..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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venerdì 18 aprile 2014

Guerra alla guerra! Non una sola goccia di sangue per la “nazione”!


La lotta di potere tra i clan oligarchici dell’Ucraina minaccia di estendersi ad un conflitto armato internazionale. Il capitalismo russo tenta di utilizzare il riassetto del potere dello Stato ucraino per attuare le sue già stantie aspirazioni imperialiste ed espansioniste in Crimea e in Ucraina orientale, dove ha forti interessi economici, finanziari e politici.
Sullo sfondo della prossima ondata della crisi economica che incombe in Russia, il regime sta cercando di far rivivere il nazionalismo russo per distogliere l’attenzione dai crescenti problemi socio – economici dei lavoratori: salari e pensioni da fame, smantellamento del sistema sanitario disponibile così come dell’educazione e di altri servizi sociali. Nel frastuono della retorica nazionalista militante è più facile portare a compimento la formazione di uno stato aziendale e autoritario basato su valori conservatori reazionari e politiche repressive.
In Ucraina l’acuta crisi economica e politica ha portato ad uno scontro crescente tra i “nuovi” e i “vecchi” clan oligarchici, i primi dei quali hanno utilizzato anche formazioni dell’estrema destra e ultranazionaliste per provocare un colpo di stato a Kiev. L’élite politica di Crimea e dell’Ucraina orientale non vuole condividere il proprio potere e le sue proprietà con il prossimo governo di turno a Kiev e cerca di appoggiarsi all’aiuto del governo russo. Entrambe le parti hanno fatto ricorso alla dilagante isteria nazionalista: ucraina e russa rispettivamente. Ci sono scontri, spargimenti di sangue. Le potenze occidentali hanno i propri interessi e aspirazioni e i loro interventi nel conflitto potrebbero portare alla terza guerra mondiale.
Le fazioni belligeranti spingono, come di consueto, noi, gente comune: lavoratori salariati, disoccupati, studenti, pensionati … a combattere per i loro interessi, trasformandoci in dipendenti della droga nazionalista; gettandoci l’uno contro l’altro dimentichiamo i nostri bisogni e interessi reali: a noi non importa né possiamo curarci delle loro “nazioni” nelle quali ora siamo maggiormente preoccupati da più vitali e urgenti problemi come sopravvivere cosa che si scontra con il sistema che loro hanno fondato per schiavizzarci e opprimerci.
Non cedere alla intossicazione nazionalista. Che vadano al diavolo con il loro stato e le loro “nazioni”, le loro bandiere e i loro proclami! Questa non è la nostra guerra e noi non dobbiamo parteciparvi pagando con il nostro sangue i loro palazzi, i loro conti bancari e il piacere di sedere su comode poltrone delle autorità. E se i capi di Mosca, Kiev, Lviv, Kharkiv, Donetsk e Simferopoli, Washington e Bruxelles danno inizio a questa guerra, il nostro dovere è quello di ooporci ad essa con tutti i mezzi!

Né guerra tra i popoli – né pace tra le classi!

KRAS, sezione russa dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori
Internazionalisti di Ucraina, Russia, Moldavia, Israele, Lituania, Romania, Polonia
Federazione Anarchica in Moldavia
Frazione dei Socialisti Rivoluzionari (Ucraina)

venerdì 11 aprile 2014

La famiglia

Il sorgere della proprietà privata, basata sulla divisione dei terreni, del bestiame, aggravata dalla metallurgia e da nuove divisioni del lavoro e degli oggetti prodotti dal lavoro, portò il passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale. L’uomo assunse il governo anche nella casa; la donna fu avvilita, asservita, divenne la schiava del suo piacere e un semplice strumento di riproduzione. L’uomo, che ormai era quello che accumulava ricchezza, voleva sapere con esattezza che i figli fossero i SUOI e non di un altro, per lasciare a loro l’eredità dei suoi beni. Ma per avere questa sicurezza non poteva fare che una cosa: schiavizzare la donna e imporle una castità e fedeltà coniugale rigorosa.
La famiglia è la cellula ideale di una società basata sul profitto, dove si dà all’operaio la possibilità materiale di vivere e quindi di produrre (garantita dal lavoro a tempo pieno e improduttivo della moglie) di far vivere i propri figli (anche questo sarebbe impossibile senza il lavoro della donna) e quindi riprodursi.
Il modello famigliare è ben preciso: il capofamiglia che procura i soldi, la moglie che fa funzionare la casa, i figli che consumano e basta. Tutto questo è determinato da una necessità economica imposta dall’organizzazione capitalistica della produzione in questa fase del suo sviluppo.
La donna diventa un angelo in scatola che le mura domestiche separano dal resto del mondo. Non avendo la possibilità di pagare dei servizi (asili, ecc.) il suo ruolo le si chiude addosso ed è costretta a svolgere funzioni prettamente domestiche: una statistica dice che in Italia le donne non rientrano a lavorare dopo la maternità, se non in numero ridottissimo.
E tu figlio, ti vedi programmato il tuo affetto, i tuoi rapporti umani per tenere bene in piedi un ferreo sfruttamento. Il movente economico è quello della società borghese, in cui il lavoro di molti deve servire a pochi per accumulare capitali.
Lavori alienanti, orribilmente pesanti, pericolosi, monotoni, da far fare alla classe sociale più povera, ricattata nella vita, perché deve mantenere una famiglia. Condizionata a produrre dei buoni cittadini perché non si renda conto della sua forza di massa, dell’ingiustizia subita ogni giorno, perché non si accorga e non si ribelli.
Ti senti dire da loro che se studi non farai la loro stessa fine, mentre studiare e farsi una posizione vuol dire mettersi in una condizione per cui è più difficile per il padrone poterti sfruttare.

Tratto da:
Manuale di autodifesa e di lotta per i minorenni CONTRO LA FAMIGLIA
Stampa Alternativa Roma 1974

giovedì 10 aprile 2014

10 maggio. Corteo No Tav a Torino

Il movimento No Tav ha lanciato un appello per una manifestazione popolare a Torino in solidarietà con i No Tav accusati di “terrorismo”. Di seguito il testo dell’appello.

Colpevoli di resistere
Il 14 maggio. a Torino si aprirà il processo a carico di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò accusati di terrorismo per il sabotaggio di un compressore.
Attraverso l’accusa di terrorismo contro alcuni NO TAV si vogliono colpire tutte le lotte.

Sabato 10 maggio ore 14 (ritrovo in Piazza Adriano)
Manifestazione popolare a Torino

Perché
Chi attacca alcuni di noi, attacca tutte e tutti.

Perché
Le loro bugie, i loro manganelli, le loro inchieste non ci fermano.

Resistiamo allo spreco delle risorse, alla devastazione del territorio, alla rapina su i salari, le pensioni e la sanità.
Chiara, Claudio, Niccolò, Mattia liberi subito.
Movimento No Tav

Ex Moi. Un anno di autogestione

Il 30 marzo dello scorso anno 200 profughi rimasti in strada dopo la fine “dell’emergenza nordafrica“, occuparono una casa del villaggio olimpico, la “ex Moi” in via Giordano Bruno.
Tre palazzine rimaste vuote per 7 anni, divennero la nuova casa per uomini e donne, che il governo italiano aveva buttato in strada dal 28 febbraio 2013, quando per decreto era stata fissata la fine della protezione. Chiuse le strutture di accoglienza, ai profughi sono stati dati 500 euro in cambio di una firma su documento che liberava lo Stato italiano di ogni responsabilità nei loro confronti.
Nonostante la spesa esorbitante di un miliardo e 300 milioni di euro, ai profughi della guerra in Libia non era stato garantito alcun percorso di inserimento nella nostra società.
Per un anno e mezzo trascorso i profughi erano stati parcheggiati senza prospettive, tra incuria, assistenzialismo e mera carità.
Strutture in condizioni indegne, senza acqua calda e riscaldamento, persone stipate in posti sovraffollati, disservizi e malaffare sono stati il risultato della gestione emergenziale imposta da un governo che aveva deciso di elargire un miliardo e 300 milioni di euro ad una miriade di associazioni del terzo settore, che garantirono poco o nulla nulla di quanto previsto per loro sulla carta.
Ai rifugiati provenienti dalla Libia non venne data alcuna opportunità di rendersi autonomi, indipendenti ed inserirsi nei nostri territori. Niente corsi di formazione, nessuna traccia dell’inserimento lavorativo, zero inserimento abitativo.
Ancora una volta “l’emergenza umanitaria” era stata una buona occasione di lucro per le tante organizzazioni del terzo settore che l’avevano gestita, bandando a ricavarne il più possibile.
Occupare una casa vuota è stata la scelta di lotta e di autonomia di gente che lo Stato italiano voleva invisibile, dispersa tra le vie di una nuova cavalcata per l’Europa delle frontiere, nascosta in qualche buco per clandestini, accampata nelle campagne della raccolta e delle schiavitù.
Il 17 gennaio di quest’anno alle palazzine dell’Ex Moi si è aggiunta la casa occupata in via Madonna delle Salette, uno stabile di proprietà dei preti, abbandonato del 2008. Una prima risposta alle crescenti esigenze abitative dei profughi accorsi anche da altre regioni, una possibilità in più di costruire percorsi di autogestione.

martedì 18 marzo 2014

I nostri propositi

Noi siamo anarchici, anarchici nel senso proprio e generale della parola; vale a dire che vogliamo distruggere quell’ordinamento sociale in cui gli uomini, in lotta tra di loro, si sfruttano e si opprimono, o tendono a sfruttarsi e ad opprimersi, l’un l’altro, per arrivare alla costituzione di una nuova società in cui ciascuno, nella solidarietà e nell’amore con tutti gli altri uomini, trovi completa libertà, massima soddisfazione possibile dei propri bisogni e dei propri desideri, massimo sviluppo possibile delle sue facoltà intellettuali ed affettive.
Quali siano le forme concrete in cui potrà realizzarsi questa auspicata vita di libertà e di benessere per tutti, nessuno potrebbe dirlo con esattezza; nessuno, soprattutto, potrebbe, essendo anarchico, pensare ad imporre agli altri la forma che gli appare migliore. Unico modo per arrivare alla scoperta del meglio è la libertà, libertà di aggruppamento, libertà di esperimento, libertà completa senz’altro limite sociale che quello dell’uguale libertà degli altri.
Vi sono tra gli anarchici di quelli che amano qualificarsi comunisti, o collettivisti, o individualisti, o altrimenti. Spesso è questione di parole diversamente interpretate che oscurano e nascondono una fondamentale identità di aspirazioni; qualche volta si tratta solo di teorie, di ipotesi, con cui ciascuno spiega e giustifica diversamente conclusioni pratiche identiche. [...]

Errico Malatesta  «Umanità Nova», 27 febbraio 1920

martedì 11 marzo 2014

Una bandiera No Tav per l’ANPI

Sabato 8 marzo. Sulla cancellata di ingresso della sede della sezione ANPI “Renato Martorelli” di via Poggio è stato appeso nella notte uno striscione con la scritta “No Tav liberi”, accanto è stata issata una bandiera No Tav.
Un anonimo reporter di passaggio nel cuore di Barriera di Milano ha scattato qualche foto.
Facile intuire le ragioni di un gesto che parla da solo. Il giorno prima proprio da quella sezione ANPI era partita l’iniziativa di una serata in cui si mescolavano la mafia, il terrorismo e il movimento No Tav. Ospiti d’onore l’ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli e l’ex parlamentare del Partito Comunista Italiano Dino Sanlorenzo. Un esponente di punta del “nuovo corso” della sinistra dopo la caduta del muro di Berlino e un anziano stalinista.
Quella stessa sera circa 150 No Tav hanno fatto un presidio rumoroso a pochi metri dalla sala di via Leoncavallo, dove, circondati da camionette e poliziotti in tenuta antisommossa, parlavano Caselli e Sanlorenzo.
Il presidio è poi diventato corteo nelle vie limitrofe.
L’arresto di quattro No Tav in carcere da tre mesi con l’accusa di “attentato con finalità di terrorismo” è stato il sigillo finale della carriera di Caselli. Un curriculum vitae che culmina con la missione di attaccare con inaudita violenza il movimento No Tav. La facciata del “democratico” che persegue i “fatti” e non le idee si infrange nel mare di carte processuali che dimostrano un fatto solo: la volontà di trasformare usuali pratiche di lotta in reati gravissimi. L’accusa di terrorismo per un compressore danneggiato è solo la punta di un iceberg. Nella neolingua di Caselli e dei suoi tutto cambia di segno: un blocco stradale si trasforma in violenza privata, un banale sabotaggio diventa terrorismo, la resistenza ad uno sgombero un atto eversivo.
Di Sanlorenzo è sufficiente ricordare il famigerato questionario anonimo, che invitava alla delazione per scovare i “terroristi”. Erano gli anni Settanta e, con il pretesto della lotta armata, quelli come Sanlorenzo tentarono ogni mezzo, persino quelli più vili, per tappare la bocca ai tantissimi, specie nelle periferie operaie come Barriera, lottavano per un mondo senza padroni, sfruttamento, dominio.
Pochi lo sanno. Proprio negli anni Settanta il circolo Risorgimento di via Poggio, lo stesso che ospita la sezione ANPI “Renato Martorelli”, venne commissariato dai vertici del Partito Comunista.
Oggi come trent’anni fa offre l’immagine di un centro sociale frequentato soprattutto da anziani, tra caffè, vino, gioco delle bocce.
Nessuno avrebbe oggi potrebbe immaginare che in quel circolo sonnacchioso, dove si ritrovavano anche tanti partigiani, negli anni Settanta qualcuno avesse osato discutere la linea del Partito, sostenendo che le insorgenze sociali di quegli anni fossero legate con un filo rosso alla guerriglia partigiana.
Ogni 25 aprile proprio da quel circolo un drappello sempre più sparuto di anziani con la banda e i gagliardetti esce per un breve giro nelle strade vicine.
A volte chi conserva la memoria è il primo a tradirla.
L’auspicio è che la bandiera No Tav offerta all’ANPI questa notte, una bandiera di lotta e di Resistenza, ricordi che la lotta partigiana era lotta di ribelli, fuorilegge, banditi.
Chi ricorda oggi la Barriera delle barricate elettrificate del 1917, quella degli scioperi di mesi, le casse di mutuo appoggio e i bambini mandati in campagna in una rete di solidarietà che permetteva ai loro genitori di resistere meglio sapendoli nutriti?
Chi ricorda gli operai della Fiat Ricambi – adesso di chiama IVECO – che bloccavano le strade, la produzione in scioperi senza regole né lacci?
Chi ricorda che mettere qualcosa nell’ingranaggio, sabotare la produzione, magari solo per riposare un’oretta e fare due chiacchiere, era normale in lungo Stura Lazio?
Chi ricorda una Barriera dove la gente, anche quella che non sapeva di barricate e sabotaggi, sapeva però sempre da che parte stare?
Lo ricordano quelli che oggi, in questo quartiere, in Val Susa, in ogni dove, quella memoria la fanno propria nella lotta.


giovedì 27 febbraio 2014

22 febbraio. Il vento sta cambiando

Un sabato con il sapore della primavera anticipata. Impossibile fare il conto esatto delle città attraversate dalla giornata di lotta del 22 febbraio. Tra cortei, presidi, punti info, azioni simboliche l’intero paese è stato attraversato da iniziative grandi e piccole: decine di migliaia di persone sono scese in piazza contro il Tav e la repressione.
Nelle stesse ore Matteo Renzi prende la campanella dalle mani di un Enrico Letta ancora stordito per la rapida congiura di Palazzo, che gli aveva sfilato la poltrona in meno di due settimane. Renzi sale al trono, Letta prende la via dell’esilio.
In Ucraina, dopo cento morti, il parlamento decreta la cacciata dell’autocrate e miliardario Yanucovich e apre le porte della galera della sua antagonista, condannata per aver favorito gli interessi russi, la miliardaria oligarca Timoshenko. Mentre l’uno scappava nella Crimea filorussa, l’altra arringava una folla di gente, accolta come un’eroina.
Due brutti film. Uno ci racconta dell’Italia che continua a cambiare testimonial, sperando di trovare quello con la faccia giusta, con il piglio adatto per contendere gli spazi al Cavaliere delle mille risorse. Una tristissima commedia.
L’altra pellicola, tra le divise improvvisate e truci, il fumo nero dei roghi, i liquami scuri che si mescolano al sangue e alle bandiere, ci raccontano dell’ennesima follia identitaria che frantuma il cuore dell’Europa, che mette a nudo la paura dei poveri, gente che lotta e muore tra preti e fascisti, sperando che i muri d’Europa li possano proteggere. O, forse, illudendosi che le strade dell’emigrazione siano più facili da solcare. Tinte fosche come nei “Giovani leoni”, ma con scene da “Apocalipse now”.
Difficile non pensare alla distanza infinita, culturale, politica di pratica e di esempi tra le piazze No Tav del 22 febbraio e le feroci battaglie di potere che di giocavano nelle stesse ore a Roma e Kiev.
Nelle piazze che si sono strette intorno a Chiara, Claudio, Nicolò, Mattia c’era la forza di chi passo dopo passo ha imparato a camminare con le proprie gambe, a non delegare ai professionisti della politica il proprio futuro. Non solo. Le piazze che da Chiomonte a Caltanissetta hanno risposto all’appello del movimento No Tav sono la rappresentazione migliore del fallimento delle strategie del governo, dei media, della magistratura.
Hanno fallito se speravano di seminare la paura, di indurre i più al mugugno silente del bar sport, all’invettiva tra le mura di casa.
L’utilizzo di una fattispecie di reato che colpisce quattro attivisti per ammonirne cento, ha prodotto un effetto boomerang.
Di fronte alla criminalità di una classe politica che sistematicamente depreda le risorse pubbliche per fini del tutto privati, di fronte a chi non esita ad avvelenare la terra e chi ci vive, di fronte a chi saccheggia e devasta, a chi abbandona al degrado le scuole e i treni locali, a chi risparmia sulla nostra salute per arricchirsi, è chiaro chi sono i terroristi. Siedono nei consigli di amministrazione della CMC e della Rocksoil e delle tante ditte che lucrano sulle grandi opere inutili e dannose, siedono sui banchi del governo di turno, siedono sugli scranni dei giudici e sulle poltrone del Procuratori della Repubblica. Sempre più persone sanno che di fronte alla criminalità del potere, non basta la testimonianza, occorre mettersi in mezzo, agire concretamente per inceppare il dispositivo disciplinare nel quale stringono interi territori.
Non era un esito scontato. Chi in questi tre anni ha spinto sul pedale che accelera la repressione, chi rende sempre più dura l’occupazione militare, chi ricatta la materialità stessa delle nostre vite, sperava che un simile dispiegamento di violenza fermasse le lotte.
Le piazze del 22 febbraio sono la dimostrazione di quanto si sbagliassero.
In valle, ma non solo in valle, i vari governi hanno sperato che questi lunghi e difficili anni di lotta spaccassero il movimento, rompessero quell’unità nella diversità che ne ha cementato la forza.
Come dimenticare la marea di menzogne che certa sinistra gettò sulle giornate del luglio 2001 a Genova? Come dimenticare la miriade di becchini che si avventarono sul nascente movimento antiglobalizzatore nel nostro paese, annegandolo in una marea di melassa?
Quel movimento pagò il proprio scarso radicamento, una radicalità del fare che si esprimeva in maniera sostanzialmente simbolica, l’illusione che l’altro mondo possibile potesse sostituire in maniera fluida ed indolore quello che contestava.
Venne frantumato, fatto a pezzi da certa sinistra di governo, da chi, come la CGIL, ambiva a farsene un bel fiore da portare all’occhiello. La denuncia sulle violenze della polizia, sulle torture di Bolzaneto venne depotenziata dalla presa di distanza dal blocco nero, dai manifestanti più radicali.
I governi di turno hanno operato perché la Val Susa offrisse uno scenario simile a quello genovese. Si sono sbagliati. La sinistra civilizzata, istituzionale, la sinistra del meno peggio è affogata nelle tristi avventure di governo. Quel poco che ne resta non ha potuto che mettersi in coda ai cortei del 22 febbraio, cortei in cui si sono espressi i tanti movimenti di lotta che stanno crescendo nel nostro paese.
Tanta gente, gente comune rifugge la violenza e vorrebbe più giustizia sociale e più libertà politica, tanta gente non è rivoluzionaria, ma considera le pratiche più radicali una risposta necessaria alla violenza di Stato, all’occupazione militare, alla ferocia nei confronti di chi resiste.
Sabato 22 febbraio questa gente è scesa in piazza in sostegno di quattro anarchici, nemici dello Stato e del capitalismo, accusati di aver attaccato il cantiere/fortino della Maddalena con bombe carta e molotov.
Il vento sta cambiando. È un vento teso, forte, che ci racconta di un paese dove tanti, troppi, fanno fatica a vivere, dove tanti non sono più disposti a chinare la testa.
Nei prossimi mesi occorrerà mantenere ferma la rotta, per rompere le catene nelle quali stanno stringendo le vite di quattro No Tav, per moltiplicare le iniziative, per far sì che la radicalità delle lotte si innesti nel radicamento territoriale.


domenica 9 febbraio 2014

Omofobia. Luci e ombre

Negli ultimi anni la condizione materiale delle persone GLBT è cambiata molto, grazie anche alle lotte che hanno saputo incidere nel tessuto materiale e simbolico di molte società.
In alcuni casi sono mutate anche le leggi. Se le norme sono la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza, che segnano una data società, è innegabile che in molte aree del pianeta il riconoscimento formale di alcuni diritti alle persone GLBT, è indice di una capacità di mutare di segno uno stigma duro a morire.
In alcuni paesi tuttavia le cose sono peggiorate sensibilmente. Dalla Russia putiniana all’India, nel segno di un’identità nazionale vissuta nel segno della “tradizione”, sono state riportate in auge leggi discriminatorie e repressive contro le persone di orientamento sessuale diverso dalla norma etero.
Nella stessa Francia dei matrimoni omosessuali, qualche giorno fa il presidente Hollande ha ritirato una proposta di legge sul diritto di famiglia, più inclusiva nei confronti delle persone GLBT.
La decisione è stata presa dopo una marcia organizzata dal centro destra in difesa della famiglia tradizionale.
Luci ed ombre in un panorama nel quale è difficile scorgere una prospettiva chiara.

mercoledì 5 febbraio 2014

Kronstadt 1921

Gli anarchici hanno dato ampio contributo allo sviluppo della Rivoluzione in Russia perché da politica si trasformasse in sociale.
Eppure a Pietrogrado, nella primavera del 1921, lo stato d’assedio continuava ed era quasi impossibile aggirarsi per le strade. Pietrogrado sembrava una città morta; circolavano soltanto soldati e operai armati. Non si trovava un solo anarchico in libertà. solo a Mosca qualche gruppo viveva di vita stentata: la Federazione anarchica, il gruppo anarco-sindacalista Golos Truda, quello degli Universitari. Si vedevano qualche volta i militanti più famosi, come Emma Goldman appena giunta dagli Stati Uniti che l’avevano messa al bando, Aleksandr Berkman e altri che non facevano parte di nessun gruppo: ma erano sorvegliatissimi. Molti di questi anarchici avevano collaborato fino a quel momento col governo bolscevico. Che cosa era dunque successo? Due eventi storici gravissimi: la repressione in Ucraina contro i Maknovisti e la distruzione del Soviet dei marinai di Kronstadt, in cui erano rappresentati comunisti, anarchici e altre forze rivoluzionarie.
La città fortezza di Kronstadt, principale base della flotta russa nel Baltico, posta a difesa della capitale Pietrogrado, fu costruita nel 1710 da Pietro il Grande. Lungo tutta la storia del movimento rivoluzionario russo, e in particolare negli eventi che portarono alla vittoria la rivoluzione sovietica, la guarnigione di Kronstadt ebbe funzione di guida e di esempio. I marinai di Kronstadt, onore e gloria alla rivoluzione, come li aveva definiti Trotzki nel 1917, testimoni appassionati del logoramento dello spirito rivoluzionario e della fame terribile di cui pativano le masse lavoratrici russe, insorgono nel tentativo di restaurare la democrazia operaia diretta nel partito. La rivolta dura dal 28 febbraio al 18 marzo 1921 e viene spietatamente repressa dall’Armata Rossa.
Con la parola d’ordine liberi Soviet i marinai della base navale del golfo di Finlandia si ribellarono contro il governo bolscevico, che pure avevano aiutato a conquistare il potere, e fondarono una comune rivoluzionaria che sopravvisse 18 giorni, prima di soccombere di fronte alle truppe inviate contro di loro attraverso il ghiaccio. I marinai avrebbero potuto difendersi bombardando e spezzando il ghiaccio, ma non lo fecero. La battaglia fu, comunque lunga e selvaggia e le perdite gravi da entrambe le parti.
Gli anarchici scampati al massacro sostengono che si tratta della prima gravissima manifestazione di terrore di tipo staliniano ai danni della sinistra rivoluzionaria, e sottolineano il fatto che gli stessi bolscevichi autori diretti o indiretti della repressione finiranno vittime della controrivoluzione stalinista.
E così decine e decine di vecchi bolscevichi, nomi noti e meno noti che accorsero a battersi contro i rivoltosi di Kronstadt convinti di difendere la rivoluzione, mentre in realtà aprivano la strada alla dittatura staliniana, che si impadroniva del partito approfittando della fame, dell’arricchimento dei contadini, della morte dei veri rivoluzionari nella guerra civile, e soprattutto delle condizioni in cui versava la Russia, sola e arretrata.

domenica 2 febbraio 2014

Nestor Makhno il contadino

Chi era in realtà Nestor Makhno? Contadino che si era emancipato fino a diventare rivoluzionario, operaio e organizzatore politico. Non era mai stato un maestro di scuola, come si diceva. A sedici anni non ancora compiuti era entrato nel movimento rivoluzionario; prese parte alla prima rivoluzione del 1905 e nel 1908, in seguito a un attentato, fu arrestato e condannato a morte. Solo in considerazione della giovane età la pena fu commutata nei lavori forzati a vita. È in prigione che Makhno studia e diventa anarchico. In prigione conosce Arsinov, che avrà una parte di primo piano nella lotta partigiana e che diverrà in seguito biografo di Makhno e della makhnovcina. In prigione Makhno si ammala di tubercolosi (la malattia che lo stroncherà ancora giovane a Parigi nel 1934, dove esule camperà facendo l’operaio).
Sarà liberato solo dall’insurrezione del marzo 1917.
Nell’agosto del 1921, ferito alla testa da una pallottola durante l’ultimo combattimento, si rifugia in Romania ove viene subito internato. Dopo qualche mese riesce a fuggire dal campo di concentramento e penetra in Polonia ma viene di nuovo catturato e rinchiuso in un lager ancora più infame. Fugge di nuovo e aiutato dai suoi seguaci che si trovano in Germania, raggiunge Berlino. Riunitosi ai vecchi compagni, riprende la lotta, questa volta con la penna.  Da Berlino passa a Parigi, ove conduce un’esistenza più calma ma di grande miseria materiale. Comincia a scrivere le sue memorie, che la morte prematura interrompe al periodo 1917-18, all’inizio del movimento che prese il suo nome.
“La makhnovcina non è anarchismo. L’armata makhnovcina non è un’armata anarchica, non è formata da anarchici. L’ideale anarchico di felicità e uguaglianza generale non può essere raggiunto attraverso lo sforzo di una qualsiasi armata, anche se formata esclusivamente di anarchici. L’armata rivoluzionaria, nel migliore dei casi, potrebbe servire alla distruzione del vecchio e aborrito regime; nel lavoro costruttivo, nell’edificazione e nella creazione, qualunque armata, che logicamente non può che fondarsi sulla forza e il comando, sarebbe completamente impotente e persino nociva.
Perché la società anarchica diventi possibile, è necessario che in ogni luogo, in ogni città, in ogni villaggio, si risvegli tra i lavoratori il pensiero anarchico; è necessario che gli stessi operai nelle fabbriche e gli stessi contadini nei loro paesi e villaggi, si pongano alla costruzione della società anti-autoritaria, senza attendere da alcuna parte i decreti-legge. Né le armate anarchiche, né gli eroi isolati, né i gruppi, né la Confederazione anarchica, creeranno per gli operai e i contadini una vita libera. Soltanto i lavoratori stessi, con sforzi coscienti, potranno costruire il loro benessere senza Stato né padrone".