..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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mercoledì 21 agosto 2019

Repubblica e rivoluzione


Il nostro dichiarato proposito di prender parte a qualunque movimento rivoluzionario mirante alla conquista di maggiore libertà e maggiore giustizia, nonché le recenti affermazìoni di qualche nostro compagno, che forse nella redazione frettolosa di articoli di giornale è andato oltre il suo pensiero reale, han fatto credere a qualcuno, ignaro delle nostre idee, che noi accetteremmo, sia pure provvisoriamente, una repubblica, decorata per l'occasione degli aggettivi sociale e federativa.
Non parrebbe necessario spendere molte parole sulla questione, visto che gli anarchici non hanno mai lasciato luogo ad equivoci nei loro rapporti coi repubblicani. Nullameno è bene ritornare sull'argomento, poiché il pericolo della confusione è sempre grande quando dalla propaganda si vuol passare all'azione e quindi bisogna coordinare l'opera propria con quella delle altre forze che prendono parte alla lotta. Ed è cosa certamente molto difficile il ben distinguere in pratica dove finisce la cooperazione utile nella lotta contro il nemico comune e dove comincerebbe una fusione che menerebbe il partito più debole alla rinunzia ai suoi scopi specifici.
È urgente intendersi su questa questione della repubblica, perché repubblicano sarà molto probabilmente il regime che verrà fuori dal movimento risolutivo verso cui più o meno rapidamente si avvia l'Italia; ed a noi pare che se alla repubblica facessimo adesione tradiremmo non solo i nostri scopi di anarchici, ma gli stessi ideali libertari ed ugualitari che per mezzo della repubblica intende raggiungere la parte migliore dei lavoratori repubblicani e di quei giovani che, pur ritrovandosi in condizione privilegiata, sono animati da un bisogno di giustizia che coi lavoratori li rende solidali.
Dicevamo che il regime che sostituirà in Italia le istituzioni vigenti sarà probabilmente la repubblica. Infatti, quale modo di convivenza politica potrebbe immediatamente sostituire le istituzioni che ci han dato il fascismo e che col fascismo hanno oramai legata la propria sorte? Non vogliamo fare i profeti e prevedere quanto tempo ancora durerà il dominio fascista, tanto più che temiamo che il desiderio ci renda troppo ottimisti; ma insomma ci sarà permesso di credere che l'Italia non si lascerà ricacciare sempre più indietro verso la barbarie medioevale e che un giorno o l'altro saprà scuotere il giogo che le si aggrava sul collo. Ma dopo? 
La gente non si muove se non per qualche cosa immediatamente realizzabile, ed in fondo ha ragione perché non si vive di sole negazioni e se non si ha niente di nuovo da stabilire si ritorna fatalmente all'antico.
Un ritorno alle condizioni dell'anteguerra e dell'antefascismo non ci pare possibile, e certamente sarebbe una jattura che dovremmo fare il possibile per evitare.
L'anarchia non è compresa ancora dalla grande maggioranza, e non si può ragionevolmente sperare che la massa, tutta la massa, vorrà e saprà organizzare da se stessa la vita sociale, per libero accordo, senza attendere l'ordine dei capi e senza subire imposizioni di sorta. Abituato ad essere governato, il popolo, salvo le frazioni arrivate alla concezione anarchica, non abbatte un governo se non per sostituirvi un altro governo che spera migliore.
Escluso dunque, come indesiderabile, il ritorno all'ipocrisia monarchico-costituzionale, che ci porterebbe ad un nuovo fascismo quando monarchia e borghesia si vedessero di nuovo in imminente pericolo; esclusa l'Anarchia come inapplicabile immediatamente, non vediamo che o la dittatura cosiddetta comunista o la repubblica.
La dittatura comunista ci pare abbia poche probabilità di successo, neanche temporaneo, sia per lo scarso numero dei comunisti, sia per il loro spirito autoritario che mal riuscirebbe ad imporsi in un movimento che sarebbe soprattutto un'esplosione del bisogno di libertà, sia per le difficoltà pratiche che si oppongono all'attuazione del loro programma, sia per i cattivi risultati dell'esperimento russo che sta riportando quel paese verso il capitalismo ed il militarismo. 
Resta la Repubblica, la quale avrebbe l'adesione dei repubblicani propriamente detti, dei socialdemocratici, dei proletari ansiosi di cambiamento ma senza idee determinate sull'avvenire, ed anche quella della massa dei borghesi i quali s'affrettano sempre ad appoggiare quel qualsiasi governo di fatto che appaia capace di garantire «l'ordine», che per loro è poi niente altro che la sicurezza del loro privilegio economico.
Ma che cosa è la Repubblica?
I repubblicani, o quella parte di essi che desiderano sinceramente un cambiamento radicale delle istituzioni sociali e che perciò sono più vicini a noi, sembrano non comprendere che cosa sia la repubblica.
Essi dicono che la «loro» repubblica non è come le altre repubbliche esistite ed esistenti, che la «loro» repubblica sarà sociale e federativa, cioè esproprierà o almeno tasserà gravemente i capitalisti, darà la terra ai contadini, favorirà il passaggio degli strumenti di lavoro nelle mani delle associazioni operaie, rispetterà tutte le libertà, tutte le autonomie individuali, corporative e locali, ecc, ecc.
Ora questo è linguaggio anarchico o dittatoriale: anarchico se quelle belle cose si vogliono raggiungere per l'opera delle minoranze più evolute che, abbattendo il governo o resistendovi, le fanno dove e quando è possibile farle, cercando poi colla propaganda e coll'esempio di trascinare e di convincere la massa della popolazione; dittatoriale invece se s'intende impossessarsi del potere con un colpo di forza ed imporre colla forza il proprio programma; ma non è certamente linguaggio repubblicano.
Repubblica è governo democratico, anzi è la sola vera democrazia, intesa nel senso di governo della maggioranza di popolo per mezzo dei suoi rappresentanti liberamente eletti. Quindi un repubblicano può dire quali sono i suoi desideri, quali i criteri che lo guiderebbero come elettore, quali le proposte ch'egli farebbe o approverebbe se venisse eletto a rappresentante; ma non può dire quale sarà la specie di repubblica che si darà il parlamento (o costituente che dir si voglia) chiamato a fare la nuova costituzione e le leggi che seguiranno. La repubblica resta repubblica anche se, governata da reazionari, non farà che consolidare e magari peggiorare i vecchi ordinamenti.
Non vi sarebbero più il re ed il senato di nomina regia, e sarebbe certamente un progresso. Ma progresso di poca importanza pratica perché oggigiorno la forza preponderante e determinante negli Stati è quella finanziaria ed il potere regio conta solo come strumento dei finanzieri, i quali sanno benissimo farne a meno senza che per questo diminuisca la loro malefica influenza. 
Del resto, quello che vogliono i repubblicani «sociali» è davvero l'abolizione del capitalismo, cioè del diritto e delle possibilità di prelevare un profitto sul lavoro altrui mediante il monopolio dei mezzi di lavoro? Ma allora, perché non escono dall'equivoco e non si dicono socialisti addirittura?
A noi pare che in realtà essi mirano a dei miglioramenti delle condizioni delle classi povere, ad un'attenuazione dello sfruttamento, ma vorrebbero lasciare illeso il diritto del proprietario a far lavorare altri per conto suo, e quindi lascerebbero aperta la via a tutti i mali che produce il diritto di proprietà capitalistica.
Ed a che cosa si riduce il loro federalismo? Ammettono essi il diritto delle regioni e dei comuni di uscire dalla federazione e scegliere da loro stessi gli aggruppamenti che loro convengono di più? Ammettono che un membro della federazione abbia il diritto di rifiutare ogni concorso militare o finanziario per le cose che non gli piacerebbero? Temiamo di no, perché ciò lascerebbe a base dell'unità nazionale la sola libera volontà dei federati al di fuori di ogni costrizione statale: cosa che non ci pare confacente alle tradizioni ed allo stato d'animo dei repubblicani.
In realtà non si tratterebbe che di una federazione forzata come quelle della Svizzera, dell'America, della Germania, che lasciano i federati sempre soggetti al potere centrale, e non si differenziano gran fatta dagli Stati unitari.
Ma allora, perché e come potremmo trovarci d'accordo coi repubblicani in un movimento qualsiasi?
Noi ci troveremo insieme coi repubblicani nel fatto rivoluzionario, come d'altra parte ci troveremmo d'accordo coi comunisti nell'espropriazione della borghesia, quando essi volessero farla rivoluzionariamente senza aspettare di aver costituito prima il loro Stato, la loro Dittatura; ma non per questo diventeremmo repubblicani o comunisti di Stato.
Bisogna ben distinguere il fatto rivoluzionario, che abbatte quanto più può del vecchio regime e vi sostituisce nuove istituzioni, dai governi che vengono dopo ad arrestare la rivoluzione ed a sopprimere il più che possono delle conquiste rivoluzionarie.
Tutta la storia c'insegna che tutti i progressi causati dalle rivoluzioni si sono ottenuti nel periodo dell'effervescenza popolare, quando o non esisteva ancora governo riconosciuto o il governo era troppo debole per mettersi apertamente contro la rivoluzione. Poi, a governo costituito, è cominciata sempre la reazione che ha servito l'interesse dei vecchi e dei nuovi privilegiati ed ha ritolto alle masse tutto quello che è stato possibile toglier loro.
Il nostro compito dunque è quello di fare o aiutare a fare la rivoluzione profittando di tutte le occasioni e di tutte le forze disponibili: spingere la rivoluzione il più avanti che sia possibile non solo nella distruzione, ma anche e soprattutto nella ricostruzione, e restare avversari di qualsiasi governo abbia a costituirsi, ignorandolo o combattendolo il più che ci sarà possibile.
Noi non riconosceremmo la Costituente repubblicana più di quello che riconosciamo il parlamento monarchico. Lasceremmo farla se il popolo la vuole; potremmo anche trovarci occasionalmente ai suoi fianchi nel combattere i tentativi di restaurazione; ma domanderemo, vorremo, esigeremo completa libertà per quelli che la pensano come noi di vivere fuori della tutela e dell'oppressione statale e di propagare le loro idee colla parola e coll'esempio.
Rivoluzionari, sì: ma soprattutto anarchici.

[Pensiero e Volontà, n. 11 del 1 giugno 1924]

giovedì 15 agosto 2019

Non vale la pena morire per nulla

Possiamo affermare, che il lavoro è un rischio per la salute. Infatti il lavoro è un assassinio di massa, cioè un genocidio. Direttamente o indirettamente il lavoro, uccide migliaia di lavoratori ogni anno, senza contare tutti quelli che rimangono invalidi. Quello che le statistiche non lasciano trapelare è il fatto che il lavoro abbrevia il tempo di vita a milioni di persone, ciò che, d’altra parte, è il significato proprio del termine omicidio... ci riferiamo a quelle persone che si ammazzano di lavoro all’età di 50 anni, ci riferiamo a tutti i lavoro-dipendenti.
Anche se non si rimane uccisi o mutilati mentre si è effettivamente al lavoro, ciò può tranquillamente accadere mentre ci rechiamo al lavoro, o stiamo tornando dal lavoro, oppure mentre lo stiamo cercando, o tentiamo di dimenticarlo. La maggior parte delle vittime di incidenti d’auto stavano svolgendo una di queste attività legate al lavoro, oppure vennero travolte da qualcuno impegnato in esse. A questo computo di cadaveri, pur così ampliato, occorre aggiungere le vittime dell’inquinamento industriale, del traffico automobilistico, dell’alcolismo indotto dal lavoro e del consumo di droga. Anche il cancro e le malattie cardiocircolatorie sono mali moderni, e normalmente sono attribuibili, direttamente o indirettamente al lavoro.
Il lavoro, dunque, istituzionalizza l’omicidio come modo di vita.
Noi sterminiamo la gente in ecatombe esprimibili in numeri di 6 cifre per vendere automobili ai superstiti. I nostri morti che registriamo annualmente sulle nostre autostrade, fabbriche e scuole sono vittime, non martiri. Muoiono per nulla, o piuttosto, muoiono per il lavoro. Ma il lavoro è nulla, e non vale la pena morire per nulla.

domenica 11 agosto 2019

Maggioranza e minoranza di Errico Malatesta

Dovrebbe essere ormai chiaro che qualsiasi prevalere di una maggioranza andrebbe rubricato sotto il nome di democrazia, che è cosa strutturalmente diversa dall’anarchia, con buona pace di chi è ancora convinto che siano o possono essere, sinonimi.
Malatesta in pieno fascismo ribadirà le sue convinzioni scrivendo sull’organizzazione anarchica: “Certamente gli anarchici riconoscono che nella vita in comune è spesso necessario che la minoranza si conformi al parere della maggioranza. Quando c’è bisogno od utilità evidente di fare una cosa ed occorre per farla il concorso di tutti, i meno debbono sentire la necessità di adattarsi al volere dei più. Ed in generale, per vivere insieme pacificamente e in regime di eguaglianza, è necessario che tutti siano animati da uno spirito di concordia, di tolleranza, di arrendevolezza. Ma questo adattamento di una parte degli associati all’altra parte deve essere reciproco, volontario, derivante dalla coscienza della necessità e dal buon volere di ciascuno di non paralizzare con la sua ostinatezza la vita sociale; e non già essere imposto come principio e come norma statuaria.
È questo un ideale che forse nella pratica della vita sociale generale sarà difficile a raggiungere in modo assoluto, ma è certo che in ogni aggruppamento umano si è tanto più vicini all’anarchia quanto più l’accordo tra maggioranza e minoranza è libero e spontaneo, e scevro da ogni imposizione diversa da quella che deriva dalla natura delle cose”.

(Tratto da: Un progetto di organizzazione anarchica, in Risveglio, 1-15 ottobre 1927)

sabato 10 agosto 2019

Ravachol e l’ assassinio delle signore Marcou

Presidente: “Un mese dopo l'assassinio dell'eremita di Chambles, il 29 Luglio 1891 le signore Marcou negozianti in chicaglierie erano assassinate nella loro bottega della Rue Roannè a Saint-Etienne dove eravate voi quel giorno ?”
Ravachol: “Non ve lo dico”.
Presidente: “V'aggrava”.
Ravachol: “So come andrà a finire e vi assicuro che la reticenza non mi può più aggravare. Anche lo potesse non m'importerebbe nulla. M'importa invece non aggravar le persone generose e fidate che in quei giorni sapendomi ricercato per assassinio, sapendomi candidato alla ghigliottina, mi hanno dischiuso la porta della casa, offerto sicura ed incorruttibile l'ospitalità”.
Presidente: “Tuttavia quando alla fine del Luglio ultimo vi siete stabilito a Saint Denis avete detto a Chaumartin che venivate da Saint-Etienne”.
Ravachol: “E da Saint-Etienne venivo”.
Presidente: “Vi è di più. Chaumartin verrà a deporre che l'assassino delle Signore Marcou siete voi”.
Ravachol: “Se verrà qui a sciorinar menzogne con tanta faccia questo vostro Chaumartin, vorrà dire soltanto che le vostre minacce o le vostre lusinghe l'hanno irremissibilmente sciupato”.
Presidente: “Ma vi sono dettagli che Chaumartin non poteva sognare, come dalle Signore Marcon siete entrato con un complice nel momento che esse stavano chiudendo il magazzino. che avete contrattato un martello e mentre la più vecchia andava a cercar il resto di un biglietto di cinquanta franchi avete steso morta con un terribile colpo di martello la più giovane ed al sopraggiungere della vecchia voi l'avete a sua volta atterrata allo stesso modo rapido silenzioso ed inesorabile con una martellata. Questi dettagli concordano esattamente con la scena del delitto, e Chaumartin non li poteva inventare”.
Ravachol: “Non ve n'era bisogno. Glie li ha suggeriti il vostro giudice istruttore che poteva metter d'accordo così, senza che facessero una grinza, e la ricostruzione del delitto secondo la sua fantasia e le concordi deposizioni di Chaumartin. Voi avete ragione  come ci sarebbe arrivato da solo questo disgraziato?”
Presidente: “Un vicino di bottega ha udito l'uomo che era entrato dalle Signore Marcou contrattare un martello volete gli estremi, proprio? Vi hanno visto avanti la bottega. Siete stato riconosciuto”.
Ravachol: “Fermamente, non ero a Saint-Etienne nel giorno in cui le Marcou sono state assassinate; ve lo dico io che non mi sono mai ricusato a fornirvi sul conto mio, anche non richieste, anche dense di responsabilità inesorabili, tutte le circostanze della mia vita; ve lo ripeto io che ho la coscienza lucida sicura irremissibile dell'epilogo che il processo avrà, che non aggraverei quindi in nessun modo la mia situazione addossandomi la responsabilità dei delitti di La Varizelle e di Saint-Etienn e, perché il boia non mi può ghigliottinare due volte; non ero a Saint-Etienne il giorno in cui le Signore Marcou sono state assassinate. Ora voi mi promettete il miracolo, mi annunziate i testimoni che a Saint E-tienne mi hanno veduto e riconosciuto? E fate il miracolo ! Nel miracolo ha poca fiducia anche il presidente perché non insiste oltre”.

domenica 28 luglio 2019

29 luglio 1921. Il processo agli anarchici per l’attentato al Diana

29 luglio 1921, requisitoria d'un Procuratore Generale al processo Malatesta-Borghi alle Assise di Milano, quella che doveva essere la conferma dell'accusa, divenne, non so per qual segreto intimo dell'animo, una magnifica, ideale difesa per Malatesta e Borghi durante un loro processo a Milano:
«La vita non è fatta tutta di saggezza, Giurati! Senza certi cervelli balzani, senza certe audacie, il mondo non avrebbe avuto progressi. I saggi, che non intesero mai, nel loro cervello, un granello di sublime follia, sono saggi che hanno il deserto in sè, e lo fanno attorno a sè! Noi viviamo e intensamente viviamo per quanto sappiamo spingere lo sguardo verso il futuro e impregnare la nostra azione di tutta quella che dovrà essere la vita avvenire: perchè questo è il ritmo, perchè questa è la forza che darà il nuovo ritmo alla vita civile. L'uomo passando di fatica in fatica passò di trionfo in trionfo; ma le umane generazioni sarebbero rimaste schiave del pregiudizio e dell'ignoranza, sarebbero rimaste immobili, se di tanto in tanto non fosse sorto un uomo animoso a deviarne il corso. E la leggenda che i soldati di Alarico deviarono il Busento, perchè il fiume passasse sulla tomba del loro Re, può esprimere la forza che hanno gli uomini di volontà, che fanno penetrare nuova vita nelle cose morte. Ecco perchè questi uomini di grande ardimento e di diritta volontà sono una necessità; perchè essi sono per spingerci sempre più innanzi; perchè ci gridano ad ogni momento di non arrestare il passo, e ci spingono di vetta in vetta sempre più in alto, in cerca di questo Ideale che c'è sempre dinanzi agli occhi, ed al quale dobbiamo dare tutte le nostre migliori energie. Perchè è vero quel che diceva il poeta: Tu sol, pensando, o Ideal, sei vero!».

mercoledì 24 luglio 2019

Sciopero generale e organizzazione consiliare

La lotta di conquista deve venir condotta con delle armi adeguate e non più soltanto di difesa. Occorre che si sviluppi una nuova idea di organizzazione naturalmente antagonista ai governi del capitalismo finanziario; deve sorgere spontaneamente sui luoghi di lavoro e riunire tutti i lavoratori, per il fatto che, in quanto produttori, tutti sono assoggettati ad un’autorità che è loro estranea e dalla quale devono liberarsi.
Ecco l’origine della libertà: l’originarsi di una formazione sociale che, estendendosi rapidamente ed universalmente, creerà le condizioni per eliminare dal campo economico lo sfruttatore e l’intermediario, creerà le condizioni di divenire padroni della proprio futuro.
Nella nuova organizzazione “consiliare”, l’uguaglianza reale di tutti nelle decisioni e nella loro esecuzione non può essere un vuoto slogan, una rivendicazione astratta, è una necessita imprescindibile e irrinunciabile. Affinché la nuova organizzazione abbia globalmente tutte le capacità necessarie, bisogna, in modo complementare, che nessuna gerarchia delle capacità individuali possa essere permessa. Il solo gioco che vale la pena: è la distruzione del vecchio mondo, dei suoi schemi, delle sue corruzioni. I lavoratori quale che siano i loro “contratti” si trovano ad essere, ancora e sempre, la forza centrale che può bloccare il funzionamento di questo sistema di sviluppo, la forza indispensabile per reinventare tutte le basi dei rapporti sociali. Questa nuova organizzazione a struttura quindi “consigliare” deve evidentemente unire tutte le categorie di salariati, di precari, di intellettuali. I Consigli devono essere “potenza”, o non potranno essere niente, sono loro che dovranno dettare i tempi, il ritmo delle lotte, non potrà nascere alcun dialogo con i partiti o con le tradizionali organizzazioni sindacali collusi fra loro e con il potere economico, alla fine essi, come sempre, tradiranno le lotte dei lavoratori. Con la leva dei Consigli e il punto di appoggio di una negazione totale della società mercantile-spettacolare, si può sollevare il mondo intero. La vittoria dei Consigli non si pone dunque alla fine, bensì all’inizio del percorso rivoluzionario. Ne consegue che l'unico sciopero generale vero che può essere dichiarato è quello derivante dalla azione diretta spontanea, inarrestabile improvvisa, aspra, irriducibile e gioiosa che nasce dal cuore e dalle menti di coloro che vogliono intraprendere l'entusiasmante strada della riconquista della propria soggettività.

venerdì 19 luglio 2019

21 luglio 1919: lo "scioperissimo"

Tra il 20 e il 21 Luglio 1919, in diversi paesi europei migliaia di persone si mobilitarono contro i dettati imposti dal trattato di pace firmato a Versailles dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale e in nome della solidarietà tra i popoli, per la difesa delle rivoluzioni in Russia e in Ungheria e contro il sostegno degli eserciti "bianchi" offerto dall'Intesa.
Erano stati alcuni dirigenti socialisti e laburisti italiani, francesi e britannici a promuovere l'agitazione.
In Italia l'iniziativa si concretizzò in uno sciopero generale, che assunse grande rilievo e cadde in un momento critico per la vita del paese, tanto da spingere il governo a modificare aspetti essenziali della politica estera.
Ma la capacità di reazione mostrata da Nitti e dalle forze contrarie a uno sciopero definito "politico", la mancata partecipazione di alcune importanti categorie di lavoratori e di alcuni sindacati, l'assenza di una mobilitazione altrettanto significativa in Francia e Gran Bretagna trasformarono quella grande dimostrazione di forza in una sostanziale sconfitta politica per tutti coloro che l'avevano sostenuta.
Con questa immagine fallimentare, ma solo parzialmente vera, la storia dello "scioperissimo" è giunta fino ai giorni nostri, tanto da diventare un tipico esempio degli errori del massimalismo durante il cosiddetto "biennio rosso".
In realtà, le cose furono assai più complesse. Rileggendo fonti d'archivio e periodici, memorie e pubblicazioni ufficiali, ci accorgiamo infatti che lo sciopero ebbe un notevole successo nell'Europa centrale e balcanica, oltre che in Italia; in Inghilterra non si scioperò, ma ci furono manifestazioni, e in Francia fu proprio in reazione all'annullamento dello sciopero che scoppiarono tumulti annonari.
Per quanto parziale, e ritenuto insoddisfacente dai promotori, quello del 1919 riuscì ad essere il primo sciopero internazionale del "secolo breve", con una mobilitazione politica nelle piazze europee capace di coinvolgere migliaia di persone.

martedì 16 luglio 2019

L’addomesticamento della vita

L’addomesticamento è il processo usato dalla civiltà per indottrinare e controllare la vita secondo la sua logica. Questi meccanismi di subordinazione collaudati nel tempo comprendono: la doma, l’allevamento selezionato, la modificazione genetica, l’addestramento, l’imprigionamento, l’intimidazione, la coercizione, l’estorsione, la speranza, il controllo, la schiavizzazione, il terrorismo, l’assassinio … l’elenco continua e comprende quasi tutte le interazioni sociali del mondo civile. Questi meccanismi e i loro effetti si possono osservare e percepire nell’intera società, e sono imposti attraverso istituzioni, riti e costumi. L’addomesticamento è anche il processo attraverso il quale popolazioni umane precedentemente nomadi passano a una esistenza sedentaria tramite l’agricoltura e la zootecnia. Questo tipo di addomesticamento comporta un rapporto totalitario sia con la terra che con le piante e gli animali da addomesticare. Se allo stato selvatico tutte le forme di vita condividono le risorse e competono per adoperarle, l’addomesticamento distrugge questo equilibrio. Il paesaggio addomesticato (per esempio i terreni tenuti a pascolo, i campi coltivati e, in minor misura l’orticultura e il giardinaggio) esige la fine della libera condivisione delle risorse che esisteva in precedenza: ciò che una volta era di tutti, adesso è mio.
Questa nozione di appropriazione gettò le fondamenta per la gerarchia sociale con la comparsa della proprietà e del potere.
Non solo l’addomesticamento trasforma l’ecologia da ordine libero a ordine totalitario, ma schiavizza anche tutte le specie addomesticate. In generale, quanto più un ambiente è controllato, tanto meno è sostenibile. L’addomesticamento degli stessi esseri umani richiede molte contropartite rispetto al modo di vita nomade basato sulla raccolta di ciò che si trova in natura. Merita rilevare che gran parte dei passaggi dal modo di vita  nomade all’addomesticamento non sono avvenuti autonomamente, ma sono stati imposti con la lama della spada o la canna del fucile.

venerdì 12 luglio 2019

L'Europa fa acqua da tutte le parti

Voi sapete bene che siamo degli sfruttatori. Sapete bene che abbiamo preso l'oro e i metalli, poi il petrolio dei «continenti nuovi» e li abbiamo riportati nelle nostre vecchie metropoli. Non senza risultati eccellenti: palazzi, cattedrali, città industriali; e poi, quando la crisi minacciava, i mercati coloniali erano lì per estinguerla o stornarla. L'Europa, satura di ricchezze, accordò l'umanità a tutti suoi abitanti: un uomo, da noi, vuol dire un complice, giacché abbiamo approfittato tutti dello sfruttamento coloniale. Questo continente grasso e smorto finisce per incorrere in quel che Fanon chiama giustamente il «narcisismo ». Cocteau s'irritava di Parigi, «città che parla continuamente di se stessa». E l'Europa, che altro fa? E quel mostro supereuropeo, l'America del Nord? Che cicaleccio: libertà, uguaglianza, fratellanza, amore, onore, patria, che so io? Questo non c'impediva di tenere nello stesso tempo discorsi razzisti, porco negro, porco ebreo, porco arabo. Spiriti buoni, liberali e delicati — neocolonialisti, insomma — si pretendevano urtati da questa incongruenza; errore o malafede: niente di più congruo, da noi, che un umanesimo razzista, poiché l'europeo non ha potuto farsi uomo se non fabbricando degli schiavi e dei mostri. Fintanto che ci fu un indigenato, quella impostura non fu smascherata; si trovava, nel genere umano, un'astratta postulazione d'universalità che serviva a coprire pratiche più realiste; c'era, dall'altra parte dei mari, una razza di sottouomini che, grazie a noi, tra mille anni forse, sarebbe arrivata al nostro stadio. Insomma, si confondeva il genere con l'élite. Oggi l'indigeno rivela la sua verità; di colpo, il nostro club così chiuso rivela la sua debolezza: non era altro che una minoranza. C'è di peggio: poiché gli altri si fanno uomini contro di noi, si vede chiaro che noi siamo i nemici del genere umano; l'élite rivela la sua vera natura: una banda di malfattori. I nostri cari valori perdono le ali; a guardarli da vicino, non se ne troverà uno che non sia macchiato di sangue. Capite bene che non ci si rimprovera d'aver tradito non so qual missione: per la bella ragione che non ne avevamo alcuna. È la generosità stessa ad esser in causa; questa bella parola sonante non ha che un senso: statuto elargito. Per gli uomini di fronte, nuovi e liberati, nessuno ha il potere né il privilegio di dar niente a nessuno. Ognuno ha tutti i diritti. Su tutti; e la nostra specie, quando un giorno si sarà fatta, non si definirà come la somma degli abitanti del globo ma come l'unità infinita delle loro reciprocità. Basta guardare in faccia, per la prima e l'ultima volta, le nostre aristocratiche virtù: esse stanno crepando; come sopravviverebbero all'aristocrazia di sottuomini che le ha generate? Alcuni anni or sono, un commentatore borghese — e colonialista — per difendere l'Occidente non ha trovato altro che questo: «Non siamo angeli. Ma noi, almeno, abbiamo rimorsi». Che confessione! Un tempo il nostro continente aveva altre tavole di salvezza: il Partenone, Chartres, i Diritti dell'Uomo, la svastica. Si sa adesso quello che valgono: e non si pretende più di salvarci dal naufragio se non col sentimento molto cristiano della nostra consapevolezza. È la fine, come vedete: l'Europa fa acqua da tutte le parti. Che è dunque successo? Questo, molto semplicemente, che eravamo i soggetti della storia e che ne siamo adesso gli oggetti. Il rapporto delle forze si è rovesciato, la decolonizzazione è in corso; tutto quel che i nostri mercenari possono tentare è ritardarne il compimento.

(Prefazione di Jean Paul Sartre 1961 - I dannati della terra - Fanon)

venerdì 5 luglio 2019

5 luglio 1962. La rivolta di piazza Statuto, nulla sarà più come prima

1962, rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici. Torino, 5 luglio: gli operai della città della Fiat si preparano allo sciopero di categoria indetto per il 7-8-9 di quel mese da Fiom, Fim, Uil; si prevede una partecipazione alta, soprattutto per l’adesione allo sciopero della Uil che alla Fiat conta sul 63% degli operai iscritti a qualche sindacato. Tra il 5 e il 6 luglio i dirigenti Fiat e quelli della Uil e del Sida (un sindacato giallo) si accordano per un aumento salariale tanto che La Stampa, il quotidiano degli Agnelli-Fiat, il 6 luglio potrà titolare: Uil e Sida si accordano con la Fiat e invitano gli operai a non scioperare. L'indomani mattina lo sciopero è totale. Non solo totale, ma anche duro. I crumiri che vogliono lavorare devono superare minacce, ingiurie e botte. Le macchine dei dirigenti che tentano di entrare vengono prese a sassate. I lavoratori, soprattutto quelli iscritti alla Uil, sono sbigottiti e furiosi per come quattro burocrati sindacali siano riusciti a rendere nulle, per pochi spiccioli, le ben più importanti richieste di diminuzione dei ritmi, orario di lavoro, norme disciplinari. Un tradimento.
Al pomeriggio, verso le 14.30-15, tre, quattrocento operai in gran parte iscritti alla Uil, ma anche a Cisl e Cgil, sono assembrati davanti alla sede della Uil in piazza Statuto: urlano, fischiano. Un centinaio di agenti con le jeep e due auto-idranti presidiano la sede del sindacato socialdemocratico. La tensione aumenta rapidamente; in un bar vicino, due sindacalisti Uil, riconosciuti, vengono picchiati; sono messi in salvo a fatica; volano le prime pietre contro le finestre del sindacato. Il numero di dimostranti aumenta, così la tensione e gli scontri. Inizia una vera e propria battaglia che si protrarrà  senza momenti di sosta fino alle 4 di mattina del giorno dopo. Tra le 21,30 e le 23 c'è abbastanza calma e la polizia ne approfitta per far evacuare i dirigenti Uil dalla sede in cui sono asserragliati da ormai otto ore; travestiti da dimostranti: ognuno su di una camionetta in mezzo a tre poliziotti a forte velocità verso la "centrale".
La domenica alle 11 piazza Statuto è affollata da centinaia di operai, qualche tensione, ma sostanzialmente la situazione è più calma. Come la notte che scorre tranquilla, con la piazza presidiata da un enorme schieramento di polizia e carabinieri arrivati dal Veneto, dall'Emilia e dalle altre province piemontesi, anche in vista dello sciopero di lunedì.
L'indomani, però, davanti ai cancelli delle fabbriche, di operai ce ne sono ben pochi; solo polizia carabinieri e sindacalisti di professione. Le direzioni di tutte le aziende, sull'esempio della Fiat, hanno invitato i lavoratori a restare a casa. I sindacati non sono stati da meno: Cgil e Cisl hanno sospeso ogni tipo di manifestazione e in particolare la Uil "ha invitato tutti i lavoratori a proseguire lo sciopero restando però a casa e lasciando l'azione di picchettaggio davanti alle fabbriche ai responsabili e agli attivisti sindacali". Il bilancio complessivo dei tre giorni di scontri, come lo riporta la cronaca, è questo: 1215 fermati, 90 arrestati e rinviati a giudizio per direttissima, un centinaio i denunciati a piede libero; 169 i feriti fra le forze dell'ordine. Per quanto riguarda i dimostranti, La Stampa parla di 9 persone che sono costrette a ricorrere alle cure ospedaliere. Non dice che i feriti per le botte ricevute in fase di fermo, in Questura o nelle caserme, sono centinaia.
Finiva la rivolta di piazza Statuto, ma nulla nel movimento operaio sarà più come prima. La rivolta simultanea contro le dirigenze padronali e sindacali segnerà una svolta nella coscienza di quei giovani operai immigrati - anima e braccia di quelle giornate – che qualche anno dopo daranno vita, a partire dall’autunno 1969, a una lunga stagione di lotte autorganizzate, autonome, lontane e contrarie alle gerarchie e alle logiche sindacali.