Crossroad Blues
Ah went to the crossroad fell down on mah knecs.
Ah
went to the crossroad fell down on mah knees.
Asked
the Lord above «Have mercy, now save poor Bob, if you please».
Yeeoo,
standin' at the crossroad tried to flag a ride
ooo
ooee eeee. Ah tried to flag a ride.
Didn't
nobody seem to know me, babe, everybody pass me by.
Standin'
at the crossroad, baby, risin' sun goin' down.
Standin'
at the crossroad, baby, eee eee eee, risin' sun goin' down.
Ah
believe to mah soul, now po' Bob is sinkin' down.
You can run, you can run teli mah friend Willie
Brown
'at
Ah got the crossroad blues this mornin',
Lord,
babe, Ah'm sinkin' down.
And Ah went to the crossroad, mama,
Ah
lookes east and west.
Ah
went to the crossroad, baby,
Ah
looked east and west.
Lord,
Ah didn't have no sweet woman ooh-well, babe in mah distress.
|
Il
blues dell’incrocio
Sono
arrivato all'incrocio e sono caduto in ginocchio.
Sono
arrivato all'incrocio e sono caduto in ginocchio.
Ho
chiesto al Signore lassù «Abbi pietà, ora salva il povero Bob, per piacere».
Sììì,
lì all'incrocio mi sono sbracciato per un passaggio
oooo
ooee eeee. Mi sono sbracciato per un passaggio.
Ma
pare proprio che nessuno mi fili, cara, hanno tirato tutti dritto.
Lì
all'incrocio, baby, mentre il sole tramontava.
Lì
all'incrocio, baby, eee eee eee, mentre il sole tramontava.
Io
sono pronto a giurare sull'anima mia che ora il povero Bob sta andando a
fondo.
Puoi
correre, puoi correre e dire al mio amico Willie Brown
che
mi sono venuti questi blues dell’incrocio stamattina,
Signore,
cara, sto andando a fondo.
E
sono arrivato all'incrocio, cara,
ho
guardato ad est e ad ovest.
Sono
arrivato all'incrocio, baby,
ho
guardato ad est e ad ovest.
Signore,
non ho nessuna dolce donna con me, ooh, beh, cara, nella mia pena.
|
..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
Translate
giovedì 28 maggio 2015
Crossroad Blues di Robert Johnson
domenica 24 maggio 2015
Gino Lucetti
Nel giugno del 1925 Lucetti è ad Avenza,
dove abitano amici anarchici fidati e, con tutta probabilità, comincia a
progettare l’attentato a Mussolini. Il piano subisce una battuta d’arresto
perché, la notte del 26 settembre Lucetti è coinvolto in uno scontro a fuoco
con alcuni fascisti di Avenza e l’indomani, aiutato dal fratello Andrea, fugge
di nuovo in Francia a bordo di una imbarcazione carica di marmo. Rientra in
Italia alla fine del maggio 1926 e vi rimane per più di tre mesi muovendosi
indisturbato o quasi tra Avenza, Roma e probabilmente Viareggio. Durante questi
spostamenti, si ritiene vengano sia reperite le bombe e la pistola usate per
l’attentato, sia informati del progetto Malatesta e Damiani. La mattina del 11
settembre 1926 Lucetti è nei pressi del piazzale di Porta Pia a Roma in attesa
della vettura che conduce Mussolini dalla sua residenza di Villa Torlonia al
Ministero degli Esteri a Palazzo Chigi. È certo che Lucetti conosce i
particolari del tragitto della vettura grazie agli appostamenti che Stefano
Vatteroni suo compaesano e amico d’infanzia aveva compiuto direttamente o con
l’aiuto di altri, nei mesi precedenti. Lucetti attende l’arrivo della macchina
presso il bar Nomentano, di angolo fra la via omonima e via Ancona, nascosto
dietro un chiosco di giornali e quando passa l’auto presidenziale le lancia
contro una bomba SIPE che, causa il ritardo e la troppa vicinanza, impatta la
fiancata posteriore deflagrando a terra dove lascia visibili tracce sul
selciato. Datosi alla fuga Lucetti è bloccato da due carabinieri scesi dalla
vettura di scorta, trascinato all’interno di un portone dove, non prima di aver
lanciato contro di loro un secondo ordigno rimasto inesploso, viene arrestato e
trovato in possesso di una pistola Browning con il colpo in canna e altre sei
nel caricatore. Le pallottole, a un successivo esame, risultano intaccate e
immerse nell’acido muriatico. Lucetti sostiene di essere un anarchico
individualista arrivato direttamente dalla Francia per l’attentato. In commissariato
dichiarò: «Non sono venuto con un mazzo di fiori per Mussolini. Ero
intenzionato di servirmi anche della rivoltella qualora non avessi ottenuto il
mio scopo con la bomba». Il 15 settembre, nei locali della polizia vengono
tratti in arresto Leandro Sorio, factotum dell’albergo romano in cui ha
pernottato Lucetti nei giorni precedenti l’attentato, e Vatteroni, entrambi poi
condannati a 20 e 18 anni di reclusione. Lucetti è condannato a 30 anni di
reclusione ed il 6 agosto del 1927 è trasferito al penitenziario di
Portolongone; il 14 febbraio 1930, al termine dei previsti tre anni di
reclusione speciale, passa a quello di Fossombrone per giungere, il 20 giugno
1932, al suo ultimo carcere sull’isola di S. Stefano nell’arcipelago Pontino.
L’11 settembre 1943 viene liberato dagli alleati che stanno sbarcando a Salerno
e trasferito a Ischia. Napoli però è ancora controllata dai tedeschi che,
nell’ambito di una decisa controffensiva, iniziano un violento cannoneggiamento
sulla vicina isola ed è proprio nel corso di questo attacco che colpito da una
scheggia di granata, Lucetti muore il 17 settembre 1943.
venerdì 15 maggio 2015
È morto B. B. King
Lucille piange in silenzio la sua scomparsa e molto
probabilmente non suonerà più. B.B. King, l’ultimo esponente del "Delta", l'ultimo gigante del blues, che ha
ispirato decine di musicisti, se n'è andato a 89 anni (i 90 li avrebbe compiuti
in settembre) dopo 60 anni di una carriera che lo ha portato dalle piantagioni
di cotone alla leggenda. Apparteneva a quella straordinaria generazione di
musicisti che aveva elettrificato il Blues e lo aveva trasformato in musica
urbana ponendo di fatto le basi per quello che oggi è il rock'n'rol. L'influenza
esercitata è immensa, a cominciare dai grandi padri del rock inglese che si
sono formati studiando nota per nota il repertorio di questi musicisti (vedi
John Mayall ed Eric Clapton).
Riley B. King (il suo vero nome) è stato uno dei
chitarristi più celebri e importanti di sempre: con la sua Lucille (la
leggendaria Gibson 335 ribattezzata così con il nome di una ragazza per la
quale due uomini avevano litigato provocando un incendio in cui aveva rischiato
di morire) aveva creato uno stile più morbido e chiaramente ispirato al jazz e
al rhythm and blues rispetto a quello, decisamente più "rootsie" di
gente come Muddy Waters e Howlin' Wolf.
Nel 1999, in un incontro pubblico, BB King
raccontò perché aveva scelto di dedicare la vita al blues: «Raccoglievo cotone in Mississippi dal lunedì mattina al mezzogiorno di
sabato, e al sabato pomeriggio andavo in città, all’angolo di una strada del
centro. Se cantavo gospel, la gente si complimentava con me ma non sganciava un
soldo, se suonavo il blues mi davano sempre una mancia e a volte mi pagavano
anche una birra. Ero capace di tirar su anche cinquanta o sessanta dollari».
Storie di un altro mondo,
È nato il 16 settembre 1925 nella campagna del
Mississippi, viveva (anzi, sopravviveva) raccogliendo il cotone e sognava di
fare il musicista, una professione che aveva scoperto ascoltando la radio
durante la pausa pranzo. Nel 1947, di ritorno dal servizio militare, già
sposato, fece i quasi duecento chilometri che separavano la sua piantagione da Memphis
per presentarsi da Rice Miller: la sera stessa lo sostituì in un club e si mise
in tasca dodici dollari. Un giorno di lavoro a raccogliere cotone valeva meno
della metà. King, non ancora B.B., non tornò mai più indietro.
Musicalmente parlando, si era formato a Memphis.
B.B., il suo nome d'arte, era l'abbreviazione di Blue Boy ma in principio era
l'abbreviazione di Beale Street Blues Boy: Beale Street a Memphis è la strada
dei club di blues e ancora oggi è uno dei luoghi principali del culto di B.B. King.
Come molti musicisti neri della sua generazione, a
parte le collaborazioni, B.B. King è sempre rimasto fedele a un modo classico
di fare musica. Che vuol dire: concerti, concerti, concerti. Era sempre in
tournée, si era rassegnato solo da poco a non viaggiare in pullman con i suoi
orchestrali e solo perché lo aveva costretto la figlia preoccupata dal suo
stato di salute. Un suo concerto era come un appuntamento con un vecchio amico:
l'orchestra cominciava a swingare un brano, l'annuncio, l'ingresso in scena
sparando note dalla sua Lucille mentre i trombettisti suonavano ballando. Lui
sempre sorridente e sudatissimo, con le sue giacche damascate e le grandi mani
a dispensare prelibatezze swing, cantava i suoi classici. Era davvero una
leggenda ma non concepiva una vita lontano dal palco: è andato avanti fino
all'ultimo, sfidando il diabete e gli acciacchi dell'età e di una carriera
lunghissima, vissuta senza gli agi delle star. Lucille non suona più e il mondo
ha perso uno degli ultimi grandi di una generazione che ha cambiato la storia
della musica.
martedì 12 maggio 2015
Espropriamo i padroni
Ci raccontano che viviamo nei migliori
dei mondi possibili, che liberismo e democrazia garantiscono pace, libertà,
benessere. Ci raccontano le favole e pretendono che ci crediamo. Intanto piovono
pietre.
Nelle nostre periferie tanti non ce la
fanno a pagare il fitto e il mutuo e finiscono in strada. A Torino si
moltiplicano gli sfratti, mentre ci sono migliaia di appartamenti vuoti..
Il governo dice che non ci sono soldi.
Mente. I soldi per le guerre, per le armi, per le grandi opere inutili si
trovano sempre. Da anni aumenta la spesa bellica e si moltiplicano i tagli per
ospedali, trasporti locali, scuole.
Non vogliono spendere per migliorare le
nostre vite, perché preferiscono investire in telecamere e polizia.
Le leggi condannano gli anziani ad una
vecchiaia senza dignità, i giovani alla precarietà a vita. Con il contratto a
tutele crescenti Renzi racconta che i nuovi assunti avranno contratti a tempo
indeterminato. Una bella favola. I padroni per tre anni non pagano contributi e
possono licenziarti a piacere. Se il licenziamento è illegittimo ti danno due
soldi e via. La precarietà cambia solo nome, mentre le ultime tutele (articolo
18) sono andati in fumo. La riforma del lavoro consente ai padroni di
licenziare come e quando vorranno. Alzi la testa, lotti per il salario, la
sicurezza sul lavoro, contro il dispotismo di capi e caporali? Di te non c’è
più bisogno, vai via!
Il lavoro è una roulette russa: i lavori
precari, malpagati, pericolosi, in nero sono diventati una regola.
Si torna indietro e ci dicono che stiamo
andando avanti.
Ci vogliono divisi per poterci meglio
comandare e sfruttare.
Soffiano sul fuoco della guerra tra
poveri, per mettere in guerra i lavoratori italiani contro quelli immigranti,
più ricattabili e quindi più disponibili ad accettare salari, ritmi e
condizioni di lavoro peggiori.
La solidarietà di classe tra stranieri
ed italiani, la lotta comune contro le leggi razziste che trasformano in
schiavi gli immigrati, mette in difficoltà i padroni, che quando si tratta di
guadagnare, non badano al colore della pelle ma a quello dei soldi.
A Milano l’Expo mette in scena l’Italia
ai tempi di Renzi , tra cantieri miliardari e morti di lavoro, agro business e
green economy, lavoro gratuito e servitù volontaria, sfratti e polizia
gentrification e colate di cemento.
Un mostro che affama il pianeta, lo
desertifica, lo trasforma in una discarica.
Il suo modello è Eataly, il supermercato
MangiaItalia, dove precarietà e sfruttamento sono la regola.
Chi si fa ricco con il lavoro altrui non
guarda in faccia nessuno. Chi governa racconta la favola che sfruttati e
sfruttatori stanno sulla stessa barca ed elargisce continui regali ai padroni.
I padroni si sentono forti e sono
passati all’incasso.
Renzi vuole la fine della lotta di
classe, la resa senza condizioni dei lavoratori. Non gli serve più la complicità
dei sindacati di Stato, cui ha tagliato distacchi e prebende. I sindacati di
base, i più combattivi, sono stati tagliati fuori dalla rappresentanza, perché
non si fanno accordi scritti dai padroni e benedetti da Cgil, Cisl e Uil.
C’è chi non ci sta, chi si ribella ad un
destino già scritto, chi vuole riprendersi il futuro.
Contro chi lotta si scatenano la polizia
e la magistratura. Non si contano più i procedimenti giudiziari, cariche e
pestaggi della polizia.
Sono i No Tav, che resistono
all’occupazione militare, allo sperpero delle risorse pubbliche, alla
devastazione dell’ambiente. Sono i prigionieri dei CIE che bruciano le celle e
scavalcano i muri. Sono gli sfrattati che non si rassegnano alla strada e
occupano le case vuote. Sono i lavoratori che vogliono riprendersi la loro
vita.
Cambiare la rotta è possibile. Con
l’Azione diretta, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le
esperienze di autogestione, costruendo reti sociali che sappiano inceppare la
macchina e rendano efficaci gli scioperi.
Un mondo senza sfruttati né sfruttatori,
senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile.
Tocca a noi costruirlo.
lunedì 11 maggio 2015
Due parole su razzismo e oppressione
L'oppressione è una rete di forze e
barriere che non sono sporadiche o occasionali e di conseguenza evitabili, ma
collegate sistematicamente tra loro in modo da catturare una persona al loro
interno, limitandone i movimenti in qualunque direzione. Essere oppressi è come
essere rinchiusi in gabbia: tutte le strade, in ogni direzione, sono bloccate.
Pensate alla gabbia di un uccello. Se guardate da vicino uno dei fili metallici
che la compongono, non vedrete gli altri. Potete esaminare quel filo da cima a
fondo e chiedervi come mai un uccello non voli via ogni volta che lo desidera.
Non troverete proprietà fisiche, neanche dopo un attentissimo esame, che
rivelino come un filo possa inibire o impedire la fuga di un uccello. E soltanto
dopo aver fatto un passo indietro e aver visto tutta la gabbia che capite il
motivo per cui l'uccello non può andare da nessuna parte. A quel punto diventa
ovvio che l'uccello è circondato da una rete di barriere sistematicamente
collegate tra loro, nessuna delle quali costituisce un ostacolo al suo volo in
sé eppure la loro combinazione le rende impenetrabili come le pareti di una
caverna. L'oppressione può essere effettivamente difficile da vedere e
riconoscere: si possono studiare gli elementi di una struttura oppressiva con
estrema attenzione senza riuscire a vedere la struttura nel suo complesso e, di
conseguenza, riconoscere che ci si trova di fronte a una gabbia. Tale visione
dell'oppressione permette di comprendere la distinzione tra i termini oppressione
e prevaricazione. Si parla di prevaricazione quando un individuo o un gruppo
controlla e intimidisce gli altri con l'uso della forza. La prevaricazione è
deleteria in tutte le sue forme, ma non corrisponde sempre all'oppressione.
Prevaricazione significa essere bloccati da un unico filo metallico di una
gabbia. Per esempio, quando l'unico ragazzo bianco in una scuola di neri viene
deriso e percosso, ci troviamo di fronte a un esempio di prevaricazione, non di
oppressione. Alcuni lo chiamano razzismo al contrario, ma l'espressione è
fuorviante: fa pensare che il ragazzo stia vivendo la stessa esperienza degli
studenti neri che crescono in una società dominata dai bianchi, e non è cosi.
L'oppressione non è fatta semplicemente di singoli episodi di prevaricazione,
pregiudizio o ignoranza. Oppressione vuol dire privilegiare sistematicamente un
gruppo rispetto a un altro. Non è possibile che un gruppo più privilegiato sia
oppresso da uno meno privilegiato: il razzismo al contrario è perciò una
contraddizione in termini. In un certo senso, anche termini come razzismo e
sessismo sono fuorvianti, in quanto non mettono in luce il fatto che in ogni
episodio di oppressione esista - oltre a quello preso di mira - un gruppo
privilegiato. Usando tali espressioni rischiamo di trascurare il ruolo svolto
da noi stessi in questi sistemi di oppressione. Il razzismo può sembrare una
semplice questione di pregiudizi e ignoranza, mentre in realtà il problema è
molto più profondo: si tratta del posto centrale che occupa nella nostra
cultura il fatto di avere la pelle bianca, meglio descritta da una definizione
come "supremazia dei bianchi". La moderna supremazia dei bianchi è un
antico sistema di sfruttamento e oppressione di continenti, nazioni e gente di
colore perpetuato a livello istituzionale. I bianchi impongono la loro tirannia
sugli altri allo scopo di difendere e preservare un sistema di ricchezze,
potere e privilegi. Attraverso un linguaggio che esprime chiaramente questo
sistema di dominio, siamo in grado di identificare chi detiene i privilegi e
qual è la reale posta in gioco.
venerdì 8 maggio 2015
Per Peppino

Nascere a Cinisi, un paese del
hinterland palermitano, e vivere in una famiglia legata ai clan mafiosi può
portare due reazioni: quella solita che vede l’assoggettamento a certi sistemi,
oppure la ribellione. Ribellarsi in un’organizzazione in cui l’OMERTÀ è la
parola d’ordine, diventa un gesto ancor più rivoluzionario. Peppino Impastato è
stato la rivoluzione, il cambiamento e la voce della denuncia. E la denuncia
colpisce dritta al cuore della mafia che, invece, reagisce con i suoi modi
beceri e vigliacchi. Peppino Impastato è stato ucciso da Cosa Nostra e mandante
dell’assassinio è stato Gaetano Badalamenti, definito ironicamente da Peppino,
Don Tano Seduto, capo clan ed uno dei maggiori trafficanti di eroina in
Sicilia.
“Io
voglio scrivere che la Mafia è una montagna di merda … noi ci dobbiamo
ribellare, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di
niente” (da I Cento Passi).
Peppino viveva a cento passi dalla casa
del boss Badalamenti e questo vivere a “braccetto” con l’anti-Stato porta la
gente comune a crederlo come la normalità, a non riconoscere le anomalie di
certi soprusi, di continue arroganze, di prepotenze ingiuste. Lui, nato in una
famiglia di impostazione contadina in cui la riverenza verso Cosa Nostra era la
quotidianità, prende le distanze da tutto e da tutti ed ha il coraggio di
denunciare, cominciando da suo padre fino ad arrivare al nome di Badalamenti.
“Mio
padre, la mia famiglia, il mio paese … Io voglio fottermene! Io voglio urlare
che mio padre è un leccaculo!” (da I Cento Passi).
Nel 1965 entra in politica e la utilizza
come modo per contrastare la mafia. Vivrà direttamente il periodo di
cambiamento sessantottino, tra scioperi, rivoluzioni ed incertezze per il
futuro, approdando, nel 1973, a «Lotta Continua» e legandosi a Mauro Rostagno,
altro importante giornalista ucciso dalla mafia. Tra Peppino e Mauro ci sarà un
sodalizio ideologico e politico che li vedrà uniti nella lotta contro Cosa
Nostra, usando radio e televisioni per arrivare al popolo e far conoscere la
politica mafiosa. Così nel 1976 con la collaborazione di Peppino ed altri
compagni, nacque Radio Aut, un’emittente di contro informazione, autofinanziata
dai giovani e quindi libera da qualsiasi potere. La libertà di Radio Aut
diventò lo strumento di Peppino per denunciare quello che definiva un western
mafioso facendo nomi e cognomi, senza paure. Continuo bersaglio era Gaetano
Badalamenti ma anche il sindaco di Cinisi, Geronimo Stefanini che si era
venduto a Cosa Nostra creando quel sistema che Peppino ironicamente definiva
mafiopoli. Tutti i venerdì sera andava in onda la trasmissione Onda Pazza in
cui Peppino sparava a zero sugli “intoccabili” siciliani e parlava dei maficidi,
con un linguaggio ironico e satirico che nascondeva dietro una grande rabbia ed
una voglia di cambiamento. Su questa natura nasceva anche l’altro programma
Cretina Commedia, una parodia della Divina Commedia di Dante, in cui ai vari
gironi infernali c’erano i mafiosi di Cinisi.
Peppino Impastato denunciava ad alta
voce per permettere al popolo di riconoscere la vera bellezza della società,
che non era nella mafia.
Chiaramente era un personaggio scomodo e
così è stato ucciso, imbottito con 5 chili di tritolo e fatto esplodere sulla
tratta ferroviaria Palermo-Trapani. L’intento era quello di far cade i sospetti
su un suicidio oppure su un atto terroristico compiuto dai suoi compagni
durante la campagna elettorale del ’78, visto che Peppino era candidato nel partito
di «Democrazia Proletaria». I suoi compagni Giovanni Riccobono, Faro Di Maggio,
Andrea Bartolotta ed altri, insieme alla madre Felicia Bartolotta Impastato,
non si stancarono mai di accusare Gaetano Badalamenti. All’inizio le indagini
propendevano per il suicidio e per la pista politica. Stranamente nessuno aveva
mai pensato di perquisire le case dei mafiosi di Cinisi, nonostante in un
rapporto scritto da un sottoufficiale, in maniera esplicita, si definiva il
tritolo che aveva ucciso Peppino “come esplosivo da cava” e le cave di Cinisi e
dintorni erano tutte di proprietà mafiosa. Ci vollero anni per arrivare alla
pista di Cosa Nostra. Nel 1988 si cominciò ad indagare su Tano Badalamenti per
il caso Impastato e iniziò un lunghissimo processo fatto di rinvii, depistaggi,
testimonianze fasulle, conclusosi nel 2002 con la condanna all’ergastolo per il
boss mafioso, morto in seguito.
martedì 5 maggio 2015
Franco Serantini - un omicidio di Stato
“… Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti …”
Ve la ricordate la Canzone del maggio? È
del 1973, tratta dal più bello, il più sovversivo dei dischi di Fabrizio De André: Storia di un impiegato
(il titolo esatto dell'opera avrebbe dovuto essere “Storia di un impiegato e di
una bomba”, ma fu censurato dalla casa discografica). Il brano è liberamente
tratto da un canto del maggio francese del 1968 di Dominique Grange.
Inizio questo post con le parole di
Faber, perché voglio ricordare un fatto accaduto un anno prima della pubblicazione
del disco, ed esattamente il 7 maggio del 1972
Quel giorno, alle ore 9.45 moriva nel
pronto soccorso del carcere di Pisa, Franco Serantini.

Ma chi era Franco Serantini?
Nato a Cagliari il 16 luglio del 1951,
viene abbandonato dai genitori naturali e vive nel brefotrofio della città fino
all'età di due anni.
Viene quindi adottato da una famiglia
senza figli. La madre adottiva muore e fino ai 9 anni vive con i "nonni" adottivi. Poi viene nuovamente trasferito all'istituto di Cagliari dove
rimane fino al 1968. Quell'anno viene prima trasferito all'istituto per
l'osservazione dei minori, poi, senza alcuna ragione, al riformatorio di Pisa
"Pietro Thouar" in regime di semilibertà (deve mangiare e dormire in
istituto). A Pisa consegue la licenza media e frequenta la scuola di
contabilità aziendale.
A Pisa incomincia a frequentare gli
ambienti della sinistra pisana, in quegli anni particolarmente attiva. Prima i
giovani socialisti e comunisti, poi Lotta Continua. All'inizio del 1971 approda
al gruppo anarchico "G. Pinelli".
Partecipa alle iniziative di quegli
anni, per la scarcerazione di Valpreda, per la verità su Piazza Fontana, le
mobilitazioni antifasciste, il mercato popolare autogestito.
Nel 1972 viene trovato, da parte del
partigiano anarchico Renzo Vanni il bando della Repubblica Sociale Italiana,
firmato dall'allora segretario del MSI Giorgio Almirante, editto durante la
guerra, in cui si ordinava la fucilazione dei renitenti alla leva e che
comprovava la diretta discendenza del MSI dal regime fascista e la
compromissione dei suoi dirigenti con questo infame regime.

Viene colpito da calci e colpi col
calcio del fucile. Il sopraggiungere di un altro drappello di poliziotti e
l'intervento del commissario di PS Giuseppe Pironomonte, che lo sottrae con
l'arresto al linciaggio, interrompono la mattanza.
Durante gli interrogatori Serantini
mostra evidenti segni di confusione mentale e di malessere, dice al magistrato
che lo interroga di soffrire di una forte emicrania, ma nessuno si preoccupa e
pensa di sottoporlo ad una visita medica. la mattina del 7 le sue condizioni si
aggravano e viene portato al pronto soccorso. Troppo tardi. Alle 9,45 Serantini
muore.
L'autopsia evidenzia un grave trauma
cranico e numerose lesioni interne dovute ai colpi inferti durante il pestaggio
sul Lungarno.
Si tenta di insabbiare questo delitto di
stato ma la manovra fallisce. Il 9 maggio 1972 Si svolgono i funerali di franco
Serantini, migliaia di anarchici, militanti di Lotta continua e degli altri
gruppi extraparlamentari, sindacalisti e cittadini di Pisa partecipano al
corteo funebre.

Il dottor Mammoli, imputato e poi
prosciolto per l'accusa di omissione di soccorso, fu ferito nel marzo dello
stesso anno da un commando di Azione Rivoluzionaria, organizzazione armata di
area anarchica.
Le parole che seguono sono tratte da "Il sovversivo" - vita
e morte dell'anarchico Segantini - di Corrado Stajano.
"In prossimità del processo
Valpreda, le nostre posizioni sono chiare: responsabili della strage di stato e
dell'omicidio di Pinelli non solo solo i fascisti e qualche funzionario di
polizia. Il vero e principale responsabile che si è servito della mano
criminale dei fascisti è lo Stato. Non esiste lo stato reazionario che ha fatto
la strage e lo stato progressista che cerca la verità. Tutte le forze che
gestiscono l'apparato statale, o cercando di conservarlo come adeso è, o
cercando di razionalizzarlo, sono più o meno direttamente implicate nella
responsabilità della strage" (Da un volantino scritto da Franco Serantini
)
A domanda risponde: "Dicono che
abbia lanciato contro la polizia pietre e altro materiale incendiario, ma per
la verità non riesco a ricordare".
Chiesto all'imputato per quale ragione
si era recato ieri sera nel luogo della città dove si verificarono i tumulti,
risponde: "ci andai perchè ci si crede".
Chiesto all'imputato in che cosa crede
risponde: "Sono anarchico".
A.D.R. "Fui arrestato nel corso di
una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi
colpirono alla testa. Accuso infatti forti dolori al capo ancora
attualmente".
A.D.R. "Non credo di avere
insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l'abbia
chiamato "porco", ma non credo di averlo fatto, perchè non è la mia
frase abituale".
A.D.R. Non credo di avere avuto tra le
mani ieri sera pietre o bottiglie incendiarie; anche perchè persi gli occhiali
e non sarei stato in grado di lanciarle".
A.D.R. "Quando mi recai alla
manifestazione ieri sera non ero d'accordo con nessuno; ci andai come cane
sciolto".
(Dall'interrogatorio a Franco Serantini)
Testimonianza di Moreno Papini, Lungarno
Gamabcorti 12: "...Ho sentito le sirene delle camionette venire dalla
parte del comune, mentre la gente scappava per via Mazzini. Le camionette sono
arrivate e si sono fermate sotto la casa mia dalla parte delle spallette
dell'Arno. Nello stesso momento stavano arrivando alcuni celerini a piedi.
Allora mi sono sporto dal davanzale della finestra e ho visto che stavano
agguantandone uno.
Proprio vicino al marciapiede,
esattamente sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati
addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano
fatto cerchio sopra di lui tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei
celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia
con i calci dei fucili.
Ad un tratto alcuni celerini sono scesi
dalle camionette davanti, e sono intrevenuti sul gruppo di quelli che
picchiavano, dicendo frasi di questo tipo: "Basta, lo ammazzate!" È
successo un po' di tafferuglio fra i due gruppi di PS. Poi uno che sembrava un
graduato è entrato nel mezzo e con un altro celerino lo hanno tirato su. Solo
in quel momento l'ho potuto vedere in faccia, perchè teneva la testa ciondoloni
sulla schiena. Aveva i capelli neri, gonfi e ricciuti e aveva la carnagione
scura. Lo hanno poi trascinato verso le camionette mentre il graduato gli dava
qualche schiaffetto per rianimarlo".
Alle dieci, in città non c'è più un solo
bar aperto. Circola la voce che ci sarebbe un morto. In una caserma della
polizia si sente cantare fino a tardi.domenica 3 maggio 2015
La violenza di piazza è una reazione alla violenza del sistema
Va
chiarito una volta per tutte: la tanto stigmatizzata violenza di piazza di manifestanti,
studenti, lavoratori, disoccupati, terremotati, cittadini pieni di immondizia,
ecc... è sempre e solo una reAzione alla violenza (fisica, economica, sociale,
culturale, psicologica ed esistenziale) del Sistema.
Quale
Sistema? Quello che consente a due schieramenti politici falsamente alternativi
(i cosiddetti centrodestra e centrosinistra) di governare in difesa dei poteri
forti e contro gli interessi dei lavoratori e delle famiglie; quello che
considera più grave il lancio di un sanpietrino rispetto ai milioni di
disoccupati e precari che non riescono ad arrivare a fine mese; quello che
viene incontro alle richieste dei vari Marchionne di turno ed ignora
puntualmente quelle degli anonimi lavoratori; quello che non dà risalto alle
manifestazioni di protesta dei cittadini solo se queste sfociano in atti di
vandalismo e violenza.
E le
forze dell'ordine, loro malgrado, sono i difensori del Sistema, quindi sono
avversari di chi contrasta il Sistema. E le forze dell'ordine difendono un
Sistema che li sfrutta, li umilia, e li fa odiare da tanta gente.
Io dico che
atti di vandalismo o violenza sono da intendersi come CONSEGUENZA della
violenza che il Sistema produce su ognuno di noi quotidianamente, in ogni
aspetto della nostra vita individuale e comunitaria.
Se non ci
fossero i politicanti corrotti che pensano solo alla loro poltrona e al loro
vitalizio, se non ci fossero spese assurde e inutili tipo TAV, EXPO ecc. e questi
soldi fossero investiti per ristrutturare scuole e ospedali, se la ricchezza
mondiale fosse equamente divisa per tutti gli abitanti del pianeta, non avrebbero
modo di esistere i Black Bloc e non ci sarebbe alcuna violenza di piazza.
Non
voglio sentire i soliti "buonisti" pronti a solidarizzare con le
forze dell'ordine e a criticare i manifestanti. Vogliamo sentire qualcuno che,
indipendentemente dai risvolti pacifici e/o violenti dei cortei, focalizzi
l'attenzioni sulle RAGIONI che spingono migliaia di persone a scendere in
piazza a manifestare.
Detto in
parole povere: sono stanco di sentire critiche su COME si manifesta, ma voglio sentire
pareri sul PERCHÈ si manifesta.
Iscriviti a:
Post (Atom)