Democrazia: parola che deriva dal greco
(demos = popolo, crazia = governo) e che vuol dire forma di governo che si basa
sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanza elettive, e che
garantisce ad ogni cittadino la partecipazione, su base di uguaglianza,
all’esercizio di potere pubblico [fonte Treccani.it].
Noi viviamo in un paese democratico che,
come tutti gli altri paesi democratici, utilizza il sistema elettivo per
garantire la partecipazione del popolo alla vita del paese. Ma la realtà è
questa?
Beh, per un verso si, ma solo per uno:
si eleggono i propri rappresentanti. Ma siamo proprio sicuri che gli elettori
partecipino alla vita del paese? Ed i rappresentanti eletti fanno gli interessi
del popolo o i loro?
Alla resa dei conti a me sembra che la
democrazia è un inganno. Non pensate certo che il popolo scelga il lusso per
pochi e la povertà per parecchi e l’incertezza e l’instabilità economica per
moltissimi. Ciò vuol dire che per quanto buono possa essere teoricamente il sistema sociale della
democrazia, praticamente non elimina i vizi d’origine che perpetuano le
ingiustizie, nonostante le altisonanti solenni dichiarazioni di benessere
sociale.
Praticamente col sistema elettivo i
cittadini scelgono (democraticamente ovviamente) i pochi che devono arricchirsi
governando i tanti. La democrazie, col suo doppio fondo di falsità, è come una
cravatta lussuosa su un vestito dimesso e consumato e talvolta anche lacero:
essa rende più grottesco l’insieme.
Democrazia diventa, quindi, solamente
una parola che riempie la bocca di tanti falsi paladini della libertà e
dell’uguaglianza. Cambiano i governi, cambiano gli eletti, cambiano i partiti,
tutti eletti (democraticamente ovviamente) dal popolo, ma l’unica cosa che non
cambia sono le condizioni sociali di eletti ed elettori; vivere nel lusso,
nell’agiatezza, nelle agevolazioni e nella libertà di azione (leggi corruzione)
per i primi, e continuare a vivere nella miseria, nella povertà,
nell’incertezza del domani, nell’oppressione totale per i secondi.
L’unica alternativa alla società
democratica è la società anarchica.
La società libertaria, antiautoritaria,
si basa sulla consapevolezza che tutte le persone possono avere interessi,
idee, comportamenti differenti. Le assemblee rappresentano il luogo dove queste
diversità si confrontano e in cui gli obiettivi particolari vanno incontro a
quelli generali e viceversa. Se nonostante questo qualcuno non condividesse gli
indirizzi generali, ebbene, gli sarà data la possibilità di fare di testa
propria, a patto di basare il suo agire sulla propria forza e di non sfruttare
il lavoro altrui e di non ricercare situazioni di privilegio rispetto ad altri.
Nei suoi confronti verrà in pratica adottato un metodo e un principio libertario.
Non sarà cacciato via, sarà messo in condizione di vivere alla sua maniera, con
possibilità di cambiare idea quando vorrà. E questo vale per gli individui ma
anche per i gruppi.
Potrà verificarsi anche che siano gli
altri a cambiare idea e quindi ad adottare il metodo o l’indirizzo del singolo
o del gruppo di “minoranza”.
Va detto comunque che in una società
libertaria i concetti di maggioranza e minoranza perderanno il senso che gli si
attribuisce nella società democratica contemporanea. Oggi la maggioranza, o
comunque quella che scaturisce come tale dai riti elettorali, assume
automaticamente il potere; maggioranze assolute o relative governano e
impongono leggi a tutti. Anzi, voltando pagina, una minoranza di eletti in
parlamento, che dice di rappresentare la maggioranza della popolazione, emana
leggi e direttive senza che i rappresentati, cioè la stragrande maggioranza
della popolazione, possono far nulla per cambiarle se non le condividono. Gli
stessi referendum non sono altro che una delega al parlamento a rivedere o
rifare leggi che il responso delle urne dovrebbe poter abrogare.
Ma poi che senso ha, nella situazione
attuale ad esempio, parlare di maggioranza se il 50% degli aventi diritto non
va a votare? Se chi vince le elezioni ottiene (nella più ottimistica delle
previsioni) il 51% dei voti, alla fine dei conti la cosiddetta “maggioranza”
risulterebbe un po’ più del 25% effettivo degli aventi diritto; ma siccome i
vincitori di elezioni dicono di rappresentare la maggioranza della popolazione,
allora faccio notare che se prendessimo in considerazione tutta la popolazione,
quindi anche i non aventi diritto a votare, i minori di 18 anni ad esempio
(anche loro hanno diritto di espressione), la percentuale di cui sopra
diminuirebbe ancora.
La volontà della casta dei
rappresentanti va sempre rispettata, e i vari riti elettorali non mettono mai
in discussione il meccanismo, semmai solo il tipo di gestione che se ne fa.

Nessuno può stabilire chi sia nel giusto
e chi dica una cosa sbagliata. Il fattore numerico non è garanzia di questo.
Tanto è vero che spesso le minoranze hanno combattuto cause giuste riuscendo
alla fine a convincere gli altri delle loro ragioni. Non solo, chi ha il potere
ha anche gli strumenti nelle sue mani per poter manipolare l’opinione pubblica
e costruirsi dei consensi maggioritari. È sempre stato così, e a maggior
ragione lo è oggi. Questo sistema penalizza la libertà individuale, scavalca
gli individui che non condividono determinate sue scelte. Pensate a quante
bestialità sono state decise a colpi di maggioranza parlamentare; guerre,
tasse, aumenti dei prezzi, progetti inquinanti … E a chi non era d’accordo non
rimaneva che l’opposizione nelle piazze, l’obiezione di coscienza, l’atto di
protesta individuale o collettivo, in pratica sottrarsi al gioco
democratico/parlamentare. Eppure non sempre (anzi, quasi mai) quella
maggioranza aveva ragione.
Una società anarchica è impostata al
massimo rispetto di tutte le individualità e di tutte le posizioni, che devono
trovare giusta collocazione e giusto spazio. In questo tipo di società ideale
non verrà certo abolito il conflitto, quindi non ci sarà un appiattimento
generale, ma verrà incanalato in maniera costruttiva. Ogni dubbio, ogni
divergenza contribuirà a stimolare la ricerca del meglio e a rendere vivace e
ricca la discussione; a tale proposito mi viene in mente uno slogan del
movimento studentesco negli anni ’70 che diceva: “Dallo scontro nasce la
creatività”.
L’anarchia sarà messa alla prova più dai
dissensi che incontrerà che dai consensi, il clima di libertà favorirà la
diversità di opinioni e arricchirà il confronto. Se la diversità si
trasformasse in conflitto, sarà la capacità di gestirlo a definire la riuscita
e la tenuta dell’esperimento sociale.