..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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lunedì 20 agosto 2012

I lavoratori della notte

Alexandre Marius Jacob, detto Escande, detto Attila, detto Georges, detto Bonnet, detto Féran, detto Duro a morire, detto il Ladro. Jacob, l’anarchico fantastico che ispirò a Maurice Leblanc il suo Arsenio Lupin. Conosciutissimo il suo “surrogato” falsato, Lupin, per tutta una serie di films, fumetti, ecc. che la cultura ufficiale ci propina tramite cinema e televisione, l’ispiratore dei suoi “colpi”, Jacob, è all’opposto poco noto. Jacob e la sua banda dei “Lavoratori della notte” portano a termine, nel giro di appena tre anni, più di mille attacchi alla proprietà privata.
Sintomatiche le motivazioni di queste prassi nella dichiarazione che Jacob fa alla Corte d’Assise della Somme durante il processo che ha inizio il 18 marzo 1905 e che si conclude con una condanna a 25 anni di Guayana.

“Signori,
Ora sapete chi sono: un ribelle che vive del frutto dei suoi furti. Inoltre ho incendiato diversi palazzi e ho difeso la mia libertà contro l’aggressione di agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta; la sottopongo alla vostra intelligenza come un problema. Non riconosco a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non prego quelli che odio e che disprezzo. Voi siete più forti: disponete di me come volete. Mandatemi al bagno penale o al patibolo, poco importa. Ma prima di separarci, lasciate che vi dica un’altra parola (…)
Voi chiamate un uomo ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge senza chiedervi se egli poteva essere altro. S’è mai veduto un possidente farsi svaligiatore? Confesso di non conoscerne. Ma io, che non sono possidente né benestante, che non sono altro che un uomo che possiede le sue braccia e il suo cervello per assicurarsi di che vivere, io ho dovuto tenere un’altra condotta. La società non mi accordava che tre vie di esistenza: il lavoro, la mendicità, il furto. Il lavoro, ben lungi dal ripugnarmi, mi piaceva. L’uomo non può fare a meno di lavorare; i suoi muscoli, il suo cervello hanno una somma di energie da dispensare. Quel che mi ha fatto ripugnanza è sudare sangue e linfa per l’elemosina d’un salario, è creare delle ricchezze di cui sarei stato depredato. Insomma m’ha fatto ripugnanza darmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazioni di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto al banchetto della vita.
IL DIRITTO DI VIVERE NON SI MENDICA, LO SI PRENDE.
Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto che essere rinchiuso in un’officina come in un penitenziario, piuttosto che mendicare ciò cui avevo diritto, ho preferito rivoltarmi e combattere palmo a palmo i miei nemici facendo la guerra ai ricchi, attaccando i loro beni. Certo, capisco che avreste preferito che soggiacessi alle vostre leggi, che come operaio docile e infrollito creassi ricchezza in cambio d’un salario irrisorio e che, col corpo consumato e il cervello inebetito, me ne andassi a crepare all’angolo d’una strada. In quel caso non mi chiamereste “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. Con blandizie mi avreste perfino premiato con la medaglia del lavoro. I preti promettono un paradiso a quelli che riescono ad abbindolare; voi siete più astratti, voi promettete loro della carta straccia.
Vi ringrazio molto per tanta bontà, per tanta gratitudine, Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide!
Da quando sono entrato in possesso della mia coscienza, mi sono dedicato al furto senza alcuno scrupolo. Non ho nulla a che fare colla vostra pseudo-morale che esalta il rispetto della proprietà come una virtù, mentre non esistono ladri peggiori dei proprietari.
Ritenetevi fortunati, Signori, che questo pregiudizio abbia messo radici nel popolo, perché è lui il vostro gendarme migliore. Conoscendo l’impotenza della legge o, per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più sicuro dei vostri protettori. Ma state attenti, tutto finisce. Tutto ciò che è costruito, edificato colla forza e l’astuzia, forza ed astuzia possono demolire.
Il popolo reagisce ogni giorno. Non vedete che, consci di questa verità, consapevoli dei loro diritti, tutti i morti di fame, tutti i pezzenti, insomma tutte le vostre vittime, s’armano di un grimaldello, vibrano l’assalto alle vostre case per riprendere a riprendere le ricchezze che essi han creato e che voi avete loro rubato? Credete che sarebbero più infelici? Io son convinto al contrario. Se ci riflettessero meglio, preferirebbero correre qualunque rischio piuttosto che ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione… Il penitenziario.. Il patibolo, si dirà! Ma cosa sono tali prospettive in confronto ad una vita bestiale, fatta di ogni sofferenza? Il minatore che strappa il suo pane alle viscere della terra, senza mai vedere la luce del sole, può morire da un momento all’altro, vittima di un’esplosione di grisù; il conciateti che vaga per i tetti può cadere e ridursi in briciole; il marinaio conosce il giorno in cui parte, ma ignora se ritornerà in porto. Un gran numero di lavoratori contrae malattie fatali nell’esercizio del proprio mestiere, si sfinisce, s’avvelena, si uccide per creare per voi; perfino i gendarmi, i poliziotti vostri servi che, per un osso da rosicchiare che tirate loro, trovano a volte la morte nella lotta che intraprendono contro i vostri nemici.
Cocciuti nel vostro egoismo meschino, rimanete scettici nei confronti di questa prospettiva, vero? Il popolo ha paura, sembrate dire. Noi lo governiamo col terrore della repressione; se grida, lo getteremo in prigione; se brontola, lo deporteremo al bagno penale; se passa all’azione, lo ghigliottineremo! Calcolo errato, Signori, credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro i gesti di rivolta. La repressione, anziché un rimedio o un palliativo, non è che un aggravamento del male.
Le misure coercitive non possono che seminare odio e vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, da quando tagliate le teste, da quando gremite le prigioni e i bagni penali, avete forse impedito all’odio di manifestarsi? Parlate. Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Da parte mia, sapevo per certo che il mio comportamento non poteva avere che altro sbocco che il bagno penale o il patibolo. Vedete bene che non è stato questo ad impedirmi di agire. Se mi sono dedicato al furto, non è una questione di guadagno, di lucro, ma una questione di principio, di diritto. Ho preferito conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo piuttosto che essere creatore  della fortuna d’un padrone. In termini più banali, senza eufemismo, ho preferito essere ladro che derubato.
Certo, anch’io disapprovo che un uomo s’appropri colla forza o con l’astuzia del frutto della fatica altrui. Ma è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri, anch’io vorrei vivere in una società in cui il furto fosse bandito. Io non approvo il furto e non l’ho utilizzato che come mezzo di rivolta in grado di combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà private.
Per distruggere una conseguenza, bis prima distruggere la causa. Se esiste il furto, è solo perché c’è abbondanza da una parte e penuria dall’altra, perché tutto appartiene solo ad alcuni. LA LOTTA SCOMPARIRÀ SOLO QUANDO GLI UOMINI METTERANNO IN COMUNE LE LORO GIOIE E LE LORO PENE, IL LORO LAVORO E LA LORO RICCHEZZA, SOLO QUANDO TUTTO APPARTERRÀ A TUTTI.
Anarchico rivoluzionario, io ho fatto la mia rivoluzione, l’Anarchia verrà!"

“Il diritto di vivere non si mendica, lo si prende. Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto che essere rinchiuso in un’officina come in un penitenziario, piuttosto che mendicare ciò cui avevo diritto, ho preferito rivoltarmi e combattere palmo a palmo i miei nemici facendo la guerra ai ricchi, attaccando i loro beni….”
In sintesi è realmente ciò che muove Jacob. Ma non solo questo ovviamente. Altro spinge ancora il compagno a intraprendere quella strada. Questo”altro”, al di là del rifiuto del lavoro, dare una mano alla propaganda. Trova dei soldi per fare più giornali (tipo “Germinal” quindicinale libertario fondato nel 1904), più manifestazioni, più comizi, per consentire ai compagni di spostarsi con maggiore celerità, per organizzare, insomma, tutte quelle cose che si ritenevano più utili per spingere quella rivoluzione sociale che sembrava essere alle porte.
Una delle maggiori limitazioni (anche se non la sola) dei movimenti di rivolta è sempre stata la mancanza di fondi per l’organizzazione e per l’acquisizione di tutti quegli strumenti che possono consentire lo sviluppo e l’accentuazione dello scontro. Limitazione questa che si è spesso scontrata di fronte al tabù della riappropriazione. Non dimentichiamo come esempio a questo proposito, che i comunardi non ebbero il coraggio, anche se ne avevano la forza, di invadere la Banca di Francia. Cosa sarebbe successo se lo avessero fatto? Non è sicuro, ovviamente, ma, probabilmente le sorti della Comune di Parigi sarebbero state ben differenti.
L’azione di Jacob è una dichiarazione di guerra. Dall’altra parte della barricata i preti con le loro chiese lussuose, i ricchi, i nobili, giudici e magistrati, strozzini. Come si vede, una scelta precisa dei nemici da colpire. La figura di Jacob e dei suoi “Lavoratori della notte” cala come un’ombra minacciosa sul quieto vivere della classe padrona. Le azioni di questa “banda” inafferrabile e sarcastica gettano un panico mal contenuto su tutta questa gente, tanto che il suo buon cane da guardia, la polizia, viene da essa continuamente beffato e non riuscirà ad avere ragione che alcuni anni dopo.
Jacob ha un senso innato dell’ironia. Egli quasi mai si limita a colpire, ha bisogno di più. Ha bisogno di sfotterle. In tal modo la sua vendetta è completa. È la sua prerogativa che lo accompagnerà in tutte le sue azioni che porterà avanti.
L’estrema creatività delle azioni e il senso dell’umorismo di Jacob spingeranno Maurice Leblanc, giornalista del “Gil Blas”che segue il processo per il suo giornale, ad appropriarsi di questa prerogativa e creare il suo personaggio di Arsene Lupen che, tuttavia, resta un eroe da romanzo e non ha niente a che fare col personaggio di Jacob, anche se, potenza della pubblicità, il<primo diviene, a livello mondiale, più famoso del secondo.
Gli unici parametri di avvicinamento tra Jacob e il personaggio inventato da Leblanc sono in effetti solo le eccezionalità delle azioni e il senso dell’ironia. Per il resto, l’Arsène Lupin di Leblanc non ha alcun ideale se non quello di rubare, anche se in modo estremamente creatico, e di arricchirsi; al contrario Jacob che non accumula niente per se. Inoltre, cosa che Jacob ha da sempre aborrito, il Lupin di Leblanc entra a far parte della classe che vuole derubare, anche per aumentare le sue possibilità. Jacob odiava troppo la borghesia per potersi in qualche modo, anche se per necessità, mescolare con essa.

Ancora repressione in Val di Susa...ma le passioni non si arrestano!

Nella notte fra il 6 ed il 7 Agosto si consuma l'ennesimo atto intimidatorio e repressivo da parte delle forze di occupazione in Val di Susa nei confronti di un compagno dell'area libertaria romana che si trovava a Chiomonte per partecipare alle iniziative no TAV e per godersi un po’ di sano turismo solidale e di lotta.
Premettiamo che negli ultimi giorni la morsa repressiva si è ancora di più rafforzata e quotidianamente polizia e carabinieri “circondano” il campeggio autogestito dal popolo no TAV.
Ogni giorno, a qualsiasi ora, le forze di occupazione presidiano la zona con posti di blocco, fermi coatti ed intimidazioni ai danni delle compagne e dei compagni che hanno deciso di vivere intensamente una “vacanza di lotta”, alla faccia del turismo capitalista e mercificato. Sono ormai innumerevoli le notizie di fogli di via, denunce e provocazioni di vario genere.
Come dicevamo, nella scorsa notte, nella zona antistante il campeggio no TAV a Ramatz,vengono fermati un compagno ed una compagna di Roma con la scusa di un normale controllo di “polizia stradale” ma le cose non vanno di certo in quel senso.
Appena i militari capiscono che si tratta di due no TAV iniziano le provocazioni e le intimidazioni che per lo più si concentrano nei confronti del ragazzo solo perchè sul terminale risulta qualche piccolo precedente per “oltraggio, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale”. Questo basta a far saltare i nervi di qualche omino in divisa: Marko viene fermato e scortato fino alla caserma di Susa per ulteriori accertamenti sulla persona e sul veicolo di sua proprietà. Gli viene notificato un verbale di centinaia di euro per la mancata revisione dell'auto ... verbale che poteva essere tranquillamente notificato in strada, davanti al posto di blocco!!! Ecco perchè oggi denunciamo pubblicamente l'accaduto e crediamo sia assurdo costringere delle persone ad andare in caserma per un semplice controllo di "polizia stradale".
La realtà è che le forze dell'ordine cercavano l'ennesimo capro espiatorio da aggiungere alla lista dei “non desiderati” in Valle. L'esito della perquisizione ovviamente è negativo ma non basta a calmare gli animi.
Nel frattempo un passaparola spontaneo riesce a mobilitare un centinaio di compagne e di compagni che tempestivamente circondano rumorosamente la caserma dei carabinieri. Sono momenti tesi proprio perchè la situazione è diventata insostenibile e lo Stato di Polizia che si è creato non calma di certo gli animi dei compagni e dei residenti, ormai stufi di subire ed abbozzare davanti a questa paradossale situazione.
La determinazione e la solidarietà dei no TAV raggiunge l'obiettivo prefissato: Marko viene dopo poco rilasciato e viene anche evitato il sequestro del veicolo. Il presidio solidale si scioglie solo quando i due escono dal portone della Caserma fra gli abbracci e le urla di libertà dei presenti.
La complicità e la solidarietà sono le armi che abbiamo ed ancora una volta alla rassegnazione ed all'indifferenza rispondiamo con la determinazione e con le passioni.
In Val di Susa c'è un clima di guerra: è una guerra che si combatte quotidianamente in varie forme e la cosa più importante è che il movimento sta rispondendo colpo su colpo alle intimidazioni senza arretrare di un solo passo. L'esperienza del campeggio di lotta e le innumerevoli iniziative, organizzate e spontanee, sono la prova lampante che il movimento no TAV, nonostante tutto, è sempre vivo e combattivo.

La lotta non si arresta!
Più ci reprimete più resistiamo!
ORA E SEMPRE NO TAV!

Solidarietà alle popolazioni della Val Susa

Le popolazioni della Val Susa ormai da anni portano avanti una lotta contro la devastazione dei luoghi in cui vivono, minacciati dal progetto TAV, la linea per il Treno ad Alta Velocità che dovrebbe collegare Torino a Lione.
In questi ultimi giorni le mobilitazioni popolari hanno riguardato la zona della Maddalena di Chiomonte, dove gli operai delle ditte che dovrebbero aprire il cantiere sono stati ostacolati dalla resistenza dei molteplici comitati formatisi in tutta la Valle. Il presidio permanente, è formato da donne, uomini, giovani e meno giovani, tutti uniti nella consapevolezza che quest’opera sia non solo inutile (costosi treni superveloci al servizio delle grandi imprese, per trasporto merci ), ma anche dannosa (per i pericoli connessi alla perforazione dei monti ricchi di amianto). I governi, sia di destra che di sinistra, portano avanti il progetto millantando progresso e ricchezza, pressati dalla Unione Europea che ha stanziato 671 milioni di euro per l’opera; ma la vera ricchezza andrà nelle loro tasche e in quelle delle società vincitrici degli appalti, Martina e Ital.co.ge.
Alla Maddalena di Chiomonte sono state erette barricate, con tronchi d’albero, massi, pezzi di guard-rail e vecchie traversine. Carabinieri e polizia hanno abbandonato la strada alle prime ore del mattino del 24 Maggio, respinti da grida, slogan, canti e non solo. Una resistenza, che a molti ricorda quella partigiana -sui monti e nei boschi, dove vince la gente che conosce il territorio- per difendersi dal saccheggio e dalla distruzione.
Noi esprimiamo la più totale solidarietà alle popolazioni della Val Susa, che con determinazione e coraggio resistono ormai da anni, anche contro un accanimento mediatico teso a criminalizzare il Movimento. Gli abitanti della Val Susa dimostrano giorno dopo giorno che vogliono essere loro stessi a decidere sul loro futuro e su quello dei luoghi in cui vivono, desiderando comunque dei servizi per tutti, compresa una rete ferroviaria adeguata ed efficiente, che non sventri, tuttavia, la Valle e le montagne in cui vivono.
Il movimento No TAV è un esempio di movimento partito dal basso, costituito da coordinamenti fra comitati ed assemblee locali, e dimostra che solo tramite l’autogestione del territorio e l’autogoverno si può costruire una società di liberi ed eguali volta a migliorare le condizioni di vita di tutti e a perseguire ed affermare i veri interessi delle comunità.

LE LIBERTÀ NON SI CONCEDONO, SI PRENDONO!

Coordinamento Anarchico Palermitano

giovedì 16 agosto 2012

Azione diretta

L'azione diretta è la realizzazione autogestita di un'iniziativa individuale o collettiva, attuata come risposta puntuale a situazioni concrete. E' un metodo e una teoria per opporsi a pratiche intollerabili o per creare condizioni più favorevoli, usando immediatamente i mezzi disponibili. È un principio di azione dell'anarchismo e consiste anche nella presa di coscienza morale al di là delle leggi ufficiali.
L'azione diretta è un principio centrale di tutte le correnti dell'anarchismo: l'anarco-sindacalismo, l'anarco-comunismo, l'anarchismo insurrezionale, l'anarchismo verde e l'anarco-pacifismo. L'azione diretta è associata all'attivismo, ma non è solamente legata alla lotta simbolica o propagandistica contro il potere dello Stato e del capitalismo. Le azioni dirette possono avere un effetto concreto e reale sulle vite delle persone e sulla struttura stessa della società. Non necessariamente queste azioni devono essere violente, l'essenza del principio sta nel non delegare ad altri la propria vita.
I mezzi utilizzati possono andare dallo sciopero generale al sabotaggio, dalla resistenza non violenta all'occupazione dei luoghi di lavoro, dalle intimidazioni al boicottaggio, o anche a metodi innovatori e meno aggressivi come l'azione poetica, creazione di cooperative, autogestione di edifici (es. squat) ecc. Queste azioni assumono frequentemente una forma di disobbedienza civile e possono assumere anche carattere illegale.
Questa pratica consiste quindi nell'azione immediata, senza attendere lo sviluppo di tattiche attendistiche o indirette, come l'elezione di rappresentanti che promettono la risoluzione dei problemi nei tempi futuri. L'azione diretta va intesa come la volontà di praticare direttamente l'autodeterminazione e come opposizione all'azione autoritaria dello Stato, del capitalismo, del corporativismo, del patriarcato ecc..
L'azione diretta non è applicabile soltanto sul luogo lavorativo, deve avvenire ovunque con mancati pagamenti di affitto e tasse, boicottaggio di certi prodotti, occupazioni, impedimento di costruzioni per motivi ecologici ecc. Semplicemente, azione diretta significa agire da solo senza aspettare che qualcuno lo faccia per te, poiché solo agendo direttamente le cose possono cambiare.
Quindi, rifiuto l’idea che la società sia statica, e che le coscienze delle persone, le loro idee ed ideali non possano essere cambiate. L’azione diretta provoca una trasformazione degli stessi che la fanno, perché agendo per se stessi, oltre a soddisfare la propria voglia di libertà, dimostrano che ogni cosa è possibile, se esiste la volontà per farla. Liberandoci dalle catene mentali, ci rendiamo conto che tutto è possibile, collaborando ed agendo direttamente.
Grazie all'azione diretta ci siamo liberati dalla schiavitù dei secoli passati, e con questa forza diretta abbiamo anche ottenuto le cosiddette "libertà civili". Usata bene da un grosso numero di persone, permetterà di raggiungere qualunque meta prefissata. Azione diretta e movimenti come il sindacato, possono essere utilizzati per sviluppare l’intelligenza rivoluzionaria del lavoratore e cosi assicurare l'emancipazione tramite esercizio. Azione diretta è in contrapposizione al sistema di suffragio politico. Non solo è più utile del voto, ma oltretutto, il voto "democratico" attuale non cambierà mai nulla, perché lo Stato ed il capitalismo non possono essere riformati.
La storia è piena d'esempi di radicali che arrivano al potere, e diventano come i politici che hanno rimpiazzato, oppure più conservatori; qualunque governo è sotto la pressione di due potenze, la burocrazia statale ed il mondo dell'alta finanza. Questo assicura che qualunque tentativo di cambiamento sociale, sarà bloccato grazie agli investimenti mancati ed al lavoro della burocrazia.
Supponiamo che riesca ad andare al governo un gruppo abbastanza riformista, questo si troverebbe di fronte vari problemi e pressioni economiche. Il capitale non farebbe investimenti, ed il governo dovrebbe fare passi indietro per evitare il collasso economico, oppure se il governo bloccasse l'uscita di denaro dal paese, rimarrebbe presto isolato economicamente, rendendo la propria moneta molto debole. In tutti i modi, il fallimento è assicurato, perché come già sottolineato, qualunque governo dipende dal capitale, e quindi subisce la volontà di questo capitale. Quindi, qualunque governo con qualunque persona alla guida, deve prima accontentare il capitale e poi il popolo, perché il contrario non sarà mai permesso.
Il voto "democratico" attuale è la contrapposizione dell'azione diretta, perché votando deleghi qualcuno a pensare per te. Il voto toglie il potere alla gente, regalando la "leadership" a qualcun altro: proprio il contrario di quello che si dice comunemente. I partiti rispecchiano la divisione tra il lavoro manuale e mentale, e quindi sono necessari per il sistema capitalista. Osservando la situazione attuale delle "democrazie" moderne, trovo sorprendente che la gente continui a votare a legare le proprie speranze ai nuovi partiti che spuntano ogni giorno o ai vecchi partiti riformati. Il problema non sta nei politici o nei partiti, ma nel sistema che li forma a sua immagine, emarginando la gente e costringendo i politici a scelte non personali. Nemmeno un milione di partiti nuovi potranno cambiare questo. Quindi, il voto implica soltanto il mantenimento dello stato attuale delle cose, perché nessun partito, persona o ideale può riformare lo stato burocratico.
Ci insegnano da una giovane età che il voto è «un diritto ed un dovere», giustificando moralmente le elezioni con parole come «responsabilità civile». Ma questa è soltanto demagogia e paura che il popolo si svegli, obbligando questi "parassiti" a lavorare come il resto del gente. Chi è al potere, necessita dell'appoggio del popolo, e quindi ci bombarda con frasi tipo "diritto e dovere" di votare, cosi mantenendo i privilegi. Il voto è sempre stato la morte delle idee rivoluzionarie.
I partiti politici sono radicali soltanto quando non hanno la possibilità di essere eletti. Mi viene da ridere quando penso alla farsa leninista, di un partito radicale che si impadronisce del potere per poi smantellarlo. Questa retorica della "campagna elettorale" leninista, era una farsa a quei tempi, e spero che nel 2012, nessuno ci creda ancora (ma ne dubito!). Chiaramente, il non voto in sé, porterà soltanto apatia, e quindi il non voto va abbinato all'azione diretta, altrimenti ha pochissima utilità, tranne il dissociarsi dal sistema attuale. Bisogna ribellarsi contro qualsiasi forma di potere. Propagandare il nostro ideale di libertà. Incominciare a costruire luoghi di autogestione e di creatività.
Il sistema elettorale non può tutelare o rappresentare l'elettorato, indipendentemente da quale partito assuma il potere. Credo che il primo passo verso l'anarchia, sia rendersi conto che questa rappresentanza parlamentare non significa essere rappresentato. Quando il popolo inizierà a capire che con il voto attuale non si risolve nulla, cercherà altri sistemi per essere rappresentato. La voglia di cambiare, viene dalla consapevolezza dell'errore presente.

Marinaleda: una città a partecipazione collettiva

È piccola, ordinata, tranquilla. Un gioiellino da cartolina. Ma Marinaleda, 2700 abitanti nella campagna Andalusa in provincia di Siviglia, è quanto di più diverso si possa trovare all’interno dei confini liberali e liberisti dell’Unione Europea.
La differenza sta tutta in quel 60% di consensi che, da oltre 30 anni ad ogni elezione, va alla stessa coalizione anti-capitalista, il Colectivo de Unidad de los Trabajadores (CUT). Per gli andalusi una garanzia contro la crisi.
Se nel resto del mondo infatti la recessione piega l’economia, soprattutto in Spagna alle prese con la disoccupazione, a Marinaleda le difficoltà del paese si leggono solo sui giornali.
Marinaleda quasi come la Comune di Parigi, è un esperimento (funzionante) di società comunarda dal 1979, cioè dalle prime elezioni dopo la caduta del dittatore Francisco Franco. Il sindaco Juan Manuel Sànchez Gordillo, 60 anni, spalleggiato dai cittadini, ha portato avanti una serie di politiche creando una piccola città utopica: qui, a detta del primo cittadino, non ci sono indigenti, ipoteche, nullatenenti o politici corrotti.
In barba alla bolla speculativa immobiliare, comprare una casa costa solo 15,52 euro al mese per i prossimi 70 o 80 anni: il terreno lo mette il Comune, i materiali arrivano dall’amministrazione locale e regionale e il costruttore è lo stesso proprietario, che lavora per almeno 420 giorni affiancato da architetti e muratori messi a disposizione (gratuitamente) dal sindaco. Il comune quindi anticipa i soldi ed esige solo che il proprietario collabori alla costruzione della casa o paghi un sostituto. Restituirà il debito in rate di 15,52 € al mese, come scritto prima. Di case da 90 metri quadri, con addirittura 100 di patio (cortile), se ne sono costruite già più di 400.
Gordillo da sempre fa parlare di sé, occupando terre incolte o la Mancloa, il Palazzo del governo, con l’ex premier socialista González dentro. Ma nella regione con più disoccupati d’Europa (34%), nel suo Comune non ce n’è uno. La disoccupazione è pari a zero grazie alle otto cooperative comunali ortofrutticole dell’Humasa, nome che ricorda i 3 mila acri espropriati nel 1992 al Duca di Infantado, antico reggente della zona, cooperative da lui inventate e dove tutti guadagnano lo stesso stipendio.
A Marinaleda si coltivano carciofi, peperoni, fave, fagioli e grano, si produce olio d’oliva. Il comune è proprietario di una fabbrica di conserve, un frantoio, serre, allevamenti di bovini. I prodotti marca Humar-Marinaleda, si commercializzano poi in tutta la Spagna. Ogni impiegato della cooperativa guadagna 47 euro al giorno per sei ore e mezzo di lavoro, 35 ore settimanali: 1128 euro mensili. Lo stesso salario del sindaco e dei suoi consiglieri. «Qui nessuno supera i 1200 euro di stipendio».
Barba lunga alla Fidel Castro e kefiah intorno al collo «finché i palestinesi non avranno una loro patria», il sindaco affascina tutti con parole da noi considerate fuori moda come “lotta di classe” e “diritti universali”. Molti, quando prende la parola a Linea diretta - programma cult dell’autoprodotta Marinaleda TV – lo paragonano al presidente venezuelano Hugo Chavez, che indottrina il suo popolo dagli schermi di Ola presidente.
Ma il primo cittadino ricorda che a differenza di Chavez, vuole tutti i cittadini presenti e partecipi ad ogni decisione: «Per questo facciamo almeno 40 assemblee all’anno. Presentiamo il bilancio comunale e decidiamo insieme ogni progetto, anche fosse l’acquisto di una capra».
A Marinaleda non c’è corpo di polizia, «Da noi non è necessaria» vanta Gordillo, (con un risparmio di almeno 260 mila euro l’anno), ma tutto il resto non manca: scuole moderne, un comprensorio sanitario attrezzato, un centro culturale, uno per pensionati, uno sportivo, una piscina, e un parco giochi per i più piccoli.
L’asilo costa due euro al mese, tre euro la piscina e poi c’è la palestra, tre volte a settimana. Per gli anziani è gratuita, come la colonia estiva. E i soldi che servono, i cittadini li chiedono al governo dell’Andalusia o direttamente a quello centrale di Madrid.
Il volto di Che Guevara sorveglia il complesso sportivo, con campi di calcio e da tennis. Ma il fiore all’occhiello rimangono le file di villette a schiera su due piani, edilizia che più popolare non si può.
Così, mentre tutta la Spagna è ferma, schiacciata dalla crisi finanziaria, a Marinaleda continuano a macinare centimetri di “utopia verso la pace”, come recita lo stemma comunale. E mantengono il ritmo.
I vecchi dicono che i segreti dell’avanzata sono due: «la lotta e il sindaco». Le amministrative andaluse di marzo non hanno infatti smosso i secolari ulivi che circondano il Paese. Izquierda Unida conta 11 consiglieri e l’opposizione, rappresentata dal Partito Socialista (segnato rigorosamente in blu) solo quattro. Del Partito Popolare nemmeno l’ombra.
Non stupisce dunque che Sànchez Gordillo definisca la crisi finanziaria dei conservatori «Un enorme truffa, le banche un business da capitalisti e i mutui un pattume artificiale». Secondo il sindaco è necessario «Nazionalizzare gli istituti finanziari e smetterla di seguire Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, o François Hollande che sia, con la loro linea capitalista». «Siamo in una dittatura economica. Qui ognuno di noi dà il suo contributo. E se c’è da lottare scendiamo in piazza. Perché allora non esportare Marinaleda in Europa?», si chiede il sindaco con tono di chi la sfida l’ha già vinta.
L’ultima clamorosa protesta è stata un «esproprio alimentare» in un supermercato: martedì 7 agosto ha diretto l’assalto a un supermercato nella limitrofa Ecija, portando via tre carrelli pieni di pasta, fagioli, lenticchie e latte. Sono usciti dai supermercati della catena Mercadona con i carrelli pieni di pane, pasta, biscotti, olio, latte e sono andati poi a rifornire le mense sociali di alcuni paesini dell'Andalusia, una delle regioni più povere della Spagna e con un tasso di disoccupazione che sfiora il 40%. Il blitz ha suscitato scalpore e unanime la condanna del governo e dei socialisti, di Izquierda Unita.  grandi partiti politici, a destra come a sinistra, hanno denunciato un comportamento fuorilegge. La catena di supermercati Mercadona, oggetto del blitz, ha sporto denuncia e il ministero degli Interni ha spiccato un mandato d'arresto contro i membri del gruppo che ha effettuato l’azione di protesta. Ma lui se la ride: “Tutto quello che abbiamo fatto è stato requisire del cibo per portarlo nelle mense sociali", "Se questo è un reato, che ci arrestino tutti allora, senza problemi, noi siamo qua. Crediamo piuttosto che illegale e disumano sia obbligare la gente a rovistare nei secchi per cercare da mangiare". Una visione del mondo e della giustizia sociale decisamente in contrasto con quella della “legalità” vigente.
Il ministro spagnolo degli Interni, Jorge Fernandez Diaz, ha annunciato che è stato ordinato l'arresto dei sindacalisti coinvolti ieri in un'azione di “spesa proletaria” per protestare contro il carovita. “I supermercati hanno la loro parte di responsabilità nella crisi economica”, ha affermato Juan Manuel Sanchez Gordillo, “Il blitz ai supermercati è stata un’azione simbolica. Il prossimo obbiettivo? Le banche”. Sempre in prima linea, venerdì scorso è stato sloggiato dalla Guardia Civil, insieme ad altri 200 militanti del Sat, da un terreno militare. “Torneremo. Abbiamo già cominciato a lavorare la terra”, ha detto agli agenti delle Benemérita. L’esproprio terriero è stato il volano della sua revolución, sempre perseguita con la non violenza. Il sindaco che tiene la foto del Che nel suo ufficio ha sempre la porta aperta al pubblico. e porterà la
Un aspetto affascinante della città che colpisce colpito molto è che non ci sono quasi cartelli pubblicitari lungo le strade. I negozietti locali non hanno insegne all’esterno o alle vetrine e perfino i bar non hanno le pubblicità della birra fuori. Non so se è una politica intenzionale, ma posso solo supporre che ciò è dovuto al predominio della pubblicità che sfigura il resto della Spagna. Se così fosse, è davvero confortante vedere una città priva di oppressivo mercantilismo.
In un’era di neo-liberalismo globale dilagante e di crisi economica, Marinaleda e il suo percorso di radicalismo politico sono un esempio meraviglioso di ciò che può essere fatto quando la gente si unisce nella lotta per l’attuazione di politiche libertarie e radical-socialiste. Per qualcuno come me che ancora crede nella speranza di una società basata sull’uguaglianza, sul mutuo appoggio e sullo sviluppo, gli abitanti di Marinaleda meritano la più grande approvazione e supporto per quello che hanno realizzato nel corso degli ultimi trent’anni. Possiamo solo sperare che continuino su questa strada anche in futuro. In un periodo in cui il cinismo è così endemico in politica, Marinaleda offre un esempio meraviglioso e confortante di ciò che si può ancora fare. Un mondo diverso e migliore è ancora possibile.


mercoledì 15 agosto 2012

Ragione di Stato

La guerra alla Libia, con la liquidazione del regime di Gheddafi, l’appoggio agli insorti, fino ad usarli come pedine sul campo di battaglia, la sperimentazione di nuove forme di intervento, come l’utilizzo dei bombardieri americani senza pilota (parti dalla Sicilia), è stata il frutto di un’accelerazione  impressa agli eventi dagli Stati Uniti d’America e dai loro alleati (Francia e Gran Bretagna in primis), accompagnata da una campagna mediatica montata ad arte per fornire una giustificazione morale (cioè quasi sempre “umanitaria”) all’aggressione. La situazione libica si è così “normalizzata”, e gli aggressori hanno ottenuto due risultati: eliminare il clan Gheddafi, che dal punto di vista politico strategico è sempre stato una pedina scomoda nello scacchiere nordafricano e mediterraneo, e neutralizzare sul nascere una rivoluzione che avrebbe potuto far sorgere una nuova società libica internamente più equa ma sul piano internazionale non controllabile, anzi contaminante. Adesso in Libia il potere è stato ristabilito; lo Stato è sostanzialmente diviso in due tra Pirenaica e Tripolitania, in mano a tribù e clan concorrenti e belligeranti fra loro, con forte presenza di integralisti e alqaedaisti. Ma l’importante è, per l’Occidente, l’aver ristabilito i flussi de petrolio e del gas e quelli delle armi.
Se fu la ragione di Stato a provocare l’intervento degli Stati occidentali in Libia, è la stessa ragion di Stato a consigliare agli stessi di non intervenire in Siria. Quella che qualcuno potrebbe interpretare come ipocrisia, è in realtà il tipico cinismo di chi non ha nessuna remora morale nel condannare all’isolamento e al massacro un popolo, pur ammantando il proprio quotidiano sproloquio da frasi umanitarie e da lacrime da coccodrillo.
È sempre il bieco tornaconto a guidare le scelte degli Stati. E nel caso siriano questo vuol dire la sostanziale preferenza di un regime come quello del Ba’th (al potere dal 1963) e la famiglia Assad, che controlla il paese dal 1970, ad un eventuale nuovo regime in mano a forze integraliste o indipendenti dalle ipoteche occidentali, che potrebbe scompaginare gli equilibri (quasi sempre di terrore) consolidati nell’area. La Siria infatti, oltre a confinare con stati incandescenti come il Libano, l’Iraq, (e il Kurdistan), la Turchia e Israele, ha un contenzioso aperto con quest’ultimo per l’occupazione delle alture del Golan del 1967; in più è alleata dell’Iran, l’unica vera potenza egemone nell’area, ed è partner commerciale (cioè acquirente di armi) di Russia e Cina. Sono questi tutti fattori che sulla bilancia della politica estera americana e occidentale, pesano più dei massacri di popolazione civile, della repressione di ogni forma di dissenso, dello sdegno internazionale per la politica stragista del regime di Assad.
Un intervento rischierebbe di scoperchiare la pentola a pre4ssione mediorientale scatenando una serie di conflitti dall’esito imprevedibile, ma soprattutto rimettendo in discussione l’occupazione israeliana della Palestina, e il ruolo dello Stato d’Israele quale gendarme degli Stati Uniti in Medio Oriente. Non si tratterebbe di una passeggiata “alla libica”, di un grande favore all’industria militare, di un campo di sperimentazione di nuovi sistemi d’arma, ma di una trappola che gli USA, ancora infognati in Iraq e in Afghanistan, non si possono permettere.
Il popolo siriano è quindi solo. Solo come i palestinesi, come tutti i popoli che hanno dato vita alla primavera araba e che, un anno dopo si ritrovano a combattere cricche e corruzione, integralismi e ipoteche occidentali. Solo, a maggior ragione, perché la voce di chi è contro tutte le guerre, è oggi più flessibile che mai, perché la solidarietà internazionale è limitata agli aspetti degli aiuti umanitari, perché il Mondo è soffocato dalla follia degli Stati e degli imperialismi, e stenta a farsi strada un nuovo internazionalismo che ridia slancio e fiducia alle lotte di liberazione.
Pippo Gurrieri

lunedì 13 agosto 2012

Organizzazione orizzontale, partecipativa e includente

L'obiettivo degli zapatisti è quello di costruire uno spazio di incontro. Non si tratta di creare una struttura, un apparato, ma uno spazio orizzontale e ugualitario, una sorta di pubblica piazza (l'agora dei greci), dove scorra la parola e la comunicazione tra soggetti uguali. Dove è fondamentale non imporre l'idea, ma unire pensieri e lotte, che si pensino con cuore e testa, quindi:"Non vincere il fratello approfittando della sua debolezza o della sua ignoranza. Non fare con i nostri fratelli ciò che il potere fa con noi".
Sono un'assemblea quando sono assieme e una rete quando sono separati, rifiutano le organizzazioni nelle quali prevale l'accumulazione di potere, il verticalismo con dirigenti stabili e permanenti, che invece di puntare sulla visibilità, fanno tutto il contrario. Privilegiano l'accento sui metodi partecipativi e non sul sistema di commissioni che si presta alla messa in luce personale e alla leadership individuale, non praticano il modello piramidale ma quello circolare,con una leadership collettiva. Tendono ponti e si trasformano essi stessi in ponti, così come dei vasi comunicanti in una ricerca permanente che consiste nel tessere una rete di spazi di incontro e di riflessione per la lotta.
Questo tipo di modo di fare le cose – parliamo di organizzazione, in mancanza di un altro vocabolo - pone al centro l'essere umano in qualità di soggetto e non di oggetto.
Considera che sono i mezzi a giustificare il fine, che l'ordine non si impone, ma si trova, si scopre, si tesse e che il potere è utile se il disegno è ripartito e articolato come un tessuto. Un potere sparso, condiviso e non concentrato; un tessuto auto-creativo e auto-gestito. Una proposta che può sembrare, oltretutto, caotica, disordinata, non fissa e stabile come nell'organizzazione tradizionale.
Una proposta che però non funziona al ritmo imposto dalla politica dei poteri stabiliti ma a un altro più lento, se lo si giudica attraverso i parametri del tempo/efficienza. è un tipo di cultura che incoraggia l'emancipazione.
La formulazione teorica più rifinita conosciuta in questa direzione, nella cultura occidentale, è quella realizzata da Guattari e Deleuze nel loro saggio Rizoma, nel quale gli autori difendono un tipo di organizzazione orizzontale, senza un centro, mobile, una rete di reti nella quale ogni parte abbia la sua autonomia e possa interconnettersi direttamente con le altre senza dover passare da un vertice organizzativo, anche perché tale vertice non esiste.
Mentre la sinistra classica, tanto la riformista quanto la rivoluzionaria, riproduce al suo interno l  strutture di dominio del sistema, gli zapatisti non puntano a cambiare di padrone ma ad abolire la figura del padrone. Non vogliono sostituire le attuali classi dominanti e i suoi poteri ma invece entrano in conflitto con l'idea di classe dominante. È per questo che gli zapatisti dicono di lottare non affinché le scale si scopino dall' alto verso il basso, "ma affinché non ci siano scale, non ci siano regni".
Il neozapatismo incarna il mondo nuovo non solo verso fuori ma anche, e soprattutto, verso dentro. Si tratta di un soggetto collettivo che rappresenta un nuovo rapporto sociale, democratico e non autoritario, orizzontale e non verticale, partecipativo e includente e non autoritario ed escludente.