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lunedì 30 gennaio 2023
domenica 29 gennaio 2023
Contro il 41 bis. Per una società senza galere
Il carcere è
un’istituzione totale prodotto di una società basata sul dominio e sullo
sfruttamento. Lungi dall’essere una soluzione ai problemi sociali, rappresenta
una delle tante facce della violenza degli stati.
In Italia le condizioni
di detenzione nelle carceri sono in costante peggioramento da anni:
sovraffollamento e abusi fisici e psicologici sono la “normalità” di una
situazione sempre più intollerabile, e di questo ne fanno fede i sempre più
numerosi suicidi.
Le condizioni di
esistenza di chi si trova in regime di 41bis o di Alta Sorveglianza risultano
ancora più inaccettabili. In questi casi si può parlare di vera e propria
tortura psicofisica per le pesantissime condizioni di isolamento e
deprivazione.
L’ergastolo così come
l’articolo 41 bis sono orrore istituzionalizzato, indegno di qualsiasi società.
Al di là dei proclami pelosi sulla necessità di ‘recupero’ del detenuto e della
detenuta alla normale vita sociale, queste pene inflitte palesano in che
considerazione le classi dominanti tengano coloro che incappano nelle reti della
loro ‘giustizia’: rifiuti da isolare in quella discarica sociale che sono le
carceri.
Perfino la Corte
Costituzionale se ne è accorta, dichiarando queste misure incostituzionali già
da 2021. Il nuovo Governo, continuando la prassi dei precedenti, ha invece
ribadito l’applicazione dell’ergastolo ostativo.
Da anni assistiamo
all’accanimento particolare delle istituzioni repressive contro il movimento
anarchico con teoremi giudiziari sempre più fantasiosi e condanne sempre più
pesanti anche per episodi di normale conflitto sociale. Di fatto nei confronti
del movimento anarchico viene applicato quel “diritto penale del nemico” sulla
base del quale si viene giudicati non tanto per le azioni commesse ma quanto
per le proprie idee.
Questo accanimento si
riverbera anche contro i detenuti e le detenute che rivendicano il loro ideale
anarchico e che, sempre più spesso, vengono sottoposti/e ai regimi carcerari
più duri, da ultimo il 41bis.
Da mesi Alfredo Cospito
ha iniziato uno sciopero della fame ad oltranza per essere tolto dal regime del
41Bis, mentre altr* detenut* hanno a loro volta iniziato uno sciopero della
fame in solidarietà.
Sosteniamo la loro lotta
così come tutte le lotte portate avanti dai detenuti e dalle detenute in tutte
le carceri per rivendicare condizioni di esistenza meno opprimenti, per la
chiusura definitiva del 41bis e degli altri regimi di carcerazione speciale.
Nella nostra storia
abbiamo conosciuto la barbarie delle leggi scellerate, il confino, l’esilio,
l’eliminazione fisica; non sono mai riusciti nel loro intento: la fame di
libertà e di giustizia sociale è più forte di ogni cosa.
venerdì 27 gennaio 2023
Alpini. Revisionismo di stato
La scritta “No a tutti
gli eserciti!” è comparsa questa notte sul basamento del monumento agli alpini
nell’area del giardino roccioso del parco del Valentino.
Il 26 gennaio è la
“Giornata nazionale dedicata alla memoria e al sacrificio degli alpini”.
Istituita nel maggio del 2022, sarà celebrata ogni anno “in ricordo
dell’eroismo dimostrato dal corpo d’armata nella battaglia di Nikolajewka del
26 gennaio 1943”, durante la seconda guerra mondiale. L’intenzione sin troppo
esplicita è celebrare l’avventura dell’ARMIR, il corpo di spedizione italiano
inviato in Russia da Mussolini per sostenere l’aggressione della Germania
nazista contro l’Unione sovietica.
Il 26 gennaio, un giorno
prima della giornata della memoria, in cui si ricorda lo sterminio di ebrei e
rom europei nei campi nazisti e le leggi razziali in Italia durante la
dittatura, si celebra la guerra voluta dal governo fascista e i valori
patriottici che la giustificarono.
Un vero revisionismo di
Stato.
Questa celebrazione, che
rimette al centro l’interesse nazionale e la retorica patriottica, come
elemento fondante del militarismo dei giorni nostri, produce un eccesso di
memoria ai danni della storia.
Il 26 gennaio del 1943,
le truppe italiane e tedesche avevano ormai perso la guerra sul fronte russo.
Gli alpini inviati nella ghiacciata pianura erano completamente circondati
dalle truppe sovietiche. La battaglia di Nikolajewka servì a garantire una via
di fuga ai soldati. Una fuga disastrosa, nel cuore dell’inverno russo, nella
quale morirono tantissimi poveracci inviati al fronte per il duce e per il re.
L’umana pietà per quei
proletari inviati al macello, sentimento condiviso da tanti nel nostro paese,
non può e non deve tradursi in esaltazione patriottica di una guerra di
invasione a fianco dei nazisti.
Oggi in quelle stesse
terre si combatte una guerra durissima tra gli imperialismi dei giorni nostri,
tra l’esercito ucraino, sostenuto attivamente dalla NATO, e il blocco russo. A
perdere, ancora una volta, sono i poveri che non hanno via di fuga, che patiscono
le bombe, l’occupazione militare, le violenze infinite che ogni guerra permette
e giustifica. La cornice è sempre la medesima, quella di opposti nazionalismi,
supposti scontri di civiltà, ma la partita vera è quella del controllo di
risorse e territori, per gli interessi di chi si arricchisce sulle vite degli
oppressi e degli sfruttati.
L’Italia a guida fascista
è in prima linea. In meno di un anno è aumentato di cinque volte il numero dei
militari italiani schierati in Europa orientale alle frontiere con Ucraina,
Russia e Bielorussia. Sui 7.000 effettivi impiegati attualmente in missioni
internazionali quasi 1.500 operano in ambito NATO nel “contenimento” delle
forze armate russe. A partire dal 2014 l’Alleanza atlantica ha dato vita ad
un’escalation bellica sul fianco est come mai era accaduto nella sua storia.
Nelle Repubbliche baltiche, in Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria, sono
state realizzate grandi installazioni terrestri, aeree e navali, sono state
trasferite le più avanzate tecnologie di guerra, sono state sperimentate le
strategie dei conflitti globali del XXI secolo con l’uso dei droni e delle armi
interamente automatizzate, cyber-spaziali e nucleari.
In Italia ci sono le basi
da cui partono i droni impiegati in missioni di spionaggio, da queste stesse
basi, se vi fosse un allargamento del conflitto, possono partire droni e
bombardieri armati con ordigni nucleari.
Il capo del Distretto
Aerospaziale del Piemonte è oggi ministro della Difesa. Un fascista legato a
filo doppio all’industria armiera italiana, pronta a realizzare a Torino la
Città dell’Aerospazio, nuovo polo di ricerca e progettazione di sempre più
sofisticati ordigni bellici, con il coinvolgimento diretto del Politecnico che
avrà un suo spazio all’interno della nuova città delle armi. Armi che già ora
sono impiegate nei conflitti di mezzo mondo.
Un coinvolgimento diretto
di truppe italiane nella guerra in Ucraina è possibile. Senza dimenticare le 40
missioni militari all’estero in cui sono impiegati militari italiani.
Gli alpini sono stati e
sono oggi in prima fila nelle guerre cui l’Italia ha partecipato in questi
anni. Sei mesi all’estero e sei mesi nel controllo militare delle città –
operazione “strade sicure” – o nei cantieri militarizzati della Valsusa.
Il cerchio si chiude. Una
battaglia fascista per celebrare la guerra di Mussolini e per rilanciare le
nuove avventure imperialiste dell’Italia.
Il 26 gennaio dovrebbe
essere un giorno di lutto. Lutto per i milioni di civili morti in quella guerra
che ha insanguinato l’Europa. Lutto perché, dalle ceneri del fascismo, un
governo che si ispira a quell’epoca riesuma la retorica patriottica, la guerra
di conquista, gli orrori del colonialismo.
Fermiamoli prima che sia troppo tardi.
giovedì 26 gennaio 2023
Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte seconda
![]() |
Carcere Pietroburgo |
Il trattamento che ricevette qui avrebbe distrutto una
fibra meno solida della sua. Gli vennero negati
ogni assistenza legale e il permesso di scrivere e ricevere lettere. Poteva
disporre soltanto di mezz'ora di “aria” al giorno, durante la quale passeggiava
su e giù per il corridoio guardato a vista da sei uomini armati di fucile. Non poteva
neppure raggiungere il cortile per l'aria, perché le autorità temevano che con la
sua oratoria ormai leggendaria egli potesse
convincere gli animi e suscitare sommosse. Ma neppure queste inumane persecuzioni
tranquillizzano le autorità. Dopo nove mesi di questo trattamento si sparge la voce
che gli amici del rivoluzionario hanno un piano per liberarlo. Di conseguenza Bakunin
viene trasferito alla fortezza di Olmiitz e incatenato al muro. Due mesi dopo, un
tribunale militare Io condanna per alto tradimento. Ancora una volta il potere cerca
di disfarsi di Mikhail Bakunin: la condanna è all'impiccagione. Ma ancora una volta
avviene qualcosa che rimanda l'appuntamento
con la morte. Bakunin era un ufficiale russo: e lo zar lo richiese perché voleva
ammazzarlo lui. Gli austriaci lo accompagnarono alla frontiera e lo consegnarono ai russi, che lo caricarono di catene
ancora più pesanti. L'eroe giovanile e romantico si avvia a diventare un martire.
Lo zar lo fece rinchiudere nella fortezza Pietro e Paolo di Pietrogrado, e la tortura
gli estorse una di quelle «confessioni» di cui sono specialiste le polizie segrete
e di cui il potere si serve per umiliare gli avversari politici. Verso il 1840,
Bakunin aveva scoperto il socialismo e l'anarchismo francesi, all'incirca un paio
d'anni prima di Marx; e come Marx, a contatto delle idee francesi aveva ripudiato
l'ideologia tedesca. Ora vuole «la Chiesa universale e autenticamente democratica
della libertà», paradigma dell'aspirazione
rivoluzionaria del suo secolo. Ma dopo l'isolamento, la catena, la tortura, la galera,
tutto ciò, insomma, che gli ha fatto cadere i capelli e i denti, ha un solo problema:
riacquistare la libertà personale per continuare la lotta. Non vuole più marcire
nell'umida gabbia che non gli consente neppure di stare diritto in piedi. La sua
confessione allo zar Nicola I ha dunque un carattere strumentale: ingannare il tiranno,
uscire di galera. Ma Bakunin non è un uomo capace di mentire: in lui anche il calcolo,
il cinismo politico si colorano di una patetica vena di autenticità, come quando
ammette che aveva potuto credere alla rivoluzione finale «solo con uno sforzo sovrannaturale
e doloroso, soffocando a forza la voce intima
che mi sussurrava l'assurdità delle mie speranze».
«Ora auspico una dittatura illuminata ma
impietosa, esercitata per il popolo».
Davanti allo zar
Bakunin evoca il sogno di un impero slavo rivoluzionario. Il tono è ossequiente
in modo palese, ostentato. Ma si tratta solo di doppio gioco per ingannare lo zar
e riavere quella libertà che serve al rivoluzionario per ordire la caduta dello
zarismo? Questa è la molla contingente e forse la fondamentale, ma Bakunin è un
russo, e i suoi modelli politici sono quelli panslavi ereditati dalla tradizione,
e rafforzati dalla forza di convincimento della galera e della tortura. Quando la
sorella più amata andò a trovarlo, Bakunin le fece passare un biglietto disperato: «Non potrai mai capire che
cosa significa sentirsi sepolto vivo, dire a se stesso a ogni momento del giorno e della notte: sono uno
schiavo, sono annientato, ridotto all'impotenza a vita, udire nella propria cella
i prodromi della prossima lotta che deciderà gli interessi più vitali del genere
umano ed essere forzato a rimanere inattivo e silenzioso, essere ricco di idee,
alcune delle quali, almeno, potrebbero essere belle, e non poterne attuare nemmeno
una; sentire l'amore in petto, si, l'amore, a dispetto della pietrificazione esteriore,
e non poterlo spendere per niente e per nessuno, sentirsi pieno di devozione e di
eroismo verso una causa sacra e vedere il proprio entusiasmo che s'infrange contro
quattro mura nude, uniche mie confidenti». Il doppio gioco, le suppliche della famiglia
Bakunin non servirono. Lo zar aveva deciso: il rivoluzionario doveva morire.
lunedì 23 gennaio 2023
Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte prima
Mikhail Bakunin era nato l’8 maggio
Era stato
ufficiale di artiglieria in Russia, e sapeva come si conduce all'attacco una colonna
e si organizza una difesa.Con la sua corporatura imponente,
con la sua parola appassionatamente popolare, fa pensare a un “bandito” patriota
come Garibaldi. Bakunin però non diventò un patriota russo, un eroe nazional-popolare,ma
portò l'idea stessa della rivoluzione internazionalista in tutto il mondo. Partecipò alle giornate di febbraio, nel
1848, con la Guardia Nazionale Operaia di Parigi, all'insurrezione di Praga, di Dresda. In quest'ultima città fu in
pratica l'unico che nel 1849 seppe organizzare
la resistenza, e che si batte fino all'ultimo, anche se non aveva un grande interesse
a questa rivolta cui aveva aderito dietro sollecitazione del musicista Richard Wagner,
allora direttore dell'Opera di Dresda. Arrestato dai prussiani e condannato a otto
anni di carcere, dopo tredici mesi passati in prigione a Dresda e nella fortezza
di Kongstein, una notte lo trascinarono fuori dalla cella per decapitarlo: a sua
insaputa era stato condannato a morte. All'ultimo momento la pena venne commutata nell'ergastolo, ma fu consegnato
all'Austria che ne aveva chiesto l'estradizione onde processarlo per la rivolta
di Praga. Conclusione: Bakunin venne rinchiuso nella cittadella di Hradcin, dopo
essere stato consegnato a Praga come prigioniero di guerra.
venerdì 20 gennaio 2023
20 Gennaio 1893: I Fasci Siciliani di Caltavuturo
Il 20 gennaio di quest’anno ricorre il 130° anniversario
della strage di Caltavuturo. Probabilmente nei nostri Comuni non assisteremo ad
alcuna celebrazione della ricorrenza; sicuramente non leggeremo niente a riguardo
sui giornali né tantomeno né sentirete parlare in televisione. Di quella data e
della cornice storica in cui si inseriscono i tragici eventi di cui sto per raccontare
si è semplicemente preferito perdere la memoria, come se non fossero mai accaduti.
Ma andiamo per ordine: centotrenta anni fa, tra il 1891
e il 1894, nasceva nelle città e nelle zone rurali della Sicilia, il movimento dei
Fasci dei Lavoratori Siciliani, al quale aderirono spontaneamente migliaia tra operai,
contadini, artigiani e intellettuali.
Il movimento dei Fasci aveva come obiettivo quello di
contrastare il latifondo agrario, di ribellarsi alle prerogative di una monarchia
sempre assente e lontana dai problemi del popolo e di raggiungere più degni livelli
di giustizia sociale e di libertà.
Una delle sue caratteristiche più rivoluzionarie fu quello
di riservare alla figura della donna un ruolo preminente. Proprio le donne ebbero,
in particolare a Piana degli Albanesi, funzioni di primo piano e si assisteva per
la prima volta nell’isola ad un tentativo organizzato di richiedere un’emancipazione
del ruolo femminile oltre ad una più generale rivendicazione di lavoro e di diritti.
Diversi furono i Fasci fondati in Sicilia. Uno dei primi
fu quello di Catania nel 1891, ma quelli più organizzati sorsero a Corleone, Piana
degli Albanesi e a Palermo.
A Corleone il 30 luglio del 1893, si riunirono tutti
i Fasci della provincia di Palermo, per elaborare quello che venne denominato il
“Patto di Corleone”, da più parti considerato come il primo esempio di contratto
sindacale redatto nell’Italia dell’epoca.
Per capire per cosa lottava quella povera gente occorre
menzionare quelli che erano i patti colonici più diffusi nell’800 in Sicilia: la
mezzadria ed il terratico. Con la mezzadria il proprietario metteva a disposizione
del colono la terra, anticipando le sementi e quest’ultimo era invece tenuto a svolgere
tutti i lavori necessari per la produzione; il raccolto veniva poi ripartito in
modo sistematicamente iniquo e penalizzante per il colono. Si andava da una divisione
a metà del raccolto fino ai casi in cui la suddivisione prevedeva l’attribuzione
dei due terzi al proprietario e solo del restante terzo al colono. Alla base del
contratto di mezzadria, dunque, c’era sempre lo sfruttamento del colono da parte
del proprietario. Il contadino e in modo particolare il mezzadro che usava i suoi
muli e la sua attrezzatura per lavorare la terra, finiva poi spesso per essere con
questi indebitato in modo permanente.
Inoltre il contratto tra le parti era sempre verbale
e così i proprietari avevano gioco facile nel negare le condizioni precedentemente
pattuite, abusando del lavoro dei contadini. Come se ciò non bastasse, della sua
quota il mezzadro doveva cederne una parte che il proprietario distribuiva tra i
campieri. Questi lasciti erano in realtà tributi che il contadino era obbligato
a pagare in cambio di protezione. Il ”terratico” era per il contadino, un patto
ancora più svantaggioso di quello di mezzadria. Infatti, mentre con la mezzadria
il compenso dovuto al proprietario era proporzionato al raccolto, nel terratico
il colono doveva versare al proprietario una quota fissa, in denaro o in natura,
indipendentemente dall’esito dello stesso; bastava quindi una cattiva annata per
costringere il terratichiere a rivolgersi all’usuraio o a vendere quel poco di cui
disponeva per far fronte alla quota dovuta.
In questo contesto, la fame e la miseria, il desiderio
di riscatto sociale e di giustizia indussero migliaia di contadini nell’autunno
del
Tuttavia, la pressione politica dei latifondisti si era
tutt’altro che affievolita e questi riuscirono a condizionare il governo statale
presieduto dal siciliano Francesco Crispi che acconsentì a mettere in atto politiche
repressive contro il movimento stesso.
Proprio a Caltavuturo il 20 gennaio 1893, 11 contadini
sui 500 presenti, trovarono la morte ritornando da un’occupazione simbolica del
demanio comunale che il Sindaco del tempo aveva da mesi promesso di assegnare loro. A seguito di una sassaiola ingaggiata contro l’esercito regio, quest’ultimo incitato
dai campieri mafiosi reagì aprendo il fuoco sulla massa inerme e inseguendo i contadini
in fuga perpetuò una delle stragi più brutali di quegli anni.
Nei mesi a seguire gli atti violenti si moltiplicarono.
In ordine cronologico: Giardinello, 10 dicembre 1893,
l’esercito spara sui dimostranti di una manifestazione, provocando 11 morti e numerosi
feriti. Monreale, 17 dicembre 1893, viene aperto il fuoco su una manifestazione
contro i dazi: diversi i morti e i feriti. Lercara Friddi, 25 dicembre 1893, 11
morti e numerosi feriti. Pietraperzia, 1 gennaio 1894, si spara su gente che manifesta
contro le tasse. I morti alla fine sono in numero di 8 e 15 i feriti. Nella stessa
giornata a Gibellina i morti furono 20 e numerosi i feriti. Belmonte Mezzagno, 2
gennaio 1894, 2 morti; Marineo, 3 gennaio 1894, 18 morti. Santa Caterina Villarmosa,
13 morti e diversi feriti.
Il bilancio finale fu tragico: più di 100 i morti complessivamente
conteggiati nell’intera isola e oltre 3.500 i lavoratori arrestati e incarcerati.
Il Governo Crispi il 4 gennaio del 1894, decretò lo stadio
di assedio della regione affidando pieni poteri al generale Morra di Lavriano.
L a condotta del generale Morra fu assai cruenta. Diede
l’ordine di arrestare i dirigenti dei Fasci e in più di 70 paesi vennero condotti
arresti di massa.
Più di 1000 persone furono costrette al soggiorno obbligato
nelle isole minori, spesso anche perché semplicemente sospettate di essere simpatizzanti
del movimento. Le libertà individuali, di stampa, di domicilio, i diritti di associazione,
vennero sospese. Si stava infliggendo un colpo duro a quello che in Europa fu uno
dei movimenti di protesta più organizzati, paragonabile senza timore di cadere in
esagerazioni, alla Comune di Parigi. E lo si faceva con le armi e col fuoco dell’esercito
regio e con la collaborazione della mano mafiosa al soldo del latifondo agrario.
Di quei fatti di sangue e del confino di massa narra anche un articolo dell’epoca
del Corriere della Sera. Il movimento dei Fasci Siciliani produsse dirigenti di
spessore, del calibro di Rosario Garibaldi Bosco, Bernardino Verro e Nicola Barbato,
solo per citarne alcuni. In particolare a quest’ultimo si sarebbe ispirato, diversi
anni dopo, attribuendosi il nome di battaglia il partigiano Comandante Pompeo Colajanni
“Barbato” che ebbe un ruolo centrale nella liberazione di Torino il 28 aprile del
Il cinema si è interessato all’argomento con il film
documentario di Nella Condorelli, “1893. L’INCHIESTA”. La pellicola narra di questa
pagina rimossa dalla memoria storica nazionale attraverso l’inchiesta, anch’essa
dimenticata, condotta dal giornalista veneto Adolfo Rossi per il quotidiano romano
La Tribuna. Rossi, nel 1894, per un mese intero, percorse a dorso di mulo le trazzere
della Sicilia, raccogliendo le voci dei contadini e degli zolfatari dei Fasci in
lotta.
Un tributo alla memoria, contro i luoghi comuni e gli
stereotipi che additano il popolo di Sicilia di essere stato sempre soggiocato passivamente
e inerte alle prevaricazioni esterne.
martedì 10 gennaio 2023
La rivoluzione di Michael Bakunin
L'obiettivo della rivoluzione è l'estirpazione del
principio di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso religioso,
metafisico e dottrinario alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario alla
maniera giacobina, perché non ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa,
monarchia, Stato costituzionale, repubblica borghese, oppure dittatura
rivoluzionaria.
La rivoluzione ha come scopo la radicale
dissoluzione di tutte le organizzazioni, e istituzioni religiose, politiche,
economiche attualmente esistenti, in modo tale che non rimanga pietra su
pietra, in Europa e nel resto del mondo, del presente ordine di cose fondato
sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul dominio.
Bakunin intende la rivoluzione come un rivolgimento
radicale, come la sostituzione di tutte senza eccezione le forme della vita
europea contemporanea con altre nuove, completamente opposte.
Bakunin vuole distruggere tutti gli Stati e tutte le
Chiese, con tutte le loro istituzioni e le loro leggi religiose, politiche,
finanziarie, giuridiche, poliziesche, educative, economiche e sociali, cosicché
milioni di esseri umani ingannati, tenuti in servitù, torturati, sfruttati,
possano respirare in completa libertà.
Ponendo l'esclusione assoluta di ogni principio di
autorità e di ragione di Stato, Bakunin mira per conseguenza alla abolizione
delle classi, dei ceti, dei privilegi e di ogni specie di distinzione» e
quindi, ancora una volta, all' abolizione,alla dissoluzione e alla bancarotta
morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato tutelare, trascendente,
centralista, doppione e alter ego della Chiesa.
sabato 7 gennaio 2023
Anarchia e anarchismo
L’importanza del pensiero malatestiano sta
soprattutto nella sua teoria dell’azione, nell’aver delineato e approfondito i
termini generali dell’agire anarchico, sia in senso etico, sia in senso
razionale.
Errico Malatesta presentando la “summa” del pensiero anarchico ha diviso l’Anarchia (il fine) dall’Anarchismo (il mezzo). Con questa grande divisione tra anarchismo e anarchia, Malatesta cerca di conferire al primo la sua massima valenza realistica e alla seconda la sua più alta espressione etica. Il primo si media con la storia, acquisendo tutti i giudizi di fatto che questa produce nel suo continuo mutamento, la seconda si mantiene contro la storia perché il processo storico non può mai coincidere con i giudizi di valore che l’anarchia esprime. L’anarchia è l’ideale che potrebbe anche non realizzarsi mai, così come non si raggiunge mai la linea nell’orizzonte che si allontana di tanto in quanto uno avanza verso di esso, invece l’anarchismo è metodo di vita e di lotta e deve essere, dagli anarchici, praticato oggi e sempre, nei limiti delle possibilità variabili secondo i tempi e le circostanze. L’anarchia è l’ideale, la meta mai completamente raggiungibile della libertà e dell’uguaglianza, e dunque è tutto ciò che sta alla base dell’agire anarchico; l’anarchismo, invece, costituisce l’insieme teorico-pratico della traduzione qi questi valori e di questi motivi nel processo storico e come tale fa da tramite dinamico fra deduzione mutevole e relativa del presente e gli obiettivi universali del futuro. L’anarchismo può quindi utilizzare e far proprio qualunque strumento di comprensione dell’esistente mentre l’anarchia non ha bisogno, per sussistere, di essere “giustificata” da tale spiegazione.
mercoledì 4 gennaio 2023
Il furto: di Alexandre Marius Jacob
Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, signore, mi creda. Le pene che infiggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male. Le misure coercitive non possono che seminare l’odio e la vendetta. E un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Se mi sono dato al furto non e per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia liberta, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l'artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.
Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca
violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. Ma e proprio per questo
che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch’io sarei felice di
vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto,
e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di
tutti i furti: la proprietà individuale.
Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere
la causa. Se esiste il furto e perché tutto appartiene solamente a qualcuno. La
lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori
e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti.
domenica 1 gennaio 2023
1 gennaio Sante Caserio in tribunale
Presidente: Accusato, la vostra fanciullezza era ben lungi dal lasciar prevedere
il vostro orribile delitto. Eravate laborioso e probo: però eravate impetuoso, spesso
annuvolato e chiuso.
Caserio: Sono forse, Signore, responsabile
di questo?
Presidente: Eravate chierico? Comparivate nelle processioni come un piccolo San
Giovanni Battista?
Caserio: I ragazzi non sanno quello che fanno; commettono delle sciocchezze.
Presidente: Nel 1892 foste arrestato perché facevate propaganda anarchica fra i
soldati?
Caserio: Sissignore.
Presidente: Nel 1893 disertaste e rinnegaste, dopo la famiglia, la patria.
Caserio: La patria è per me il mondo intero.
Presidente: Avete frequentato certi anarchici ben noti a Milano?
Caserio: Se li avessi anche frequentati, non lo direi.
Presidente: La polizia lo sa invece vostra.
Caserio: La polizia fa il suo mestiere, io il mio.
Presidente: L'accusa pretende che frequentavate un parrucchiere anarchico.
Caserio: Non potevo andare da un fornaio a farmi tagliare i capelli.
Presidente: Siete italiano; era il 24 giugno. Quella data non vi ricordò nulla?
Caserio: Che era San Giovanni Battista, festa del mio paese.
Presidente: Che era l'anniversario della battaglia di Solferino, dove il sangue
italiano e quello francese sgorgarono insieme per la libertà d'Italia.
Caserio: Io non ammetto la guerra civile.
Presidente: Quale diritto avevate voi di uccidere il Presidente della Repubblica?
C'è una legge naturale che impedisce di uccidere!
Caserio: I governanti uccidono però...
Presidente: Non avete anche detto che se vi foste trovato in Italia avreste colpito
il re e il papa?
Caserio: Oh no! Non escono mai assieme.