
L'uomo, solo,
ignorante, indifeso, isolato al confronto dell'Universo, a volta a volta
prostrato ed esaltato, avvilito ed allietato dai grandiosi fenomeni della
natura, sempre meravigliosi, ora terribili, ora di grande sollievo per lui, l'uomo,
che non conosce nulla del grande mistero che l'attornia, che ignora le leggi
ineluttabili e rigorose che lo comandano, deve darsi ragione di tutto
Il mezzo glie ne
manca, non ha le conoscenze necessarie: supplisce con l'immaginazione.
Nella natura, nei
suoi fenomeni, egli non sente nulla e nulla conosce al di fuori del fatto
avvenuto e constatato ed egli immagina quindi spiegazione di tutto al di fuori
della natura, poiché in essa non la sente, né la può intendere
Egli quindi,
immagina la volontà suprema del tutto, esistere al di fuori di ciò che conosce
e pone l'essere che così egli crea, laddove le sue conoscenze non arrivano più.
Ecco quindi gli
dei o diavoli degli uni nascosti nel cuore della terra, o degli altri al di là
della volta celeste, là, dove le sue conoscenze non giungono, là, dove egli non
può ammettere o non può riconoscere l'esistenza di materia e di energia come
quella che lo forma e che più limitatamente lo circonda.
Ecco, la ragione
del concetto divino, ecco la necessità del dio!
Né sa dare a
queste della forma più nobile ed elevata che d'uomo, poiché egli, nella
presunzione dell'egoismo, ha in sé stesso l'èssere migliore e più caro.
E l'uomo si
prostra al dio che ideato, e l'uomo lo adora o l'odia a seconda del momento; lo
prega, lo benefica, lo trasforma in feticcio, gli fa cloni e sacrifici per
piegarlo ai propri fini, alle proprie necessità.
Dopo avere
personificato in esso la volontà suprema di tutte le cose, crede di poterlo
piegare alla propria, con i mezzi stessi con cui l'uomo meschino concede i
propri favori.
O come più
nobili, più elevati, più naturali, più vicini alla verità sono i feticisti:
essi adorano o temono questo o quell'animale, questa o quella stagione, la luce
o le tenebre, la luna od il sole, il mare od il deserto, poiché in essi sentono
il vantaggio od il danno, la vita o la morte, il bene o il male.
Dio si può definire l'integrale dell'ignoranza umana e la religione è ciò che
la mente ignorante sostituisce alle conoscenze di cui abbisogna.
È perciò che
ancor oggi la esistenza di un dio, la necessità del concetto divino, sono
ammissibili e giustificabili.
Ancor oggi
l'uomo può sentire in essi la ragione del tutto, ancor oggi, che la scienza vi
contrappone la materia e l'energia come causa ed effetto, nel tempo stesso,
della primitiva volontà suprema ed eterna.
Né è lecito
domandare il quando dell'inizio di tutte le cose, ché si ammetterebbe
l'esistenza come ente di un semplice concetto quale è il tempo.
Se noi non
osservassimo il succedersi dei fenomeni, noi non avremmo il concetto del tempo.
Il tempo è
dunque la necessità derivante dai fenomeni che si susseguono; eppure di esso
nessuno ha fatto un iddio; nessuno, sebbene esso comandi alla cosa più cara a
noi tutti, poiché è coll'orologio che misuriamo la vita.
Noi adoriamo
quel concetto "iddio" che ci misura i peccati e non adoriamo quel
concetto "il tempo" che ci misura la vita.
La nobiltà,
l'elevatezza dell'immaginazione del dio, sono completamente distrutte dalla
adorazione religiosa.
L'ammirazione e
la benevolenza che possiamo sentire per la volontà che ha creato l'Universo è
giustificata sempre, fin quando la scienza non abbia dimostrato il contrario.
Ma essa è inferiore all'amore che lo scienziato porta ai propri studi, alle sue
elucubrazioni, poiché lo scienziato non ha sentito la necessità di innalzare
dei templi all'energia, alla materia, al tempo, né ai fenomeni più diversi che
ne sarebbero le succursali, come sono i santi, gli dei, i semidei le succursali
del concetto divino.
Lo scienziato ha
sostituito al culto ed alla superstizione lo studio indefesso per scoprire le
leggi che comandano le verità supreme della natura.
Il prete ed il
religioso hanno cercato sempre di oscurare i loro iddii.
Se dio c'è, se
dio si è rivelato in qualche modo ai suoi credenti, se dio ha dettato ad essi i
suoi dogmi sulla creazione, dio è o un ignorante o un impostore. È
scientificamente ed interamente falso tutto ciò che i dogmi delle varie
religioni asseriscono in proposito: i dogmi non sono le verità della natura.
Necessariamente
se ne deduce:
- O dio c'è ed è
esteriore alla materia ed alla energia e quindi non si è potuto né si potrà mai
rivelare agli uomini, che vivono in uno spazio al quale egli non appartiene, ed
allora sono false tutte le religioni basate su di lui.
- O dio c'è ed è
intrinseco alla materia ed alla energia ed allora ne subisce la volontà,
volontà inseparabile e necessaria alla loro esistenza; ed allora un tale iddio
non appartiene alle religioni; esso è della filosofia positiva, esso è soggetto
alle esperienze della scienza.
Se dio. ci
fosse, se dio avesse voluto rivelarsi credibile agli uomini, sempre, egli
avrebbe dovuto dettarci i suoi dogmi quali sono le verità scoperte e dimostrate
dalla scienza e che la scienza dimostrerà in avvenire finché la vita umana sarà
possibile sulla crosta terrestre.
Le verità che le
religioni ci dettano attraverso i loro dogmi o che ci impongono come verità con
essi, o cadono al confronto della scienza, o furono acquisite dalla filosofia
umana.
La morale
infatti è la prima necessità, per l'esistenza della società umana e non per
guadagnarci la benevolenza di un qualsiasi iddio, per meritarci un paradiso
nell'oltre tomba o per schivare gli inferni di tutte le religioni.
La fine completa
di tutto ciò che costituisce l'uomo (come ente) con la sua morte è una verità
indiscutibile.
Andate contro di
essa è ritenere assurde le leggi dell'indistruttibilità e della conservazione
della materia e della energia.
Asserzioni
contrarie non può fare e sostenere, in buona fede, che un ignorante o un
idiota.
La morale
altresì predicata dalle religioni e professata (non sempre) dai suoi proseliti,
è falsa e negativa poiché non ha per scopo il bene in sé, per necessità
sociale, bensì il bene per i vantaggi immediati o futuri, che con essa l'uomo
guadagna.
Vantaggio ultimo
e ragione dell'esistenza e della resistenza, nelle menti deboli dello spirito
religioso sono: credenza e fede.
La credenza,
figliuola del timore e dell'ignoranza, è necessaria nutrice al culto
dell'assurdo.
La fede, è
l'unica cosa nobile di tutto quell'imbroglio che forma e costituisce le
religioni, dalla prima immaginazione del dio, alle più stupide pratiche
religiose. La fede è l'ammirazione e la riconoscenza, al dio, di tutto ciò che
avviene.
E qual fede
migliore che nella ragione e nella verità in questi doni grandissimi che la
natura offrì all'uomo quando, creandolo, ebbe risoluto il problema più bello di
forza motrice?!
Qual forza
migliore può attinger l'uomo per continuare la sua lotta per la conquista del
vero e per lo sgomento delle avversità?
Qual forza
migliore della conoscenza della natura e delle sue ineluttabili leggi?!

I fenomeni
celesti causarono sempre negli uomini timore ed orrore; essi invocarono od
imprecarono, a seconda del carattere, colui che per gli spiriti deboli è il
governatore degli umani e degli uni versali destini.
Coi secoli
passarono i vani timori, gli uomini anziché impaurirsi, tremare, pregare,
scrutarono la natura, ne vollero svelati i misteri. E méntre alcuni, forse
troppi, continuarono e continuano a perder tempo e cervello nell'ammirare ciò
che chiamano il creato, ciò che credono opera della creazione, nell'implorare e
nell'oscurare la mente di chi osserva la natura, profittando della debolezza
che danno al cervello l'ignoranza e la superstizione; altri uomini, più retti,
più grandi, più forti d'intelletto, osservano la natura, tutti ne analizzano i
suoi fenomeni nel proprio cervello e ne scoprono e ne svelano e ne dimostrano
le leggi rigorose ed eterne, le verità matematiche inconfutabili.
Essi affrontano
qualunque sacrificio, giungono sino al martirio, si oppongono alla lotta che
fan loro l'ignoranza e l'interesse che su quella si basa e vincono con il
dominio della verità, come hanno svelati i misteri della natura con la forza
che la natura stessa diè loro negli intelletti.
Certo, il genio
dell'umano è manifestazione grandiosa delle regole e delle sue leggi rigorose,
che gli danno un'esistenza sempiterna!
Adolfo Vacchi
Tratto da Cronaca sovversiva, 14 luglio 1917