Gli anarchici
e la Resistenza. C’entrano, dunque? C’entrano eccome! C’entrano da molto prima
della guerriglia partigiana del ’43-’45. C’entrano fin dal 1920, prima ancora
che lo squadrismo si facesse governo e poi regime. Gli anarchici erano,
all’epoca, una componente importante del movimento operaio. Il loro quotidiano,
«Umanità Nova», tirava cinquantamila copie, non molto meno del socialista
«l’Avanti» e del «Corriere della Sera». Influenzavano in modo determinante
l’Unione Sindacale Italiana, che aveva centinaia di migliaia di iscritti ed il
cui segretario era per l’appunto un anarchico, Armando Borghi. E anarchici
erano molti leader sindacali dei marittimi, dei ferrovieri, dei metalmeccanici,
dei braccianti.

Nulla da
stupirsi se gli anarchici hanno resistito o, meglio, se si sono attivamente
opposti al fascismo fin dalle sue prime manifestazioni. Erano incompatibili.
Libertari per definizione gli anarchici. Autoritario il fascismo. Egualitari
gli anarchici, disegualitario e gerarchico il fascismo. Rivoluzionari gli
anarchici, contro-rivoluzionario il fascismo. Gli anarchici: «Né servi né
padroni». Il fascismo strumento di vecchi e nuovi padroni, ideologia di una
servitù di massa.
Gli anarchici
resistono anche con le armi in pugno alla resistibile ascesa del fascismo. Gli
Arditi del Popolo, ex combattenti organizzati per l’autodifesa popolare, sono
essenzialmente appoggiati da anarchici e socialisti «massimalisti» e osteggiati
ufficialmente dai partiti socialista e comunista. Gli Arditi si oppongono al
terrorismo squadrista, spesso spalleggiato dai carabinieri. E più di una volta
mettono in fuga carabinieri e fascisti. Come a Sarzana nel ’21. Come, sempre
nel ’21, a Parma. A Parma l’insurrezione popolare contro i fascisti alza le
barricate. Su una barricata, tenuta dagli anarchici, c’è anche un giovanotto di
Carrara, Ugo Mazzucchelli, che ritroveremo vent’anni dopo a capo di una delle
formazioni partigiane anarchiche. Non è l’unico nome che ritorna, in questa
storia.
Durante il
ventennio continua senza tregua la lotta antifascista degli anarchici. Sia in
Italia sia all’estero, in Francia soprattutto, dove emigrano a migliaia, per
sfuggire alla repressione. In Italia testimonia della resistenza anarchica il
numero dei loro confinati, ben superiore ai dati ufficiali perchè i tribunali
fascisti tendono a etichettare gli anarchici come «comunisti».I libertari sono
stati da un quarto ad un terzo di tutti gli antifascisti passati per il
confino. Significativamente, gli anarchici non vennero mai ufficialmente
liberati dal confino. Neanche dal governo Badoglio. Dal confino vennero
dapprima liberati, nel luglio ’43, i «moderati», poi i socialisti e i
comunisti. I più cattivi, gli anarchici, per lo più segregati nell’isola di
Ventotene, vengono trasferiti nel campo di concentramento di Renicci
d’Anghiari, in provincia di Arezzo, dove erano rinchiusi i prigionieri di
guerra slavi e albanesi. L’otto settembre, tuttavia, i carcerieri se la
squagliano e anche gli anarchici sono liberi. Direttore delle guardie a
Ventotene è un certo Marcello Guida. Un’altro nome che ritorna. Nel dicembre
1969 è questore di Milano. È lui che, mentendo, dichiara suicida il
defenestrato Giuseppe Pinelli.
Testimonianza
della lotta antifascista degli anarchici in Italia è anche la serie di
attentati – purtroppo falliti – al «Duce». Anteo Zamboni, Michele Schirru,
Angelo Sbardellotto, Gino Lucetti… Tutti uccisi. Lucetti era un giovane
carrarino. Da lui prese nome la prima formazione partigiana libertaria attiva a
Carrara.
Anche
nell’esilio i «fuoriusciti» anarchici continuano la lotta contro il fascismo,
soprattutto a sostegno finanziario e logistico della resistenza interna. Ma è
anche di straordinario rilievo la partecipazione di centinaia di esuli
libertari italiani alla Guerra Civile spagnola del 1936. Tra i primi, con la
colonna Rosselli, ad accorrere al richiamo della Rivoluzione sociale e della
solidarietà internazionale antifascista.
Nell’estate –
autunno del ‘43 si formano in Alta Italia le prime formazioni partigiane contro
i tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica di Salò. È l’inizio della
Resistenza intesa in senso stretto. Una parte degli anarchici italiani, una
parte minoritaria ma consistente, non vi partecipa. Alcuni perché non-violenti,
altri perchè non vogliono partecipare come comparse a quella che ritengono una
guerra tra potenze imperialistiche, altri ancora perché nutrono un’estrema
diffidenza nei confronti di Fronti popolari e di formazioni militari a egemonia
comunista, dopo la drammatica esperienza spagnola ed il suo scontro fratricida
tra antifascisti.
Al contrario,
molti anarchici partecipano attivamente alla lotta partigiana, sia sulle
montagne sia nelle città. Sono migliaia, ma per lo più in ordine sparso. Per la
maggior parte gli anarchici aderiscono individualmente o in piccoli gruppi alle
formazioni partigiane che facevano capo ai vari settori dell’antifascismo di
sinistra. Soprattutto confluiscono nelle Brigate Garibaldi.
Un caso a
parte è la formazione «Silvano Fedi» di Pistoia, formazione autonoma e non
caratterizzata politicamente in modo esplicito ma costituita in gran parte da
libertari. Ci furono, poi, due casi notevoli di formazioni partigiane
dichiaratamente libertarie, seppure inquadrate in più ampie formazioni
non-anarchiche.
L’altro caso
notevole è quello di Milano. Qui si formano ed operano le Brigate
«Bruzzi-Malatesta», inquadrate nelle formazioni socialiste Matteotti. Malatesta
è ovviamente il più famoso anarchico italiano, morto al domicilio coatto nel
1932. Pietro Bruzzi è un anarchico milanese, già volontario in Spagna, fucilato
dai tedeschi nel ‘44. Le brigate Bruzzi-Malatesta, forti di un paio di
centinaia di combattenti, operano sia a Milano sia nel Pavese sia nelle valli
bresciane. Hanno un ruolo di rilievo in diverse clamorose azioni partigiane,
come la liberazione dei prigionieri di Villa Triste, centro di detenzione e
tortura della famigerata «banda Koch», talmente crudele da essere invisa
perfino a tedeschi e repubblichini.
Nel frattempo
si organizzano anche scioperi nelle fabbriche cittadine.
Il 25 aprile
del 1945 i partigiani delle brigate anarchiche «Bruzzi-Malatesta» occupano le
fabbriche Carlo Erba, per impedirne la distruzione da parte dei tedeschi in
fuga; prendono sotto controllo il raggio politico del carcere de S. Vittore e
partecipano occupano la sede dell’EIAR (la RAI di oggi) in corso Sempione a
Milano. La Resistenza si fa Liberazione. O quantomeno così si pensa.
Anche
Giuseppe Pinelli, allora sedicenne, fa parte, come staffetta partigiana, delle
Bruzzi-Malatesta. Ventiquattro anni dopo... Vi ricordate il 15 dicembre del
’69? Vi ricordate del prefetto Marcello Guida? Il fascismo non è finito nel ’45.
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Tessera
di appartenenza della staffetta partigiana Giuseppe Pinelli, all'epoca sedicenne |