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sabato 29 maggio 2021

29 maggio 1931: fucilazione di Michele Schirru

L’anarchico Michele Schirru fu imputato e condannato a morte dal regime fascista, per aver avuto l’intenzione di uccidere Mussolini, in uno dei più plateali “processi alle intenzioni” impiantati dal Tribunale Speciale Fascista. Nato in Sardegna, a Padria, nel 1899, e vissuto a Pozzomaggiore (Sassari), dopo la Prima Guerra Mondiale, all’età di 16 anni emigra negli Stati Uniti, di cui ne diventa cittadino. Gestisce un negozio di frutta e verdura e frequenta gli ambienti anarchici.

Nel 1930 si decide di attentare a Mussolini. Schirru nel mese di febbraio parte per l’Europa e torna in Italia via Parigi. Comincia a studiare i percorsi del duce per preparare l’attentato. Non potendo attuare il suo proposito, per le difficoltà logistiche, ci rinuncia.

Probabilmente spiato dal regime, viene arrestato a Roma il 3 febbraio 1931; processato il 28 maggio, viene condannato a morte e sarà fucilato alla schiena il 29 maggio da un plotone di militari sardi offertisi volontariamente.

Scriverà il quotidiano di Cagliari L’Unione Sarda del 29 maggio 1931:

«Michele Schirru, anarchico, violento per natura, debosciato come tutti i rifiuti della società, scompare colpito dalla pena degli infami. Egli era nato nella nostra Isola, da una famiglia sarda; ma la Sardegna e la sua famiglia non devono arrossire per questo delinquente della specie più bassa. La Sardegna, fedelissima al Regime, non lo annovera più tra i suoi figli da molti anni… Era un senza-patria e un senza-famiglia, un negatore di tutte le più alte idealità, un sanguinario, un amorale che la Giustizia elimina dal consorzio degli uomini>.

Il testamento che segue, un testamento politico scritto prima del suo arrivo a Roma, fu considerato una prova a carico.

 

«Il fascismo come tutte le altre dittature e tirannie, mi ha sempre inspirato orrore. Mussolini, con le sue vigliaccherie, con le sue feroci persecuzioni di tutto un popolo, coi suoi cinismi brutali non aventi altro scopo che di conservargli il potere, io l'ho sempre considerato un rettile dei più dannosi per l'umanità. Le sue pose da Nerone, da boia, da carnefice di un popolo e della libertà che si gloria di strozzare e di calpestare, mi hanno sempre inspirato odio, odio e ribrezzo, non per l'uomo, che è poco più di mezzo quintale di carne flaccida e avariata, ma pel tiranno massacratore dei miei compagni, traditore di quei lavoratori che sino a pochi anni prima lo avevano sfamato. Questo odio accumulato da anni e anni di riflessione, compresso nel mio cuore di uomo libero, dovrà un giorno esplodere.

Fino al 1923 pensavo che per stroncare la tirannia bisognava stroncare il tiranno. La libertà non è un corpo putrefatto che si possa calpestare impunemente. La storia ci insegna che in tutti i tempi la libertà calpestata dai tiranni ha trovato difensori arditi. La tirannia assolda sicari; ma la libertà crea i vindici e gli eroi. E nessun esercito di sicari è mai riuscito a trionfare della volontà né ad arrestare la mano del giustiziere.

Ai primi di quest'anno venni in Europa col solo scopo di incontrare questo boia e ricordargli che la libertà è ancora più viva che mai, che ancora riscalda il cuore dei ribelli e li spinge al sacrificio, e che non è ancora spenta la buona vecchia razza degli anarchici che sanno vendicare le crudeltà e le torture inflitte ai propri compagni.

Nel maggio di quest'anno, in occasione dei viaggi clamorosi del tiranno nell'Italia settentrionale, e specialmente a Milano, cercai inutilmente di mettere in esecuzione il mio piano. Dovetti purtroppo constatare che non basta avere la volontà, occorre anche avere il mezzo adeguato per colpire. E vista l'inanità del mio sforzo, ripigliai la via dell'estero onde aver agio di prepararmi meglio e procurarmi il materiale che mi occorre per poter colpire bene e con sicuro effetto.

Oggi ritento la prova, certo di riuscire, certo che la vendetta cadrà inesorabile e provvidenziale sul mostro che, non contento del martirio inflitto a quaranta milioni di italiani, fra poco, sempre per libidine di potere, d'accordo con la monarchia sabauda, razza di traditori e di codardi, e con la complicità di tutti gli altri fascismi d'Europa, scatenerà su tutto l'uman genere il flagello sterminatore di una nuova guerra.

Il mio gesto non sarà delitto, perché riparazione di crudeltà senza numero e prevenzione di stragi ancora maggiori; non sarà assassinio perché volto contro una belva che d'umano non ha che l'apparenza: sarà un servizio reso all'umanità ed è dovere d'ogni uomo amante della libertà, d'ogni anarchico il compierlo.

Ma se io cadrò senza avere raggiunto il risultato che da tanti anni spero di raggiungere, sono sicuro che altri prenderà il mio posto. Ai tiranni non si perdona, non si deve dar tregua mai. Facciamo nostro il motto del tiranno stesso: «rendere la vita impossibile ai nemici». Nessuno più di lui è nemico del genere umano. Ebbene, noi dobbiamo cercare con tutti i mezzi ed in tutti i luoghi, di rendere la vita impossibile tanto al boia che ai suoi tirapiedi. Ce lo impongono le esigenze della lotta. La tirannia muove alla libertà una guerra spietata, senza tregua. Noi non abbiamo soltanto il diritto, ma anche il dovere di difendere nella libertà i destini dell'umanità. Accettiamo la sfida e la vittoria sarà nostra.

E se nell'opera del vindice esiste un merito, se alla sua memoria hanno da tributarsi glorificazioni; se io riuscissi nel mio disegno, quel merito non sarà stato mio, ma dell'idea che mi ha sempre animato, che mi assiste e mi incoraggia ad osare, che mi insegna quanto si deve amare la libertà, quanto si deve odiare la tirannia. Senza questa idea sarei anch'io una delle tante pecore del gregge che dà tutta la lana che può dare; senza di essa sarei uno qualunque della folla che vive alla giornata sopportando rassegnato tutte le peggiori oppressioni. Ad essa idea quindi i meriti e le glorificazioni.

L'ideale anarchico che educa l'individuo alle sublimi bellezze dell'amore sconfinato, della solidarietà sociale, della giustizia e della libertà integrali, è anche animatore dello spirito di vendetta contro il male e di distruzione per tutto ciò che è obbrobrio e vergogna. E il fascismo col suo capo sanguinario, con la sua monarchia fedifraga, è la vergogna e l'obbrobrio insieme del nostro tempo.

Questo nobile ideale anarchico ch'è tanta parte di me, ha dato molti martiri per la libertà, un grande numero di eroici giustizieri. Io non dubito che anche questa volta saprà far giustizia del macabro despota di Roma.

Se riuscirò nei miei intenti, veglino gli anarchici tutti perché alla demagogia politica sempre pronta a trar profitto del sacrificio altrui, non sia lecito travisare i meriti che avrà il gesto che sto per compiere, gesto che non può essere che anarchico. Veglino perché non si tenti di toglierne di fronte agli uomini e di fronte alla storia, l'onore e la gloria all'alto ideale che lo ispira e che, in quest'ultima tappa del mio cammino, è il solo viatico della mia coscienza: l'Anarchia».

 

Dicembre 1930.