..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
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mercoledì 1 maggio 2013
Primo maggio: né patrie né padroni
Oggi non siamo qui per celebrare una festa istituzionalizzata e santificata ma per ribadire, riallacciando il filo rosso della memoria, il nostro impegno per una società senza dominio e sfruttamento.
In questa dittatura italiana, non più tanto mascherata, non c’è più spazio per le ragioni di chi ha sempre meno potere sulla propria esistenza, per le ragioni dei lavoratori licenziati, per i disoccupati, per i senzatetto, per i sottoccupati, per le centinaia di migliaia di lavoratori precarizzati, per gli immigrati. La progressiva erosione dei diritti dei lavoratori, conquistati a fatica nel corso di decenni di lotte, si riflettono nella galoppante distruzione di tutti i servizi pubblici, della sanità, della scuola, dei trasporti. Una angosciante incertezza del futuro accomuna chi lavora e chi dovrebbe entrare nel mondo del lavoro. E al fondo della piramide sociale vengono relegati gli immigrati, i nuovi schiavi della nuova economia, attaccati ferocemente da un governo autoritario e razzista che legifera istituendo norme da vero e proprio apartheid.
L’attacco spietato alle condizioni di vita e di lavoro del mondo salariato e sottosfruttato, con la scusa della crisi (scatenata dai potentati economici industriali e finanziari) sta costringendo milioni di lavoratori sulle difensive, di pari passo con una legislazione che procede come un rullo compressore a cancellare le più importanti conquiste strappate col sangue negli anni ’60 e ’70. Precarizzazione diffusa e lavoro nero legalizzato, leggi sulla sicurezza aggirate, tentativo di annullare l’articolo 18 della legge 300 (statuto dei lavoratori), danno la misura del forte attacco padronale.
Licenziamenti, delocalizzazioni, cassa integrazione, procedure di mobilità sono strumenti a cui si attinge a piene mani creando sacche di disagio sociale che, alimentando il precariato e la disoccupazione, impoveriscono il popolo per poi ricattarlo: questa è la strategia che stato e padroni portano avanti da anni.
Contestualmente alle varie forme di repressione economica, avanza sempre di più in Italia un clima politico contraddistinto da misure da stato di polizia e da persecuzioni razziali che sfumano la differenza tra fascismo movimento e fascistizzazione dello stato. Un crescente autoritarismo che si manifesta quotidianamente nel progressivo restringimento degli spazi politici del dissenso e dell’opposizione extraistituzionale, delle libertà civili e individuali, a partire dalla stessa libertà di espressione e di informazione. Dopo l’approvazione del pacchetto sicurezza, la gestione dell’ordine pubblico, affidata anche a sindaci e prefetti, è stata inasprita verso una generale criminalizzazione del dissenso e dell’opposizione sociale. In tutto il territorio italiano sono stati sgomberati o sono sotto sgombero la stragrande maggioranza degli spazi sociali liberati, così come aumentano progressivamente gli arresti e le denunce nei confronti di tutti coloro che si battono contro la macelleria sociale generata da stato e capitale. Repressione nei confronti dei militanti politici, azioni persecutorie discriminatorie nei confronti degli immigrati, dei poveri, delle minoranze – sui quali il governo scarica strumentalmente la responsabilità della grave crisi economica che attanaglia il paese, ma che in realtà è il prodotto dell’intrinseca natura predatoria e assassina del capitalismo. È politica di tutti i giorni l’esercizio sempre più sfacciato e diffuso della violenza di stato, della brutalità poliziesca, nelle piazze, nelle carceri, nei reparti psichiatrici e nei centri di identificazione degli immigrati; violenza che sfocia in veri omicidi di stato. La guerra tra poveri alimentata dal potere va contrastata con la promozione delle lotte di tutti i lavoratori, italiani e stranieri senza distinzioni, valorizzando l’autorganizzazione e l’autogestione delle lotte, la conflittualità permanente, l’azione diretta popolare, come metodo irrinunciabile per ottenere cambiamenti reali e duraturi.
Ribadendo che la lotta contro ogni sfruttamento e contro ogni oppressione debbano dispiegarsi dal basso, nell’azione autorganizzata ed autogestita contro lo stato ed il capitalismo e nell’esercizio della solidarietà internazionale, noi rinnoviamo l’impegno incessante e senza compromessi nella difesa della libertà e dell’uguaglianza, per la costruzione di una società libera e solidale, nella consapevolezza che non ci sono e non ci possono essere spazi di mediazione tra coerenza e consenso, tra radicalità e rappresentanza, tra libertà e potere.
Si sottolinea, ancora una volta, l’illusorietà dello spazio pre-politico della mediazione del conflitto sociale, col quale legare le tensioni sociali agli equilibri mutevoli e ballerini dei giochi infraistituzionali, smorzando la radicalità di quella che un tempo si chiamava la Questione Sociale.
Il 1° maggio è giorno di lotta internazionale contro i padroni e lo stato.
domenica 28 aprile 2013
1° Maggio: non una festa dei lavoratori ma una giornata di sciopero generale
Il 1° Maggio è diventata la data simbolo per i lavoratori di tutto il mondo. La sua origine affonda le radici nelle lotte operaie del 19° Secolo e nasce per celebrare la manifestazione organizzata nel 1886 dagli operai di Chicago, negli Stati Uniti, per ottenere la riduzione dell'orario di lavoro ad otto ore. Nei giorni successivi al corteo ci furono diverse manifestazioni, con più di venti lavoratori uccisi dalla polizia. Per ricordare i «martiri di Chicago», il congresso della Seconda Internazionale, riunito a Parigi il 1889, sotto la spinta di alcune organizzazioni sindacali affiliate all'Internazionale dei lavoratori, vicine ai movimenti socialisti ed anarchici che suggerirono come data il primo maggio, stabilì che a partire dall'anno successivo il primo maggio sarebbe diventata la giornata internazionale dei lavoratori. In Italia come negli altri Paesi il grande successo del 1 Maggio, concepita come manifestazione straordinaria e unica, indusse le organizzazioni operaie e socialiste a rinnovare l'evento anche per 1891, ottenendo un successo di partecipazione. Nella capitale la manifestazione era stata convocata in pazza Santa Croce in Gerusalemme, nel pressi di S. Giovanni. La tensione era alta, ci furono tumulti che provocarono diversi morti e feriti e centinaia di arresti tra i manifestanti. Nel resto d'Italia e del mondo la replica del 1 Maggio ebbe uno svolgimento più tranquillo. Lo spirito di quella giornata si stava radicando nelle coscienze dei lavoratori.
Negli Stati Uniti, o per relativo paradosso in altri paesi a regime dittatoriale, dal 1894 non si celebra il 1° Maggio. E’ stato sostituito dal Labor Day che si celebra invece il primo lunedì di settembre ed è stato completamente ripulito da ogni valenza di rivendicazione sindacale e dei diritti sociali.
Dal 1891, quindi, la ricorrenza fu resa permanente e in Italia fu soppressa durante il ventennio fascista, quando fu sostituita dal Natale di Roma, il 21 aprile, per poi essere ristabilita nel 1945. Il 1947 fu segnato dalla pagina più sanguinosa con la strage di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, nel corso della manifestazione organizzata da duemila lavoratori agricoli della zona di Piana degli Albanesi: qui, per mano del bandito Salvatore Giuliano morirono undici manifestanti e ventisette restarono feriti.
Da quasi vent'anni a questa parte, il primo maggio nella capitale ha perso ogni connotato di giornata di lotta e viene celebrato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, anche con il tradizionale concertone che si tiene a piazza San Giovanni.
Tra le manifestazioni alternative al 1° maggio “ufficiale” di Roma, ci sono storicamente la “Festa del non lavoro” che si tiene dal 1983 al centro sociale Forte Prenestino di Roma e la May Day a Milano che ci svolge dalla fine degli anni Novanta ponendo al centro le questioni della precarietà e del reddito. Nelle città diverse da Roma, si tengono invece manifestazioni per il 1 Maggio organizzate dai sindacati di base.
Per ricordare i lavoratori uccisi nel 1886, per ricordare i braccianti uccisi per mano di Salvatore Giuliano (ma come mandanti Stato e mafia), per ricordare tutti i morti sul lavoro, il 1° Maggio non deve essere la festa dei lavoratori, ma deve ritornare ad essere una giornata di lotta. Una giornata di sciopero generale, dichiarato per la parità dei diritti di tutti i lavoratori comunitari ed extracomunitari, uomini donne gay e lesbiche, per il salario garantito, per la riduzione dell’orario, per il lavoro assicurato a tutti, contro il lavoro nero e lo sfruttamento dei soliti pochi su i sempre più numerosi molti.
sabato 27 aprile 2013
Torino: migranti in lotta
“In Libia non c’era la libertà ma avevamo un lavoro, qui c’è la libertà ma niente lavoro”.
Queste le parole di un giovane profugo, durante il corteo di ieri dei profughi dell’ex villaggio olimpico. Di lì ad un paio d’ore avrebbe appreso quanto agre fosse il sapore della libertà nel nostro paese. Quel ragazzo è uno dei tanti rimasti in strada dopo la fine dell’emergenza nord africa, sancita con decreto ministeriale lo scorso 28 febbraio. Sono alcune migliaia gli uomini, donne, bambini arrivati in Italia durante la guerra per la Libia. Nessuno di loro è libico. La Libia è un paese ricco, un paese nel quale approdano i sub sahariani per trovare lavoro. La guerra e le persecuzioni del nuovo regime che li considerava complici di Gheddafi li hanno obbligati alla fuga.
Spesso sono stati gli stessi soldati di Gheddafi e obbligarli a salire sui barconi. L’ultima zampata del tiranno di Tripoli all’Italia, che, dopo aver stretto trattati di amicizia con la Libia, ha rotto ogni accordo usando i propri bombardieri contro l’ex alleato.
Grazie agli accordi tra Roma e Tripoli, la Libia era diventata il gendarme che garantiva le frontiere italiane contro migranti e profughi dalle guerre africane. Nelle tante prigioni/lager i prigionieri subivano violenze, torture, stupri, ricatti. Molti, abbandonati nel deserto, vi morivano di fame e di sete. Un lavoro sporco, che l’Italia democratica aveva appaltato al tiranno di Tripoli.
La guerra ha fatto nuovi profughi e riaperto le frontiere.
Il governo italiano, costretto a fare buon viso a cattivo gioco, ha approntato un piano di accoglienza che è servito ad arricchire le tante associazioni del terzo settore, che hanno ampiamente lucrato sulle vite dei rifugiati non garantendo nulla di quanto previsto per loro sulla carta.
Un miliardo e 300 milioni di euro dissipati nelle tasche degli avvoltoi, che oggi piangono lacrime di coccodrillo perché hanno perso la gallina dalle uova d’oro.
La speranza del governo era una rapida diaspora dei profughi. Peccato che il permesso di un anno per ragioni umanitarie non valga nel resto dell’Europa. I profughi sono rimasti intrappolati in Italia, senza casa, senza prospettive reali di lavoro, senza possibilità di cercare fortuna altrove.
Una gabbia. Perché tutto fosse legale hanno dovuto firmare un pezzo di carta nel quale “liberavano” lo Stato italiano da ogni obbligo verso di loro in cambio di 500 euro.
A Torino il 30 marzo circa duecento uomini e donne hanno deciso di fare da se, occupando due palazzine dell’ex villaggio olimpico. Domenica scorsa, dopo la casa blu e quella gialla, è stata occupata anche la casa grigia, così altre 130 persone hanno trovato casa.
Il 10 febbraio i profughi hanno deciso di andare in centro città. Al teatro Regio la nuova presidente della camera, nonché ex rappresentante dell’alto commissariato dell’ONU per i rifugiati, Laura Boldrini, inaugurava la Biennale della democrazia.
Partiti in corteo da Porta Nuova, raggiunta in treno dalla stazione Lingotto, profughi e solidali hanno percorso via Roma per giungere in piazza Castello.
La piazza era interamente blindata dalla polizia, che ha imposto al corteo di passare tra due ali di poliziotti, ingabbiando tutti i partecipanti tra transenne sorvegliate da carabinieri in assetto antisommossa e file di blindati che chiudevano il passaggio alle auto.
Le porte del Regio, nel giorno dell’inaugurazione della biennale della democrazia, erano chiuse e sorvegliate da uomini in armi. Finita la kermesse Laura Boldrini ha accettato di incontrare un gruppetto di profughi e una manciata di solidali. Ha riconosciuto le loro ragioni e fatto tante promesse. Pare che ne parlerà con il ministro dell’Interno. Persino il sindaco Fassino ha pronunciato parole di comprensione a favore delle telecamere. I profughi sono usciti con in mano un pugno di mosche, che sono subito volate via. In compenso hanno avuto una lectio magistralis di democrazia reale. Di questo potranno essere grati a Laura Boldrini, che ha offerto loro la possibilità di capire che dignità e la libertà si prendono e non si mendicano.
Vale la pena, al di là della cronaca, interrogarsi sulle apparenti anomalie che hanno segnato la gestione della fine “emergenza” nella nostra città. Parte degli enti gestori dei vari luoghi di accoglienza: dalla Croce Rossa a Connecting People all’Arci si sono resi conto che la patata era bollente e rischiavano di scottarsi. Chi si specializza nell’umanitario teme i danni di immagine di una gestione maldestra. Sebbene per loro questo sia un business come un altro, resta il fatto che farsi un buon nome o mantenerlo può essere una posta importante per chi aspira a gestire i tanti luoghi in cui si articola il controllo nel nostro paese. Hanno quindi deciso di chiudere lentamente le varie strutture, evitando di riversare in strada, tutti insieme, centinaia di profughi.
Nonostante tutto la questione continuava a scottare. I dormitori di Torino scoppiano da mesi, perché i senza casa aumentano di giorno in giorno. I profughi dormivano nelle stazioni o in alcune strutture abbandonate dai gestori ma ancora non chiuse. In strada sono finite anche persone che per motivi di salute avevano ancora diritto alla protezione.
L’occupazione delle palazzine dell’ex Moi ha tolto le castagne dal fuoco sia alle associazioni, sia ai loro referenti politici, sia al governo della città, che non era disponibile a tirare fuori dei soldi, ma non voleva fare cattiva figura.
È scattata la fiera del buonismo. Ampi articoli su Stampa e Repubblica che, lungi dal fare la solita propaganda terrorista contro le occupazioni illegali, hanno dato spazio alle ragioni degli occupanti, il prefetto di Pace ha dichiarato che la questione è umanitaria e non di ordine pubblico, il questore Cufalo ha fatto dichiarazioni tranquillizzanti, Boldrini ha incontrato, sia pure al volo, qualche profugo. Se a questo si aggiunge la relativa tolleranza verso le ben più radicali occupazioni abitative promosse da sportelli e assemblee antisfratto ne emerge un quadro nuovo rispetto a pochi anni fa, quando la crisi non mordeva tanto a fondo nel corpo vivo di Torino.
Il governo della città con il proprio sottobosco di cooperative ed associazioni amiche non riesce ad affrontare le emergenze che le loro stesse scelte politiche hanno contribuito a creare.
Decidere di affidare la gestione delle questioni sociali al manganello rischierebbe di innescare una rivolta sociale dagli esiti imprevedibili. Di qui la tolleranza per le occupazioni, le dichiarazioni rassicuranti, l’apertura al “dialogo”. Improbabile che duri, perché disoccupazione, pensioni da fame, mutui e fitti capestro, bollette da pagare, trasporti che aumentano e linee tagliate, ospedali e presidi sanitari che chiudono sono gli indicatori di una situazione sociale che non potrà che peggiorare.
La scommessa, al di là delle scelte delle istituzioni, è costruire insieme ai rifugiati un percorso di autonomia reale.
giovedì 25 aprile 2013
Torino: i rifugiati occupano
Torino, la mattina del 2 aprile più di 200 profughi insieme al Comitato di Solidarietà con Rifugiati e Migranti hanno occupato una palazzina del villaggio olimpico “Ex Moi” in via Giordano Bruno 201. La gestione affaristica dell’”emergenza nordafrica” messa in piedi dalla prefettura torinese ha lasciato queste persone senza un tetto e senza prospettive future. Parcheggiati per due anni in strutture di “accoglienza” situate nella periferia torinese sono state buttate fuori dopo due anni di mala gestione e nessun percorso di integrazione che permettesse loro una vera autonomia. Lasciati al loro destino, gli uomini e le donne, arrivati da molti paesi africani fra cui molti dalla Libia, si sono autorganizzati decidendo che una vita dignitosa non può avere mediazioni di nessun tipo.
Con questa nuova occupazione salgano a 4 gli edifici occupati da rifugiati e migranti che decidono di non fidarsi delle istituzione, costruendo percorsi di riappropiazione e trovando in modo autorganizzato soluzioni reali.
Lo Stato italiano ha fagocitato per l’Emergenza Nord Africa un miliardo e 300 milioni di euro, “parcheggiando” nei campi di accoglienza i migranti e assicurando loro esclusivamente servizi primari, senza favorire, come previsto dalla legge, autonomia e integrazione. Il progetto, avviato dallo stato italiano nel gennaio 2011, aveva lo scopo di accogliere i migranti fuggiti dagli orrori della guerra in Libia e provenienti da diversi paesi africani. La politica dell’emergenza ha cristallizato un meccanismo di assistenzialismo, dipendenza e ghettizzazione. Dopo quasi due anni le Prefetture hanno gestito la chiusura dei centri di accoglienza riversando nella strade migliaia di persone.
La casa è il primo pilastro del diritto alla vita e alla dignità.
Oggi i rifugiati autorganizzati di Torino trovano un tetto e sottraggono allo spreco una palazzina del villaggio olimpico “Ex Moi” mai utilizzata, costruita per le olimpiadi del 2006. Il Comitato di solidarietà ai rifugiati e migranti riconosce l’azione dei rifugiati autorganizzati promuovendo una solidarietà partecipata e dal basso. Invita i cittadini e le associazioni ad aiutare i nuovi abitanti, offrendo competenze e beni di prima necessità, e a sostenere il percorso di emancipazione condividendo nel tempo l’esperienza della reciproca conoscenza.
“Abitate una casa ed essa non crollerà.” (Tarkovskj)
martedì 23 aprile 2013
25 Aprile: troppo presto per festeggiare
25 Aprile, festa della Liberazione d'Italia? Semmai "festa della resistenza", visto e considerato che una vera liberazione non é mai avvenuta! Ma come, c'é qualcuno che pensa che il fascismo sia morto il 25 Aprile 1945? Spiegatemi allora da dove vengono la strage di Portella delle Ginestre, il massacro degli operai a Reggio Emilia nel 1960, gli studenti ed i lavoratori massacrati dai celerini ancora nei decenni successivi, investiti dalle camionette, uccisi da pallottole e lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo; di chi é la responsabilità della strategia della tensione e delle stragi di Stato, da Piazza Fontana in poi, chi ha messo in galera o ammazzato persone innocenti, chi ha dichiarato guerre "perché é un nostro dovere nei confronti dei nostri alleati internazionali, é una missione di pace/umanitaria", chi ha fatto (in alcuni di questi casi fa tuttora) strage di civili in Somalia, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia?
Chi sono i pochi che decidono per tutti, che pur di seguire il corso della Storia impoveriscono e gettano nella precarietà milioni di persone? Io non vedo nessuna liberazione, così come non la videro quei/lle partigiani/e che rimasero in montagna anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, che non accettarono il compromesso di una Costituzione tanto conciliante da non mettere in discussione i fondamenti dell'ingiustizia, dello sfruttamento e dell'autorità. Chi si arroga il diritto di mettere nello stesso calderone chiunque abbia partecipato alla resistenza o é un mistificatore oppure non conosce i fatti storici, ma nemmeno un po'. I "miei" partigiani non sono morti perché io potessi avere il diritto (dovere, secondo qualche zelante difensore del totalitarismo di mercato in salsa parlamentarista) di scegliere tra due o tre sfruttatori di partiti diversi andando a votare ogni cinque anni, non hanno combattuto contro l'invasione nazista per barattarla con l'invasione atlantista, non volevano cambiare il colore ad una dittatura nel nome di un ossimorico Stato socialista.
I/le partigiani/e di cui parlo non si schierarono contro il fascismo quando ormai il vento aveva cambiato direzione, ma combatterono in Italia ed in esilio, braccati in Francia o schiacciati fra due fronti fascisti (franchisti da una parte, stalinisti dall'altra) durante la guerra civile spagnola, erano le stesse persone che avevano resistito al fascismo prima che questo salisse al potere, erano gli stessi che anche in galera o al confino o nei campi di concentramento continuavano a mantener salda la loro integritá, gli stessi che spesso venivano colpiti alle spalle dai falsi amici, nel Nord Italia come a Barcellona, nelle cittá occupate dagli invasori nazisti e dai repubblichini così come era già accaduto a Kronstadt o in Ucraina. La liberazione non é mai avvenuta, la resistenza non é mai finita: cambiano i tempi, le forme di lotta, il nome e il volto dei tiranni, ma non cambiano la necessità e la volontà di lottare. Questo é il miglior modo nel presente e nel futuro per ricordare chi combatté in passato, non per governare sugli altri, non per essere declamato nei discorsi retorici di qualche potente, non per venire strumentalizzato dai partiti, non per diventare cenere, ma per essere la fiamma della rivolta che é nostro dovere tenere accesa.
sabato 20 aprile 2013
25 aprile per non dimenticare
Eravamo alle nostre case, ai nostri lavori, alla vita ordinaria. Siamo stati richiamati dalla piazza e dal rumore dei conflitti. Abbiamo udito, per troppo tempo individui disgustosi e immeritevoli fare sfregio della nostra Terra e monopolio del nome luminoso della Libertà. È giunto per noi il momento di serrare nuovamente tutte le fila, forti del nostro pensiero ideale e sicuri del nostro braccio di guerrieri e lavoratori. Il 18 dicembre 1922 a Torino le squadre di Pietro Brandimarte per vendicare la morte di due camerati, danno il via ad una feroce rappresaglia ancor oggi ricordata come “la strage di Torino”. Molti operai vengono aggrediti nelle loro case, bastonati di fronte ai loro familiari, altri vengono caricati sui camion e crivellati di colpi in riva al Po, nei prati della Barriera di Nizza, sulle strade della collina.
Fra gli undici “sovversivi” trucidati dalle camicie nere ricordiamo l’anarchico Pietro Ferrero, che era stato due anni prima uno dei promotori e degli organizzatori dell’occupazione delle fabbriche di Torino nella sua qualità di segretario della F.I.O.M. torinese. Pietro Ferrero viene catturato e dopo essere stato colpito selvaggiamente, viene legato per i piedi ad un camion e trascinato a lungo per i viali di Torino; il suo corpo ormai irriconoscibile viene abbandonato ai piedi della statua di Vittorio Emanuele II ed è identificato grazie ad una tessera della Croce Verde. Miglior fortuna ebbe l’anarchico Probo Mari, attivista dell’U.S.I. torinese, portato in riva al Po dai fascisti che gli legarono le mani dietro alla schiena e lo gettarono nel fiume. Mari riuscì però a raggiungere la riva e a farsi ricoverare in ospedale.
Gli Arditi del Popolo, forti della loro autonomia e della loro determinazione, non facendo mistero dell’intenzione di contrastare e rispondere colpo su colpo al terrore fascista, capovolsero invece la mentalità perdente, legalitaria e pacifista ad oltranza che, pervadendo il movimento socialista, esponeva l’intera classe lavoratrice all’urto dell’aggressione fascista coi suoi inauditi livelli offensivi, esercitata da soggetti addestrati e psicologicamente abituati all’esercizio della violenza nonché pagati ed equipaggiati con le armi cospicuamente offerte dai depositi militari....Il fascismo non fu sempre irresistibile; ma s’impose grazie a connivenze, errori, sottovalutazioni che sarebbero stati pagati a duro prezzo per oltre vent’anni; prima che vecchi e nuovi arditi del popolo trovassero altre armi per un’altra liberazione, in quanto come osservato dallo storico inglese Deakin: “I partigiani del 1945 rappresentavano in un certo senso i vinti del 1922”.
martedì 16 aprile 2013
La fabbrica è ovunque
La fabbrica è ovunque. È il risveglio, il treno, l’automobile, il paesaggio distrutto, la macchina, i capi, la casa, i giornali, la famiglia, il sindacato, la strada, le spese, le immagini, la paga, la televisione, il linguaggio, le ferie, la scuola, il solito tran tran, la noia, la prigione, l’ospedale, la notte. Essa è il tempo e lo spazio della sopravvivenza quotidiana, è l’assuefazione ai gesti ripetuti, alle passioni rimosse e vissute per procura e per immagini interposte.
Tutte le attività ridotte a mera sopravvivenza sono lavoro coatto; esso trasforma il prodotto e il produttore in semplici oggetti di sopravvivenza, in merci.
Il rifiuto della fabbrica universale è dappertutto perché il sabotaggio e le pratiche di riappropriazione si diffondono a macchia d’olio tra gli umani, permettendo loro di trovare ancora dal piacere a non fare nulla, a far l’amore, a incontrarsi, a parlarsi, a bere, a mangiare, a sognare, preparare la rivoluzione della vita quotidiana non dimenticando nessuna delle gioie che sono ancora alla portata di chi non è completamente alienato.
Bisogna quindi lottare coscientemente o no, per una società in cui le passioni saranno tutto, la noia e il lavoro nulla. Sopravvivere ci ha finora impedito di vivere, si tratta ora di rovesciare questo mondo alla rovescia, di far leva sui momenti autentici, condannati, nel sistema spettacolare-mercantile, alla clandestinità e alla falsificazione: i momenti di felicità reale, di piacere senza riserve, di passione.
lunedì 15 aprile 2013
Senza spargere una goccia di sangue
Abbiamo detto che il nuovo metodo di azione rivoluzionaria iniziato dagli operai metallurgici di prendere possesso delle fabbriche, se seguito da tutte le altre categorie di lavoratori, cioè della presa di possesso di tutte le fabbriche, della terra, delle mine, dei bastimenti, della rete ferroviaria, dei depositi di mercanzie di tutte le specie, dei mulini, dei pastifici, dei magazzini, delle case, ecc., menerebbe alla rivoluzione, sarebbe anzi aver fatto la rivoluzione senza spargere una goccia di sangue.
E questo, che fino a ieri pareva un sogno, oggi, dato lo stato d’animo del proletariato e la rapidità con cui le iniziative rivoluzionarie si propagano e si intensificano, incomincia a sembrare una cosa possibile.
Ma questa nostra speranza non significa punto che noi crediamo nella resipiscenza delle classi privilegiate e nella passività del governo. Noi non crediamo nei placidi tramonti. Noi sappiamo tutto il livore e tutta la ferocia della borghesia e del suo governo; noi sappiamo che oggi, come sempre, i privilegiati non rinunziano se non costretti dalla forza o dalla paura della forza, e se per un istante potessimo dimenticarlo, s’incarica di ricordarcelo la condotta quotidiana ed i propositi quotidianamente espressi dagli industriali e dal governo con le loro guardie regie, coi loro carabinieri, coi loro sgherri prezzolati in divisa o senza. Ce lo ricorderebbe il sangue dei proletari, il sangue dei nostri compagni assassinati.
Ma noi sappiamo pure che il più violento dei prepotenti diventa buono se ha la sensazione che le botte sarebbero tutte sue.
Ed è per ciò che noi raccomandiamo ai lavoratori di prepararsi alla lotta materiale, di armarsi, di mostrarsi decisi a difendere e ad attaccare.
Il problema è e resta, un problema di forza.
Il senza una goccia di sangue, se preso alla lettera, resterà, purtroppo!, un modo di dire; ma è certo che più i lavoratori saranno armati, più saranno decisi a non arrestarsi a nessuna estremità, e meno sanguinosa sarà la rivoluzione.
Questa nobile aspirazione di non spargere sangue o di spargerne il meno possibile, deve servire di sprone a prepararsi, ad armarsi sempre di più. Poiché più saremo forti e meno sangue correrà.
(Tratto da: Umanità Nova n° 170 del 13 settembre 1920)
venerdì 12 aprile 2013
Dal congresso di Saint Imier
La distruzione d'ogni potere politico il primo dovere del proletariato.
L'organizzazione d'un potere politico provvisorio sedicente rivoluzionario e capace d'accelerare la distruzione dello Stato, non può essere che un inganno di più e sarebbe tanto pericolosa come i governi oggi esistenti.
Respingendo ogni compromesso al fine di attuare la rivoluzione sociale, i proletari d'ogni paese devono stabilire, al di fuori di ogni politica borghese, la solidarietà dell'azione rivoluzionaria.
La libertà e il lavoro sono la base della morale, della forza, della vita e della ricchezza dell'avvenire. Ma il lavoro se non è liberamente organizzato si trasforma in oppressione e per evitare ciò l'organizzazione libera del lavoro è una condizione indispensabile della vera e completa emancipazione del proletariato. Il libero esercizio del lavoro necessita il possesso della materie prime e del capitale sociale. E' impossibile organizzare il lavoro se l'operaio, emancipandosi della tirannia politica ed economica, non conquista il diritto di svilupparsi completamente in tutte le sue facoltà. Ogni stato, ogni governo ed ogni amministrazione delle masse popolari, sono necessariamente fondate sulla burocrazia, sull'esercito, sullo spionaggio, sulla chiesa, ed è per questa ragione che non potranno mai realizzare una società basata sul lavoro e sulla giustizia. L'operaio non potrà mai emanciparsi dall'oppressione secolare, se allo stato assorbente e demoralizzante non sostituirà la libera federazione dei gruppi produttori fondati sull'eguaglianza e la solidarietà. L'organizzazione anarchica è un fattore di forza tale che anche nelle condizioni attuali non si può rinunciarvi. In essa il proletariato fraternizza nella comunità d'interessi, si esercita alla vita collettiva, si prepara alla lotta suprema.
All'organismo privilegiato e autoritario dello Stato si dovrà sostituire l'organizzazione libera e spontanea del lavoro, che sarà una garanzia permanente del mantenimento dell'organismo economico contro quello politico. Lasciando alla pratica della rivoluzione sociale i dettagli dell'organizzazione positiva.
Lo sciopero sarà per noi un mezzo prezioso di lotta. Noi l'accettiamo come un prodotto dell'antagonismo fra lavoro e capitale. In questo antagonismo gli operai diventeranno sempre più coscienti dell'abisso che esiste fra la borghesia e il proletariato. Attraverso le piccole lotte economiche il proletariato si prepara alla grande lotta rivoluzionaria che distruggerà tutti i privilegi e le classi e darà all'operaio il diritto di godere del prodotto integrale del suo lavoro e con questo gli procurerà i mezzi di sviluppare tutta la sua forza materiale e intellettuale e morale.
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