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giovedì 29 dicembre 2022
Max Stirner in birreria
Max Stirner era il suo nome di battaglia, in realtà il
suo vero nome era Johann Kaspar Schmidt, nato il 25 ottobre Presso i «Liberati» si discuteva di tutto e su tutto:
su la politica, sul socialismo (nella sua forma comunista), sull'antisemitismo (che
cominciava ad affermarsi), sulla teologia, sul concetto di autorità. Dei teologi
come Bruno Bauer si frequentavano con dei giornalisti liberali, dei poeti, degli
scrittori, degli studenti felici di sfuggire all'insegnamento accademico e persino
qualche ufficiale capace di parlare di altri argomenti oltre che di cavalli e di
donne e dotato d'abbastanza tatto per lasciare arroganza e frustino sulla porta.
Si scorgeva anche qualche donna del bel mondo. Marx ed Engels lo frequentarono,
ma non vi si trattennero.
Scioperati e iconoclasti com'erano, i «Liberati» non ebbero mai buona stampa, né buona fama. Si è insinuato che presso Hippel si svolgessero sempre delle vere e proprie orge alla tedesca. Uno dei loro visitatori occasionali, Arnold Ruge gridò loro un giorno: «voi volete essere dei liberati e non notate nemmeno la melma puzzolente dove vi siete tuffati. Non è con delle sconcezze che si liberano gli uomini e i popoli. Purificate voi stessi prima di accingervi a un tale compito». Max Stirner frequentò per dieci anni i «Liberati». Egli vi portava il suo sorriso ironico, lo sguardo sognatore e penetrante che emettevano, dietro gli occhiali d'acciaio, i suoi occhi blu.
lunedì 26 dicembre 2022
“I dirigenti rivoluzionari”
Dal momento in cui il popolo in rivolta rinuncia alla
sua volontà per seguire quella dei suoi consiglieri, perde l'impiego della sua libertà
e incorona, con l'ambiguo titolo di dirigenti rivoluzionari, i suoi oppressori di
domani. In ciò consiste, in qualche sorta, l'astuzia del potere parcellare: esso
genera delle rivoluzioni parcellari, scisse dal rovesciamento di prospettiva, separate
dalla totalità; paradossalmente dissociate dal proletariato che le fa. Come potrebbe
la totalità delle libertà rivendicate accontentarsi di qualche briciola delle libertà
conquistate senza fare subito le spese di un regime totalitario? Si è creduto di
vedervi una maledizione: la rivoluzione che divora i suoi figli: come se la sconfitta
di Makhno, l'annientamento di Kronstadt, l'assassinio di Durruti non fossero già
stati implicati dalla struttura dei nuclei bolscevichi iniziali, forse anche dai
modi autoritari di Marx nella Prima Internazionale. Necessità storica e ragione
di stato non sono che necessità e ragione dei dirigenti chiamati ad avallare il
loro abbandono del progetto rivoluzionario, il loro abbandono della radicalità.
La nuova ondata insurrezionale riunisce oggi dei giovani che si sono tenuti lontani
dalla politica specializzata, che sia di sinistra o di destra, o che vi sono passati
rapidamente, il tempo di un errore di giudizio o di un'ignoranza scusabili. Nel
maremoto nichilista, tutti i fiumi si confondono. Ciò che importa è solo l'al di
là di questa confusione. La rivoluzione della vita quotidiana sarà la rivoluzione
di quelli che, ritrovando con maggiore o minore facilità i germi di realizzazione
totale conservati, contrastati, nascosti nelle ideologie di ogni genere, avranno
per ciò stesso cessato di essere mistificati e mistificatori.
venerdì 23 dicembre 2022
23 dicembre 1984: La strage del rapido 904
Il 23 Dicembre 1984 viene ricordato per la "Strage
del rapido 904", anche detta "Strage di Natale".
Il rapido 904, proveniente da Napoli e diretto a Milano,
quel giorno era pieno di viaggiatori, dal momento che era il periodo pre-natalizio.
Il treno non giunse mai a destinazione: nella galleria di S. Benedetto Val di Sambro
venne colpito da un attentato dinamitardo. Verso le 19 di sera ci fu una violentissima
esplosione. L'ordigno, collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze
Santa Maria Novella, era stato posto su una griglia portabagagli, pressapoco al
centro del convoglio. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata.
Al contrario del caso dell'Italicus, però, questa volta gli attentatori attesero
che il veicolo penetrasse nel tunnel, in modo da massimizzare l'effetto della detonazione.
L'esplosione causò 15 morti e 267 feriti. I soccorsi
però arrivarono con difficoltà, dato che l'esplosione aveva danneggiato la linea
elettrica e parte della tratta era isolata. Inoltre il fumo bloccava l'accesso dall'ingresso
sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi. Ci volle più di un'ora e
mezza perchè i primi aiuti riuscissero a raggiungere il luogo dell'esplosione. Nel
conto finale delle vittime, i morti furono 17. Tutto fu predisposto per provocare
il maggior numero possibile di vittime: l’occasione del Natale, la potenza dell’esplosivo,
il “timer” regolato per fare esplodere la bomba sotto la galleria in coincidenza
del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio. Dal momento che l'esplosione
avvenne pressapoco nei pressi del punto in cui dieci anni prima era avvenuta la
strage dell'Italicus e che fu utilizzato lo stesso esplosivo usato per l'agguato
di via Amelio, l'attentato fu immediatamente ricondotto alla Mafia e Riina fu indicato
come mandante della strage.
L'obiettivo, secondo il Pm che si occupò inizialmente
dell'indagine, era quello di distogliere l'attenzione di polizia e magistratura
dalla mafia e rilanciare il terrorismo come unico reale nemico contro cui lo Stato
doveva combattere. Fin dall'inizio però emersero altre responsabilità: dall'ambiente
dell'estrema destra ai serivizi segreti. Un deputato missino fu condannato per aver
consegnato l'esplosivo nelle mani di Misso, boss camorrista e neofascista del rione
Sanità. La stessa commissione parlamentare ha segnalato la "distrazione"
di Sismi e Sisde nel segnalare attività di tipo terroristico. Secondo l'associazione
dei familiari delle vittime, i mafiosi non sono i soli responsabili dell'attentato
e la commissione parlamentare "[...] ha evidenziato la possibilità e l’attualità
della reiterazione di atti criminali alla scopo di turbare e condizionare lo svolgimento
della vita democratica del Paese, mettendo in luce come nel caso dei più recenti
attentati del 1993, vi sia stata un’opera sistematica di disinformazione della “falange
armata” che si è avvalsa di un supporto informativo e logistico non disponibile
sul semplice mercato criminale".
mercoledì 21 dicembre 2022
I Falsi Principi della Nostra Educazione - Max Stirner
Una volta conquistata la libertà di pensiero, esiste
uno sforzo nel nostro tempo per perfezionarla, con lo scopo di trasformarla in libera
volontà, principio di una nuova epoca. In tal modo lo scopo finale dell'educazione
non può più essere il sapere, ma il volere nato da questo sapere. In breve l'educazione
tenderà a creare un individuo personale e libero. Che cos'è la verità se non la
rivelazione di chi siamo noi? Si tratta di scoprire noi stessi, di liberarci
da tutto quello che ci è estraneo, di sottrarci o di sbarazzarci di ogni autorità,
di riconquistare la spontaneità. La scuola non forma degli uomini così assolutamente
autentici. Se ne esiste qualcuno, ciò avviene
malgrado la scuola. Questa senza dubbio ci rende padroni delle cose e anche
al limite padroni della nostra stessa natura. Ma essa non crea in noi dei caratteri
liberi. In effetti nessun tipo di cultura,
fosse anche approfondita ed estesa, e nessuno spirito acuto e sagace e nemmeno nessuna
abilità dialettica possono premunirci contro la bassezza del pensiero e della volontà. Tutti i tipi di vanità e di sete di guadagno,
d'arrivismo e di zelo servile e di doppiezza ecc. si accompagnano molto bene sia
con un'ampia cultura, sia con un'elegante formazione classica e tutto questo fardello
scolastico che non esercita nessun'influenza sul nostro comportamento morale, noi
lo dimentichiamo spesso; tanto più facilmente in quanto non ci serve a nulla. Ci
si scrolla via la polvere della scuola non appena la si lascia. Perché? Perché l'educazione
consiste unicamente nella forma o nel contenuto, al massimo in una mescolanza di
entrambi, ma nient'affatto nella verità, nella formazione dell'uomo vero. Come certi
altri campi, il campo pedagogico fa parte di quegli ambiti in cui ci si sforza di
non lasciare passare la libertà, di non tollerare
il dissenso: quello che si vuole ottenere è la sottomissione. Non si mira ad altro
che a un addestramento puramente formale e materiale. Dalle formazioni degli umanisti
non escono che dei sapienti, da quelle dei materialisti che dei «cittadini utili».
Il nostro buon vecchio carattere fondamentale
di «cattiveria» è represso con molta energia e perciò avviene il rinnegamento della
cultura in una volontà libera. In tal modo la vita scolastica forma essa stessa
dei filistei. Nella stessa misura in cui da bambini ci veniva insegnato ad accettare
tutto quello che ci veniva imposto, noi più tardi ci siamo accomodati in una vita
positiva; noi ci pieghiamo, a nostra volta, noi ne diventiamo i servi, e i pretesi
«buoni cittadini».
domenica 18 dicembre 2022
18 Dicembre 1922: la strage di Torino
Il 18 dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata
come ‘La strage di Torino': nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste
aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti
e causando decine di feriti.
A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima,
a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare
ferocia.
Ad essere colpiti nelle tre giornate di dicembre sono
operai, sindacalisti, militanti comunisti.
Tutto ha inizio la sera del 17, quando l’operaio e militante
comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti
che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi,
mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.
La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la
mattina del 18 dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale
Pietro Brandimarte, fa irruzione all’interno della Camera di Lavoro di Torino, dove
il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario
della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi
e poi lasciati andare.
Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade
che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi ‘scomodi’. Ora i fascisti attaccano
con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le
autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude
poche ore prima dell’inizio degli eccidi.
Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario
del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in
una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un
sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.
Nel primo pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione
in un’osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto
Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito
con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato
di opporsi all’attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da
un colpo di pistola. Nel frattempo l’operaio Giovanni Massaro scappa dal locale
ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.
In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e
comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta,
apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi
terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.
Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo
da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie
rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata
alla schiena.
Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi
durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma
viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da
ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell’edificio adibita a prigione
e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di
muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull’asfalto per
diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.
Le ultime due vittime di quella giornata di terribile
violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.
Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua
abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a
casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno presenti, la devastano.
Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall’irruzione
dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.
Durante la giornata del 18 dicembre molte altre persone
vengono ferite, anche in modo grave.
I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti
e due i giorni successivi.
Fu chiaro da subito che l’omicidio dei due fascisti ad
opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano
preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell’ordine,
che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili
a guardare.
L’obiettivo era quello di dare un segnale a tutta la
città di Torino, che da subito si distinse per la sua forte resistenza al fascismo.
Lo stesso Brandimarte dichiarerà due anni dopo che l’operazione
era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata [...] noi possediamo l'elenco
di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro
nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia».
Alle vittime di quei tre giorni è stata intitolata la
piazza XVIII Dicembre su cui si affaccia la stazione ferroviaria di Porta Susa di
Torino.
giovedì 15 dicembre 2022
Un fatto di cronaca
Nel 1973 quando era in prima media, Claudia Pinelli,
la minore delle due figlie di Licia e Pino, raccontò la sua versione dei fatti in
un compito in classe.
Tema: Un fatto
di cronaca
Svolgimento
Erano verso le h. 4 del pomeriggio, a un tratto echeggiò
una esplosione, molta gente accorse dove si era sentito il boato; davanti a loro
stavano le macerie di una banca distrutta e qua e là corpi straziati. Così avvenne
quella che noi ora definiamo: La strage di Piazza Fontana. La polizia non sapeva
dove mettere le mani, così decise di addossare la colpa agli anarchici. Li vennero
a prendere per portarli in questura. In quelle tragiche notti perse la vita il ferroviere
anarchico Giuseppe Pinelli fermato dalla polizia come tanti altri suoi compagni.
La moglie (Licia Pinelli) ora si sta battendo per scoprire la verità sulla morte
del marito, perché lei è convinta con le sue figlie, che Giuseppe Pinelli non si
è suicidato, ma sia stato ucciso. La polizia,
vedendo la reazione della moglie, si affrettò subito a dire che Pinelli era un bravuomo
e che il giorno seguente lo dovevano liberare. Ma alla vedova Pinelli non bastavano le loro assicurazioni;
ora era sola e doveva provvedere al mantenimento
delle sue due bambine, Silvia di 9 anni e Claudia di 8. Intanto per la strage di Piazza Fontana era stato accusato Valpreda. Sono passati tre anni dalla strage di
Piazza Fontana e Valpreda è stato rilasciato in libertà provvisoria senza un vero
processo (ben due processi sono stati rinviati). Speriamo che il terzo processo
sia quello che faccia trionfare la giustizia liberando gli innocenti e imprigionando
i veri colpevoli.
lunedì 12 dicembre 2022
La strage di Piazza Fontana
La strage di p.za Fontana non ci è giunta del tutto inattesa.
Da molto tempo prevedevamo e temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica
dei fatti. Era nella logica dell’escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione,
per seminare la giusta dose di panico, per motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l'esecrazione
pubblica ci voleva del sangue. E il sangue
c'è stato. Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da “democratica”
tutela dell'ordine contro gli opposti estremisti
ha continuato la sua marcia. Solo noi anarchici
sembravamo accorgercene. Per mesi abbino gridato nelle piazze, scritto sui muri,
sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l'inizio.
E sulle pane ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più
ignorati dai marx-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali
ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che
polizia magistratura stampa se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione
si è estesa, con igliaia di denunce a operai, centinaia di fermi, perquisizioni
ecc. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del Movimento Studentesco (quelli anarchici erano
stati sempre dispersi brutalmente)... Anche un cieco avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e
sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero
finalmente a capire. E invece no. Eccoli a gridare — facendo coro con la sinistra
parlamentare, ben altrimenti interessata — che la repressione non passerà. Come
se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica
tutto quello che da qualche mese sta' succedendo, come se fosse normale routine
democratica che i fermati dalla polizia “cadano” dal 4° piano della questura e diecimila
operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extraparlamentari vengano
incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice
fascista... Come se fosse normale routine
democratica che per gli attentati scopertamente
reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione
del poliziotto dr. Calabrese) e fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto)
militanti della sinistra extraparlantentare e 12 fascisti (rilasciati per primi
dopo essere stati trattati con ogni riguardo)... A quanto pare i nostri scientificissimi
“cugini” marxisti riconoscono la repressione ed il fascismo solo quando porta il
fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente). In questo bollettino
non abbiamo potuto raccogliere per mancanza di tempo e spazio tutta la documentazione
sull'estendersi della repressione (già del resto ampiamente documentata dalla stampa).
Ci siamo limitati al campo anarchico, trovando in esso non solo la nostra specifica
funzione di Crocenera, ma anche purtroppo sufficiente materiale. Perché la repressione
si è estesa, ma continua a colpire sempre e pesantemente gli anarchici. Anarchico era Pinelli, la prima vittima
prescelta della repressione (dopo i morti di Avola e Battipaglia, vittime “casuali”); anarchico è Valpreda, capro espiatorio della
montatura provocatoria; anarchici in larga
parte i fermati ed i perquisiti (oltre settanta solo a Milano); anarchico il movimento
politico scelto come primo più facile bersaglio della calunnia dei pennivendoli...
(da Crocanera n. 5, febbraio 1970)
mercoledì 7 dicembre 2022
7 dicembre 1976: I circoli del proletariato giovanile impediscono la Prima della Scala
I Circoli del proletariato giovanile cominciarono a diffondersi
agli inizi del '76, specialmente nell'aerea milanese, nel tentativo di darsi una
struttura stabile e riconoscibile nell'ambiente sociale. Riunendo i giovani della
periferia su base ambientale (il bar, il centro ricreativo di quartiere, un ritrovo
nel paese-satellite) essi fornivano più che obiettivi precisi o un programma determinato,
un luogo di scambio sociale
Nacquero infatti dal rifiuto totale di schemi e valori
espresso da un'intera generazione di giovani che si affacciò alla politica tra il
1975 e il 1976; rifiuto che si risolse successivamente nella lotta aperta e nella
ricerca di vie alternative attraverso le quali poter soddisfare il bisogno di un'altra
socialità e di un altro sapere.
Data la continuità di queste forme comunitarie, successivamente
si avviarono alcune azioni politiche quali, per esempio, le iniziative di autoriduzione
nei cinema e, più tardi, la contestazione della prima della Scala a Milano, il 7
dicembre 1976, che segnò l'inizio del movimento del '77.
A Milano, la borghesia milanese inaugurò in questa data,
con la prima della Scala, un nuovo anno di sfruttamento e di dominio, ostentando
la sua ricchezza e i suoi privilegi. Il 1976 era infatti per la borghesia un'occasione
di affermazione politica sul proletariato e un'ostentazione di una forza che si
stava ricostruendo, un insulto al proletariato costretto a fare sacrifici per mandare
i borghesi alla prima.
Quella sera, la città fu teatro di violentissimi scontri
tra i giovani dei Circoli del proletariato giovanile e un ingente schieramento di
forse dell'ordine, 5000 carabinieri.
La nottata si risolse con lancio di bottiglie molotov
contro la polizia e di uova, sassi vernice contro le signore impellicciate che andavano
a vedere la prima dell'Otello di Zeffirelli; 250 i ragazzi fermati, 30 gli arresti
e 21 i feriti.
I Circoli del proletariato giovanile davano così inizio
ad una serie di rivendicazioni caratterizzate da un invito esplicito all'esproprio
proletario: “alla riappropriazione cioè di quegli oggetti – vestiti, dischi, libri
- attraverso i quali organizzazioni mafiose ci sfruttano (…). Nell'orgia consumistica
del Natale vogliamo anche noi il diritto al regalo (…). La logica dei sacrifici
dice: ai proletari la pastasciutta, ai borghesi il caviale. Noi rivendichiamo il
diritto al caviale: perchè siamo arroganti, perchè nessuno potrà mai convincerci
che in tempi di sacrifici i borghesi possono andare in prima visione e noi no, che
loro possono mangiare il parmigiano e noi no, o addirittura a costringerci a digiunare.
I privilegi che la borghesia riserva per se sono i nostri, li paghiamo noi. Per
questo li vogliamo conquistare e ne facciamo una questione di principio.”
martedì 6 dicembre 2022
6 dicembre 2005. Attacco alla Libera Repubblica di Venaus
«Squilla il telefono: “Stanno arrivando!”.
Abbiamo poco tempo. Ecco le luci e le sirene blu in lontananza,
l’atmosfera è surreale.
Sotto i fari accecanti saliamo sulla barricata per capire cosa sta
succedendo, c’è una ruspa della polizia! Ma che fa?! Avanza! Urliamo per
fermarli per avvisare che c’è gente sulle barricate, ma nulla.
Intanto ai lati, partono due squadre di carabinieri e polizia. Si
sentono legni spezzarsi, la paura sale, le grida sono più forti, la ruspa sta
sfondando la barricata, la gente cade, si appende a ciò che trova ma il mezzo
non si ferma. Sopra c’è il vice questore che continua ad urlare con gli occhi
fuori dalle orbite “SCHIACCIATELI, AMMAZZATELI!”.
Si riesce a scappare tra le strutture che stanno cadendo, nel
frattempo a destra i carabinieri e la polizia spaccando una recinzione ed
entrano in un terreno. Cercano di circondarci! La recinzione, poi divelta, per
fortuna li rallenta ostacolandoli, riusciamo a raggrupparci e a fare
cordone…bisognava vederli mentre si sfogavano contro i pali di cemento.
Sembravano dei pazzi, dei cocainomani pazzi! La recinzione cede e iniziano a
spingerci indietro, sono troppi, chi fa resistenza viene preso, manganellato, preso
a calci o ferito con gli scudi…avanzano e non intendono fermarsi. Lo stesso
dirigente della polizia non riusciva a far stare calmi i carabinieri, drogati,
erano come assatanati, dalle file dietro i loro colleghi incitano la prima fila
a massacrarci.
Arriviamo fino al Presidio e a calci alcuni celerini ci dicono di
andare alla baracca, altri ci spingono sul prato. Lo spintonamento continua, si
divertono, alcuni ridono e nel mentre ci filmano. Per farci coraggio e per far
intendere che non è per nulla finita, parte spontaneo un coro, la canzone che
più di ogni altra ha valore qui in Valsusa, “Bella ciao”. Si levano le voci
commosse e spaventate della gente e ad esse si vanno ad aggiungere quelle dei
compagni al Presidio, dietro al cordone di polizia. Siamo ancora uniti, e
l’unione è la nostra forza…
Chi è rimasto al presidio se l’è vista peggio: la polizia è arrivata
dai campi e ha massacrato chiunque fosse presente, senza curarsi di nulla:
anziani, ragazze, donne inermi e chi dormiva nelle tende.
Li hanno poi chiusi nel presidio. Lo spazio era troppo piccolo per
la gente che c’era e li han sbattuti contro i vetri della baracca, volevano
farli passare attraverso le finestre, alcune si sono rotte e la gente è caduta
dentro. Intanto altre squadre si davano da fare per spaccare tutto, questi
erano gli ordini che si sentivano gridare, e così han fatto. Hanno rotto le
tende e le strutture presenti, hanno massacrato a manganellate chi dormiva.
Quel poco che avevamo lasciato (zaini, documenti, portafogli, oggetti
personali) è stato spazzato via.
Il pullman dei carabinieri blocca
l’uscita alle autoambulanze affollate di gente…le campane della Chiesa e la
sirena del comune suonano ininterrottamente per chiamare la gente, tutti si
ammassano chiedendo che il pullman venga spostato, risposta? Altre cariche
violentissime, gente cade a terra senza sensi, c’è chi sanguina e chi vomita
per i colpi ricevuti…ecco allora le TV e i giornali…questa notte erano spariti,
sarà un caso? Per miracolo riescono a giungere due barellieri!
Nel giro delle prime ore del mattino
la popolazione viene a sapere del massacro di Venaus, tutti scendono in piazza,
si bloccano tutte le vie di comunicazione…la valle è ferma. Adesso basta!
“VI PREGO NON PICCHIATEMI, HO LE MANI ALZATE…VI PREGO!”
queste le parole che macchiarono il
silenzio di Venaus alle 4.00 di mattina, queste le parole che macchiano di
infamia i celerini e svuotano di significato parole come “Stato” e “Democrazia”».
Questo fu quello che accadde in Valle, il 6 dicembre del 2005.
Affinché Nessuno dimentichi.
Affinché tutti sappiano che NESSUN* DI NOI - chi era presente e chi non lo era - PERDONA.
lunedì 5 dicembre 2022
Caccia alle streghe
Alcuni secoli fa in Europa la paura della stregoneria
portò alla famigerata caccia alle streghe, e molte persone vennero messe a morte.
Il fenomeno interessò prevalentemente Francia, Germania,
Italia settentrionale, Svizzera e gli attuali Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi,
“persero la vita decine di migliaia di persone, sia in Europa che nelle colonie
europee”, Americhe comprese, e furono “milioni quelle che soffrirono a causa di
torture, arresti, interrogatori, odio, sensi di colpa o paura”. Come ebbe inizio
questa ossessione e cosa la alimentò? L’Inquisizione e il Malleus Maleficarum. Su
questa storia si staglia minacciosa l’ombra dell’Inquisizione. Fu creata nel XIII
secolo dalla Chiesa Cattolica Romana “per convertire gli apostati e impedire l’allontanamento”
dei fedeli. L’Inquisizione era praticamente la polizia della Chiesa. Il 5 dicembre
1484 papa Innocenzo VIII emanò una bolla che condannava la stregoneria. Il papa
inoltre incaricò due inquisitori di combattere il problema: Jakob Sprenger e Heinrich
Kramer, conosciuto anche con il nome latino di Henricus Institoris. I due scrissero
un libro intitolato Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Cattolici e
protestanti lo accettarono come opera di riferimento sulla stregoneria. Conteneva
storie immaginarie sulle streghe basate sulla tradizione popolare. Proponeva argomentazioni
di natura teologica e legale contro la stregoneria e forniva istruzioni per identificare
ed eliminare le streghe. Il Malleus è stato definito “il libro più pericoloso e
[...] più dannoso della letteratura mondiale”. Non c’era bisogno di prove per accusare
qualcuno di stregoneria. Un libro afferma che l’obiettivo dei processi “era solo
quello di ottenere una confessione con la persuasione, le pressioni psicologiche
o la forza” (Hexen und Hexenprozesse). Spesso si ricorreva alla tortura. In Europa
il Malleus e la bolla di Innocenzo VIII scatenarono una caccia alle streghe di enormi
proporzioni. Inoltre l’avvento di una nuova tecnologia, la stampa, spinse la psicosi
delle streghe al di là dell’Atlantico fino a raggiungere l’America.
In più del 70 per cento dei casi si trattava di donne,
specialmente vedove, che spesso non avevano chi le difendesse. Venivano anche presi
di mira i poveri, le persone anziane e le donne che preparavano rimedi a base di
erbe (soprattutto se questi non avevano effetto).
La donna fa paura: i medici non conoscono quasi nulla della fisiologia del corpo femminile e i teologi, la considerano un essere incostante che bisogna sorvegliare. Dal punto di vista giuridico, infine, essa è sotto la tutela del padre, prima, e del marito, poi. Solo con la vedovanza acquista una relativa autonomia, ma il suo riconoscimento sociale è messo in discussione ed è forte il rischio della marginalizzazione. Il problema della stregoneria si intreccia dunque con quello del ruolo della donna nella società cristiana. In effetti, quelle che vengono colpite dalle accuse di stregoneria sono in genere donne sole o vedove che hanno acquisito una relativa autonomia, oppure anziane, che conoscono le proprietà curative delle erbe medicinali (le "medichesse") o, ancora, levatrici, che assistono nei parti difficili o aiutano ad interrompere gravidanze indesiderate. Si tratta di figure che occupano una posizione sociale al limite dell'irregolarità, in una società in cui la donna vede riconosciuta e giustificata la sua esistenza solo all'interno di una famiglia.
Appartiene a questa categoria femminile anche
Benvenuta Pincinella di Nave, la cui vicenda è esemplare per la ricostruzione degli
atteggiamenti mentali dei contemporanei sulle streghe. Benvenuta ha sessant'anni,
quando denunciata per stregoneria, viene condotta davanti all'inquisitore di Brescia
per sottoporsi all'interrogatorio. La donna ha già subito in precedenza un altro
processo, concluso con un'ammenda e con l'obbligo di indossare un abito da penitente
davanti alla chiesa di Nave, paesino della Valcamonica, e di non esercitare la sua
"arte medica". Questa volta però -siamo nel 1518- le accuse sono circostanziate
e aggravano ulteriormente la posizione dell'imputata, la quale non solo non ha smesso
di praticare i suoi rimedi, ma ha addirittura guarito la figlia di un nobile della
città. Seguendo le procedure del Malleus, vengono registrate dal notaio le testimonianze,
rigorosamente anonime e il processo segue la prassi usuale: la donna viene rasata
nel corpo alla ricerca del bollo, l'infamante marchio diabolico, (poteva essere
semplicemente un neo o una particolare macchia della pelle che si dimostrasse insensibile
al dolore), si utilizza poi la tortura come mezzo di confessione rapida dei malefici,
segue, infine, l'interrogatorio. Le deposizioni pervenute di questo processo ci
restituiscono i dati biografici e la personalità dell'imputata, altrimenti scarni.
Sono sequenze in cui la realtà e la fantasia si fondono, lasciando emergere un complesso
sistema di credenze e di superstizioni arcaiche pagane, connotate religiosamente
e sopravvissute fino al XVI secolo. Dopo l'ennesima tortura, Benvenuta confessa,
esausta: ha partecipato al sabba, ha reso omaggio al demonio, ha avuti rapporti
sessuali con un demonio, Giuliano, che dice di aver portato con sé nella propria
gamba per tredici anni, ha operato malefici contro persone e animali. C'è però,
nella sua confessione, una consapevolezza, quasi orgogliosa, delle sue particolari
conoscenze, tanto da essere richiesta perfino dal podestà di Brescia. Ella conosce
le proprietà medicinali delle erbe che sa attivare grazie a formule magico-rituali,
tramandate da una cultura orale, tipica di una mentalità animistica e antiscientifica,
soprattutto nell'uso di simboli religiosi o di formule guaritorie: "Dio ve
salvi, madonna ruta, da parte che Jesu Cristo e san Zulian, vi prego de quella gratia
che v'ho domandato". E' un sapere tramandato oralmente che a differenza della
cultura medica dotta, quella scritta delle "auctoritates", concepisce
il mondo naturale dotato di personalità e volontà propria, e che per questo bisogna
invocare per ricevere aiuto.
La macchina giudiziaria ha ormai elementi sufficienti
per emettere la sentenza: "Iudichemo essere veramente rescada ne la eretica
pravità, benché al presente sei pentida […] del iudicio nostro ecclesiastico ti
getemo et lassemo, overo noi te demo al brazo et iudicio secolar". La sentenza
è la morte capitale.
Coloro che erano ritenute streghe venivano accusate di
ogni sorta di sventura. Si diceva che “causassero gelate e arrecassero piaghe di
lumache e bruchi per distruggere semi e prodotti della terra”. Se un raccolto veniva
distrutto dalla grandine, se una mucca non produceva latte, se un uomo era impotente
o una donna era sterile, sicuramente la colpa era di qualche strega!
Chi era sospettato veniva pesato, perché si credeva che
le streghe pesassero poco o nulla. Come si faceva a riconoscere una strega? A volte
la persona sospettata veniva legata e gettata in uno specchio d’acqua “benedetto”.
Se affondava, veniva dichiarata innocente e tirata fuori. Se invece galleggiava,
era considerata una strega e messa immediatamente a morte oppure sottoposta a processo.
Un’altra prova consisteva nel trovare il “marchio del Diavolo”, ovvero “un segno
tangibile del patto che la strega aveva stretto con il Diavolo”. Per cercare il
marchio, gli incaricati “radevano completamente la persona e ne esaminavano ogni
punto del corpo”, e come se non bastasse il tutto avveniva in pubblico. Poi infilavano
un ago in tutti i punti sospetti, ad esempio voglie, verruche o cicatrici. Se l’ago
non provocava dolore o sanguinamento, si era trovato un marchio di Satana. La caccia
alle streghe fu promossa da governanti sia cattolici che protestanti e in certe
zone i protestanti furono più severi dei cattolici. Col tempo, però, cominciò a
prevalere la ragione. Per esempio nel 1631 Friedrich Spee, un sacerdote gesuita
che aveva accompagnato al rogo molte persone condannate come streghe scrisse che
secondo lui nessuna era colpevole. Nel frattempo i medici cominciarono a capire
che certi fenomeni, ad esempio le convulsioni, potevano essere ricondotti a un problema
di salute anziché alla possessione demonica. Durante il XVII secolo i processi diminuirono
notevolmente e alla fine dello stesso secolo praticamente cessarono.
venerdì 2 dicembre 2022
2 dicembre 1968: La rivolta di Avola
Verso la fine degli anni Sessanta, la società rurale
siciliana era caratterizzata da forti squilibri sociali e da un pesante sfruttamento
dei lavoratori agricoli. Da un lato la riforma agraria del 1950 aveva spezzato i
gruppi di potere economico e politico provocando la fuga della grande proprietà
latifondista; dall'altro però, solo enti statali e speculatori privati ne avevano
tratto giovamento.
Per diventare proprietari dei terreni a loro assegnati,
le famiglie dovevano pagare per trent'anni una rata mensile, che quasi sempre si
rivelava troppo onerosa.
Nel '68 – '69 le masse meridionali furono così coinvolte
nella più grande rivolta dell'intero paese che interessò scuole, fabbriche e campagne:
il suo obiettivo principale era la necessità di creare nuovi rapporti di produzione
non più basati sulla discriminazione di classe.
La lotta intrapresa dai lavoratori agrari della provincia
di Siracusa e a cui parteciparono anche i braccianti di Avola iniziò il 24 novembre
1968, e rivendicava l'aumento della paga giornaliera, l'eliminazione delle differenze
salariali e di orario fra le due zone nelle quali era divisa la provincia, l'introduzione
di una normativa atta a garantire il rispetto dei contratti e l'avvio delle commissioni
paritetiche di controllo.
Gli agrari rifiutarono di trattare con il Prefetto sull'orario
e sulle commissioni, non presentandosi alle diverse convocazioni e facendo così
proseguire lo sciopero in un clima di tensione sempre più alto. Il 2 dicembre Avola
partecipò in massa allo sciopero generale; i braccianti iniziarono dalla notte i
blocchi stradali sulla statale per Noto, con gli operai al loro fianco. Intorno
alle 14, il vicequestore Samperisi ordinò al reparto Celere giunto da Catania di
attaccare: la polizia cominciò quindi un fitto lancio di lacrimogeni, ma per effetto
del vento il fumo gli tornò contro, diventando così un ottimo bersaglio per una
fitta sassaiola.
Senza esitare, i militi cominciarono a sparare sulla
folla: il bilancio fu di due braccianti morti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia,
e 48 feriti, di cui 5 molto gravi.
Sul posto furono trovati quasi tre chili di bossoli.
Verso mezzanotte il ministro dell'Interno Restivo convocò una riunione fra agrari
e sindacalisti, che durò fino al giorno dopo. Il contratto venne firmato, le richieste
dei braccianti furono accolte.
La spontanea risposta all'eccidio di operai, lavoratori, studenti fu massiccia in tutto il paese. Il 4 dicembre le confederazioni sindacali indirono una giornata nazionale di lotta. Fabbriche, città e campagne si fermarono. Da più parti si chiese il disarmo degli agenti in servizio di ordine pubblico.
L'inchiesta giudiziaria fu archiviata nel novembre 1970, poi arrivò l'amnistia per i lavoratori. Nulla si è mai saputo degli esiti dell'inchiesta amministrativa.
giovedì 1 dicembre 2022
1 dicembre 1999: rivolta a Seattle
Tra la fine di Novembre e l'inizio di Dicembre del 1999
si doveva svolgere a Seattle il WTO Millennium Summit, farsa autocelebrativa del
neoliberismo più becero; da subito raggiunsero la città decine di migliaia di persone
con il dichiarato obbiettivo di non far svolgere il vertice.
L'apparato repressivo messo in piedi per l'occasione
era impressionante, migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa supportati dai
mezzi blindati della guardia nazionale; inoltre era stata imposto il divieto assoluto
di entrare nella zona dove si sarebbe svolto il summit ed era stata vietata la vendita
in tutto lo stato di Washington di maschere antigas.
La mattina del 30 novembre i manifestanti, partiti con
due cortei contemporaneamente da nord e da sud della zona rossa, riuscirono a circondarla
impedendo ai delegati di raggiungere la zona del summit. Così facendo, riuscirono
a tagliare in due lo schieramento della polizia che in parte era schierata all'interno
della zona rossa tagliandoli fuori dalla linea dei rifornimenti.
Durante i cortei partirono diverse azioni volte a sanzionare
i simboli del capitalismo: furono distrutte banche, sedi di multinazionali, negozi
di lusso.
La polizia, per cercare di rompere i blocchi, attaccò
i manifestanti con cariche, gas lacrimogeno e spray urticante in diversi punti della
città non riuscendo comunque, se non in parte, a disperdere l'accerchiamento della
zona rossa.
L'episodio più grave si svolse la sera del 30 Novembre
nel quartiere di Capitol Hill, dove la polizia caricò con proiettili di gomma e
granate stordenti scatenando poi la caccia all'uomo.
Gli scontri durarono anche il giorno successivo fino
a quando la polizia riuscì a rompere il blocco dei manifestanti da sud permettendo
ai delegati di arrivare al centro conferenze dove si doveva svolgere il summit.
Il bilancio degli scontri fu di oltre 600 arresti e centinaia
di feriti tra i manifestanti.
Le giornate di Seattle vengono generalmente riconosciute come quelle che diedero il via al ciclo di mobilitazioni contro i vertici internazionali
mercoledì 30 novembre 2022
Azione diretta
Detto semplicemente,
vuol dire rompere con le infinite mediazioni burocratiche, risolvere i problemi
da sé invece di appellarsi alle autorità costituite o di chiedere interventi esterni
da parte delle istituzioni. Qualsiasi azione che mira a raggiungere degli obbiettivi
scavalcando deleghe e rappresentanze è un’azione diretta. In una società dove il
potere politico, il capitale economico e il controllo sociale sono centralizzati
nelle mani di una élite, certe forme di azione diretta vengono scoraggiate, se non
criminalizzate; e proprio queste pratiche sono di particolare importanza per chi
lotta contro la gerarchia e contro la violenza delle istituzioni. Ci sono mille
situazioni in cui puoi mettere in pratica l’azione diretta: forse i rappresentanti
di una multinazionale stanno per invadere la tua città per un summit, e tu vuoi
protestare contro di loro in forme che non siano soltanto il solito corteo in cui
tenere in mano il solito cartellone; magari hanno già messo radici nel tuo ambiente
da molto tempo, costruendo punti vendita che sfruttano i lavoratori e che devastano
l’ambiente, e tu cerchi un modo per attirare l’attenzione pubblica o per intralciare
i loro progetti; forse vuoi organizzare un evento pubblico festoso e comunitario
come uno street party. Con l’azione diretta puoi far sorgere un giardino pubblico
in un terreno inutilizzato oppure puoi difenderlo paralizzando i bulldozer, puoi
praticarla per occupare gli edifici abbandonati e dare un tetto agli homeless o
per mandare in tilt gli uffici governativi. Che tu stia agendo con pochi amici fidati
o che tu stia agendo con migliaia di persone, i principi di base sono sempre gli
stessi.
domenica 27 novembre 2022
Kropotkin - Le ragioni e il metodo di una scienza della morale
Kropotkin iniziò
ad occuparsi di scienze naturali durante la giovinezza, mentre prestava servizio
con i Cosacchi nell’estremo oriente siberiano. Iscrittosi poi alla facoltà di scienze,
intraprese alcune importanti spedizioni naturalistiche come geografo nella penisola
scandinava. Attraverso le osservazioni e i dati raccolti in questi viaggi egli riuscì
in seguito a fornire delle spiegazioni esatte dell’orografia euroasiatica e delle
fasi dell’era glaciale in Europa, che gli valsero la nomina a segretario della sezione
geofisica della Società russa di geografia – incarico che rifiutò poiché “Tutte
le belle parole sono inutili, quando gli apostoli del progresso si tengono lontani
da quelli che pretendono spingere in avanti”3. Proprio nel corso di questi viaggi
in luoghi remoti, selvaggi e solitari l’interesse naturalistico si lega a quello
etico-politico, fino a portare Kropotkin ad elaborare un metodo filosofico transdisciplinare
ed una filosofia di vita rivoluzionaria e ribelle. Gli uomini primitivi appresero
dunque dall’osservazione degli animali immersi nel proprio habitat delle vere e
proprie lezioni di socialità e di etica. Essi impararono che gli individui e i gruppi,
tranne rare eccezioni, sono inseparabili l’uno dall’altro, che essi non si uccidono
quasi mai l’uno con l’altro, e che le specie più deboli possono, grazie all’unione
e alla fiducia l’uno nell’altro, affrontare avversari ben più forti di loro. I nostri
antenati poterono senz’altro osservare che in molti gruppi animali sono presenti
sentinelle che si alternano a fare la guardia nei momenti in cui il gruppo è esposto
ad un possibile pericolo; si può ragionevolmente ipotizzare che l’uomo, ancora nomade,
abbia capito proprio dall’osservazione di animali riuniti in colonie tutti i vantaggi
di una vita stabile, oppure aver compreso da alcune specie animali l’utilità di
una riserva di cibo, o ancora l’importanza del gioco per rinsaldare la fiducia reciproca.
Secondo Kropotkin, esiste una doppia tendenza “caratteristica della vita in generale”:
“da un lato la tendenza alla socialità; dall’altro, come risultato di questa, l’aspirazione
a una più grande intensità di vita, da cui il bisogno di una più grande felicità
per l’individuo”. Tale duplice aspirazione costituisce “una delle proprietà fondamentali
e uno degli attributi necessari a qualsiasi aspetto della vita sul nostro pianeta”.
Nell’uomo questa doppia tendenza risponde a due bisogni e a due sentimenti contrapposti:
da un lato il bisogno di unione e il sentimento di reciproca simpatia – che porta
gli uomini ad unirsi in gruppo “per attendere con uno sforzo comune all’attuazione
di ciò che non è possibile realizzare da soli” – e dall’altro il bisogno di lotta
e di autoaffermazione, che spinge gli uomini a “dominare i loro simili per scopi
personali”. Tuttavia, poiché nella natura animale “gli istinti più durevoli prevalgono
sugli istinti meno persistenti”, la nostra coscienza morale “è il risultato di una
lotta durante la quale un istinto personale meno forte cede all’istinto sociale
più costantemente presente”; il risultato di una comparazione tra il proprio desiderio
personale e gli istinti sociali – che sono prevalenti perché ereditari, riconosciuti
da tutti i membri del gruppo e riconoscibili nelle altre specie. Si cerca allora
di rendersi conto di quel sentimento morale che s’incontra ad ogni passo, senza
averlo ancora spiegato, e che non si spiegherà mai finché lo si crederà un privilegio
della natura umana, finché non si discenderà sino agli animali, alle piante, alle
rocce per comprenderlo.
(P. KROPOTKIN, La morale anarchica)
giovedì 24 novembre 2022
Walker C. Smith sul sabotaggio
Nel suo opuscolo
Smith dedica una prima parte alla ricostruzione della storia del sabotaggio sia
come pratica, nata contemporaneamente allo sfruttamento umano, sia come termine,
scelto per indicare un metodo di lotta sociale solo a partire da Congresso confederale
di Toulouse del 1897 (prima in Inghilterra e Scozia tale pratica era indicata con
il nome “Ca’ Canny”, cioè “andare piano”). Indica anche tre possibili versioni sulla
sua origine lessicale, tutte riconducibili alla parola sabot: nella prima ipotesi
il riferimento è riconducibile all’episodio in cui un operaio francese utilizzò
il suo zoccolo per danneggiare un macchinario, oppure potrebbe derivare dal fatto
che i sabot si presentano come calzature pesanti e ciò causerebbe rallentamenti
nel lavoro, infine l’ultima possibilità è che la parola sabotaggio derivi da un
termine dello slang che indica lo sciopero fatto senza lasciare il proprio posto
di lavoro. Alla base dell’idea di sabotaggio sta innanzi tutto una critica al mercato
del lavoro, alla disparità di potere tra padroni e operai che, restando tagliati
fuori dalla legge della domanda-offerta, si trovano stretti in un sistema senza
stabilità salariale: “Sabotaggio significa, quindi, che i lavoratori combattono
direttamente le condizioni imposte dai padroni secondo la formula ‘salari bassi-cattivo
lavoro' ” (Walker C. Smith). Danneggiare la merce, scioperare o rallentare il lavoro
e le consegne delle merci prodotte attraverso lo sfruttamento sono tutti metodi
di sabotaggio. Non sempre però tale mezzo è messo in pratica a beneficio dei lavoratori,
anzi spesso sono gli stessi imprenditori che ne impongono l’uso per aumentare il
valore della merce. Smith porta come esempio, tra gli altri, i carichi di patate
distrutti in Illinois, o le mele lasciate marcire sugli alberi dei frutteti di Washington,
o ancora le mistificazioni dei documenti ai danni dei concorrenti della Standard
Oil Company. Tali azioni altro non sono che “sabotaggio capitalista”, come già le
aveva chiamate tre anni prima William Trautmann. Se divenisse una pratica diffusa
tra gli operai, secondo Smith il sabotaggio potrebbe fermare le guerre e bloccare
gli arresti di chi sciopera; per riuscirci però dovrebbe diffondersi la coscienza
del potere che porterebbe, per conseguenza, alla solidarietà tra lavoratori. Come
pratica di massa, se utilizzata da ogni operaio di ogni comparto produttivo, permetterebbe
addirittura di giungere alla fine delle classi, dello Stato e della produzione come
mezzo di profitto anziché di prodotti di utilità. Attingendo alla tradizione anarcosindacalista
europea, Walker C. Smith adatta l’idea di sabotaggio alla situazione statunitense
del primo Novecento, rendendolo applicabile da una classe lavoratrice in balìa delle
leggi della speculazione, sfruttata, vilipesa e molto spesso massacrata dalle milizie
padronali.
martedì 22 novembre 2022
Decreto anti-rave
Il cosiddetto “decreto anti-rave” è esemplificativo
di un clima generale che negli ultimi anni si è andato consolidando di
restringimento degli spazi per le forme di espressione giovanile e di attacco
al dissenso sociale.
Questo infatti non riguarda solo i rave-party, ma
tra le casistiche che potrebbero rientrare al suo interno vi sono anche molte
pratiche che fanno parte della storia della protesta e del dissenso sociale nel
nostro paese, dalle occupazioni delle università e delle scuole, ai picchetti
davanti alle fabbriche, alle manifestazioni non autorizzate.
Ma questo decreto non è altro che l’epifenomeno di
un lungo processo di criminalizzazione dei comportamenti giovanili, degli
ultimi e degli indesiderabili, delle lotte sociali.
Come dimenticare le legislazioni anti-degrado che
regolano in maniera sempre più escludente la vita nelle grandi città? Per non
parlare dei Daspo urbani e di tutta un’altra serie di normative volte ad
affrontare problemi sociali come problemi di ordine pubblico.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una pioggia
di inchieste per associazione a delinquere o sovversiva nei confronti di lotte,
movimenti sociali e sindacati. A Torino ne sono state messe in campo ben due
nel giro di brevissimo tempo. Anche le lotte studentesche, ad esempio
l’opposizione all’alternanza scuola-lavoro, sono state represse con
carcerazioni preventive e misure cautelari a giovani liceali e universitari*.
Ma non solo, abbiamo visto una crescente
applicazione degli strumenti della legislazione antimafia nei confronti di
movimenti sociali e militanti politici. E’ evidente che si vuole trattare il
conflitto ed il dissenso sociale come un fenomeno criminale con delle logiche
che evidenziano una progressiva deriva autoritaria.
Crediamo dunque che sia necessario non fare passare
sotto silenzio quanto sta succedendo e comprendere a fondo quali siano i
meccanismi e le tendenze che abbiamo di fronte.
lunedì 21 novembre 2022
21 novembre 1831: Rivolta dei Canuts
A quel tempo, i tessuti erano la principale industria francese e la fabbrica di seta di Lione sosteneva la metà degli abitanti della seconda città del regno con più di 30.000 telai, così come altri lavoratori intorno a Lione.
Questi tessitori
di Lione, o canut , erano maestri operai che possedevano i loro telai a casa e lavoravano
a casa in famiglia, con i compagni che ospitavano e nutrivano. In tempi di magra
si impiegavano principalmente donne, meno pagate, e apprendisti o ragazzi di razza,
che a Lione si chiamano rana , ancor meno pagati, mentre le travi dove il tessuto
era avvolto erano molto pesanti da trasportare. E davanti a loro, i padroni che
a Lione sono chiamati i produttori di seta ma che non fabbricano nulla. Sono infatti
commercianti, che anticipano il capitale procurandosi la materia prima e si accontentano
di passare gli ordini ai canut. La situazione di miseria e oppressione : i canut
lavoravano dalle 15 alle 18 ore al giorno (10 ore per i bambini dai 6 ai 10 anni)
per i salari di povertà. Si ammassavano in monolocali malsani. I telai Jacquard
richiedevano altezze del soffitto molto maggiori rispetto a prima, ma il più delle
volte lo spazio aggiuntivo era riempito da un soppalco (mezzanino) dove vivevano
le famiglie mentre i compagni, gli apprendisti, spesso dormivano negli armadi. Certamente
una solidarietà univa i canut che avevano costituito, sotto la guida di Pierre Charnier
e di altri attivisti dell'epoca, il movimento mutualista. L'idea delle mutue era
di prevedere scadenze per remunerare i disoccupati mediante contributi. Si prevedeva
addirittura di fondare una cooperativa di produzione che avrebbe permesso di fare
a meno dei serici, che vivevano nell'opulenza ... Ma non eravamo ancora lì.
Dal gennaio 1831
sorse una certa agitazione. Si organizzano raduni in diverse parti della città per
chiedere lavoro e pane. Nell'aprile-giugno 1831 si diffondono le idee di Saint-Simon
e di Fourier, evocando l'oppressione dei ricchi, i misfatti della concorrenza aggravata,
l'ingiustizia sociale. A poco a poco, si percepisce una coscienza di classe.
Il 18 ottobre il
prefetto Bouvier-Dumolard è preoccupato. 8.000 canut eleggono "commissari"
che formano una commissione che chiede una tariffa e dà un indirizzo al prefetto:
"È giunto il momento in cui, cedendo alla necessità imperativa, la classe
operaia deve e vuole cercare di porre fine alla sua miseria". Il 25 ottobre
il prefetto ha convocato un nuovo incontro con i delegati dei canut e dei setaioli.
Ma contemporaneamente 6.000 canut, capi officina e compagni, provenienti da tutte
le periferie, si radunano e sfilano, per le strade di Lione fino a davanti al prefettura,.
Viene firmato un accordo e stabilità una tariffa congiuntamente entra in vigore
il 1° novembre. Ma la maggior parte dei produttori si rifiuta di applicare la tariffa
e persino il governo, che disconosce l'atteggiamento del prefetto. Vedendosi ingannati,
esasperati dall'intransigenza delle manifatture, i canut perdono la pazienza e vogliono
attaccare la rue des Capucins, l'industria della seta. Aspettano fino al 20 novembre
quando decidono di non tornare al lavoro e di tornare a manifestare in massa davanti
alla prefettura . La situazione è esplosiva perché questo stesso 20 novembre si
svolge una rassegna con il generale Ordonneau della guardia nazionale dei distretti
della penisola.
21 novembre 1831.
Dall'alba, un'agitazione
febbrile si diffonde a tutta la popolazione di Croix-Rousse. La maggior parte degli
scambi viene interrotta. Più di mille lavoratori si sono riuniti sull'altopiano
della Croix-Rousse, con l'intenzione di imporre l'applicazione delle nuove tariffe.
Diecimila aspettano in Place Bellecour. E ce ne sono centinaia a La Guillotière.
Si formano i cortei,
si gonfiano di ora in ora, i tamburi battono il richiamo. I Canut si precipitano
a pugni nudi, inghiottendo i pendii, costringendo le autorità presenti a ritirarsi
anticipatamente. Ovviamente la guardia nazionale della Croix-Rousse, dove dominano
i canut, non intende opporsi all'azione dei lavoratori. Le scaramucce hanno avuto
luogo in vari punti dell'altopiano e in particolare in cima alla Grand'côte, in
rue Bodin, ma gli operai hanno mantenuto il controllo costruendo numerose barricate.
Il sindaco facente funzione ordina a Ordonneau di intervenire. I canut alla testa
del corteo sventolano una bandiera nera su cui alcuni hanno scritto questo famoso
motto: "VIVERE LAVORANDO O MORIRE COMBATTENDO".
Si imbattono in un gruppo
in fondo alla Grand'côte (la rue des Capucins è l'industria della seta). Scoppiano
dei colpi e gli uomini cadono. I manifestanti reagiscono con le poche armi a loro
disposizione, soprattutto alcuni bastoni e pale.
Da ogni finestra
le massaie gridano " Alle armi, alle armi, le autorità vogliono assassinare
i nostri fratelli". "Da ogni casa escono combattenti armati di pale, picconi,
bastoni e oggetti di scena per i loro telai, gridando:"Pane o piombo! "Chi
non ha armi porta i ciottoli ai piani alti delle case o sui tetti dai quali strappano
le tegole. Barricate con carri salivano rapidamente ai quattro angoli della penisola
formando di volta in volta altrettanti posti di blocco. Canuts disarma la guardia
nazionale della Croix-Rousse e batte la sveglia per una chiamata generale alle armi.
Costruiscono nuove barricate con l'aiuto di donne e bambini. La battaglia diventa
feroce. È il panico generale al Comune e alla Prefettura. Il generale Roguet sta
cercando di demolire alcune barricate. Il prefetto, che invita le " persone
oneste " a non farsi coinvolgere nel movimento dei " cattivi sudditi ",
decide di andare in battaglia con il generale Ordonneau il prefetto e Ordonneau
vengono presi in ostaggio. Gli operai riuscirono in due giorni a impadronirsi militarmente
della città, abbandonata dal generale François Roguet, comandante della divisione,
e dal sindaco Victor Prunelle.In seguito alla decisione presa dal presidente del
consiglio Casimir Pierre Périer, circa la necessità di una reazione energica, il
maresciallo Soult, accompagnato dal duca d'Orléans, partì per Lione alla testa di
un'armata di 20.000 uomini, che penetrò in città il 3 dicembre, riuscendo a ristabilire
l'ordine a prezzo di 190 morti e 10.000 prigionieri.