..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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mercoledì 19 agosto 2015

Le strade dell'odio sociale

È sorprendente notare come le persone che fino a ieri stavano in mezzo al popolo, una volta giunte al soglio governativo (elette o no) imparino immediatamente ad essere contro lo stesso popolo. Da ciò si evince che non è mai l'uomo a cambiare lo Stato, ma esattamente il contrario. È il tragico gioco gerarchico, quello che ci insegnano fin da quando siamo in fasce, dove a valere non è mai la persona, ma il ruolo che essa ricopre. Non è un caso che il sistema educativo nazionale e la mentalità borghese insegnino ai bambini a competere per ogni cosa e ad ossequiare i ruoli e le posizioni sociali. Il pensiero unico imposto attraverso la scuola e i mass-media non fa altro che allenare ogni individuo all'obbedienza nei riguardi di qualsiasi autorità, facendo annegare nel mare dell'oblio tutti i valori umani che possiede una persona in quanto tale. Così l'essere umano soccombe in favore del ruolo, del mestiere, della posizione nella scala gerarchica. E tutti ambiscono ai ruoli, anziché ad essere persone.
La società che riceve questo imprinting non potrà far altro che alimentare la cultura del dominio, quindi dell'aggressività, sia in chi esercita l'autorità, sia in chi la subisce. Va da sè che, in questo modo, i crimini diventano persino fisiologici e sistemici, facendo apparire questo perverso meccanismo normale, naturale. È sufficiente che un alunno venga eletto capoclasse perché quell'alunno, imbevuto di cultura del dominio (i bambini copiano il comportamento delle loro maestre), diventi immediatamente autoritario nei confronti dei compagni, così come un semplice condomino eletto amministratore di un palazzo, o un impiegato nominato vice-qualcosa o capo-qualcosa, fino a vedere una semplice professoressa universitaria diventare ministro e distruggere in un attimo i diritti dei lavoratori conquistati in cento anni di lotte. Figuratevi dei massoni mafiosi, già ricchi di loro, borghesi dalla nascita, quindi distanti dal popolo, che si fanno eleggere a capo di un partito per mirare al vertice della piramide del comando. E nell'ottica dell'azione elettiva di un popolo per un governo, onestamente non crediamo che sia più responsabile e integerrimo un popolo che si autopunisca, piuttosto che un popolo punito da parte di un governo non eletto. Sarà un caso che la Chiesa insegni che l'autopunizione è cosa buona e altamente morale? Senza giustificare né l'uno né l'altro tipo di governo, è assai più miserevole e indegno un popolo che elegge di suo pugno chi lo dovrà bastonare. Tutto ciò è aberrante e innaturale.
Quando l'essere umano avrà capito di essere stato imprigionato in un meccanismo malato e perverso, comincerà una nuova era di pace, di giustizia, di libertà. Ma l'essere umano non c'è più, al suo posto ci sono soltanto ruoli e medaglie da conquistare. Ogni podio contiene l'idea di ingiustizia e di fascismo.

“Nessun uomo ha ricevuto dalla Natura il diritto di comandare gli altri”
                                                                                    (Denis Diderot)

lunedì 17 agosto 2015

Ci chiamano assassini

Al popolo!
Un altro uomo è caduto, colpito a morte, in questa truce mischia che è la vita sociale. E molti, più o meno sinceramente, piangono, e molti gridano e molti imprecano.
Chi piangete: Umberto o il re? Se piangete il cittadino, il padre, lo sposo, se le vostre lacrime son per l’uomo ucciso dall’uomo, se ciò che della tragedia di Monza vi ha commosso è solamente il sangue versato, voi ne avete diritto. […] Ma se è sopra una vita troncata che piangete, se è solo un senso di umanità che vi spreme dal ciglio codeste lacrime, perché non ne versate di altrettanto amare sui cadaveri insanguinanti che la plebe, urlante pure in nome del suo diritto alla vita, lasciò per la città e per i campi sotto la gragnola del piombo fratricida durante quest’ultimo ventennio nel reame d’Italia?
[…] Noi non seminiamo che le speranze di redenzione, ridestando le coscienze assopite del proletariato misero e vilipeso, alla coscienza dei suoi diritti e dei suoi destini. Ma credenti nella vita e nell’inviolabilità di essa, non solo contro il piombo e il ferro, ma anche contro le torture della fame, della persecuzione e della violenza, noi la difendiamo in tutti, perché a tutti vogliamo assicurato il benessere, l’istruzione, gli affetti dolci e gentili, in una intensità comune e fraterna di gioia e libertà.
Ci chiamano assassini perché qualche esasperato dalla vita, sollevato a furore dalla propria e dalla altrui disperazione, si dichiari o no anarchico, spezzò l’esistenza di un potente; e strillano ferocemente, alla crudel follia della setta, non perché costui era un uomo, ma perché era un potente, rimettono a nuovo la bestialità del sicario estratto a sorte, e creano la mostruosità giuridica di una responsabilità collettiva per tutti i socialisti-anarchici della terra, anche per quelli che mai seppero che il Bresci esisteva, anche per quelli, e sono moltissimi che, pure spiegandone le cause sociali determinanti, non vogliono innalzare l’omicidio, sia pur politico, a bandiera di redenzione operaia.
[…] Noi attendiamo che la storia, la schietta, la vera, scriva anche le pagine sanguinose di quest’ultimo ventennio di monarchia in Italia: Villa Ruffi, Conselice, Caltavuturo, e le stragi siciliane del ’94 e quelle milanesi del ’98 superanti le borboniche e le croate; e la pagine infami di Porto Ercole e delle isole ove credevasi relegare il pensiero, tormentando i corpi e avvelenando le anime; e le truci commedie dei tribunali di guerra, disseminanti la indigenza e il rancore in migliaia e migliaia di famiglie innocenti, e le ruberie sfacciate delle banche, coperti di onori e di cariche i ladroni maggiori, e tuta la putredine di un basso impero, avido solo di piaceri e di prepotenze a danno delle classi più umili e più laboriose.
Cotesti erano pure delitti, anche se commessi col manto della legge e col pretesto dell’ordine.

Manifesto diffuso a Buenos Aires e datato agosto 1900
Sottoscritto da un gran numero di anarchici tra cui Pietro Gori


sabato 15 agosto 2015

A proposito di emigrazione

Sul finire dell’Ottocento la situazione in Italia è particolarmente drammatica. La fantomatica unificazione del Paese ha impoverito sempre di più le aree del sud, favorendo lo sviluppo in alcuni grandi centri del nord, ha riempito sempre di più le tasche dei benestanti e dei padroni a svantaggio delle tasche sempre più vuote dei ceti inferiori, dove la fame e il malessere regna. In più ci si mette pure la scellerata politica coloniale ed espansionistica dei governi Depretis e Crispi, che vuole occupare le poche terre africane rimaste ancora libere dalle fauci delle potenti nazioni europee. Così i soldi delle casse del giovane Stato italiano, riempite con le tasse pagate dal popolo sfruttato, vengono spesi in armamenti e nelle spedizioni per conquistare Somalia, Etiopia ed Eritrea, aride terre da bonificare, coltivare e da industrializzare, dimenticando che il sud Italia di terre da coltivare, e spazi per costruire industrie ce ne sono in abbondanza. Tutto questo a discapito del popolo che ha sempre più fame e non ha lavoro.
Hanno inizio così gli anni della prima grande emigrazione di massa, che non riguarderà solo, come si potrebbe credere, le povere regioni del Meridione, ma tutta l’Italia, e in particolare il Veneto, le Romagne, il Piemonte e vaste zone della Lombardia. Destino comune a milioni di italiani che, costretti a cercare altrove la soluzione ad una vita di stenti, si troveranno esuli in terra straniera perché la patrie non è più in grado di sfamarli né di garantirgli i diritti civili più elementari.
Oggi secondo i razzisti nostrani, privi di memoria e inclini alla demagogia, gli italiani non sono più i protagonisti disperati, ma piuttosto la vittime degli attuali flussi migratori: gli emigranti, infatti, non siamo più noi, e il fenomeno migratorio porta in Europa “orde di barbari” provenienti dai paesi poveri e del tutto simili a quelle masse che andavano ad “invadere” i civili paesi del nord, quando i bravi borghesi americani si chiedevano seriamente se gli italiani fossero davvero esseri umani, e, in caso affermativo, se appartenessero alla razza bianca o a quella “negra”. Anni lontani di cui si è perso il ricordo, quelli in cui i nostri lavoratori, super sfruttati nelle miniere del Belgio e nelle officine tedesche, venivano chiamati i cinesi d’Europa, per la loro inclinazione ad accettare qualsiasi lavoro, anche il più umiliante e il meno garantito, pur di liberarsi da una miseria atavica. Quando i figli dei nostri emigrati “clandestini” dovevano vivere rinchiusi in case dalle finestre sbarrate per nascondere ai bravi cittadini svizzeri la loro molesta e illegale presenza. Bambini non solo siciliani o calabresi, ma bergamaschi, vicentini, cuneesi, di pura, purissima razza padana.

giovedì 13 agosto 2015

Il progresso del sistema, è il regresso dell'umanità

L'umanità sarà intrappolata dal potere statale per molte migliaia di anni ancora. Questo per effetto di una centralizzazione burocratica che riguarda aree sempre più grandi del pianeta. Nell'antichità neolitica, laddove l'evoluzione umana ha avuto i cambiamenti più repentini seguendo il senso libertario, le comunità erano ristrette e in relazione solidale tra loro. All'interno di ogni comunità, le esigenze rappresentavano quella 'problematizzazione' che poneva l'essere umano in un cammino evolutivo di autonomia e di progresso. E ancora le comunità medievali, soprattutto quelle poste al di fuori delle cinte murarie, potevano godere di una certa libertà in un rapporto reticolare solidale (v. Kropotkin). Con l'imposizione degli stati nazionali (XVI sec.), la scala del dominio si fece più ampia, e il controllo sulle persone divenne capillare per mezzo di istituzioni locali, ma che facevano tutte capo ad un unico governo centrale. Le costituzioni, che ancora oggi rivestono di una patina retorica la pillola amara del giogo, si rendono ancora più farsesche e contraddittorie, giacché gli stati-nazione sono sottoposti agli ordini sovrannazionali del capitalismo. E più la scala gerarchica è ampia, meno contano i singoli individui, i quali sono sempre più lontani dall'esercitare un seppur flebile controllo sul potere, sempre più divisi tra loro, e in cerca di soluzioni antistoriche, anti umane, e fatalmente fallimentari.

sabato 8 agosto 2015

Vecchi "rivoluzionari" dimenticano

Nel 1857 Carlo Pisacane, Battistino Falcone, Giovanni Nicotera ed una ventina di rivoluzionari sequestrarono un piroscafo, assaltarono il carcere di Ponza, liberarono trecento detenuti, ripartirono per il Cilento e tentarono un'insurrezione che finì malissimo. Pisacane e Falcone vengono praticamente fatti a pezzi, mentre Nicotera si prende tre accettate in testa, gli sparano ad una mano e viene preso a picconate tanto da estrargli l'ombellico, come scrisse un medico.
Venti anni dopo un gruppo di anarchici issò la bandiera rossa e nera sui palazzi del governo di Letino e Gallo Matese e finirono diritto diritto in tribunale. Silvia Pisacane, figlia di Carlo, intercede per loro cercando aiuto nel padre adottivo, quel Nicotera che si salvò per un pelo nell'insurrezione del Cilento. Nicotera può aiutarli perché venti anni prima era un rivoluzionario, ma ora ė il ministro degli Interni.
Ė proprio a lui oltre che a Depretis, Crispi e Cairoli si rivolgono gli internazinalisti della banda del Matese. Vogliono il processo politico e cercano negli ex rivoluzionari una sponda. Invece verranno processati come cospiratori e si salveranno per la difesa dell'avvocato Francesco Saverio Merlino e anche per la morte di un re, quel Vittorio Emanuele che per i libri di storia aveva fatto l'Italia, ma si era dimenticato di cambiarsi il nome, così il primo sovrano del regno unito si chiamò "secondo".
Dopo di lui salì sul trono Umberto primo che proclamò l'amnistia e contribuì a far uscire di galera anche gli anarchici senza sapere che sarebbe stato proprio un anarchico, una ventina di anni dopo, ad attraversare l'oceano per andargli a sparare. E sarà di nuovo l'avvocato Merlino a difenderlo in tribunale.
È solo un girotondo di date e nomi ma sarebbe saggio ricordare che Pisacane e Nicotera a Sanza come Bresci a Monza o Malatesta e Cafiero nel Matese dovevano ancora compiere quarant'anni e un paio di loro non li festeggeranno mai. Rivoluzionari di vent'anni e trent'anni col passare degli anni finiscono in galera, al camposanto o in parlamento. Non tutti, ma la maggioranza. E quando i cinquantenni al potere incontreranno i ventenni ... non si riconoscono. Succederà ancora nel corso del novecento quando gli ex partigiani al governo non sapranno confrontarsi con i movimenti degli anni settanta, o come gli ex sessantottini con i giovani di adesso.
Non so quanto uno storico potrebbe ritenere che questo post possa essere di supporto ad una teoria seria, ma mi piace pensare che Bresci abbia voluto dare il suo contributo ad una lunga rivoluzione sognata dai ragazzini e tradita dai vecchi. E l'abbia fatto con una curiosa leggerezza che è anarchica e giovanile allo stesso tempo, l'unico slancio che può spingere un tessitore toscano a tornarsene dal New Jersey con una pistola ed una macchina fotografica non per immortalare il re, ma per vederlo morto.

martedì 4 agosto 2015

Settanta anni fa l’orrore nucleare

La testimonianza di Sumiteru Taniguchi, sopravvissuto Nagasaki.

“Quando venne sganciata la bomba ero sulla bicicletta con le spalle rivolte al punto dell’esplosione, mi trovavo ad una distanza di circa due chilometri dal luogo dell’impatto. Udì il rumore distinto di un aereo e mi insospettì, voltai l’angolo e accadde, in quel momento. Improvvisamente ci fu una luce accecante, non sentì il calore, non sentì nulla, non ci fu il tempo di sentire. In un baleno venni bruciato e spazzato via. Venni scaraventato a quattro metri di distanza insieme alla bicicletta. Mi alzai e diedi un’occhiata alle mie condizioni, la pelle del braccio sinistro, dalla spalla alla punta della mano, era ridotta a brandelli e penzolava, mi toccai la schiena e mi accorsi che non avevo più gli indumenti, la pelle era viscida per le ustioni ed una sostanza scura mi rimase attaccata alla mano, la bicicletta aveva il telaio e le ruote completamente deformate e non era più utilizzabile, non accusavo nessun dolore e non sanguinavo, non sentivo niente in particolare e mi sembrava di stare bene. Vidi i cadaveri di due bambeini, uno era carbonizzato, l’altro era morto senza ferite apparenti. Venni soccorso da una persona che si trovava li vicino, dietro mia richiesta asportò la pelle che mi pendeva dal braccio, mi liberò dai fastidiosi brandelli dei vestiti bruciati e con dell’olio per motori mi ripulì il braccio. Ero sporco di fango e di polvere. La mattina del terzo giorno mi sistemarono sul pavimento di una scuola elementare. Il sesto giorno dall’esplosione della bomba, le ferite iniziarono a sanguinare e pian piano cominciai a sentire dolore. Nel mese di settembre una parte delle ustioni cominciò ad infettarsi, un soldato dell’esercito americano scattò questa immagine.

Il primo novembre di quell’anno venni trasferito a quello che all’epoca era l’ospedale militare dell’aeronautica a trenta chilometri da Nagasaki, ho una foto anche di quel periodo, è un’immagine d’archivio che forse avrete già visto, erano trascorsi circa sei mesi dall’esplosione della bomba, secondo la mia cartella clinica, questa foto venne scattata il 31 gennaio del 1946. in quel periodo lottavo contro il dolore, le ferite mi causavano atroci sofferenze e gridavo ogni notte implorando di essere ucciso. 
Dopo un anno e nove mesi, nel maggio del 1947, finalmente riuscì con le mie forze a sollevarmi, a stare seduto sul letto, e in seguito riuscì anche a camminare, mi sentivo proprio come se fossi ritornato a vivere. Nel marzo del 1949, dopo tre anni e sette mesi di degenza, finalmente venni dimesso e mi dissero che avrei potuto continuare a curarmi a casa. Ritornai al mio vecchio lavoro alle poste anche se le mie condizioni di salute non erano completamente ristabilite. Fino ad oggi sono stato ricoverato nove volte ed ho subito diciassette operazioni chirurgiche. Ho trascorso quindi 59/60 anni della mia vita lottando contro il dolore, ho vagato per l’inferno e sono sopravvissuto, lasciandomi sfuggire l’occasione di morire.”
Sumiteru Taniguchi


martedì 28 luglio 2015

Colpo al cuore. Morte non accidentale di un monarca

COLPO AL CUORE. Morte non accidentale di un monarca è un documentario storico diverso dal solito. Le interviste e le analisi che attraversano il film hanno due differenti direzioni.
La prima è ripercorrere la vita di Gaetano Bresci e il regicidio di Umberto I, con la chiara volontà di raccontare il personaggio, praticamente dimenticato dai libri di storia, ed analizzare un contesto difficile che l’Italia ha vissuto come quello dell’epoca umbertina.
L’altra è l’analisi politica del gesto: la volontà di riscatto, l’azione individuale al di là della propaganda del fatto, l’impossibilità di restare inermi di fronte a delle atroci ingiustizie. Un gesto contestualizzabile anche ai giorni nostri, al di là dei sovrani e dei potenti. Un gesto vivo in chiunque abbia, come Bresci, la forza rivoluzionaria di dire basta ed abbattere il simbolo …

Per vedere il documentario clicca  QUI

domenica 26 luglio 2015

Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il re. Ho ucciso un principio.

Il 29 agosto 1900, cioè un mese esatto dopo l’ucciosione di re Umberto I, Bresci comparve nella corte d’Assise di Piazza Beccaria a Milano. La sentenza era scontata in partenza. Gaetano Bresci aveva chiesto come difensore il deputato socialista Filippo Turati, ma questi aveva declinato l’incarico e fu sostituito dall’avvocato anarchico Francesco Saverio Merlino.
L’imputato mantenne un contegno conforme al personaggio che rappresentava. Freddo e distaccato, quasi sereno, ascoltò la lettura del capo d’accusa (per la verità retorico fino all’inverosimile) senza mostrare né pentimento né spavalderia.
Ecco parte del testo del suo interrogatorio in aula:

Presidente: «L’imputato ha qualcosa da aggiungere alla sua deposizione testé letta?»
Bresci: «Il fatto l’ho compiuto da me, senza complici. Il pensiero mi venne vedendo tante miserie e tanti perseguitati. Bisogna andare all’estero per vedere come sono considerati gli italiani! Ci hanno soprannominati “maiali“... »
Presidente: «Non divaghi...»
Bresci: «Se non mi fa parlare mi siedo.»
Presidente: «Resti nel tema.»
Bresci: «Ebbene, dirò che la condanna mi lascia indifferente, che non mi interessa punto e che sono certo di non essermi sbagliato a fare ciò che ho fatto. Non intendo neppure presentare ricorso. Io mi appello soltanto alla prossima rivoluzione proletaria.»
Presidente: «Ammettete di avere ucciso il re?»
Bresci: «Non ammazzai Umberto; ammazzai il Re, ammazzai un principio! E non dite delitto ma fatto!»
Presidente: «Perché lo avete fatto?»
Bresci: «Dopo lo stato d’assedio di Sicilia e Milano illegalmente stabiliti con decreto reale io decisi di uccidere il re per vendicare le vittime. I fatti di Milano, dove si adoperò il cannone, mi fecero piangere e pensai alla vendetta. Pensai al re perché oltre a firmare i decreti premiava gli scellerati che avevano compiuto le stragi.   […]   Ho agito per convinzione. Non domando clemenza a nessuno. L’ho fatto perché i miei principii me lo imponevano, perché la società attuale essendo guasta, è necessario colpirla nei suoi capi.»

giovedì 23 luglio 2015

Io sputo su tutte le bandiere!

Sputo sulla bandiera belga. Ci sputo sopra, perché quella bandiera è grondante del sangue dei miei fratelli e delle mie sorelle, di ieri e di oggi, che sono stati massacrati, torturati, rinchiusi, affamati, sfruttati nel nome degli interessi dello Stato belga.
Sputo sulla bandiera fiamminga, perché il suo nazionalismo nauseabondo mi fa vomitare. Quel nazionalismo che esalta i valori dell’Ordine e del Lavoro, dando la caccia agli immigrati, ai “devianti”, ai ribelli. Che cerca di irreggimentare tutti, ricco e povero, padrone e lavoratore, burocrate e disoccupato, nella stessa identità nazionale, tutti uniti contro "gli altri”, tutti per il Potere della Nazione e la protezione dei suoi Valori. Come il razzismo, il nazionalismo è l’antidoto al virus della guerra sociale, della lotta per l’emancipazione e per la distruzione del potere.
Sputo sulla bandiera francofona, perché è anch’essa una bandiera della politica. Ci sputo sopra perché detesto tutti i politici di qualsiasi colore, tutti i padroni, tutti gli industriali, tutti i potenti. Perché tra loro e me non può esserci che lotta ad oltranza – loro per preservarsi, io per distruggere il loro potere e conquistare la libertà.
Sputo su tutte le bandiere nazionali, perché dovunque venga issata una bandiera nazionale, l’oppressione è di casa. È la bandiera che sventola sulle prigioni, sulle caserme militari, sui commissariati, sui posti di confine. Tutte le istituzioni che soffocano la mia vita e la libertà inalberano bandiere nazionali. E, come si vede in Tunisia, Egitto o Libia, durante le sommosse l’apparizione della bandiera nazionale è sempre il segno premonitore di un nuovo regime, di un nuovo potere, di un nuovo sfruttamento.
Ma sputo anche su quelli che corrono dietro alle bandiere nazionali. Che marciano al passo dell’inno nazionale, che fanno la guerra nel nome della nazione, che sono fieri di servire gli interessi della “propria” nazione, della “propria” comunità. Sputo su quei soldati ciechi ed obbedienti schierati a protezione degli interessi del potere. E che sia chiaro: me ne infischio se questo potere si chiama belga, fiammingo, marocchino, vallone, palestinese, turco, europeo, africano o magari mondiale. Io sputo sulle bandiere, perché sputo su qualsiasi potere, su tutte le autorità.
Sputo sulle bandiere, perché il mio grido di vita, il mio grido di rivolta, è l’anarchia, è la libertà che non conosce leggi né frontiere.


[manifesto affisso in Belgio, ottobre 2011]

domenica 19 luglio 2015

Da Jarry ai Provos

La patafisica, il movimento anticipatore del surrealismo creato dallo scatenato Alfred Jarry è indissolubilmente legato alla sua fiammante bicicletta da corsa. La scoperta dell'LSD da parte dello scienziato svizzero Albert Hofmann nel 1943 è tutt'uno con la sua mitica pedalata fatata per le vie di Basilea. Difficile pensare alla lotta di popolo dei vietnamiti senza lo strabiliante sistema di rifornimento condotto da sgangherate biciclette che attraversavano i sentieri nella giungla portandosi in groppa persino gli obici. Uno degli strumenti infallibili per misurare la civiltà di un paese è lo spazio che esso offre ai propri ciclisti (paesi scandinavi in testa, paesi mediterranei in coda).
In Olanda agli inizi degli anni '60 in pieno boom automobilistico, proprio quando tutti, ma proprio tutti, sognavano la loro bella quattroruote, si fanno notare degli strani personaggi che vanno totalmente controcorrente.
Sono i Provos, un gruppo di anarchici dadaisti e zuzzurelloni, a cui spetta la palma di avanguardia di quella contestazione giovanile che verso la fine del decennio infiammerà l'intero occidente. I Provos nutrivano un senso di frustrazione e di rigetto nei confronti della società consumista e alienante, per usare le loro parole, si sentivano in questo mondo "come ciclisti su un'autostrada". Scelsero la bicicletta come santo strumento tribale, arma comunitaria contro i comportamenti antisociali degli automobilisti che agivano (e agiscono) indisturbati contro l'ambiente coperti dalla grande industria e dalla polizia.
Gli automobilisti amorevolmente coccolati dagli spacciatori di petrolio e dai cementificatori, erano (e sono) il "braccio armato" di uno stile di vita che ormai andava inesorabilmente modellando la geografia del pianeta. Il piano era (ed è) distruggere il tessuto umano dei quartieri storici creando un mondo in cui fosse impossibile andare a scuola, al lavoro, a far la spesa, a curarsi e a divertirsi senza poggiare il culo su un autoveicolo, senza pagare il balzello all'industria e allo stato e senza devastare il territorio).
I Provos osano sbeffeggiare il simbolo della crescita economica, il dogma della modernità, rivendicando il diritto di camminare per la città senza venir minacciati fisicamente da bande di psicopatici aggressivi rinchiusi dentro una scoreggiante scatola di ferro. I Provos soprattutto rivendicano il diritto e il piacere di non seguire i modelli di consumo e di non consumare.
Dotati di una formidabile capacità di spiazzare le autorità e di dar vita a fantasiose pratiche di disobbedienza civile, restano vivi nella memoria dei più per il famoso "piano delle biciclette bianche", la messa a disposizione della cittadinanza di Amsterdam di un certo numero di biciclette collettivizzate. Biciclette sempre aperte a disposizione di chiunque se ne volesse servire, un mezzo di trasporto gratuito, una provocazione contro la proprietà privata capitalista. "La bicicletta bianca è anarchica e simboleggia semplicità e igiene di fronte alla cafonaggine e alla zozzeria dell'automobile. Una bicicletta non è nulla ma è già qualcosa". Un atto ecologico (anche se allora la parola ecologia non era esisteva ancora).
I Provos scelsero di dipingere le bici di bianco - dopo aver scartato l'idea di farle rosse e nere, come la bandiera anarchica - per il semplice fatto che le loro azioni avvenivano prevalentemente di notte. Un bel numero di cittadini, rispondendo ai loro appelli, si reca nel luogo di raccolta, offre le proprie biciclette e le dipinge di bianco, mettendole a disposizione del provotariato. Il successo è immediato e l'operazione accende l'immaginazione di altri gruppi consimili da Stoccolma a Berkeley, da Praga a Oxford (motto dell'iniziativa "Il bianco annulla tutto, soprattutto la proprietà). Un famoso gruppo psichedelico inglese i Tomorrow lancia un brano delizioso, My White Bicycle, che diffonde il messaggio libertario persino nella hit parade. (Anche in Italia Caterina Caselli incide un brano dedicato alla provocazione provo).
Ma il segnale più evidente del successo del piano biciclette bianche è la risposta della polizia. Le autorità reagiscono immediatamente e in modo ridicolo: vengono sequestrate una cinquantina di bici in giro per la città. La giustificazione è che non essendo chiuse col lucchetto rappresentano un istigazione al furto. In pratica è la polizia a rubarle, visto che non le restituirà più ai legittimi proprietari, i cittadini di Amsterdam. In una società in cui vige la proprietà privata, ciò che è gratis è illegale e pericoloso. I ladri di biciclette in divisa non fanno altro che promuovere il piano provo, attirando nelle loro file un numero crescente di sostenitori e spingendo l'opinione pubblica a solidalizzare con loro.