In questo modo stiamo man mano perdendo l’utilizzo di
funzioni vitali. Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo civilizzato abbiamo
perso l’uso dei piedi. Se ci togliamo le scarpe non siamo più in grado di muoverci
… Forse non ce ne rendiamo conto, ma nel mondo civilizzato non siamo più in grado
di provvedere autonomamente alla nostra sussistenza: non riusciamo più a riconoscere
una pozza d’acqua potabile da una inquinata; non riusciamo più a distinguere un
fungo velenoso da uno commestibile; non siamo più in grado di proteggerci dal freddo,
di difenderci da soli, di riconoscere bacche, radici e altri vegetali indispensabili
al nostro nutrimento … Siamo insomma diventati dei disabili. Nel mondo civilizzato
siamo come dei polli in batteria: se si interrompe il flusso di mangime lo scenario
è il collasso. E tanto più diventeremo dipendenti dal flusso di mangime, quanto
più saremo costretti ad accettare le decisioni, le regole, gli abusi e le restrizioni
di chi controlla e gestisce questo flusso. In altre parole tanto più diventeremo
dipendenti dai ritrovati della tecnologia, dai diktat dell’economia, dalle astrazioni
simboliche della cultura, dai processi controllati dalla Paura politica e dai principi
strangolanti del Dominio, quanto più ci allontaneremo dalla capacità anche solo
di immaginarlo un mondo diverso … A forza di artificializzarci silenziosamente,
di separarci con leggerezza dalla vita vissuta, di recitare la parte dei polli in
batteria subordinando la realtà reale a quella virtuale, arriveremo a perdere anche
solo la capacità di immaginarlo un mondo naturale nel quale tornare a vivere.
Translate
martedì 28 febbraio 2023
Siamo diventati dei disabili
venerdì 24 febbraio 2023
L’unico e la sua proprietà – Max Stirner
L’unico e la sua proprietà è un testo che affonda le
sue radici nel clima culturale della filosofia hegeliana. In particolare si può
dire che esso rappresenti l’espressione forse più radicale delle istanze anti-universalistiche
e anti-idealistiche di tutta la Sinistra hegeliana, tanto che la sua critica è rivolta
non solo alla filosofia di Hegel, ma si estende addirittura a quella degli stessi
esponenti della Sinistra hegeliana cui egli in qualche modo apparteneva. Secondo
Stirner infatti il nuovo sapere antropologico di Feuerbach, così come anche il pensiero
socialista e liberalista, non sono altro che nuove religioni, nuovi idealismi, con
la sola differenza formale per cui al posto di Dio si ha ora l’Umanità, piuttosto
che la Società o la Razionalità, vale a dire sempre degli ideali, delle divinità,
per dirla con Stirner, che in quanto tali si pongono al di sopra della realtà di
ogni singolo individuo e che dunque – e questo è il punto che interessa a Stirner
– configurano una condizione di dipendenza da parte degli individui rispetto a tali
esseri superiori. Si tratterebbe quindi di una nuova forma di alienazione, in quanto
ogni ideale, religioso o meno, si contrappone inevitabilmente a un reale concreto,
determinando una situazione di tensione tra quello che è l’individuo reale in carne
e ossa e una sua presunta essenza superiore, cioè quell’ideale verso il quale sente
di doversi conformare e che per forza di cose lo mantiene in una condizione di inadeguatezza,
dato che nessun ideale, per definizione, è realizzabile. Ecco che nel denunciare
questa nuova forma di alienazione, in realtà Stirner denuncia un intero paradigma
esistenziale, che è sì il paradigma idealista, ma che allo stesso tempo è però un
paradigma di natura gerarchica, che esprime cioè un ordine di dipendenza per il
quale i singoli individui si vedono costretti a sacrificare se stessi e tutta la
loro vita a un interesse ritenuto superiore. Che questo interesse sia poi un vero
e proprio Dio, piuttosto che la Nazione, la Società o persino l’Umanità nel suo
insieme, non cambia nulla: il rapporto di dipendenza infatti resta immutato. Di
qui, per Stirner, l’esigenza di quella che egli chiama rivolta, cosa ben diversa
dalla rivoluzione: se la rivoluzione infatti si può definire come la semplice sostituzione
di un determinato ordine con un altro ordine (ad esempio, rispetto all’ordine statale,
il passaggio da una monarchia a una repubblica), la rivolta si configura invece
come la negazione di ogni ordine, poiché consiste nella negazione radicale di qualsivoglia
ideale, di qualsivoglia valore dalle pretese universali. L’unico valore che viene
riconosciuto e salvaguardato è quello che fa riferimento non a qualche ideale astratto
ma all’individuo in carne e ossa nella sua incommensurabile unicità, cioè nel suo
essere assoluto nel vero senso del termine. Ecco allora che la rivolta invita non
solo a negare tutto quanto possa porsi al di sopra degli individui, ma soprattutto,
nella sua accezione positiva, invita ogni singolo individuo a prendere coscienza
della propria unicità e quindi ad assumersi anche le responsabilità che tale consapevolezza
comporta. E in questo consiste la nuova concezione di vita proposta da Stirner,
in una concezione che egli stesso definisce di tipo egoistico e che si contrappone
a quella di tipo idealistico.
lunedì 20 febbraio 2023
Azione diretta e rappresentanza collettiva
Affinché la critica anti-industriale possa riempire di
contenuti le lotte sociali, deve nascere una cultura politica radicalmente diversa
da quella che predomina oggi. Questo vuol dire iniziare a ricostruire tra gli oppressi,
al di fuori della politica ma all'interno del conflitto stesso, una comunità di
interessi opposti a questo sviluppo tecnologico infinito del capitale. Per questo
motivo, la molteplicità degli interessi locali deve condensarsi e rafforzarsi in
un interesse generale, al fine di concretizzarsi in obiettivi precisi ed in alternative
reali attraverso un dibattito pubblico. Una comunità siffatta deve essere egualitaria
e guidata dalla volontà di vivere in un altro modo. La politica anti-industriale
si fonda sul principio dell'azione diretta e della rappresentanza collettiva, motivo
per cui non deve riprodurre la separazione tra dirigenti e diretti che configura
la società esistente. In questo ritorno al pubblico, l'economia deve ritornare alla
domus, rivendicare quel che è stata, un'attività domestica. Da un lato la comunità
deve garantirsi contro qualsiasi potere separato, organizzandosi in maniera orizzontale
attraverso strutture assembleari e controllando nel modo più diretto possibile i
suoi delegati e rappresentanti, in modo che non si ricostituiscano gerarchie formali
o informali. Dall'altro, deve interrompere la sottomissione alla razionalità mercantile
e tecnologica. Non potrà mai controllare le condizioni della propria riproduzione
inalterata se agisce altrimenti, ovvero se crede al mercato e alla tecnologia, se
riconosce la seppur minima legittimità alle istituzioni del potere dominante o se
adotta i suoi modi di funzionamento.
giovedì 16 febbraio 2023
Pierre–Joseph Proudhon giovane autoritratto
Io non ho nulla da dire sulla mia vita privata: essa
non riguarda gli altri. Mi sono sempre piaciute poco le autobiografie e non mi interesso
agli affari di nessuno. La stessa storia e il romanzo non hanno interesse per me
se non per il fatto che vi ritrovo, come nella nostra immortale Rivoluzione, le
avventure dell'idea. Io sono nato a Besancon il 15 gennaio 1890 da Claude-Francois
Proudhon, bottaio, birraio, nativo di Chasnans, vicino a Pontarlier, nel dipartimento
del Doubs e da Catherine Simonin de Cordiron, parrocchia di Burgille-les-Marnay,
nello stesso dipartimento. I miei avi, da parte di padre e di madre, furono tutti
lavoratori indipendenti, esenti da corvée e da manomorta fin da tempi immemorabili.
Fin ai dodici anni la mia vita è trascorsa quasi sempre nei campi, impiegata ora
in piccoli lavori rustici, ora a custodire le vacche. Sono stato per cinque anni
un bovaro. Non conosco un tipo di esistenza ad un tempo più contemplativa e realista,
più opposta a quell'assurdo spiritualismo che sta al fondo dell'educazione e della
vita cristiana, di quella dell'uomo dei campi. Che gioia rotolarmi nelle alte erbe
che avrei voluto brucare come le mie mucche; correre a piedi nudi sui sentieri pianeggianti
lungo le siepi; inoltrare i miei passi guardando (durante l'aratura) le verdi spighe
del mais nella terra profonda e fresca! Più di una volta nelle calde mattine di
giugno, mi è capitato di spogliarmi degli abiti per prendere sul tappeto erboso
un bagno di rugiada. A stento potevo allora distinguere l'Io dal Non Io. L'Io era
tutto quello che potevo toccare con la mano, raggiungere con lo sguardo e che mi
era utile in qualche cosa; il Non Io era tutto quello che poteva nuocermi o resistermi.
Tutto il giorno mi riempivo di more, di raperonzoli, di barbe di becco, di pisellini
verdi, di semi di papavero, di pannocchie abbrustolite, di bacche di ogni specie:
susine selvatiche, sorbe, visciole, rose di macchia, lambruschi, frutti selvatici.
Mi ingozzavo di una quantità di cibi crudi tale da far crepare un piccolo borghese
allevato signorilmente, e che non produceva altro effetto sul mio stomaco che quello
di procurarmi la sera un formidabile appetito. L'alma natura non fa del male a coloro
che le appartengono. Quali acquazzoni ho asciugato! Quante volte, bagnato fino alle
midolla, ho fatto asciugare i miei abiti sul mio corpo, al vento o al sole. Quanti
bagni ho fatto a tutte le ore d'estate nel fiume, d'inverno nelle sorgenti. Mi arrampicavo
sugli alberi, mi cacciavo nelle caverne; agguantavo le rane in corsa: i gamberi
nei loro buchi col rischio di incontrare una pericolosa salamandra; poi, senza attendere
troppo, facevo arrostire la mia cacciagione sul fuoco. Vi sono nell'uomo, nella
bestia e in tutto ciò che esiste delle simpatie e degli odi segreti che la civiltà
ci impedisce di cogliere. Io ero affezionato alle mie mucche, ma con un affetto
incostante avevo una predilezione per una gallina, per un albero, per una roccia.
Mi era stato detto che la lucertola è un'amica dell'uomo, e io lo credevo veramente.
In compenso ho fatto sempre un'aspra guerra ai serpenti, ai rospi, ai bruchi. Che
cosa mi avevano fatto? Nessun danno. Io non so, ma l'esperienza degli uomini me
li ha resi sempre di più detestabili.
domenica 12 febbraio 2023
Le parole come strumenti di controllo
Le lingue sono oggetto di una specie di mistica da chi
le vuole pure e codificate una volta per tutte. Chi vuole codificare una lingua
vuole dominare, vuole controllare, sia esso uno Stato o una comunità di specialisti. «Le parole restano i principali
strumenti di controllo, le suggestioni sono parole, le persuasioni sono parole,
gli ordini sono parole», ci ricorda William Burroughs. Le lingue non vanno codificate,
devono servire a comunicare. Se non ci fossero le codificazioni statali soprattutto
nelle zone di compresenza di idiomi e culture, le lingue muterebbero molto più velocemente
e permetterebbero di comunicare. L'ideale sarebbe che si modificassero partendo
dal desiderio e non dal colonialismo, ma non si deve temere l'omologazione, questo
concetto regressivo lasciamolo alla destra. Le comunità e le individualità umane
hanno una tendenza a diversificarsi, non è un caso che dal latino siano nati molteplici
idiomi, non è un caso che dall'inglese stiano nascendo altre lingue. È possibile
il mescolamento ed è possibile la poliglossia, non dobbiamo attribuire alla lingua
più importanza di quello che ha, non dobbiamo aver paura del caos e del caso. L'importante
è la libertà e l'uguaglianza. Quando qualcuno riuscirà a determinare il caos e il
caso, allora si non avremo più possibilità di liberazione.
mercoledì 8 febbraio 2023
Proudhon sulla proprietà
“Se dovessi rispondere
alla seguente domanda: Che cos’è la schiavitù? e rispondessi con una sola parola:
È un assassinio, il mio pensiero sarebbe subito compreso.
Non avrei bisogno d’un lungo discorso per dimostrare che il potere di privare
l’uomo del pensiero, della volontà, della personalità, è un potere di vita e di
morte, e che rendere schiavo un uomo significa assassinarlo. Perché dunque a quest’altra
domanda: Che cos’è la proprietà? non posso rispondere allo stesso modo: E’ un furto
senza avere la certezza di non essere compreso, benché questa seconda proposizione
non sia che una trasformazione della prima? Io mi accingo a mettere in discussione
il principio stesso del nostro governo e delle nostre istituzioni, la proprietà”.
Quella che Proudhon vuole cancellare infatti, non è la proprietà intesa in senso
assoluto, bensì la proprietà privata dei soli mezzi di produzione (in particolare
la proprietà terriera, come abbiamo già accennato nelle scorse pagine): la proprietà
che concerne il frutto del proprio lavoro invece, viene considerata dal pensatore
francese come inviolabile. “Il diritto al
prodotto è esclusivo, ius in re; il diritto allo strumento è comune, ius ad rem”.
Secondo Proudhon, in sostanza, bisogna abolire la proprietà privata dei mezzi di
produzione per far sì che tutti, e non più solamente una ristretta cerchia di persone,
abbiano a disposizione gli stessi mezzi per poter poi raggiungere fini determinati
individualmente. Non a caso, in scritti successivi, egli non ha esitato ad affermare
che la proprietà (intesa in questo caso come ius in re) è la libertà: poter disporre
di quanto si produce, consumandolo o scambiandolo sul mercato, è infatti una fondamentale
garanzia per far sì che si attui la libera scelta individuale. La proprietà privata
è quindi da considerarsi un furto: tale furto consiste nel fatto che il singolo
si appropria di un bene comune, sottraendolo definitivamente a tutti gli altri uomini.
Questo dimostra anche che la critica rivolta a Proudhon da Stirner e Marx, secondo
la quale dire che “la proprietà è un furto” è contraddittorio perché l’idea di furto
presuppone comunque la proprietà, non regge: e non regge perché Stirner e Marx così
dimostrano di non aver capito che per Proudhon in realtà non tutta la proprietà
è un furto, bensì lo è la sola proprietà privata dei mezzi di produzione (della
terra in particolare)… e questa proprietà privata è un furto ai danni di un’altra
proprietà che Proudhon certo non nega: la proprietà collettiva dei mezzi di produzione,
a cui tutti hanno un eguale diritto di accesso.
sabato 4 febbraio 2023
Democrazia locale e autogestionaria
Il nostro sogno è che il prossimo futuro sia l'alba di
un altro comunismo che consideri la democrazia locale il punto di partenza di ogni
azione. Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato
o portato chissà dove. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere,
significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio,
alla luce, alla fragilità, alla dolcezza. Più che un agonismo su un'equità solo
declamata, abbiamo bisogno di regole semplici, di accordi morali. Dobbiamo accordarci
dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro
e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio. Una democrazia
radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo
e che in ogni luogo discutono sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza,
può essere il modo di pagare le tasse o di produrre, può essere un'idea di scuola
e un'idea di sanità. Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono
chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni. La società si decide spezzando
l'autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio
e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come
passare il tempo.
mercoledì 1 febbraio 2023
Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte terza
Ma anche gli zar muoiono. Quando Nicola I scompare, nel
In effetti, egli
non aveva vissuto, come i
rivoluzionari occidentali, la reazione internazionale degli anni 1850-1860. Essa aveva prostrato gli esuli di Londra, mentre
negli occhi di Bakunin erano rimaste le rivolte del fiammeggiante biennio 1848-1849.
Non appena era scoppiata l'insurrezione polacca (1863), egli era stato in grado
di organizzare una legione russa (per l'ostilità di vari elementi non poté portare
a termine l'impresa). Sono gli anni in cui la polemica con Marx per la guida dell'Internazionale
sta emergendo ma non è ancora scoppiata. Bakunin accorre in Svezia, Italia e Svizzera,
ovunque una causa rivoluzionaria si profili. Ma è nell'Italia meridionale che il
suo cuore ardente trova un ambiente congeniale. E ormai maturato dai giorni in cui
aveva voluto soccorrere i polacchi pur di mettere in imbarazzo la Russia (i polacchi
nazionalisti sono altrettanto reazionari dello zar). Ora Bakunin è convinto che
la rivoluzione deve essere sociale, e che per essere sociale deve essere internazionale.
Nel 1867 fa inserire nel programma per gli «Stati Uniti d'Europa» della Lega per la Pace e la Libertà
(organizzazione di intellettuali borghesi che cerca di strumentalizzare) un paragrafo
a sostegno della liberazione delle classi operaie e per l'eliminazione della condizione sociale più
sfruttata e emarginata: il proletariato.