..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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mercoledì 17 ottobre 2018

Oggi è un buon giorno per morire

"Ho sognato il cielo coperto da nuvole scure di cavallette sciamanti ovunque. Giravano impazzite sul nostro campo e poi, improvvisamente, cadevano senza vita sulla terra, ai nostri piedi. E il cielo ritornava pulito".
Toro Seduto sogna e racconta le sue visioni. E’ un’arte che ha appreso da piccolo e, per la precisione e la qualità del racconto, lo distingue da ogni altro Lakota Sioux. Cavallo Pazzo lo ascolta preoccupato. Gli hanno raccontato che migliaia di soldati blù stanno dirigendosi verso il loro campo. Messo in piedi nei pressi del torrente Little Big Horn, nel cuore delle Black Hills: il centro culturale, spirituale, strategico della nazione Sioux. Sono arrivati anche gli Cheyenne e gli Arapaho. Quelli, almeno, sopravvissuti alle varie stragi perpetrate dalle forze armate degli Stati Uniti. Come a Sand Creek, con donne e bambini fatti, letteralmente, a pezzi dai volontari di John Chivington. O nei pressi del fiume Washita, dove il 7° cavalleria ha caricato, all’alba, fra le tende delle famiglie che dormivano; mentre i guerrieri erano lontani, a caccia di bisonti. Una carica per massacrare, guidata da Custer e dalla musica della banda reggimentale che suonava “Garry Owen”. Cavallo Pazzo ascolta preoccupato e allerta tutto il campo. Le donne e gli uomini dormiranno armati e, i più, veglieranno nella tiepida notte di prima estate.
Di nuovo Custer e il suo 7° reggimento di assassini stanno arrivando per distruggerli. Hanno l’ordine di fare piazza pulita di ogni “selvaggio”. Il governo americano vuole l’oro delle Colline Nere. Il capitalismo imperiale ha fame di risorse per incrementare i profitti; di nuove ricchezze da strappare alla terra, a ogni costo. La disciplina del progresso che sta imponendo al mondo, lo pretende senza tregua. Il suo carburante proviene dallo sfruttamento di ogni risorsa e dal controllo totale delle vite. Dormono e vegliano, le donne e gli uomini Lakota, Cheyenne, Arapaho.
Aspettano l’alba e l’arrivo degli sciami di cavallette. Il sole si alza, finalmente, sul campo a due passi dal torrente che porta acqua fresca. Niente, però, succede e i sorrisi distendono i volti, fra i giochi dei bambini.
Si gioca e si parla e si ama, nel campo delle donne e degli uomini, ma tutti restano vigili e armati. La prima carica si scatena alle 3 del pomeriggio del 26 giugno 1876 e, subito, si risponde e si contrattacca. Tutti a cavallo, addosso agli assassini venuti per massacrare. Questa volta, però, non ci sono solo vecchi, donne e bambini come a Sand Creek e a Washita; ma i migliori combattenti delle grandi pianure.
Dopo un paio d’ore di scontri cruenti, fino al più selvaggio corpo a corpo, Custer e la maggior parte del suo reggimento giacciano, senza vita, al suolo.Cavallo Pazzo e Toro Seduto hanno guidato la resistenza e urlato oggi è un buon giorno per morire. Sono vivi e le cavallette morte ai loro piedi.
Sanno che non potranno vincere, alla fine; ma, hanno insegnato, per sempre, al loro popolo e a ogni altro essere umano, cosa fare per affermare il diritto di vivere in dignità.
Cavallo Pazzo sarà assassinato, a colpi di baionetta, il 5 settembre 1877 a Fort Robinson (Nebraska – USA).
Toro Seduto cadrà colpito dai poliziotti Lakota, venduti ai padroni Yankees, dopo un’ultima disperata ribellione, a STANDING ROCK, il 15 settembre 1890.
In questi giorni, a STANDING ROCK, i Lakota Soux stanno, ancora, resistendo per impedire la costruzione, deturpante e inquinante i corsi d’acqua, dell’oleodotto della compagnia Energy Transfer Partners; il cui tracciato prevede l’attraversamento dei fiumi Missouri e Mississippi, così come parte del Lago Oahe, vicino alla Riserva dei Sioux.
La protesta è stata lanciata, in primavera, da un’anziana Sioux di Standing Rock e dai suoi nipotini; decisi a bivaccare nel percorso dell’oleodotto a difesa della terra e del loro popolo. Durante l’estate, il movimento è cresciuto sino a contare migliaia di persone proveniente da ogni dove degli Stati Uniti. La repressione è stata, fin da subito, durissima, con botte e arresti indiscriminati (oltre 200). Si risponde con improvvisi blocchi stradali e manifestazioni senza tregua. I Lakota e tutte/i le/i solidali con loro, non indietreggiano. La lotta per il diritto alla vita e la liberazione della Terra continua.
Il nostro cuore batte al loro fianco.

martedì 9 ottobre 2018

Ridefinizione della lotta di classe

Parliamo di ridefinizione perché siamo preceduti da una definizione della conflittualità storica, alla quale nel periodo pre-imperiale si rapportava ogni destino: la lotta di classe. Questa definizione non è più operativa. Essa condanna alla paralisi, alla malafede e alla chiacchiera. Nel corso di un’altra epoca, non si può scatenare alcuna guerra, nessuna vita può essere vissuta. Per continuare la lotta, oggi, occorre liquidare la nozione di classe e, con essa, tutto il corteo di origini certificate, di sociologismi rassicuranti, di protesi identitarie. La nozione di classe, oggi, può servire tutt'al più a sciacquettare nel bagnetto di nevrosi, separazione e accusa continua con il quale, ci si diletta così morbosamente e da così tanto tempo in tutti gli ambienti della intellighenzia chic.
La conflittualità storica non oppone più due ammassi molari, due classi, gli sfruttati e gli sfruttatori, i dominanti e i dominati, i dirigenti e gli esecutori, tra i quali è possibile collocare ogni caso individuale. La linea del fronte, che non passa più nel bel mezzo della società, passa ormai nel bel mezzo di ciascuno, tra ciò che fa di ognuno un cittadino, i suoi predicati e il resto. Inoltre, in ogni ambiente si scatena la guerra tra la socializzazione imperiale e ciò che fin d’ora le sfugge. Un processo rivoluzionario può avere inizio da qualunque punto del tessuto biopolitico, da qualunque situazione singolare, accentuando fino alla rottura la linea di fuga che l’attraversa. Nella misura in cui intervengono tali processi, tali rotture, c’è un piano di consistenza comune, quello della sovversione anti-imperiale.
Ciò che fa la generalità della lotta è lo stesso sistema di potere, tutte le forme di esercizio e di applicazione del potere.
Far parte di un movimento rivoluzionario significa a grandi linee fissare le forme di vita nella loro diversità, intensificare, rendere più complesse le relazioni, elaborare tra noi nel modo più libertario possibile la distruzione di questa società.

domenica 7 ottobre 2018

Piacere costretto, piacere perduto

L’idea che bisogna godere a tutti i costi sta lavorando ad un rifacimento dei vecchi divieti con le stesse conseguenze. Esso apporta, con molto destro, il suo sostegno a quelli per cui la rivoluzione è un dovere, la radicalità una prova, la vita uno spettacolo.
Mentre le vecchie talpe della critica lavorano all’affossamento del vecchio mondo, i liberatori dell’amore si operano per il miglioramento dell’economia sessuale. Il piacere obbligatorio rimpiazza il piacere proibito. Il godimento si affronta come un esame, con una bocciatura o una riuscita. Bere, mangiare, dedicarsi all’amore fanno parte ormai degli ornamenti della buona reputazione. Per il brevetto di radicalità, segnate qui la media oraria dei vostri orgasmi.
È finita con i peccati dell’ozio da quando i piaceri vengono assunti alla fabbrica quotidiana. Trasgredire i tabù, così comanda il progresso economico! L’emancipazione obbligatoria, cosa di meglio per riaffermare il divieto fondamentale, l’esclusione di ogni godimento che voglia sfuggire alla costrizione, al lavoro, allo scambio?
Dove il godimento non distrugge l’economia, c’è solo una emancipazione economizzata, ogni libertà nasconde una repressione, ogni repressione si mostra come libertà.
Che ce ne importa delle vostre distinzioni di medici legali e delle vostre scatole etichettate: eterosessualità, omosessualità, perversione, coprolalia, normalità, anormalità e tutti quanti. Il godimento non ha frontiere, e noi intendiamo premunirci contro tutto ciò che tenta di limitarlo. Quando il desiderabile cede al necessario, noi lo sfuggiamo come un lavoro.
Ciò che si accanisce a distruggerci ci indica assai bene che non c’è piacere all’infuori dell’affermazione della vita.

sabato 29 settembre 2018

Reincantare il mondo


Rivalutare significa riscoprire valori nuovi e nuovi atteggiamenti andando incontro, inevitabilmente, ad una diversa visione del mondo e della società. In modo affine, una riconcettualizzazione richiede di significare diversamente alcuni concetti come ricchezza e povertà, rarità e abbondanza. Cambiare i valori rende obbligatorio un conseguente adeguamento dell’intero apparato produttivo e della gestione dei rapporti sociali, quindi una ristrutturazione completa della società. Questo richiede, necessariamente, l’uscita dal capitalismo e l’inquadratura delle istituzioni sociali in una logica differente. La ristrutturazione della società deve permettere un’adeguata ridistribuzione delle ricchezze e delle possibilità di accesso alle risorse della natura. Uno degli strumenti strategici su cui verte questa trasformazione è la rilocalizzazione delle attività produttive; questa renderà possibile una riterritorializzazione dei luoghi e un più diretto contatto con i prodotti e i mercati vicini. La rilocalizzazione si spinge fino all’invito all’autoproduzione dei beni. Decrescita significa anche, ineluttabilmente riduzione. La riduzione dovrà toccare diversi ambiti: energetico, tramite una riduzione dei trasporti e degli scambi commerciali assurdi; ore lavorative, così da riassorbire la disoccupazione e riscoprire un proprio tempo personale; produzione dei rifiuti, quindi anche dell’obsolescenza (programmata e psicologica) dei beni. Per quest’ultimo punto diventano allora indispensabili pratiche di riutilizzo dei beni che giungano a soppiantare definitivamente la cultura dell’usa e getta favorendo, al contrario, il riciclo degli oggetti, quindi il recupero di componenti da ritrasformare in materie prime. Perché tutto questo abbia luogo bisogna necessariamente passare attraverso una decolonizzazione dell’immaginario, un cambiamento di mentalità che permetta, prima di tutto, di far uscire il martello economico dalla testa per approcciarsi a nuovi valori, nuovi modi di intendere il benessere e ad un nuovo atteggiamento verso la terra e la società. Questa transizione, che non può che partire in modo locale e modesto, richiede il contributo dei nostri intelletti e della nostra creatività, infatti siamo capaci direincantare il mondo, in opposizione alla banalizzazione e al disincanto prodotto dalla società dei consumi. Non è strettamente uno studio economico quanto più un programma pratico e filosofico. Cosa sia la felicità e da quale tipo di ricchezza essa dipenda è l’interrogativo basilare a cui la nostra riflessione vuole dare una concreta risposta.

martedì 25 settembre 2018

Meglio una città devastata che perduta

Non basta constatare la nocività della forma di merce in astratto, occorre poterne trarre le conseguenze opportune e fronteggiarla, perché la domesticazione sociale ha la funzione di svalutare i rischi, accrescere la falsificazione e mantenere il segreto sulla importanza vitale della verità, soprattutto se confrontata con la menzogna universale delle rappresentazioni separate. Da questo stato di cose se ne può dedurre una indicazione tattica: considerato che i bisogni umani più elementari sono disprezzati dalle forme di potere in ogni parte del mondo, che la sovranità irresponsabile della merce mette nelle mani di pochi, spetta ai molti riprendersi i loro diritti, anche senza mandato. In questo senso nuovi territori si aprono alla sovversione, confortati, nelle loro ragioni, dalla storia che, da tempo, invoca lo smantellamento di ogni forma di produzione mercantile. Ragioni che, prima di diventare politiche, sono apparse ai grandi movimenti di massa giovanili come una pulsione alla conservazione di sè. Esse rappresentano l'espressione di un contenuto universale, che fa dellanuda vita la sola garanzia possibile alla eradicazione della nocività sociale. L'urgenza di una tale sovversione ha ragioni che non devono essere né enumerate né discusse, esclusa una, la più importante, perché, scontate le smorfie che l'amara medicina comporta, lo spettacolo è capace di attingere delle idee anche da ciò che detesta di più, pur di trasformarlo in un princisbecco. E' il caso di cronaca di certe conclusioni nel campo della socialità e delle urgenze vitali che isocial forum esprimono e i parlamenti assumono per meglio banalizzarle, considerato che, dal loro macchiavellico punto di vista, è meglio una città devastata che perduta. In questo contesto, gli interessi e le forme di socialità che nascono dal basso contengono sempre un germe di sovversione, particolarmente ostile ad ogni autorità, che non lesina i suoi sforzi per sradicarle. Il motivo evidente, nulla può alterare l'uniformità mercantile, dietro la quale si nascondono le ingiurie alla nuda vita, e la memoria di antiche ribellioni.

domenica 23 settembre 2018

Appunti per una teoria sovversiva

Lo sviluppo della teoria-pratica sovversiva necessita di una responsabilità mutuale di ogni singolo soggetto e non dell’appartenenza ad una Organizzazione partitica anche extra-istituzionale.
La liquidazione dell’oggetto Organizzazione è un momento irrinunciabile per la creazione dell’organizzazione reale: l’autogestione completa della lotta.
I metodi della lotta devono essere valutati in base alle caratteristiche del nemico.
L’amministrazione capitalista non può che concepire che un antagonista a sé speculare: gerarchizzando l’eversività insorgente, cerca di recuperarla e riportarla a parametri per lei comprensibili e gestibili.
I funzionari del Capitale sono incapaci di reprimere un movimento reale che non prende ordini da nessun altro che da se stesso, che si sviluppa in modo rizomatico, senza alcuna direzione suprema, che sfugge al controllo in quanto rompe con la ritualità dell’agire ideologico.
Uscire dalle prigioni ideologiche significa lottare per la comunicazione reale, non mediata in cui riconoscersi e riconoscere i propri desideri, le proprie capacità creative (distruttive della ricreazione e della ripetitività), rompere il muro di parole-immagini che incatena il corpo nella gabbia mistificatoria del linguaggio stereotipato.
I sensi risvegliati, l’intuizione, l’imprevedibilità uniti alla lucidità dell’analisi e alla puntualità della critica sono gli ingredienti del cocktail esplosivo che abbatte i muri che ci separano dalla libertà.
Ognuno faccia la sua scelta: o auto-blindarsi nello spettacolo della propria sopravvivenza o espandersi, riscoprendo la comunicazione, l’erotismo, il piacere (l’autogestione complessiva e generalizzata).
Ad ognuno ritrovarsi sul terreno dell’insofferenza e della progettualità comune, ad ognuno praticare ciò che è irriducibile al dominio della società dello spettacolo neomoderno: l’avventura appassionante della vita contro la follia inanimata del Capitale.

martedì 18 settembre 2018

Ogni giorno è la stessa storia


Un altro giorno di lavoro e consumo, un altro giorno di desiderio continuamente frustrato da un mondo alieno di cose e di prezzi.
L’esperienza di vita familiare differita.
Oggi, in un mondo in cui tutti gli apologeti del potere siano essi sinistresi, intellettuali, capi, preti, sindacalisti, insegnanti, vendono lo stesso vecchio messaggio, la consunta menzogna del sacrificio, della rinuncia, della sottomissione; dove il “tempo libero” e vuoto di gioia ed è solo una pausa nel lavoro. In questo mondo non ci sono più illusioni. Nessuna delle assurdità del Potere può più salvarsi dalle armi della risata e della negazione. Il progetto di una vita diversa comincia qui ed ora, in ognuno di noi quando rifiutiamo di sottometterci all’indegnità della vita quotidiana. Andiamo avanti ridiamo in faccia al datore di lavoro e ricordiamo:
CONTRO IL POTERE ABOLIRE IL LAVORO
PER UN MONDO DI DESIDERIO TOTALE

venerdì 14 settembre 2018

Aggressività: attacco e difesa

Ciò che normalmente si esprime come aggressività è una protesta distorta, inibita e canalizzata. Previene gli scontri aperti, è diretta contro noi stessi e, gradino per gradino, dall’alto in basso, giunge a porre l’operaio contro l’operaio.
Le forme transitorie costituiscono delle scappatoie destinate a mascherare lo scontro di classe, a soffocare le contraddizioni, ad attizzare una piccola guerra tra gli sfruttati.
Finché noi giriamo intorno alle nostre difficoltà invece di attaccarle direttamente non cambia nulla. La parola aggressione viene dal latino “aggredi” = andare contro. L’SPK veniva spesso rimproverato da studenti di sinistra e simpatizzanti di essere aggressivo, ingenuo, ecc.
Questo rimprovero è indice dell’incapacità (dell’angoscia) di questi “gauchistes” a rompere con le convenzioni borghesi, al contrario essi si contornano di leaders, usano liste di oratori e forme ordinate di discussione. Riproducendo così nelle loro organizzazioni le strutture che vogliono combattere a livello di massa.
In ogni lotta di liberazione si tratta per i combattenti, di trarre un principio affermativo dal loro ruolo forzato di oggetto. Così i malati, in quanto privi di diritto, hanno un diritto naturale all’autodifesa, cioè alla difesa dell’essenza vitale che resta loro, che è esposta agli assalti continui degli agenti di morte del capitale.
L’autodifesa non è fine a se stessa, ma è una strategia che conserva i resti dell’essenza vitale, la vita, per introdurla nella lotta di liberazione collettiva. In questo processo l’autodifesa comprende già il suo contrario, l’attacco come lotta collettiva sulla base della cooperazione e della solidarietà, nuovo metodo e nuovo fenomeno. La lotta collettiva è il nuovo fenomeno in cui l’opposizione dialettica tra attacco e difesa viene superata.
(Archivio storico: SPK fare della malattia un’arma 1971 Germania)

venerdì 7 settembre 2018

Rivoluzione spontanea e Anarchia

"Il mio sistema non riconosce né l'utilità, né la possibilità stessa di una rivoluzione diversa da quella spontanea, popolare e sociale. Sono profondamente convinto che qualsiasi altra rivoluzione è disonesta, nociva e funesta per la libertà e per il popolo, perché riporta una nuova miseria e una nuova schiavitù per il popolo; inoltre, e questo è l'essenziale, qualsiasi altra rivoluzione è diventata impossibile, irrealizzabile e inattuabile. La centralizzazione e la civiltà progredita, le ferrovie, il telegrafo, i nuovi armamenti e la nuova organizzazione degli eserciti, la scienza dell'amministrazione in genere, cioè la scienza dell'assoggettamento e dello sfruttamento sistematico delle masse popolari, della repressione delle rivolte popolari e di qualsiasi altra rivolta, scienza così accuratamente elaborata, sperimentata con l'esperienza e perfezionata durante gli ultimi settantacinque anni di storia contemporanea - tutto ciò ha fornito attualmente allo Stato una potenza tanto grande che tutti i tentativi artificiali, segreti, di cospirazione al di fuori del popolo, come pure gli attacchi improvvisi, le sorprese e i colpi di mano, sono destinati a essere schiacciati da questa forza; lo Stato può essere vinto e abbattuto soltanto dalla rivoluzione spontanea, popolare e sociale."
(da una lettera di Mikhail Bakunin riguardante la sua rottura con Serguei Necaev, 2 giugno 1870)

"Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; noi vogliamo che gli uomini, affratellati da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza. E per raggiungere questo scopo supremo noi crediamo necessario che i mezzi di produzione siano a disposizione di tutti, e che nessun uomo, o gruppo di uomini possa obbligare gli altri a sottostare alla
sua volontà né esercitare la sua influenza altrimenti che con la forza della ragione e dell'esempio.
Dunque: espropriazione dei detentori del suolo e del capitale a vantaggio di tutti ed abolizione del governo.
Ed aspettando che questo si possa fare: propaganda dell'ideale, organizzazione delle forze popolari, lotta continua, pacifica o violenta secondo le circostanze, contro il governo e contro i proprietari, per conquistare quanto più si può di libertà e di benessere per tutti.
(Programma anarchico di Errico Malatesta 1920)

mercoledì 5 settembre 2018

La ribellione come dissenso totale

Secondo quando precisato da Junger, quando tutte le istituzioni sono corrotte o intrinsecamente false, allora la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che non si è ancora piegato e che ritira il proprio consenso all'ordinamento ribellandosi individualmente. Né è possibile, per il Trattato del ribelle, fare affidamento su partiti, organizzazioni e movimenti strutturati, secondo il modello marxiano della rivoluzione. Nella misura in cui la sovranità oggi non si riscontra più nelle grandi risoluzioni, tutte ugualmente destinate a fallire o a rifluire nei canali istituzionali, occorre riconoscere, tutt'al più, uno spazio di azione per piccoli élites, per gruppi ristretti di singoli individui che passano alla macchia.
Diversamente dalla disobbedienza, la ribellione fa valere un dissenso che è totale, poiché coinvolge l'ordine costituito nella sua interezza. A differenza della rivoluzione, però, resta appannaggio di singoli ribelli fuggiti nel bosco e non intenzionati a fare ritorno nella polis per riconfigurala alternativamente. Rispetto alla rivoluzione, la ribellione presenta, allora, il vantaggio di mantenere sempre vivo il dissenso, senza mai produrre la ricaduta nel pratico-inerte, nella cristallizzazione della prassi contestativa in oggettività indisponibile per l'agire umano.
E, tuttavia, la ribellione si distingue in negativo dall'agire rivoluzionario per la sua strutturale debolezza, legata al suo individualismo programmatico e, dunque, alla mancata possibilità di creare, gramscianamente, un'egemonia e, con essa, un progetto politico  in grado di dare forma ad una città di futura.
Il dissenso della ribellione resta sempre attivo e, insieme, incapace di dare vita ad un potere costituente: la sua forma è necessariamente quella del cattivo infinito.