Nelle vicende siciliane
legate al periodo Risorgimentale occupa un posto importante l’epopea di Peppa la
Cannoniera, al secolo Giuseppa Bolognara (1826-1884)
LE LUCI
Le stampe d’epoca
non la ritraggono fedelmente, dal momento che le notizie storiche più attendibili
ce ne parlano come di una donna molto mascolina, che era solita vestirsi da uomo,
con il viso butterato dal vaiolo e i capelli a spazzola. Nata a Barcellona Pozzo
di Gotto in provincia di Messina, a 14 anni venne a Catania e cominciò a lavorare
come lavandaia. Secondo altre fonti avrebbe fatto anche la stalliera e la postina.
Una vera eroina che con sprezzo del pericolo, nella giornata del 31 maggio 1860,
ebbe un ruolo di primo piano nei combattimenti che si svolsero a Catania fra i patrioti
e le truppe borboniche: per i rivoltosi, poco numerosi, male armati e male addestrati,
il coraggio di Peppa fu un sostegno determinante che permise loro di dare del filo
da torcere alle truppe borboniche prima dell’arrivo dei rinforzi. Peppa si rivelò
anche un’abile stratega: prima architettò un vero e proprio “attacco sorpresa” nascondendo
un cannone nell’atrio di un palazzo in piazza Ogninella; ad un suo comando venne
poi aperto il portone all’improvviso e il cannone scaricato sui nemici. I borbonici
subirono molte perdite e abbandonarono uno dei loro cannoni sulla via. Peppa, nell’entusiasmo
generale, se ne impossessò con l’aiuto di una grossa fune. Arrivavano intanto dal
mare i rinforzi dell’esercito borbonico. Fu la coraggiosa donna ancora una volta
a distinguersi per sangue freddo e spirito d’iniziativa. Mentre lei ed alcuni patrioti
trascinavano il cannone conquistato verso Palazzo Biscari, con l’intenzione di cannoneggiare
i rinforzi nemici che venivano dal mare, si videro bloccare la strada dalla cavalleria
borbonica. Peppa allora sparse un po' di polvere da sparo sulla volata del cannone
e vi diede fuoco, facendo credere al nemico che il colpo avesse fatto cilecca; poi
attese che i cavalieri si avvicinassero e diede fuoco alle polveri, con grave danno
degli avversari. I ribelli catanesi ebbero comunque la peggio perché i rinforzi
nemici riuscirono a sbarcare e a costringerli alla ritirata.
LE OMBRE
In questa sede bisogna
spiegare ciò che lei stessa in quei giorni non riuscì a cogliere e cioè che la presenza
garibaldina in Sicilia poteva essere e non fu un’autentica lotta di liberazione;
certo lo fu “politicamente” perché i Borbone furono cacciati, ma non lo fu né socialmente,
né economicamente. Così i contadini rimasero senza le terre demaniali, mentre borghesi
e aristocratici riuscirono addirittura a portare i garibaldini sulle loro posizioni
e mantenere, quindi, i loro privilegi di classe dirigente.
Peppa entrò nella
Guardia nazionale e si prestò alla dirigenza aristocratico-borghese contro poveri
e morti di fame: a Catania, dalle parti del collegio Cutelli, riuscì a scovare sotto
un tavolo in una bottega di sartoria un malavitoso, accusato sommariamente di omicidio.
Lo immobilizzò e lo fece legare e lo consegnò al plotone di esecuzione per la fucilazione.
Si guadagnò, così,
la riconoscenza della guardia nazionale e del Governo che la ricompensò con un mensile
di 19 ducati, poi trasformato in una “una tantum” di 216 ducati e fu anche decorata
con la medaglia d’argento al valor militare. Come si sa la storia non è soltanto
conoscenza dei fatti, ma anche memoria , giudizio e comparazione delle situazioni,
dei problemi ed anche delle storie personali. E allora, solo per una riflessione,
va detto che altre patriote e ribelli non ricevettero alcuna ricompensa. Peppa,
comunque, non ebbe neppure la sorte di una vecchiaia serena: fino al 1876 restò
a Catania, la si vedeva per le osterie vestita da uomo a bere e a fumare, poi tornò
a Messina e cadde nella rete degli usurai a causa dei frequenti prestiti per sostenere
le sempre più pesanti spese mediche. Fu ospite, accolta gratuitamente per spirito
di carità, dalla proprietaria dell’albergo Dogali in via Bocca Barile, 2 e quando
si aggravò la portarono in ospedale dove sarebbe morta.