro vita fuori dal controllo governativo), il rafforzamento di una nuova oligarchia petroliera. Affermare ciò viene considerato fare il gioco del nemico. L’attacco degli USA, del FMI, della BM e delle classi agiate locali, che sta provocando una grande e diffusa povertà, non fa altro che alimentare il mito di un Venezuela baluardo dell’antimperialismo, portando a giustificare un esercito, una polizia, le istituzioni totalitarie, il sistema da caserma, la casta al potere.
Poco distante, in Nicaragua, in nome del sandinismo un élite di ex rivoluzionari abbarbicati al potere e ai suoi privilegi, combatte contro forze giovanili e popolari stanche di subire le angherie di una casta che ormai non ha nulla da invidiare a quella legata al regime del dittatore Somoza rovesciata nel 1979. Ma anche in questo caso, gli internazionalisti a senso unico vedono solo ciò che vogliono vedere, e cioè che lo Stato nicaraguense rappresenta ancora un presidio contro l’imperialismo USA, e non  invece una società dove una classe di nuovi sfruttatori esercita il più antico dei domini di classe contro la popolazione, in nome …dell’antimperialismo.
Torniamo all’inizio: siamo antimperialisti perché rifiutiamo ogni forma di imperio, e non ci schieriamo con nessun tipo di sistema autoritario e statale; l’internazionalismo si definisce nella solidarietà ma anche nell’espressione di contenuti critici e nel supporto verso tutte quelle esperienze che oggi sono portatrici di progetti di liberazione e di ricostruzione sociale su basi effettivamente antiautoritarie, federaliste, femministe, ecologiste, come il Kurdistan, il Chiapas, con le varie esperienze in atto. La contingenza ci può portare senz’altro a sostenere lotte popolari sparse per il mondo, e in tal senso mai smetteremo di supportare, ad esempio, quella palestinese, o quella dei popoli venezuelano o nicaraguense, e di tante realtà che non rinunciano a resistere. Ma senza mai schierarci con i poteri che pretendono di guidarle, oggi nella lotta e domani in nuove caserme chiamate stato.

martedì 26 giugno 2018

27 giugno 1905 viene fondata la Industrial Workers of the World

Il sindacato “Industrial Workers of the World”, conosciuto dalla storia ancor più con l'acronimo IWW, è stato una significativa e rivoluzionaria articolazione del movimento operaio statunitense. Ideato agli albori del 1905 e fondato a Chicago il 27 giugno dello stesso anno attraverso la redazione dell'Industrial Union Manifesto.
Gli attivisti della IWW sono anche conosciuti come 'wobblies', nell'ambivalenza che questa definizione è andata ad assumere: wobblies perché itineranti nel senso di attraversatori dell'America per la diffusione della lotta operaia e del sindacato, wobblies perchè costretti alla precarietà dal lavoro, dal padrone, dallo Stato.
Il contesto dentro il quale ha avuto la forza di emergere ed organizzarsi la IWW è stato quello degli Usa di Woodrow Wilson, tecnocrate classista e razzista che tentò a più riprese di stroncare il movimento operaio statunitense non solamente intensificando l'opera di sfruttamento e controllo, ma soprattutto appoggiandosi al carro dei sindacati padronali, fautori di politiche disciplinanti e repressive, fondate sulla pretesa di negoziazione individuale tra azienda e operaio per l'eliminazione di ogni parvenza di collettività di forza-lavoro.
La Industrial Workers of the World conobbe la sua migliore stagione ad inizio novecento, con i grandi scioperi dei primi anni venti: per i minatori di McKees Rocks (Pennsylvania, 1909), per i tessili di Lawrence (Massachusetts, 1912), per i setaioli di Paterson (New Jersey, 1913), per i portuali di New York (1920).
L'ideologia wobblies rappresentò un alveo sperimentale, innovativo e rivoluzionario. Tante furono le campagne che la fecero conoscere e gli permisero di intraprendere dure lotte e grandi vittorie (dalle mobilitazioni contro le discriminazioni nei confronti dei lavoratori migranti alla libertà di parola per poter fare ed essere sindacato!). La IWW perseguiva l'obiettivo della proprietà operaia dell'industria, considerava ogni sciopero come preparativo alla rivoluzione, non cercava un rapporto contrattuale con i datori di lavoro ma preferiva la via del boicottaggio e del sabotaggio.
Splendida narrazione dei wobblies della IWW, delle lotte operaie americane di inizio novecento, è possibile recuperarla dal romanzo di Valerio Evangelisti, 'One Big'.