..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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sabato 4 febbraio 2017

William Dudley 'Big Bill' Haywood e l'I W W

"There was a time when you done twice as much work, you never asked for more wages, you never kicked about bad grub and dirty bunkhouses. Why has all this changed, what is the reason?". "The I.W.W.".

"Perché tutto questo è cambiato? Qual'è la ragione?". "La I.W.W."
Queste frasi componevano una vignetta del giornale "Industrial Worker" del 26 dicembre 1912 ad opera di E. Riebe.
William D. Haywood nacque il 4 febbraio 1869 a Salt Lake City. E ancora non lo sapeva ma sarebbe diventato uno dei sindacalisti più importanti degli Stati Uniti. Presto in adolescenza Haywood inizia a lavorare in miniera e a contatto con gli insegnamenti di un minatore irlandese impara le basi della lotta di classe e si iscrive ai Knights of Labor, prima vera organizzazione di massa degli Stati Uniti. Haywood dopo alcuni anni passa al Western Federation of Miners, combattivo sindacato dei minatori dell'Ovest. Dentro questa organizzazione diviene segretario-tesoriere, e col tempo si conquista un ruolo di rilevanza e popolarità. La fiducia dei lavoratori in lui si radica dopo cicli di lotte di intensa violenza e diviene presto figura di portata nazionale, tanto che è lui ad aprire a Chicago il "Congresso continentale della classe operaia", atto fondativo della "Industrial Workers of the World", la I.W.W.
Da allora molte sono le lotte che Haywood attraversa dentro l'I.W.W. alcune vincenti come quelle dei minatori di McKees Rocks o di Spokane o del tessili di Lawrence nel 1912, altre concluse con delle sconfitte come quella straordinaria dei setaioli di Paterson. Presto però inizia a farsi strada la repressione nei confronti dell'organizzazione sindacale che nel frattempo insieme ai socialisti si era opposta all'entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. Con lo scoppiare della Rivoluzione Russa i padroni colgono l'occasione per inasprire l'attacco ai sindacati e all'opposizione socialista e comunista, la polizia ne distrugge le sedi, i militanti vengono linciati e incarcerati a migliaia. Vengono vagliate leggi speciali contro "il sindacalismo criminale" e i giornali di sinistra vengono censurati o distrutti. Haywood stesso passa due anni in prigione ed esce su cauzione, riprendendo anche se con poco successo l'attività sindacale, fino a che giunse a termine il percorso legale che lo riguardava e che avrebbe messo fine alla libertà su cauzione di fronte alla condanna a vent'anni di reclusione.
Di fronte a questa situazione Haywood viene invitato ad espatriare in Russia dai bolscevichi per il varo dell'Internazionale sindacale rossa. Egli quindi lascia gli Stati Uniti fra la delusione e il dolore dei militanti dell'I.W.W. In questa occasione e per vari motivi nasce una spaccatura insanabile tra questi ed il partito comunista statunitense profondamente filosovietico. Imbarcatosi con un passaporto falso a Hoboken di fronte a Manhattan passando di fronte alla statua della libertà pensa: "Addio per troppo tempo mi hai voltato le spalle. Me ne vado nel paese della libertà". A Mosca Haywood viene accolto come un eroe e in occasione di un dialogo con Lenin chiede se le industrie della Repubblica dei Soviet sono dirette ed amministrate dagli operai, Lenin risponde: "Sì compagno Haywood, è questo il comunismo".
Ma più che in se e per se la vita di Haywood in questa rubrica ci interessa analizzare quella che fu la più radicale organizzazione sindacale e politica del proletariato americano. Una delle differenze di formazione dell'I.W.W. rispetto al Partito Socialista Americano e alle altre organizzazioni sindacali esistenti stava nel tentativo su molti piani di organizzazione non solo della classe lavoratrice bianca o immigrata dall'Europa arrivata già politicizzata, ma anche dei cosiddetti unskilled immigrati arrivati in un secondo momento con una mansione non garantita e ridotti a fare i peggiori lavori sul mercato (molti di questi provenivano dall'Italia e dal Messico). Oltre a ciò l'organizzazione sindacale tentò di radicarsi tra i lavoratori di colore e tra le donne (molte furono le leaders I.W.W.) cercando di costruire un fronte comune degli sfruttati. Proprio per questo suo assetto composito il sindacato del gatto selvaggio poté usufruire di tutte le pratiche e le strategie rivoluzionarie che avevano attraversato le lotte sul piano internazionale. In questa esperienza vediamo insomma il tentativo di far uscire le lotte dalle fabbriche per farle entrare nella metropoli.
Un altro aspetto abbastanza interessante e caratterizzante dell'I.W.W. stava nel come veniva intesa l'organizzazione. Infatti non era contemplato (o lo era in modo minore) il riconoscimento da parte dei padroni del sindacato in quanto tale, ma l'unica legittimazione era quella operaia. Nelle vertenze sindacali non figurava la richiesta di essere riconosciuta come organizzazione. "Se mancava da parte loro l'interesse a porsi come controparte organizzativa riconosciuta dai padroni, c'era però la precisa intenzione di non congelare mai le lotte accettando contratti a termine data la loro convinzione che la forza operaia sta nella libertà di scioperare a piacere." (Primo Maggio)
Nel privilegiare lo spontaneismo, la mobilità e il ricambio degli iscritti però si insediava uno dei più grandi ostacoli al percorso dell'I.W.W. Infatti se in un certo spezzato come quello dei braccianti dell'ovest e dei lavoratori stagionali poteva essere una forma organizzativa valente, tra gli operai massa e i nuovi immigrati dell'est figli del nuovo paradigma industriale i risultati erano manchevoli. Dentro l'I.W.W. quindi si leggevano due correnti con diverse posizioni. Con lo scoppiare della guerra però la forma organizzativa si fa più stabile e le richieste dei lavoratori non sono più legate esclusivamente ai salari più alti ma anche a delle migliori condizioni di lavoro.
Uno dei grandi meriti che senza dubbio si possono attribuire all'I.W.W. sta nella capacità di saper leggere le novità del sistema capitalista e di sapercisi misurare su tutti i piani. Quindi mettere da parte l'eccessivo ideologismo da un lato e dall'altro la politica del compromesso per stare dentro i movimenti in modo radicato e intelligente. D'altro canto però il sindacato cadde di fronte alla repressione per mano padronale e davanti al problema dell'organizzazione, problema che si diede su due livelli. Da una parte l'incapacità di leggere il ruolo dello Stato all'interno del capitalismo e di comprendere la società capitalistica come totalità, dall'altra il non aver mai saputo strutturare una strategia complessiva che raccordasse le singole lotte.
In eredità da questa soggettività ci interessa cogliere e criticizzare l'intervento empirico da dentro le lotte e la capacità di sviluppo proprio da questa base di pratiche innovative e radicali (allora un esempio furono gli scioperi a "Gatto Selvaggio" e i sabotaggi).

venerdì 3 febbraio 2017

Movimento studentesco Roma 1977

Studenti e lavoratori,

il segnale lanciato dal caporione missino al suo ultimo congresso si è espresso nelle gravissime aggressioni fasciste di questi giorni contro gli studenti e i lavoratori democratici dell'ateneo romano. Lo scopo, ancora una volta, è quello di creare nel paese, che vive una grave crisi economica e sociale, e nella stessa università, un clima di provocazione e di tensione per impedire ogni ipotesi di rinascita e di cambiamento. Nell'università l'obiettivo è quello di far arretrare lo schieramento democratico unitario affermatosi con le lotte di questi ultimi anni e che recentemente si è espresso nell'elezione del Rettore Ruberti. Chiara e decisa è stata la risposta dei democratici dell'ateneo che ha respinto la violenza fascista con la grande manifestazione indetta dalla federazione unitaria provinciale CGIL-CISL-UIL. In questo quadro si è inserita la circolare sui piani di studio del ministro Malfatti. Oggi, caduta in commissione parlamentare della P.I., per l'iniziativa e la mobilitazione delle forze democratiche di sinistra, questa grave provocazione, riteniamo che si debba operare per ristabilire tutte le condizioni per un confronto civile e serio tra le varie componenti dell'ateneo e che pertanto vanno superate, ancor più in questo clima, forme di lotta che ostacolino tale confronto. Occorre quindi una grande mobilitazione e una iniziativa politica, di dibattito, di organizzazione e di lotta degli studenti e dei lavoratori contro la proposta restauratrice di Malfatti e per una nuova didattica e ricerca e per l'occupazione giovanile che rispondano in positivo ai bisogni espressi dalle lotte del movimento operaio. La mobilitazione deve caratterizzarsi con un rifiuto esplicito di una risposta individuale e di ritorsione al terrorismo fascista, richiamando le autorità preposte ad un chiaro comportamento democratico e antifascista che assicuri alla giustizia noti picchiatori e loro mandanti.

OGGI ALLE ORE 10, ASSEMBLEA nella facoltà di GIURISPRUDENZA.

AO PDUP PCI PSI SEZIONI UNIVERSITARIE
V. De Lollis 20 - 3-2-77
Cicl. in proprio

Attacco al Palazzo di Giustizia di Livorno

3 febbraio 1923: a Livorno le squadracce fasciste e nazional socialiste assediano ed attaccano il palazzo di Giustizia, all'interno del quale si trova il deputato socialdemocratico Giuseppe Emanuele Modigliani, che viene aggredito e allontanato dalla sua città.
Giuseppe Modigliani, fratello del futuro grande pittore Amedeo, è un fervente antifascista e diventerà noto l'anno successivo per la sua attività di denuncia in parlamento delle violenze squadriste, e difensore di parte civile contro gli assassini di Giacomo Matteotti.
Nel 1926, a seguito di numerosi e ripetuti attacchi, sarà costretto ad emigrare in Francia, dove continuerà la sua militanza all'interno della Concentrazione Antifascista.
Durante l'assalto al palazzo di Giustizia di Livorno, il 3 febbraio 1923, il governo fascista sta in realtà compiendo una grande battuta anticomunista in tutto il Paese, che culmina nell'arresto, lo stesso giorno, di Amedeo Bordiga, a capo del Partito Comunista d'Italia.
Come scriverà Terracini pochi giorni dopo "Il governo fascista ha aperto la grande battuta anticomunista da tempo preannunciata. Nello spazio di una settimana la polizia ha arrestato oltre 5000 compagni... Il nostro partito non piega e non cede: arrestati un quarto dei propri iscritti, sciolte le sue sezioni, privo del suo capo, il compagno Bordiga, minacciato nei suoi membri di morte e di tortura, il Partito Comunista d'Italia ha già ripreso la sua funzione e i suoi lavori".
Tra i mesi di febbraio ed aprile del 1923 verranno arrestati quasi tutti i componenti del Comitato Centrale e settantadue segretari provinciali.
Nel luglio Amedeo Bordiga e gli altri membri dell'Esecutivo, quasi tutti detenuti da febbraio, verranno rinviati a giudizio per rispondere di numerosi reati, dall'associazione a delinquere all'eccitazione alla rivolata e alla diserzione, dalla cospirazione all'odio di classe.
Assolto in questo primo processo Bordiga verrà poi inviato al confino sull'isola di Ustica nel 1926 dove, con Gramsci, contribuirà ad organizzare la vita dei prigionieri.

giovedì 2 febbraio 2017

Assalto alla sede MSI di Roma

2 febbraio 1977. Mentre alla Camera viene approvata una risoluzione che impegna il ministro dell'istruzione Malfatti, preoccupato dal precipitare degli eventi all'università, a sospendere a tempo indeterminato la circolare sui piani di studio, migliaia di giovani si ritrovano alla Sapienza, dove il giorno prima un gruppo di fascisti aveva sparato e ferito gravemente due studenti.
In 50.000 partono in corteo dirigendosi dapprima al Policlinico dove è ricoverato in gravi condizioni Guido Bellachioma e poi verso la sede del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna che viene assaltata e data alle fiamme al coro di "Sommacampagna è bruciata, la nostra vendetta è appena cominciata". A quel punto, in migliaia si dirigono verso la facoltà di Magistero che è stata occupata, quando improvvisamente in piazza Indipendenza una 127 bianca irrompe in coda al corteo. Ne escono due agenti in borghese che iniziano a sparare raffiche di colpi d'arma da fuoco. Sono le squadre speciali di Kossiga alla loro prima apparizione. Si tratta di poliziotti in borghese con mansioni speciali per le manifestazioni. Altri spari giungono dai diversi punti della piazza e dal corteo. Rimangono gravemente feriti uno degli agenti in borghese e due studenti, Paolo Tommasini, di 24 anni e Leonardo (Daddo) Fortuna, di 22 anni.
Sono da subito chiare per gli studenti le responsabilità della polizia nella sparatoria. Nel pomeriggio si tiene all'università un'assemblea indetta dal Comitato di lotta che denuncia la trappola poliziesca di piazza Indipendenza e chiede l'abrogazione della circolare Malfatti.
Intanto il PCI attraverso il suo giornale si schiera a difesa dell'operato delle forze dell'ordine e accusa gli studenti cosiddetti autonomi di essere sullo stesso piano dei fascisti. Questa presa di posizione del Partito comunista, totalmente proiettato verso il compromesso con la DC, segnerà di fatto una spaccatura insanabile con il movimento che rivendicava invece la sua autonomia dalle organizzazioni partitiche.
Per i fatti di piazza Indipendenza nessun poliziotto è stato mai processato. Paolo e Daddo furono condannati per tentato omicidio e si fecero lunghissimi anni di galera portandosi dietro le ferite di quel giorno.
L'infernale macchina repressiva di Kossiga aveva appena iniziato a mietere le sue vittime.

mercoledì 1 febbraio 2017

Volantino del comitato di lotta contro la riforma collettivo universitario autonomo 1977

Compagni,

I FASCISTI COME SEMPRE SONO LO STRUMENTO DEL GOVERNO PER FAR PASSARE LE LEGGI LIBERTICIDE E FORCAIOLE CONTRO STUDENTI E LAVORATORI. I topi di fogna ieri hanno assaltato l'università, sparato, provocato e aggredito i compagni. 3 compagni feriti tra cui Guido Bellachioma ricoverato al Policlinico con prognosi riservata. CONTRO IL RIGURGITO DELLE PROVOCAZIONI FASCISTE CONTRO LE RIFORME REAZIONARIE DELL'UNIVERSITA' E DELLA SCUOLA MOBILITIAMOCI

PRESENZA MILITANTE ALL'UNIVERSITA'

Ore 9 a matematica.

COMITATO DI LOTTA CONTRO LA RIFORMA
COLLETTIVO UNIVERSITARIO AUTONOMO

1 febbraio 1977

martedì 31 gennaio 2017

Gli scontri alla Sapienza

Nella mattinata del 1 febbraio 1977 alla facoltà di Lettere della Sapienza si sta tenendo un'assemblea del Comitato di lotta contro la circolare Malfatti. La circolare emanata dal ministro il 3 dicembre '76 vieta agli studenti di fare più esami nella stessa materia smantellando di fatto la liberalizzazione dei piani di studio in vigore dal '68. Questa iniziativa viene immediatamente intesa dagli studenti universitari come la prima mossa in vista di altri e ben più gravi provvedimenti di controriforma. È proprio durante lo svolgimento dell'assemblea che un gruppo di fascisti del FUAN, l'organizzazione studentesca del MSI, entra nella città universitaria assaltando la facoltà di Lettere. I fascisti, capeggiati da Alessandro Alibrandi, noto squadrista romano, sono armati di spranghe, molotov e pistole.
Subito si sparge la voce e da tutte le facoltà si radunano gruppi di compagni per fronteggiare l'attacco squadrista. È a questo punto che due studenti, Paolo Mangone e Guido Bellachioma, vengono colpiti da colpi d'arma da fuoco. Il più grave, Bellachioma, colpito alla nuca, viene ricoverato in fin di vita al Policlinico.
Nel pomeriggio, dopo che un corteo di un migliaio di giovani aveva raggiunto, assaltandola, la sede del MSI di via Livorno, viene occupata la facoltà di Lettere a cui Bellachioma era iscritto e viene indetta una mobilitazione antifascista per il giorno seguente.
Quella del 1° febbraio fu soltanto una delle continue aggressioni squadriste di quegli anni. Ma segnò un momento preciso e di svolta per il nascente movimento del '77.
Il Comitato di lotta denuncia l'aggressione come "tentativo delle forze reazionarie e della DC di far passare la riforma malfatti anche con il supporto dell'aggressione nera", e invita tutti gli studenti al blocco delle lezioni.
La percezione è proprio quella di un attacco repressivo contro gli studenti ben orchestrato.
Non fu che l'inizio di un anno in cui lo scontro tra il movimento e i fascisti prima e la polizia poi, sarebbe stato durissimo.

lunedì 30 gennaio 2017

Domhnach na Fola (Bloody Sunday)

13 gone not forgotten….

La mattina del 30 gennaio 1972 dal quartiere di Bogside si muove una gran folla. È stata indetta una manifestazione dal NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association) e studenti, lavoratori e anziani republicans si stringono nel freddo di quell’inverno a rivendicare parità di diritti con gli anglicani fedeli alla corona. Perché nella Derry (Londonderry la chiamano gli invasori) del ’72 per avere un lavoro o una casa popolare fa una bella differenza se sei cattolico e discendi da irlandesi, o se nelle tue vene scorre il sangue dei coloni inglesi. Può ancora avere un senso scendere in piazza, dimostrare che il partito repubblicano, il Sinn Fein, ha dei consensi ben maggiori rispetto a quella manciata di voti che le truffe elettorali lealiste gli concedono. Allora quel giorno dal Bogside non partono solo gli infiammati ragazzi dell’IRA, il 30 gennaio si sta tutti assieme.
Il governo inglese ha però deciso che quel giorno darà l’esempio. A Londra si sono stancati dei delinquenti dell’Irish Republican Army che ripetutamente mettono in discussione il potere costituito in Ulster, attaccando la polizia e facendo saltare in aria fabbriche e nodi economici del paese: il 30 gennaio si spara. Il primo battaglione paracadutisti britannico viene inviato a Derry per motivi di ordine pubblico, lascerà per terra 13 civili, un altro morirà di lì a poco per ferite d’arma da fuoco.
Non ci interessa qui ripercorrere le inchieste che la Corona Inglese utilizzò per lavarsi pubblicamente quei morti dalla coscienza, ma bensì quella traccia di odio, pulsante, che governi e polizie non sapranno mai cancellare. E l’odio che generarono i 14 di Derry fu tanto e ancora oggi Aggiungi un appuntamento per oggi porta i suoi segni. Tra i ragazzi del Bogside divenne palese che una scesa in campo democratica non avrebbe più potuto avere un senso, e il numero di militanti dell’IRA aumentò vorticosamente.
Sette anni dopo, il 27 agosto 1979, l’IRA fece saltare in aria il cugino della Regina Lord Luois Mountbatten con tre suoi accompagnatori, e 18 soldati inglesi a Warrenpoint, nella contea di Down. Quella sera stessa a Belfast, lungo la Falls Road, apparve una scritta che diceva: “13 gone not forgotten, we got 18 and Mountbatten (13 andati non dimenticati, noi ne abbiamo fatti 18 e Mountbatten)” .

sabato 28 gennaio 2017

Le carogne

C’era una volta un branco di pecore che pascolava liberamente. L’erba era tenera ed abbondante ed il prato era fiorito. Vennero i lupi. Le pecorelle tremarono di paura e ricorsero ai pastori per protezione. Ma i cattivi pastori, dopo averle munte e tosate ben bene le consegnarono ai macellai.
Questa è la vecchia favola, tante volte detta e ripetuta, sui cattivi pastori, che oggi calza più che mai a meraviglia addosso ai mestatori del ciuccialismo riformato.
Egli è fuori dubbio che il vecchio millenario sogno di uguaglianza e di libertà aveva preso la sua più completa forma nella nuova dottrina del socialismo. La borghesia tremò e nella paura divenne feroce.
Volle prevenire il pericolo e ricorse alla repressione violenta, al piombo degli scherani, al carcere, all’esilio. Al domicilio coatto.
Ma le idee non muoiono e il malcontento esplode di frequente nelle sommosse, nei moti insurrezionali, che vengono soffocati nel sangue.
Le tenebre della reazione vengono rotte da vividi bagliori d’incendio.
Più la reazione infuria e più si accende il desiderio della libertà e della vendetta.
Ma disgraziatamente il socialismo aveva il suo dato debole. Esso lasciava intatto il principio dell’autorità, e questa sua manchevolezza doveva condurlo al fallimento.
Ben presto gli elementi autoritari presero il sopravvento e incanalarono il movimento sulla falsa strada del socialismo di Stato.
La borghesia comprese che questa era la sua ancora di salvezza. Non potendo più ostacolare la marcia del proletariato, finse di seguirla. Molti elementi borghesi si infiltrarono nelle file proletarie e si diedero con ardore ad organizzare le masse nelle camere del lavoro e nelle leghe di resistenza.
Essendo essi gli elementi più colti, presero ben presto il sopravvento e accentrarono nelle loro mani tutto il movimento operaio. I lavoratori allettati dai vantaggi immediati, che conseguirono nella lotta contro il capitale, si affidarono ciecamente all’opera dei dirigenti.
Ma i cattivi pastori mentre predicavano la rivoluzione, meditavano il tradimento, ed intanto invigliacchivano le masse con l’elezionismo, facendo balenare la speranza di arrivare alla piena emancipazione colle vie legali. Il suffragio allargato compì l’opera.
Quando le masse, stanche della lunga attesa volevano venire ad un’azione energica, i bravi pastori, teneri del benessere del proletariato, si scalmanavano a consigliare la calma.
Il momento non è propizio! I tempi non sono maturi!
E i lavoratori ritornavano tranquilli all’ovile a farsi mungere, aspettando che i tempi maturassero. Aspetta cavallo che l’erba cresce.
La borghesia intanto preparava tranquillamente le armi per l’immane macello, nel quale dovevano morire milioni di operai, i più giovani, i più irrequieti, i più entusiasti per l’ideale.
Finita la carneficina, i superstiti, vistisi ancora ingannati e delusi nelle legittime speranze, vollero tentare il cimello finale per spezzare il giogo opprimente.
I condottieri compresero che non potevano più recitare l’indegna commedia e da tutti i pulpiti predicarono la rivoluzione. Ma quando giunse il momento, quando il grande esercito mobilizzato iniziava l’assalto delle posizioni nemiche coll’occupazione delle fabbriche e dei latifondi, i pastori si ritirarono in disparte, lasciando le masse disorientate. Non contenti di ciò misero mano alle pompe e con le docce fredde dei concordati e dei controlli operai fecero sbollire tutto l’entusiasmo, gettando nei cuori lo sconforto e la disperazione.
Così la rivoluzione liberatrice, che si era affacciata con tanto vigore, vilmente tradita, moriva sul nascere, dando adito alla borghesia di organizzare una feroce reazione. I rappresentanti del pus cadaverico gongolanti di gioia sentenziarono che il tempo non era ancora maturo e che pel momento conveniva rientrare nei limiti della legalità. Iniziarono così il tanto sospirato movimento collaborazionista che culminò nella salita al Quirinale di Filippo il Turacciolato e nella solenne coglionatura subita dal medesimo. Eppure il proletariato baggeo, così vilmente tradito, continua a prestar fede a tutti i pagliacci del ciuccialismo deformato, ed invece di appenderli ai lampioni, come meriterebbero, continua ad ardere loro l’incenso e ad accendere i ceri.
Forse crede in buona fede di non essere ancora maturo, o sente veramente il bisogno di essere tenuto alla catena?
Ma ecco che a disilludere anche i più ingenui, gli eroici pompieri buttano finalmente la maschera e confessano cinicamente il loro vile tradimento. Nel recente convegno di Milano, al quale presero parte quasi tutti i social traditori, più o meno deformati, forse per cattivarsi le simpatie dei fascisti e risparmiare dai randelli il loro pieghevole groppone, ovvero per conservare la medaglietta conquistata coi voti estorti ignominiosamente ai lavoratori, e per godersi tranquillamente il beneficio dell’indennità parlamentare, hanno fatto a gara nello sconfessare il loro passato rivoluzionario (?) e i loro peccati giovanili.
Fra gli altri il barbuto aragonese, con la sua faccia da sputi, ebbe l’eroico coraggio di dichiarare senza ambagi: «Noi al congresso di Roma dobbiamo ricordare i nostri avvertimenti contro le violenze, e contro il socialismo così detto di guerra, non dobbiamo parlar chiaro (finalmente!) confessando i nostri errori. È stata ad ogni modo una fortuna che torna a nostro onore l’avere impedita la rivoluzione» (giornale L’Oradel 12-9-1922).
Si poteva essere più spudorati? E voi proletari avete capito? Sono stati gli aragonesi, i turacciolati, i trampolini, e simile lordura che hanno impedito la rivoluzione. Sono stati essi che, dopo avervi spinto all’azione, vi hanno vilmente tradito e consegnato, legati mani e piedi alla reazione borghese, culminata nella violenza del fascismo.
Non contenti di ciò, questi… signori, continuano a consigliarvi la rassegnazione; e vi tentano ancora, gli scellerati, incitandovi a lasciarvi ricostruire in santa pace.
Eccoli ora smascherati e denudati. Osservatele queste immonde carogne nella loro oscena nudità; ma badate di turarvi bene il naso, perché non vi ammorbino col loro lezzo impuro.
Ed ora proletari continuate ad adorare i vostri cari pastori: ardete un cero a santo spiridione perché ve li conservi sani, onde possano ben tosarvi prima di consegnarvi al beccato. Continuate a farvi mitragliare nelle piazze, per deporre nell’urna falsa la scheda che porterà tali carogne putrefatte alla mangiatoia di Montecitorio.
Non vi persuaderete mai che di tali esseri immondi dovrebbe essere purgata e per sempre l’umanità?
Quando imparerete a far da voi stessi, a fare a meno di tutti i pastori, buoni soltanto per mungere e tosare le pecorelle mansuete e poi consegnarle al beccaio?
Solo quando riuscirete a liberarvi da tutti i prebendati, da questa brutta genia di mascalzoni, arruffapopoli, solo allora v’incamminerete a testa alta alla conquista della libertà; solo allora compirete la grande rivoluzione sociale nel solo nome dell’anarchia.

Euno (Paolo Schicchi)
(Il Vespro Anarchico, anno II, n. 33, 20 ottobre 1922)

venerdì 27 gennaio 2017

28 gennaio 1973: arresto di 10 militanti di Lotta Continua a Torino.

L'aria che si respira in Italia in quegli anni non è delle più salubri. Ovunque aggressioni, morti e stragi firmate a quattro mani da fascisti e polizia. La bomba in piazza Fontana a Milano nel '69. Il tentato Golpe Borghese del '70. Il ferimento (divenuto presto assassinio) di ...Roberto Franceschi a Milano. Solo a Torino decine sono le intimidazioni alle sedi DELL'ANPI e del PCI, a cui si aggiungono i pestaggi davanti alle scuole e all'università.
É in questo clima che il 27 gennaio 1973, il movimento studentesco indice un corteo contro le provocazioni fasciste nel capoluogo piemontese. Aderisce anche L'ANPI. Il corteo di 8'000 persone subisce un attacco da giovani militanti del MSI nei pressi di piazza della Repubblica, che porta al ferimento di alcuni studenti e di un operaio. Basta. Dopo il comizio di chiusura, una parte del corteo si sposta in corso Francia 19, davanti alla sede del Movimento Sociale. Ad aspettare i compagni, oltre ai militanti missini, ci sono i celerini pronti ad aprire il fuoco. Il bilancio è di due giovani militanti di Lotta Continua, Luigi Manconi ed Eleonora Aromando, feriti da arma da fuoco, 19 mandati di cattura e 34 perquisizioni. I 19 mandati diventano presto 25.
A sostenere l'accusa intervengono l'arresto di Guido Viale (avvenuta il 28 gennaio dopo la conferenza stampa sui fatti del giorno prima) e la confessione sotto intimidazione di un militante di 17 anni. L'ipotesi sostenuta dalla magistratura è che gli scontri del 27 siano stati orchestrati a tavolino proprio da Viale, venuto a Torino da Roma per insegnare la guerriglia urbana ai militanti piemontesi. Il teorema giudiziario fa acqua da tutte le parti, e in tutto il paese sorgono varie manifestazioni di solidarietà contro gli arresti.
Tra i compagni incarcerati c'è anche Tonino Miccichè, combattivo operaio di Mirafiori, poi ucciso nel '75 da un fascista della Cisnal durante le occupazioni di case alla Falchera (quartiere operaio di Torino). I compagni di lotta e di fabbrica di Tonino scioperano e scendono in piazza qualche giorno dopo, pretendendo la liberazione degli arrestati.
Nascono iniziative di solidarietà anche da intellettuali, politici e sindacalisti, che chiedono la scarcerazione dei compagni in un documento, il cui primo firmatario è il sen. Franco Antonicelli. Tra gli altri Colletti, Foa, Lombardi, Parri, Quazza, Revelli, Terracini, Trentin, Bobbio, Zangari, Lama, Pasolini, Calvino, Ingrao, Pontecorvo, Comencini, Volontè, Pintor, Parlato, Rossanda.
Un comunicato del Partito Radicale in merito agli arresti del 27/28 denuncia la "palese violazione dei diritti civili" sintomo della volontà di autoconservazione di un "sistema penale basato su uno stato di polizia".
A difendere i compagni interviene l'associazione Soccorso Rosso, fondata da avvocati e giuristi di sinistra durante il processo a Valpreda per i fatti di Milano del 12 dicembre '69.
Il sentore, in ogni parte d'Italia, è che il potere costituito stia cercando di creare un precedente, che si sia stancato di vedere concretizzarsi per le strade del paese un conflitto sociale mai sopito. Il quotidiano Lotta Continua titola: "La linea dei magistrati sembra quella di prendersela comoda, quella di dare una lezione."
Ma come è noto "chi semina vento raccoglie tempesta", e polizia, magistrati e vari organi di repressione non avrebbero tardato ad accorgersene.

giovedì 26 gennaio 2017

La Volante Rossa

Non è l'Italia che volevano i partigiani, quella che nasce dalla liberazione. Un poco graduale processo di riabilitazione viene messo in pratica ad ogni livello nei confronti dei fascisti. La fiducia popolare nelle nuove istituzioni repubblicane, si increspa dopo le prime assoluzioni ai processi, rese possibili anche dall'Amnistia Togliatti. Il mancato rinnovamento nei posti di potere porta ad un paradossale (a guardarlo oggi neanche tanto) ribaltamento della storia: magistrati e forze dell'ordine fasciste che difendono la repubblica, arrestando quei partigiani e operai che l'avevano liberata. A chi non va che tutto rimanga come prima non resta che organizzarsi per regolare quei conti lasciati aperti dallo stato.
Non è facile inquadrare in breve la situazione italiana di quel periodo. Quasi tutte le formazioni partigiane non hanno consegnato le armi. La Brigata Garibaldi per difesa contro le squadracce qualunquiste, monarchiche e neofasciste che hanno ripreso ad attaccare le case del popolo e le sedi del PCI; i partigiani bianchi democristiani, contro un'eventuale insurrezione rossa.
È in questo contesto che a Lambrate, nell'estate del '45 nasce la Volante Rossa - Martiri Partigiani. Il nome lo acquisisce da una precedente formazione che aveva operato nell'Ossola nel '44. È composta da ex partigiani, operai e giovani comunisti che non ritengono conclusa la guerra di liberazione.
La condotta del PCI è in quegli anni molto particolare. Da un lato le direttive sovietiche (mai disattese dalla dirigenza togliattiana) di inserirsi nel processo democratico per non squilibrare i rapporti di Yalta; dall'altro, lo schizofrenico tentativo di mantenere vicina una base sociale proiettata verso una liberazione rivoluzionaria del paese. È in questa ambiguità di atteggiamento che trovano spazio i militanti della Volante. Questi hanno la facoltà di ritrovarsi nella Casa del Popolo di Lambrate, di svolgere da servizio d'ordine nei cortei, ma non di iscriversi al partito.
Lo scopo primo dell'organizzazione, ben coperto da una facciata pubblica di circolo giovanile, è quello di pareggiare i debiti che i fascisti hanno con la giustizia popolare.
Tra le molte azioni compiute, la più famosa è quella ribattezzata degli "omicidi dei taxi", compiuta il 27 gennaio del '49 verso la fine della Volante Rossa. I fascisti destinati quel giorno a pagare il conto con la giustizia si chiamano Felice Ghisalberti e Leonardo Massaza. Il primo è colpevole di aver ucciso Eugenio Curiel, partigiano e militante comunista, il 24 febbraio del '45, e di essere stato assolto dai tribunali istituzionali; l'altro di essere una spia dell'Ovra, la polizia politica del regime, grazie alla quale erano stati fucilati diversi partigiani. Il nucleo che compie l'azione, formato da Marco (Eligio Trincheri), Lino (Natale Burato), Pastecca (Paolo Finardi), decide di condensare in un'unica volta i rischi delle esecuzioni.
La mattina del 27 Marco e Pastecca prendono un taxi per Milano, dove aspettano che Ghisalberti esca dalla trattoria dove è solito pranzare. Appena lo vedono aprono il fuoco da dentro l'auto, e poi si allontanano. Lasciano il taxista a Lambrate, e pagano la corsa dopo avergli consigliato di andare subito a denunciare il fatto alla polizia, alterando le descrizioni degli identikit. Il taxista è un comunista, e sembra capire.
La sera stessa tornano a Milano con Lino, e prendono un altro taxi fino a casa di Massaza. Lo freddano sulla porta del suo appartamento. Questa volta il taxista cerca di darsela a gambe, ma viene convinto a trattenersi. Questa volta devono insistere per pagare la corsa.