Esiste un grave rimosso storico nella
società italiana che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale,
rappresenta un nodo irrisolto e quasi mai affrontato dal dibattito pubblico e
che oggi si impone in tutta la sua stringente attualità. Il passato coloniale
dell'Italia è infatti un fantasma del quale in pochissimi vogliono sentire
parlare e che ogniqualvolta tenta di riemergere viene immediatamente sotterrato
sotto anni di indifferenza e strumentalizzazioni. La narrazione tossica che
negli anni ha descritto gli italiani delle colonie come “brava gente” ha avuto
come conseguenza immediata il mancato sviluppo di una memoria collettiva in
merito a questi avvenimenti. Una memoria collettiva che invece contribuirebbe a
smuovere il dibattito dallo stagno della demagogia più pura nel momento in cui
si pretende di prendere parola sul fenomeno della migrazione, soprattutto se
questa proviene da paesi fino a pochi decenni fa occupati da potenze europee,
Italia inclusa.

In questi giorni al confine italo-francese di Ventimiglia stiamo assistendo ad un vero e
proprio spettacolo di cannibalismo politico il cui oggetto del contendere è
un gruppo di centinaia di persone – uomini, donne e bambini – provenienti
dall'Africa che da giorni vengono letteralmente “rimbalzate” da una frontiera
all'altra senza che nessuno dei due paesi (entrambi fondatori dell'Unione
Europea!) si azzardi a prevedere una soluzione che non passi attraverso
l'impiego infame della forza pubblica. Non si trattasse di vite umane, per di
più in fuga da guerre e povertà, ma di merci fatturabili il cui margine di
guadagno può essere misurato in termini di plusvalore immediato il problema non
si porrebbe: per gli autocarri che vanno oltralpe il trattato di Schengen è più
valido che mai, anzi. L'importante è trovare il modo di spostare più merci,
magari implementando il trasporto di queste ultime moltiplicando le vie di
comunicazione, bucando montagne e devastando vallate che poi verranno
attraversate da treni ad alta capacità.

Ma i rifugiati portano alla luce un
problema di più ampio respiro inserendosi in un'ulteriore contraddizione:
quella del mantenimento della sacralità dei confini e dello stato-nazione, che
all'oggi costituisce uno dei nervi scoperti del sistema di governance europea e
rappresenta, quindi, un possibile punto di rottura. Il continuo arrivo di
persone dall'altra sponda del Mediterraneo smantella infatti dalle fondamenta
la pretesa inespugnabilità e unità della Fortezza Europa. Le pratiche di
resistenza messe in atto dai migranti nel rifiutare il Regolamento di Dublino –
e quindi sottraendosi all'odiosa pratica del rilevamento delle impronte
digitali rivendicando di fatto il diritto alla libertà di movimento - rivelano
con forza un potenziale dirompente, capace di incrinare la divisione capitalistica
dei confini e determinando così una dinamica di sfida radicale dal basso nei
confronti dell'UE. In questo senso si inseriscono le parole di Angela Davis che
è recentemente intervenuta a Berlino sostenendo: “Il movimento dei migranti è il movimento del ventunesimo secolo, è il
movimento che sta sfidando gli effetti del capitalismo globale, è il movimento
che reclama i diritti civili per tutti gli esseri umani”.

Queste persone, che dal momento in cui
sono sbarcate sulle coste italiane non hanno fatto altro che spostarsi in cerca
di un futuro un po' meno incerto (se nel frattempo siano riuscite anche a
“rubarci il lavoro” è un'incognita alla quale non tentiamo nemmeno di dare una
risposta), pretendono anche di ribellarsi alla situazione in cui vengono
costrette e non possono essere immediatamente riciclate in un sistema di
valorizzazione a fini economici che prevederebbe il loro inserimento in una
cooperativa che li sfrutta – pardon, li impiega in lavoro volontario –
intascandosi il danaro che riceve per la gestione dell' ”emergenza”. Mafia Capitale docet.
In questo modo il buon selvaggio da
ammansire diventa caso senza speranza, talmente inferiore da non servire a
niente e, quindi, da cacciare. E, se da un lato è la Francia uno dei prima
responsabile dei maggiori conflitti che stanno devastando l'Africa e il Medio
Oriente – bombardamenti della Libia, invasione del Mali... -, la totale
indifferenza verso ciò che sta capitando a Ventimiglia e la quotidiana
esaltazione mediatica della propaganda di Salvini palesano un razzismo
istituzionale, dal sapore coloniale, ben radicato anche nel nostro paese.

Quello che accade oggi al confine non è
altro che il frutto di una proletarizzazione in corso, dove molti giovani - la
composizione delle centinai di migranti a Ventimiglia è fra i 16 e 25 anni più
qualche gruppo di famiglie - provano ad assicurarsi un futuro migliore da
quello prospettato nel loro paese di origine. Certo, l'ingerenza delle potenze
occidentali (e le guerre che queste ingerenze producono per effetto della crisi
economica) nei continente africano sono altrettanti fattori dei flussi
migratori, ma il nodo politico della questione è la privazione di una vita
migliore che oggi ci viene negata dalle politiche di austerità europee che
provocano impoverimento, sfruttamento e precarietà.
A un capitalismo sempre più affamato che
pretende di appropriarsi non solo dei mezzi di produzione, ma anche delle vite
stesse, essere solidali con la lotta dei rifugiati di Ventimiglia non significa
semplicemente aiutare “questi poveretti” - inserendosi così nella più sterile
tradizione di stampo assistenzialista – ma
lanciarsi nella sfida di riprenderci, tutti insieme, le nostre esistenze.