..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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giovedì 17 febbraio 2022

La Rosa Bianca (die weisse rose)

"Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza; la Rosa Bianca non vi darà pace".

Nella Resistenza tedesca, spicca la presa di coscienza culturale e morale di quel gruppo di giovani bavaresi della "Weisse Rose", la Rosa Bianca, che nel '42-'43, a Monaco, oppongono una straordinaria resistenza non violenta al nazismo, negli anni della guerra, in condizioni difficilissime, in nome della libertà e per una Germania federale in un'Europa federale, diffondendo volantini e svolgendo un'intensa attività antinazista.

Quindici membri della Rosa Bianca saranno condannati a morte, altri trentotto incarcerati.

Guidano il gruppo due fratelli di vent'anni, Hans (24 anni) e Sophie Scholl (21 anni): sorpresi a gettare volantini antinazisti all'università di Monaco il 18 febbraio del '43, furono arrestati.

La notte dello stesso 18 febbraio fu arrestato anche un altro membro del gruppo, Willi Graf (25 anni). Si racconta che fu lui stesso a costituirsi. Imprigionarono anche la sorella. Anneliese. Il giorno dopo toccò ad un altro studente del gruppo, Christoph Probst (23 anni, sposato, padre di tre figli). Quattro giorni dopo, il 22 febbraio, Hans, Sophie e Christoph furono condannati a morte per decapitazione. Furono ghigliottinati appena tre ore dopo la sentenza. Alexander Schmorell (25 anni), che era riuscito a fuggire (aveva perfino tentato di espatriare in Svizzera) e sulla cui testa fu posta una taglia con pubblicazione su un giornale locale, fu arrestato dopo sei giorni: il 24 febbraio 1943.

Infine venerdì 26 febbraio fu arrestato anche il professor Kurt Huber, cinquantenne, professore straordinario di filosofia e incaricato di psicologia sperimentale e applicata, nonchè professore in scienza musicale e in canto popolare.

In un nuovo processo del 19 aprile 1943, furono processate una decina di persone. Oltre a varie condanne a pene detentive, si ebbero altre tre condanne a morte riguardanti Schmorell, Graf e il professor Huber. Schmorell e Huber furono ghigliottinati il 13 luglio 1943. Graf tre mesi dopo, il 12 ottobre 1943.

martedì 15 febbraio 2022

Ancora su anarchia e violenza

Una storia dell’anarchia non può ignorare il problema della violenza, che per essere violenza politica si estrinseca secondo i moduli del terrorismo. Il concetto di terrorismo moderno si avvia ormai verso i 250 anni d’età, e il suo luogo di nascita può essere considerato la cupa potenza asiatica, come la definì Marx: la Russia zarista, detentrice di un altro primato terroristico: la provocazione poliziesca, capolavoro dell’Okhrana (polizia segreta della Russia zarista).

Giovani aristocratici sdegnati dalle barbarie e dall’arretratezza di una monarchia si rivoltarono contro la loro stessa classe. Studenti con l’animo pieno di sogni di libertà, generosi a volte velleitari, videro nell’attentato politico contro eminenti personalità del regime, lo zar e la sua famiglia non esclusi, il mezzo più rapido per sbarazzarsi della dittatura e per scuotere il popolo. Nello studio delle lotte politiche e zone adiacenti numerose forme di comportamento sono state definite terroristiche. Ogni gruppo politico in lotta deve adottare in assenza di regime parlamentare, atteggiamenti di lotta più o meno sanguinari. Il terrorismo è figlio dell’oppressione. Anche il cattolicesimo ha, in certa misura e in certe condizioni storiche, legittimato la violenza politica, come quando i gesuiti mandarono Ravaillac ad ammazzare Enrico IV. A quei tempi non si parlava ancora di anarchia, quindi il delitto politico non poteva essere scaricato sugli anarchici. Ancora non si era avuta l’identificazione del diverso nell’anarchico, che si avrà con la rivoluzione del libero pensiero iniziata dagli illuministi da Voltaire e da Rousseau con intenti diversi ma che tutti contribuiscono a infrangere le pastoie dei catechismi. L’anarchismo, inteso come pensiero compiuto e coerente, si fonda invece sulla premessa della perfettibilità umana, su un sereno ottimismo che eventi ed esperienze negative non riescono a scalfire. A differenza dell’evoluzionismo biologico-sociale para-darwiniano che vedeva nella lotta egoistica il motore della sopravvivenza della specie e del progresso, l’anarchismo scorge nella solidarietà la vera molla delle azioni umane, se appena la persona si rende conto delle possibilità di libertà insite nella sua natura e negate da una società alienante. L’umanità nuova sarà formata da libere coscienze capace di autogoverno interiore e sociale, in cui non avranno più posto gerarchie, autoritarismi e violenze. 

È questa certezza, questo ottimismo e questa fiducia nella persona liberata che muovono i cuori più puri del terrorismo, dai nichilisti della Russia zarista agli attentatori della Francia fine secolo, all’assassinio di re Umberto I a Monza nel 1900 con cui Bresci volle vendicare le vittime dei fatti di Milano del 1898 e la complicità del Savoia col boia Bava Beccaris, di professione generale, così come è la violenza fascista che motiva i tre attentati anarchici a Mussolini. 

sabato 12 febbraio 2022

Che cosa vuol dire essere Anarchico?

Questa è una bella domanda, se consideriamo che noi tutti, uomini, donne, animali, tutto ciò che è vivo e respira su questa terra è anarchico fin da quando viene al mondo.

Noi tutti nasciamo anarchici, per poi morire da comunisti, fascisti, liberali, di centro, destra, sinistra, padroni, schiavi, oppressori, oppressi o più semplicemente menefreghisti.

Perché sì, quando noi nasciamo, siamo liberi e quindi anarchici, poi cresciamo, studiamo, ci troviamo un lavoro sempre che ci si riesca, ci sposiamo, sforniamo qualche marmocchio e crepiamo. Perché questo dovrebbe essere l’ordine naturale delle cose, o almeno così dicono.

Dicono anche che siamo assetati di sangue e ci servono delle leggi che spesso vanno contro di noi per tenerci a bada, che queste stesse leggi mantengono “l’ordine”, che queste fantomatiche leggi pro-ordine esistono ma della giustizia non c’è traccia e il mondo è un far west proprio per questo motivo, leggi troppe … giustizia zero.

Ci dicono che l’autorità è buona, giusta e normale sia se è chi ci governa ad esercitarla sia il bullo della classe che ti mena perché sei gay e ciccione, che il dovere e la disciplina sono valori, che la morale è una ed è quella della maggioranza, che le guerre fanno bene e sono giuste, che lo Stato e la patria sono due concetti che uniscono il proprio popolo … anche se lo mettono contro un altro, che la bomba atomica meglio tenerla lì che si sa mai possa servire, che le donne se stanno al loro posto è meglio, che l’impegno e lo studio non fanno di te un futuro lavoratore, ma una futura macchina da produzione se va bene, altrimenti arrivi a quarant’anni tirando a campare alla meglio, che il sottoproletariato o quella sfilza di gente senza nome non esiste ma poi anche se esistesse chissenefrega, sono delinquenti, drogati e senza nazione da tenere alla larga e poi i loro voti non servono a nessuno.

Ci dicono che la chiesa, i Papi e i Preti sono buoni e parlano nel nostro bene, che se facciamo i bravi cristiani su questa terra, genuflessi, paurosi, costernati al potere di un Dio che detta condotta, morale e codici di comportamento, poi verremo premiati nell’altra vita, peggio stiamo qui e meglio stiamo lì.

Ci dicono che se non vai a votare non fai il dovere da bravo cittadino masochista che gode ad essere vilipeso e sfruttato ed esce dall’aula con il sorrisino soddisfatto di chi ha fatto il proprio dovere, quello di schiavo e peggio se non lo fai sei uno che se ne frega del paese e di cambiare le cose (anche se poi sei attivo in altri ambiti), perché votando si cambiano le cose. La prova di quanto cambino le cose ci è stata data infatti e ci viene continuata a dare, impensabile cambiarle queste cose dall’esterno delle istituzioni, ma solo dall’interno, sempre!

Ci dicono che dobbiamo rispettare polizia, eserciti, carabinieri, magistrati, tribunali, carceri e istituti correttivi perché rappresentano le leggi e lo stato e solo per questo meriterebbero riverenza e ammirazione, ci dicono poi che il progresso significa distruzione totale delle tradizioni e dell’ambiente, che se gli animali si mangiano è meglio, sono fatti apposta, che farsi il culo dieci, dodici ore al giorno per poter avere almeno un tetto sopra la testa è giusto perché si deve fare sacrificio, la vita è sacrificio!

Che moderno razzismo, omofobia, sessismo, specismo, fanno parte dell’essere umano e non sono una conseguenza di anni di politica, ideologie retrograde e abusi e usi del potere, che di morti lo stato non ne fa perché lo stato è buono e le mele marce sono pochissime, ci dicono che i politici, questo governo agiscono per il mio bene, per salvaguardarmi, per tutelarmi, per i miei diritti e per la mia libertà!

Ci dicono che fascista è bello e figo e quando c’era lui non c’ero io che se c’ero io lo facevo fuori prima, che la violenza è tutta uguale e se lotti contro chi ti toglie pure il diritto di respirare sei un violento che fa il loro stesso gioco e se vai contro gli interessi dello stato tutto, peggio sei un terrorista.

Ci dicono che siamo in democrazia perché siamo liberi di viaggiare, scopare, uscire con gli amici, fondare questo partito, sputtanare qualche politico, fare questo quello e quell’altro. Mi dicono persino che possiamo parlare ed esprimerci liberamente soprattutto quando urlo e grido basta a tutta questa merda. Poi però mi prendo qualche manganellata e mi dicono pure che me le sono cercate. Se lo fai o sei pazzo o sei anarchico militante, ma è la stessa cosa, forse.

Ma la cosa peggiore che ci dicono da millenni, la più grande bugia della storia dell’umanità tutta è dirci che tutto questo a noi serve, che ne abbiamo bisogno, perché senza tutto questo la società non esisterebbe più, ci sarebbe il caos, ognuno farebbe quello che vuole, ne abbiamo bisogno, lo fanno per noi, e se io non delego nessuno e niente, né mi sottometto allo stato delle loro cose, mi devo persino sentire in colpa e schifarmi come uomo e cittadino, sentirsi in colpa per non voler più essere schiavi.

Vivo nel caos da quando sono nato, vivo in un mondo ingiusto, violento, orrendo e mi dicono che il caos, la violenza, e l’ingiustizia la voglio io, da anarchico che combatto e ho detto basta. Ecco qual è la più grande truffa e menzogna della storia e dell’anarchia.



 

mercoledì 9 febbraio 2022

9 febbraio 1976: Nasce Radio Alice

Il 9 febbraio 1976, iniziavano le trasmissioni di Radio Alice a Bologna. Esperienza importante ed innovativa nel campo della radiofonia che si chiamava direttamente oltre il monopolio RAI.

Il 12 marzo 1977, il giorno dopo l’omicidio di Francesco Lorusso, la polizia sgomberava con violenza la radio, sequestrando i nastri e la strumentazione. Il sequestro delle bobine fu guidato dal dott. Catalanotti che con la sua grande efficienza le perse. Anni dopo la polizia rese il materiale sequestrato, ma al posto dei cinque nastri audio, consegnarono due filmini svedesi porno su pellicola da 8mm.

Alcune considerazioni di Bifo (redattore della radio) fatte a Libcom :

D: Come è iniziata Radio Alice e quali esperienze ha tentato di affrontare?

Radio Alice iniziò nel febbraio 1976 con persone che provenivano dall'esperienza di Potere Operaio, un gruppo rivoluzionario di sinistra e persone coinvolte nel movimento di Autonomia. Non pensavamo a Radio Alice solo come un mezzo politico ma, prima di tutto, come una possibilità di organizzare le esperienze di una comunità omogenea. Stavamo parlando di piccoli gruppi: femministe, gay, lavoratrici/oro. Sottolineo questo carattere di "piccolo gruppo" perché non abbiamo concepito la radio come un'organizzazione politica che deve "dichiarare" chi può parlare o non può parlare. Abbiamo considerato la radio come il punto di intersezione di esperienze diverse: ogni esperienza è diversa dall'altra. Non abbiamo pensato di tentare di omogeneizzare questi diversi gruppi e punti di vista.

D: Come è stata organizzata la radio?

Abbiamo organizzato un'assemblea settimanale dei diversi gruppi che lavoravano alla radio e abbiamo organizzato un programma generale per la settimana. Chiunque avesse voluto proporre qualcosa per il programma sarebbe potuto venire. Naturalmente, il programma si riferiva, in generale, alle aree sociali e culturali che erano in qualche modo omogenee. Il punto di partenza per la radio erano le diverse esperienze sociali dell'autonomia e, nel complesso, le persone che ascoltavano la radio erano impegnate in questa area sociale. Un altro modo di organizzare la trasmissione era con l'uso del telefono che era collegato direttamente alla stazione radio. Ciò ha creato un tipo speciale di scambio di informazionii

Quì potete ascoltare un documento storico: la registrazione degli ultimi drammatici minuti di trasmissione di Radio Alice, prima che venisse chiusa "in diretta" dalla polizia. Le voci che sentirete sono quelle dei fratelli Minnella poi arrestati per il "reato" di avere aperto i microfoni sulla città.

domenica 6 febbraio 2022

6 febbraio 1919: Sciopero generale a Seattle

Nel febbraio 1919 la guerra era appena finita, i leader degli IWW erano in prigione, ma l’idea dello sciopero generale degli wobblies divenne realtà per cinque giorni a Seattle, nello stato di Washington, quando l’astensione dal lavoro di centomila persone fermò la città.

Tutto cominciò quando trentacinquemila lavoratori dei cantieri navali entrarono in sciopero per un aumento salariale. Chiesero il sostegno della centrale sindacale di Seattle, che consigliò uno sciopero cittadino; nel giro di due settimane centodieci sezioni sindacali – per la maggior parte dell’ AFL , solo alcune degli IWW – votarono a favore. In ogni sezione interessata la base elesse tre delegati al Comitato per lo sciopero generale. Il 6 febbraio 1919, alle dieci del mattino, lo sciopero ebbe inizio.

Non fu facile raggiungere l’unità. In città i rapporti tra gli IWW e l’ AFL erano tesi. I lavoratori giapponesi furono ammessi al Comitato per lo sciopero generale, ma senza diritto di voto. Ciò nonostante sessantamila membri del sindacato incrociarono le braccia, e altri quarantamila lavoratori si unirono alla loro lotta.

A Seattle il movimento dei lavoratori aveva una robusta tradizione radicale. Durante la guerra il presidente dell’ AFL cittadina, un socialista, venne incarcerato e torturato per essersi opposto alla leva, il che provocò grandi manifestazioni di piazza in segno di protesta.

La città smise di funzionare, salvo per le attività organizzate dagli stessi scioperanti per provvedere alle prime necessità. I vigili del fuoco accettarono di restare al proprio posto; i lavoratori delle lavanderie si occuparono solo della biancheria degli ospedali. I veicoli autorizzati a circolare portavano un cartello: «Esentato dal Comitato per lo sciopero generale». Nei quartieri si allestirono trentacinque posti di distribuzione del latte. Ogni giorno all’interno di grandi cucine si preparavano trentamila pasti che venivano trasportati in luoghi di ritrovo pubblici sparsi in tutta la città e lì serviti a prezzi politici: gli scioperanti pagavano venticinque centesimi a pasto, il resto della popolazione trentacinque. Con quella somma ci si poteva servire liberamente di stufato, spaghetti, pane e caffè.

Per tenere sotto controllo la situazione si organizzò un servizio d’ordine sindacale costituito da reduci di guerra. Sulla lavagna di uno dei suoi quartieri generali si leggeva: «Questa organizzazione ha lo scopo di difendere la legalità e l’ordine senza ricorrere alla forza. Nessun volontario avrà alcun potere di polizia, né sarà autorizzato a portare armi di alcun tipo, ma si limiterà a esercitare la persuasione». Durante lo sciopero a Seattle il tasso di criminalità diminuì. Il comandante del distaccamento dell’esercito federale inviato in zona disse al comitato organizzativo che in quarant’anni di carriera non aveva mai visto una città tanto tranquilla e disciplinata. L’Union Record di Seattle, un quotidiano scritto da lavoratori, pubblicò la poesia di una certa Anise:

«Ciò che li spaventa di più è

che NON SUCCEDE NIENTE !

Si erano preparati ad affrontare

DISORDINI .

Hanno mitragliatrici

e soldati,

ma questo SILENZIO SORRIDENTE

li sbalordisce.

Gli affaristi

non capiscono

un’arma di questo genere [...].

È il tuo SORRISO

a SCONVOLGERE

la loro sicurezza.

Corri all’artiglieria, compagno!

È il furgone della spazzatura

che avanza per la strada

con il contrassegno di ESENTATO

DAL COMITATO PER LO SCIOPERO GENERALE.

Sono i centri di distribuzione del latte

ogni giorno più efficienti,

e i trecento

lavoratori veterani di GUERRA

che guidano le folle SENZA PISTOLE,

perché tutto questo parla

di un NUOVO POTERE

e di un NUOVO MONDO

in cui loro si sentono

FUORI POSTO».

Il sindaco fece prestare giuramento a duemilaquattrocento vicesceriffi, molti dei quali studenti dell’Università di Washington. Il governo federale portò in città mille marinai e marines. Lo sciopero generale si concluse dopo cinque giorni, secondo il comitato a causa delle pressioni esercitate dai funzionari inviati dai diversi sindacati, ma anche per le difficoltà quotidiane che si venivano a creare in una città con le saracinesche abbassate.

Lo sciopero era stato pacifico, ma quando finì vi furono retate e arresti: nella sede cittadina del Partito socialista, in uno stabilimento tipografico. Trentanove membri degli IWW furono incarcerati in quanto «capibanda anarchici».

 

Tratto da: "Storia del popolo americano dal 1492 ad oggi" di Howard Zinn

venerdì 4 febbraio 2022

Diritto alla pigrizia

 

La pigrizia non è mai esistita se non all'ombra del lavoro. Come una pianta giudicata indegna di cure, non ha conosciuto, senza speranza di crescere, che le terre di nessuno di una civiltà dedita così freneticamente a coltivare la redditività del mondo da non lasciare oggi che rovine, immondizia e deserti. Denunciare il parassitismo della pigrizia, mentre il lavoro si rivela come il peggiore parassita della vita umana, entra bene nel cinismo di un'epoca risoluta ad identificarsi del tutto con il denaro.

La pigrizia è tanto naturale quanto l'ostinazione con cui ognuno ricerca la soddisfazione dei propri desideri. Ma così come la virtù della fatica ha vocazione di alterare ogni cosa, noi ci avviciniamo all'ozio soltanto nella sua forma snaturata, attraverso un'attività che, distogliendo l'uomo dal piacere di essere se stesso, lo costringe a sfruttarsi, a sfruttare i suoi simili e a trasformare l'abbondanza delle risorse terrestri in valori commerciali che la immiseriscono.

Se la pigrizia - come secoli di morale ce l'hanno cantata in tutte le solfe - è la madre di tutti i vizi, non è proprio perché il lavoro, a cui è indissolubilmente legata, è stato lo smarrimento fondamentale di una società che ha disimparato a vivere?

Il vecchio risentito rimprovero di doversi guadagnare il pane quotidiano con il sudore della propria fronte ha contrapposto per secoli la necessità di sopravvivere al desiderio legittimo di godere armoniosamente di sé, degli altri, del mondo.

È quasi sempre invano che uno sciopero che, soltanto a titolo di interruzione del lavoro, dovrebbe essere una festa, prova a superare la trattativa, il compromesso, il semplice mercanteggiamento che consente il potere, pure intollerabile, che lo sfruttatore si arroga sullo sfruttato. Se la pigrizia vi si organizzasse spontaneamente, non avrebbe queste reticenze spaventate, queste colpe deprimenti, questi comportamenti pusillanimi che fanno il gioco delle burocrazie sindacali e che ridanno loro un'autorità che il loro arcaismo ridicolo ha sfilacciato da decenni.

La pigrizia è piena di immaginazione; i movimenti di sciopero ne sono crudelmente privi.

La vera pigrizia nascerà dall'abolizione del lavoro come dello sfruttamento della natura e dell'uomo sull'uomo. Siamo arrivati a un tale stadio di degrado che l'inclinazione naturale alla pigrizia si è trovata snaturata dall'apprendistato del lavoro e che ci fa ormai - colmo del paradosso - imparare a oziare.

Non vogliamo più che la pigrizia sia il dormitorio della fabbrica universale e del clientelismo. Non vogliamo più un'inoperosità che risponde alla noia del lavoro con il lavoro della noia. Perché la pigrizia perda i ceppi con cui il lavoro della redditività non ha smesso di ostacolarla, bisogna che ritrovi il ciclo naturale della creatività.

La vita è una pigrizia affinata e nell'affinare la propria pigrizia sta tutta l'arte di vivere.

mercoledì 2 febbraio 2022

2 Febbraio 1944: La Repubblica Partigiana del Corniolo

La "Libera Repubblica del Corniolo" è un territorio dell'Appennino forlivese che durante la Resistenza, su iniziativa del comandante partigiano Riccardo Fedel, si autoproclamò indipendente il 2 febbraio 1944.

L'iniziativa precorse di diversi mesi l'appello che, il 4 giugno 1944, dopo la liberazione di Roma da parte delle truppe alleate, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia lanciò per creare nelle zone liberate vere e proprie forme di governo amministrativo, che daranno vita a "Giunte popolari comunali".

L’impatto simbolico fu enorme in quanto la Repubblica nacque nel territorio di nascita di Mussolini e fu il primo esempio di governo autonomo.

"La giurisdizione si estende dall'omonimo paese di Corniolo (Frazione del comune di Santa Sofia - Forlì) al suo comprensorio, tutto montuoso e compreso nei comuni di Santa Sofia, Premilcuore, Bagno di Romagna "Il Comando si installa nel palazzo di un agrario che l'ha lasciato vuoto. Ven-gono costituiti a tre chilometri di distanza i blocchi di sicurezza, nessuno potrà più uscire né entrare senza il lascia passare del Comando. Ha luogo un comizio per la popolazione (...). La vita funziona regolarmente (...). I contadini sono invitati a non pagare tasse al Comune di Santa Sofia fino a quando esisterà il podestà fascista". "I poteri cittadini erano consegnati ad un comitato facente capo al comando dei partigiani, che regolava la vita civile, il commercio del bestiame e riscuoteva le tasse, come risultava dal 'Diario' di don Sabino Roverelli, parroco della chiesa del posto. «L'esperienza si prolungò per circa venti giorni durante i quali furono discussi e adottati numerosi provvedimenti di gestione diretta», di riforma agraria, incluse misure «discliplinari» nei confronti dei partigiani «cui fu proibito l'uso di bevande alcoliche e l'accesso ai caffè».

lunedì 31 gennaio 2022

L'Azione Diretta cuore dei movimenti

All'interno del movimento contro la globalizzazione si va definendo una rete internazionale di resistenza contro il neo liberismo: una rete collettiva di tutte le lotte e resistenze particolari, una rete intercontinentale di resistenza per l'umanità. Non si tratta di una struttura organizzata, una organizzazione gerarchica, o comunque piramidale.

La rete è costituita e rappresentata da tutti coloro che resistono. Le origini e le inclinazioni del movimento sono naturalmente internazionaliste, poiché lo sono le sue esigenze.

La visione neoliberale di 'globalizzazione' definisce e libera i movimenti di capitali e merci, e nello stesso tempo costruisce barriere sempre più efficaci contro la libera circolazione delle persone, delle idee e della informazione. La libera circolazione delle persone, determinerebbe già di per se il declino del progetto neoliberista. Sono evidenti le connessioni e i collegamenti tra le politiche neo liberiste e meccanismi di coercizione messi in atto dagli stati nei confronti degli oppositori (polizia, prigioni, militarizzazione di territori controllo della informazione, censura, criminalizzazione, delegittimazione), come sempre più efficaci sono divenuti i controlli alle frontiere nei confronti dei “reietti” di coloro che tentano di fuggire dalla fame, dalle guerre che lo stesso sistema democratico propone e promuove.

I muri le griglie che separano e proteggono i capi della finanza, i politici da ogni contatto con la popolazione, nelle loro periodiche riunioni (G8, G20 etc), sono divenuti il simbolo perfetto per quello che significa in realtà il neoliberismo in termini umani.

Le pratiche di resistenza utilizzate da questo movimento hanno alla base la cultura della disobbedienza civile non violenta, ma determinata. Il richiamo alla violenza, evocato dalla maggior parte dei media asserviti al dominio, è divenuto una sorta di mantra costante da utilizzare in ogni occasione di azioni di opposizione, di resistenza: "violente proteste", "violenti scontri", "manifestanti violenti", o "violenti disordini". Stiamo parlando di azioni quali lanciare bombe di vernice, rompere le finestre di negozi vuoti, di blocchi stradali etc. È probabile che ciò che veramente infastidisce il potere è proprio la relativa mancanza di violenza, i governi semplicemente non sanno come trattare con un movimento apertamente rivoluzionario che rifiuta di cadere in modelli familiari di resistenza armata o di pacifismo gandhiano. Molti gruppi (Direct Action Network, Reclaim the Streets, anarchici del black block, tute bianche e tantissimi altri ancora) stanno tutti, a modo loro cercando di delineare nuovi territori, nuovi linguaggi di disobbedienza civile, che combinino  elementi di teatro di strada, di festa, di circo e di quanto altro possa servire. Si tratta come dicono gli anarchici del blocco nero di “guerra non violenta”, nel senso che evita qualsiasi danno fisico diretto agli esseri umani, o agli animali, ma che non rispetta le cose, gli oggetti simboli del potere, e chiaro che tutto questo deve essere accompagnato da sistemi di difesa passiva atti a preservare per quanto possibile l'incolumità dei corpi dei resistenti dalle aggressioni delle milizie professionali messe in campo dai governi, nascono allora forme elaborate di protezione: imbottiture, ripari, maschere antigas, anonimato etc. 

Si tratta di tattiche in perfetto accordo con la cultura del movimento anarchico che nel suo polimorfismo raccoglie in se l'idea centrale dell'antiautoritarismo, del rispetto per le diversità, dell’associazione volontaria, dell’autogestione, del mutuo appoggio, della democrazia diretta, dell'Azione Diretta. Si tratta di smantellare i meccanismi di governo, di conquistare sempre maggiori spazi di autonomia, di allacciare reti a sviluppo orizzontale antigerarchiche. L'anarchismo è il cuore del movimento, la sua anima, la fonte di maggiore novità e di speranza.

sabato 29 gennaio 2022

29 Gennaio 1912: Il pane e le rose

Nel 1912, Lawrence, nel Massachusetts era una delle città più importanti per la produzione tessile degli Stati Uniti.

La forza lavoro era composta soprattutto da immigrati italiani, francesi, canadesi, slavi e siriani, le cui condizioni di vita erano avvilenti. Una parte di essi si riconosceva nel IWW (Sindacato Radicale e di Classe). L’11 gennaio inizia lo sciopero per un aumento del 15% dei salari e altre rivendicazioni.

Contro i picchetti di massa, che bloccavano le fabbriche e i telai, vennero lanciate provocazioni da parte dei crumiri organizzati da altri sindacati padronali e dalla polizia. Le donne dello sciopero hanno lanciato il famoso slogan “Vogliamo pane e rose“. Rivendicavano, oltre a una paga decente, una migliore qualità della vita.

La sera del 29 gennaio Anna Lo Pizzo, una giovane scioperante di 34 anni, fu uccisa dalla polizia. Vennero arrestati i massimi dirigenti del IWW ma alla fine la lotta pagò.

Lo sciopero di Lawrence aveva dimostrato che i lavoratori e le lavoratrici oppresse e di diverse nazionalità potevano unirsi e organizzare una lotta vincente.

La frase da cui fu estrapolato lo slogan fu pronunciata da Rose Schneiderman, leader femminista e socialista:

Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all'arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose.

venerdì 28 gennaio 2022

C’è un paio di scarpette rosse di Joyce Lussu

 

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede

ancora la marca di fabbrica

“Schulze Monaco”.

 

C’è un paio di scarpette rosse

in cima a un mucchio

di scarpette infantili

a Buchenwald.

 

Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi

di ciocche nere e castane

a Buchenwald.

Servivano a far coperte per i soldati.

Non si sprecava nulla

e i bimbi li spogliavano e li radevano

prima di spingerli nelle camere a gas.

 

C’è un paio di scarpette rosse

di scarpette rosse per la domenica

a Buchenwald.

Erano di un bimbo di tre anni,

forse di tre anni e mezzo.

Chi sa di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni,

ma il suo pianto

lo possiamo immaginare,

si sa come piangono i bambini.

 

Anche i suoi piedini

li possiamo immaginare.

Scarpa numero ventiquattro

per l’eternità

perché i piedini dei bambini morti

non crescono.

 

C’è un paio di scarpette rosse

a Buchenwald,

quasi nuove,

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole…