
..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
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mercoledì 30 dicembre 2015
Contestare questo monopolio espropriante

lunedì 28 dicembre 2015
Ricordando un compagno: Luigi Assandri
A liberazione avvenuta si arruola in
polizia per congedarsene dopo breve tempo. Sua era la frase: "Anche un poliziotto può diventare
anarchico, ma un anarchico non può mai trasformarsi in poliziotto".
Trova lavoro alle Ferriere FIAT, la
fabbrica dove vi era un consistente numero di anarchici durante il fascismo e
la resistenza. Si avvicina al movimento libertario divenendone un attivissimo
propagandista. In fabbrica si dedica alla lotta anarco-sindacalista
diventandone un acceso sostenitore contribuendo alla rinascita dell'USI. Acerrimo
avversario della CGIL, si scontra in fabbrica con l'egemonia staliniana
(raccontava di essere scampato a una raffica di mitra sparatagli alle spalle
all'interno di un reparto) e nel movimento con gli anarchici favorevoli
all'entrismo nel sindacato ormai dominato dai comunisti, con cui entrerà in
annose polemiche.
Il 68 apre una nuova stagione della vita
di Luigi, numerosi giovani si avvicinano alle idee anarchiche e lui diventa un
importante punto di riferimento torinese. A differenza di altri vecchi
compagni, anche se con un glorioso passato ormai piegati dalle disillusioni e
dall'isolamento politico in cui erano stati relegati, Luigi ama stare con i
ragazzi (i masnà, come li chiamava in piemontese), partecipa alle loro
iniziative, discute con loro giorno e notte, li riempie di giornali opuscoli
libri, li porta a mangiare a casa sua dove la sua compagna, Adele, li colma di
attenzioni e, quando sono senza quattrini, compra loro le sigarette. Non è un
teorico né un intellettuale, solo un semplice operaio autodidatta dotato di una
profonda conoscenza delle idee e della storia dell'anarchismo, ma riesce lo
stesso ad insegnare nel senso più profondo del termine, trasmettendo dei valori
e una grande determinazione nella loro difesa.
Partecipa alle attività del circolo anarchico
di via Ravenna di Torino, ma la sua attività più nota è quella di propagandista
portando al massimo lo spirito di pratica dell’autodidatta. Compra un
ciclostile e comincia a stampare in proprio a casa sua, prima decine e poi
centinaia fra opuscoli, libri, e manifesti, dedicando la questa attività e ore
libere dal lavoro e quelle strappate al riposo. Comincia così a manifestare uno
degli esempi di autoproduzione, coadiuvato soltanto dalla compagna Adele.
Sviluppa uno stile grafico
personalissimo ed inconfondibile arrivando a collages che non hanno bisogno di
didascalie. In molti abbiamo amato l’opera caotica molto nera, povera e naif di
Luigi, così come abbiamo amato la grafica e l’impaginazione poverissima, severa
ma felice di Franco Leggio e la sua Fiaccola espressione di una personalità più
vasta di anarchico. Molti libertari ed anarchici, non solo torinesi, hanno
potuto leggere l’introvabile Stirner, e non solo lui, grazie alle ristampe di
Luigi degli anni ’70.
Si lascia un po’ di tempo libero per
andare a funghi, tornare alla montagna. Lo ricordo ancora la mattina presto.
verso le sei e trenta, col suo zainetto sulle spalle alla stazione di Porta
Nuova che va a prendere il treno per
recarsi in montagna, prendendomi in giro col suo invito ad andare con lui,
sapendo che non potevo perché avevo appena iniziato il mio turno di lavoro.
In città tutti lo conoscevano e lo
stimavano. Ogni occasione era buona per propagandare le idee anarchiche, non
solo con la stampa ma soprattutto con la parola: se anche casualmente
incontrava qualcuno disposto al dialogo, persino nemici o avversari (fascisti e
comunisti) intavolava lunghe e vivaci discussioni sull'anarchia, sulle infamie
del capitalismo, dei regimi dittatoriali di destra e di sinistra, della chiesa
e del militarismo. Insieme ad Adele partecipava ad ogni iniziativa,
manifestazione, meeting congresso o convegno in cui gli anarchici si
ritrovavano, sempre carico dei suoi materiali di propaganda.
La morte di Adele, avvenuta nei primi
anni Novanta, chiude la fase della sua esistenza militante, pur restando sempre
anarchico sino alla fine. Cede la sua biblioteca all'Anarkiviu "Tommaso
Serra", smette di diffondere i suoi opuscoletti, dedicandosi unicamente
alla ritrovata passione giovanile per il ballo.
Abbiamo amato lo stile di Luigi che
sapeva porgere l’anarchia con la mitezza del suo sguardo, con la parola, con lo
scritto, con la grafica, ma soprattutto con la migliore e più comunicativa
propaganda del fatto: la sua vita; facendo desiderare, al di là dell’opera, di
vivere anche noi 10, 100, 1000 vite come la sua.
Il 22 novembre 2008 Luigi se ne è
andato. Il suo corpo è stato cremato al cimitero monumentale di Torino. Ad
accompagnarlo nell'ultimo viaggio diverse bandiere rossonere, portate da
compagni di tutte le età.
mercoledì 23 dicembre 2015
La trasgressione come sperimentazione di libertà

martedì 22 dicembre 2015
Sabotaggio, non terrorismo. Sconfitta la Procura di Torino
La corte d’assise d’appello della
Procura di Torino ha emesso oggi, poco prima delle 16, la sentenza al processo
contro Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. Il collegio ha approvato il giudizio
di primo grado, rigettando l’accusa di attentato con finalità di terrorismo. Ai
quattro No Tav è stata confermata la condanna a tre anni e mezzo per il
sabotaggio.
Il procuratore generale Marcello
Maddalena aveva chiesto nove anni e mezzo.
Maddalena questa mattina ha sparato le
ultime cartucce. A sostegno della sua tesi anche la lettera dei quattro No Tav,
che si identificavano nei passaggi salienti della lotta: dalla battaglia del
Seghino all’assedio del 3 luglio 2011, passando per Venaus e la Libera
Repubblica della Maddalena.
Allora il movimento No Tav obbligò il governo
a cancellare un progetto ormai entrato in fase esecutiva. Maddalena ha le idee
chiare: chi ci è riuscito una volta potrebbe riuscirci ancora. La mera
intenzione di fermare il Tav basterebbe a giustificare l’accusa di terrorismo.
In filigrana si legge la trama sottesa
del tessuto argomentativo di Maddalena: tutti i No Tav sono terroristi. Chi
devasta e militarizza il territorio difende la democrazia. Il sabotaggio di
quella notte di maggio fu quindi un attacco alla democrazia.
Come non essere d’accordo?
La democrazia è una delle forme dello
Stato, che avoca a se la legittimità dell’esercizio esclusivo della violenza,
per reprimere chi non accetta le regole di un gioco feroce, liberticida,
oppressivo.
Chi si mette di mezzo, chi non si
rassegna al dissenso, chi pratica l’azione diretta finisce nel mirino.
La Corte s’assise ha rigettato le tesi
del PM, perché è (ancora) troppo diffusa l’opinione che non si possa equiparare
un sabotaggio alla diffusione del terrore.
L’operazione tentata dalla Procura di
Torino questa volta è fallita, ma la carta del terrorismo potrebbe essere
rigiocata, se il movimento No Tav riuscisse nuovamente a mettere in difficoltà
il governo, se il territorio divenisse nuovamente ingovernabile.
Tutti i No Tav, compresi i sette del
sabotaggio del maggio 2013, intendono davvero obbligare il governo a cancellare
la nuova linea veloce da Torino a Lyon dalla propria agenda. Non c’è dubbio che
ce la metteremo tutta.
Nonostante non sia stata riconosciuta la
finalità di terrorismo, resta il fatto che quattro di noi sono stati sottratti
per tre anni e mezzo alle loro vite, agli affetti, alla lotta.
Oggi ci conforta il fatto che la mossa
più ardita della Procura torinese sia stata disinnescata. Maddalena, all’ultimo
processo prima della pensione non è riuscito ad appendere in ufficio lo scalpo
dei No Tav.
domenica 20 dicembre 2015
La società autogestita di Pierre-Joseph Proudhon
Il concetto di società autogestita porta Proudhon a formulare la dottrina
del federalismo pluralista, considerata a suo parere l’unica realistica perché
le contraddizioni, costituendo la linfa vitale della società, sono
insopprimibili.
Il federalismo proudhoniano,ovvero un federalismo libertario, sa
risolvere in una continua tensione di libertà i termini, dati prima come
teoricamente insopprimibili, della libertà e dell’autorità.
Così il federalismo pluralista si definisce da una parte come
critica di tutte le dottrine stataliste, uniciste, assolutistiche, in quanto
utopistiche e reazionarie, e dall’altra come metodo regolativo, più che
costitutivo, dei rapporti socio-economici. Esso infatti deve garantire, con la
sua dimensione aperta, l’eguale possibilità di espressione di ogni individuo o
gruppo, in armonia con le proprio esigenze geografiche e le proprie tradizioni
storiche. Il sistema federativo deve essere insomma il risultato degli
equilibri da ricercarsi nel rapporto fra gruppi e individui, fra unità e
molteplicità, fra società globale e raggruppamenti particolari, fra coesione e
libertà. Tuttavia ciò che costituisce l’essenza è il carattere del contratto
federativo, è che in un tale sistema i contraenti si riservino più diritto,
autorità e proprietà di quanto non ne abbandonino. Il federalismo libertario
riassume per intero la rivoluzione politica ed economica perché il principio
federativo è l’applicazione sulla più alta scala dei principi di mutualità, di
divisione del lavoro, di solidarietà economica. Per sorreggere questo disegno
fondamentalmente libertario ed egualitario, Proudhon ha concepito il mutualismo
economico, il solo in grado di rendere operante tale impianto strutturale. Il
mutualismo in senso economico è un socialismo pluralista decentralizzato,
fondato sull’autogestione dei produttori della proprietà federalizzata degli
strumenti di produzione.
giovedì 17 dicembre 2015
La libertà dell’individuo

Ecco perché il discorso anarchico può da
qualche tempo in qua uscire dai moduli storici che ben conosciamo e rinnovarsi
interamente in una verifica reale come evocazione reale del movimento.
Gli anarchici sono storicamente quelli
che si sono incaricati di condurre avanti, di portare avanti nella storia la
rivendicazione della libertà della persona; in questo senso sono stati coerenti
lungo tutto lo sviluppo della loro storia. Credo sia corretto anche dire che
sono stati gli unici a fare questo discorso, che è stato il discorso della
libertà dell’individuo, è stato per decenni un discorso minoritario per forza
di cose.
Non esiste una infinità di progetti
rivoluzionari, non ci sono diecimila modi che la storia brucia in rivoluzioni
che falliscono; ad un certo punto è il movimento reale stesso che scopre che la
vocazione libertaria è la vocazione rivoluzionaria reale. Il compito di tutti i
ribelli è quello di aiutare questa crescita obiettiva della spinta libertaria,
smascherando a tutti i livelli tutte le situazioni, le mistificazioni che il
capitalismo avanzato mette in opera con l’industria pesante dell’ideologia.
mercoledì 16 dicembre 2015
L'anarchia è il grande sogno della libertà
È la consapevolezza che gli esseri umani
possono vivere in libertà attraverso la definizione di un sistema di relazioni
sociali anti-autoritarie, in cui lo svolgimento delle attività umane, dalle più
semplici alle più complesse, avviene in modo che ognuno, all'interno di libere
assemblee, abbia la possibilità di perseguire la propria felicità, senza subire
le prevaricazioni altrui.
È l'estensione della possibilità a
tutti, la massima decentralizzazione, la fine dei privilegi.
I suoi detrattori parlano di caos perché
ritengono impossibile vivere senza le regole dettate da un'organizzazione
sociale gerarchica, mentre l'anarchia altro non è che la libertà organizzata,
una ricerca permanente dell'armonia tra responsabilità e libertà, tra individuo
e società.
Tutto questo può sembrare un'utopia, e
certamente lo è; ma, come diceva Eduardo Galeano, "l'utopia è come l'orizzonte: mi avvicino di due passi e lui si
allontana di due passi, cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di
dieci passi più in là; per quanto io cammini, non lo raggiungerò mai. A cosa
serve allora l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare". E
l'anarchia serve proprio a promuovere le idee, a risvegliare le coscienze, a
stimolare l'azione.
Sicuramente non vedremo mai realizzato
il sogno di una società anarchica, ma ciò non toglie il fatto di provarci, di
costruirele basi per la sua nascita. In fondo tutta la storia dell'umanità non
è altro che il tentativo di realizzare l'utopia.
L'anarchia non è un'illusione, si tratta
piuttosto di un sogno non ancora realizzato, ma non irrealizzabile; solo chi
non rinuncia sognare ha la certezza di andare avanti in qualche modo.
"Quando
a sognare è uno solo non è altro che un sogno; quando a sognare sono in tanti è l'inizio della realtà".
venerdì 11 dicembre 2015
Si nasce anarchici

Anche se con gli anni la loro natura
viene forgiata da tecniche educative autoritarie e repressive imposte dalla
scuola, dalla religione, dalla famiglia, negli individui adulti che diverranno
rimane molto di quell'animale libero che erano alla nascita. E per tutta la
vita arderà questo barlume, questa insofferenza alle costrizioni, alla
disciplina e all'autorità, spesso temuto da loro stessi nel momento in cui
saranno coscienti che dare libero sfogo a questi istinti li esporrebbe a rischi.
Ecco perché nel corso della nostra vita siamo tutti una specie di campo di
battaglia tra la libertà che cerca di emergere e l'istinto a reprimerla che ci
viene inculcato sin dalle più tenera età.
Spesso questa fiamma soccombe, soffocato
da istinti indotti come la ricerca del successo, l'arrivismo, la scalata
sociale o la paura di perdere quello che si è acquisito, e anche da
atteggiamenti più profondi e irrazionali, tipici
della natura umana. Ma quando riusciamo ad essere spontanei, quando ci muoviamo
nell'ambito di una sfera serena e libera, siamo l'esempio vivente di come una
società non gerarchica sia possibile, anche se lo facciamo in maniera
inconsapevole.
Si nasce anarchici, bisogna solo avere
la capacità di rimanerci.
giovedì 10 dicembre 2015
L’umorismo come arma rivoluzionaria
L’umorismo è una
profanazione perpetua, una costante provocazione del profano al sacro. Laddove
l’uomo/donna sa ridere, sparisce l’ombra degli dei.
Ridere del
dominio non basta, ma è già l’inizio di una resistenza. Introducendo il dubbio
nella sottomissione, l’ironia e il sarcasmo armano i rivoluzionari,
aggrediscono il dispotismo e l’ingiustizia, indeboliscono la servitù
volontaria. Le risate scavano in anticipo il fosso dove finiscono sepolti i
tiranni che l’intelligenza sensibile stana e che gli uomini liberi combattono.
La laicità
ideologica della borghesia rivoluzionaria ha avuto il torto di prendersi
talmente sul serio dal fare della ragione una dea.
La morte si
instaura nello spirito ogni volta che l’intelligenza sensibile dimentica la sua
capacità di ridere della tragedia; la quale del resto si trasforma sovente in
farsa dopo che il riso degli uomini ha accolto la sua prima apparizione seria.
La farsa è una
tragedia diventata ridicola. Si presenta spesso come un déjà-vu banalizzato
di cui gli uomini non riescono a disfarsi. Quando il montare del totalitarismo
non è neppure più accompagnato dal divieto formale di ridere del potere, gli
uomini della democrazia spettacolare diventano ancora più ridicoli delle loro
caricature.
I re, i preti, i
guerrieri, diventati i decisionisti, burocrati e boia nello stesso tempo,
restano sempre dei ridicoli “Pères Ubu” ai quali nemmeno il sangue versato
dalle loro mani restituisce il senso della vita. Si prendono molto sul serio,
perché sono i guardiani dell’assenza di felicità. Sono nudi nella loro
terribile armatura ed è per questo che è formalmente consigliato di non parlare
troppo del loro culo.
Durante le
tristi e ricorrenti epoche di uniformizzazione dello spirito, con la
regressione dell’essere in avere, e poi in apparire, la resistenza volontaria
della vita contro i suoi nemici si esprime già nella derisione di un mondo
intollerabile.
In un contesto
pesante, dove tutto diventa stupidamente tragico, banale, ineluttabile, lo
spettacolo integrato è oggi una farsa totalitaria organizzata.
L’umorismo
contribuisce a preservare fino all’ultimo soffio di vita la possibilità della
leggerezza. Mostrare col dito, con la penna o con la matita il ridicolo del
potere; ecco qualcosa che favorisce già la vita e apre un cammino al
rovesciamento di prospettiva.
Il potere che si
esercita sugli uomini sottomessi si indebolisce quando questi alzano la testa
con un sorriso sulle labbra. La loro muscolatura si rilassa, le loro smorfie da
credenti, da cantanti di inni patriottici e da seguaci di liturgie idiote si
disfano. La loro umanità dimenticata ritrova i sensi perduti della felicità,
sola luce che continua a guidare donne e uomini in questa effimera e
meravigliosa avventura che è la vita.
martedì 8 dicembre 2015
Un lampo bluastro attraversa la Camera dei Deputati
Il 9 dicembre 1893, a Parigi, alla
Camera dei deputati, è in corso la convalida di alcuni parlamentari, il
deputato della prima circoscrizione di Reims, Louis Mirman, sta difendendo la
propria causa. Siccome la sua voce è debole, per poterlo sentire la maggior
parte dei suoi colleghi è discesa nell’emiciclo ed il visconte di Montfort, suo
avversario, si prepara all’assalto, brandendo fogli pieni di appunti.
Sono le quattro e cinque. Con un ampio
gesto circolare della mano, Louis Mirman termina il proprio discorso: “Io
rimarrò qualunque cosa decidiate, un avversario leale e risoluto!”
Nella tribuna chiamata petite tribune
des billetes, una certa signora Laport, moglie d’un commerciante all’ingrosso
di vini, vede un braccio, che passa al di sopra della sua spalla, gettare un
oggetto che emette una specie di sibilo regolare. Subito un lampo azzurrognolo
solca la sala all’altezza delle tribune, segue una formidabile esplosione, poi
una grandine di proiettili schizza a ventaglio, abbattendosi sugli spettatori e
sui parlamentari. Si levano urla di dolore e quando il fumo si dirada, molte
persone sono stese a terra, mentre altre si precipitano verso l’uscita,
gettando grida di dolore e di spavento.
Alcuni deputati si tolgono i proiettili
di dosso, proiettili consistenti in chiodi di tre centimetri, che si sono
conficcati nei loro corpi o sul viso; il generale Billot, membro del consiglio
superiore di guerra, si rialza attonito, mentre l’abate Lemire resta disteso
sanguinante. Il suo viso è coperto di rivoli di sangue, mentre dei pezzi di
ferro bianco gli formano sulla fronte una specie di corona.
All’ispettore di polizia Agron, nella
infermeria speciale del carcere, Vaillant dichiara: “Sono un anarchico e ce
l’ho con l’organizzazione della società. Bisogna che tutto cambi, ed io ho
voluto colpire al vertice, colpire il governo. Sfortunatamente, una donna m’ha
intralciato mentre gettavo la bomba, sicchè la traiettoria è stata deviata ed è
scoppiata in aria. Altrimenti stendevo cento deputati".
Sempre su richiesta dell’Ispettore,
Vaillant scrive un biglietto per il giudice istruttore Henri-Balthazar Mayer:
“Signor giudice, per capriccio ho voluto
lasciarla cercare. Suppongo però che si stiano perseguitando degli innocenti
per trovare il vero colpevole. Non cerchi più, sono io. D’altronde non ho
voluto uccidere (ed è per questo che nella mia bomba avevo messo dei chiodi al
posto delle palle), ma solo dare un avvertimento. Preferivo ferire duecento
deputati, che ucciderne uno o due”.
domenica 6 dicembre 2015
Inaugurazione della Scala di Milano 1968
7 dicembre, sera. Verso le 19.30 ci
presentiamo in piazza della Scala. Saremo in 3/400. Una miseria rispetto alla
nostra normale capacità di mobilitazione. Ecco la prova che lo spontaneismo è «una minchia piena d'acqua», bofonchia Salvatore Toscano. Fa un freddo cane e
l'umidità prende alle ossa. La nebbia è così spessa che di quando in quando
sembra trasformarsi in una pioggerellina fitta fitta. Come se non bastasse,
piazza della Scala è stata trasformata in una piazza d'armi. Polizia e
carabinieri dappertutto. Di fronte al teatro, dirimpetto al palazzo del comune,
all'imbocco delle vie adiacenti, in galleria Vittorio Emanuele, in piazza
Duomo.
Arrivano i primi «scaligeri»,
agghindatissimi. Gli uomini sono lustri come manichini. Le signore
impellicciate e ingiolellate per centinaia di milioni. Uno schiaffo per milioni
di poveri cristi. Per qualche minuto non succede nulla. Si infittisce l'arrivo.
Auto sontuose e lucide, con autisti in livrea, depongono con grazia tirati
melomani all'ingresso del tempio. Uno studente solleva, alto sopra la testa, un
cartello che dice: «I braccianti di Avola vi augurano buon divertimento».
Parte un coro: «Borghesi, ancora pochi mesi» (ecco che le esigenze della rima
costringono a svisare i tempi storici).
Una coppia, impeccabilmente addobbata,
fende sinuosamente i cordoni di polizia, a tre metri dagli studenti. Parte un
uovo. Centro perfetto sulla spalla dell'uomo. Schizzi giallastri massacrano di
rimbalzo lo stupendo abito della sua compagna. Per brevi minuti è tutto un via
vai, in aria, di uova e cachi. (A proposito: la mitologia giornalistica ha
fatto prevalere l'idea che si trattasse di uova marce. Sciocchezze faziose.
Come sanno tutti i cuochi, è rarissimo trovare uova marce). I tiri sono per lo
più esatti. I bersagli colpiti, numerosi. Elevata la percentuale di smoking,
toupé e pellicce messi fuori uso. La polizia mostra segni di nervosismo
rapidamente crescenti. È chiaro che dopo l'indignazione popolare per l'eccidio
di Avola ha ricevuto ordini di non intervenire fino al limite del tollerabile.
Si avverte che la corda sta per spezzarsi. Ci vuole qualcosa che rompa la
tensione, almeno la diluisca. Un ragionamento, ecco quel che ci vuole. Che
renda esplicitamente chiaro il messaggio magmatico della protesta. Sì, un
ragionamento può essere la chiave di volta. Afferro il megafono, mi porto sotto
il naso del più vicino cordone di poliziotti e attacco.
Non ce l'abbiamo con
voi - questo il succo del pistolotto - perché voi, come noi, siete figli di
lavoratori e di poveri. Riflettete: il 74 per cento di voi viene dal Sud e
dalle isole. Avete dovuto abbandonare le vostre case e vestire la divisa per il
pane. Sappiamo quanto la vostra vita è difficile.
Quattro giorni fa vi hanno fatto sparare su una folla di braccianti, dove magari c'era tuo padre o tuo fratello (e segnavo a dito, pronunciando quelle parole). Adesso vi fanno star qui per ore, al freddo, e per un salario misero, a proteggere i ricchi, quelli che vi hanno costretto ad abbandonare il paese e affamano le vostre famiglie. Bisogna finirla con questa situazione. Lottiamo insieme, e insieme con i lavoratori, per avere giustizia. Noi siamo qui per questo. Il primo esperimento funziona a meraviglia. Tutti i dimostranti si raggruppano intorno al megafono. I lanci cessano. I poliziotti sono sorpresi. La tensione comincia a calare. Bene. Abbiamo trovato il filone giusto. Lo utilizziamo a fondo. Ci spostiamo vicino al cordone misto di poliziotti e carabinieri. Solita musica. Si vede dalle facce che le parole entrano dentro. Mentre do fiato al megafono, saranno le 20.15, gli Operatori della Rai-Tv, che trasmettono in diretta il fasto scaligero, hanno l'idea, provvidenziale per noi, di far sentire per un attimo le voci della piazza. Molti studenti a casa, che non sapevano nulla della manifestazione, restano con il cucchiaio della minestra a mezz'aria sentendo dal televisore la voce metallica del megafono. Schizzano via come saette verso piazza della Scala. Un'ora dopo siamo quadruplicati. Continuano i comizi volanti. Ci spostiamo nell'ottagono della Galleria, tra la Scala e piazza Duomo, dov'è schierato il maggior numero di agenti. Quando ridico dei braccianti di Avola, che lì magari c'era tuo padre o tuo fratello, vedo un agente, rigido sull'attenti nella fila, giovane, avrà 22 anni, alto e magro come uno stecco, con le lacrime che gli scendono. Termino con il consueto invito alla lotta e all'unità. Sono a due metri da quel giovane che piange. Lo abbraccio forte. Mentre lo stringo, lo sento mormorare: «Sono di Lentini». Lentini è un grande centro agricolo, a un tiro di schioppo da Avola. Chiedo scusa, ma, quando ripenso a quel fatto, mi commuovo ancora oggi. E se qualcuno pensa che questa è ricostruzione romanzata dopo vent'anni, sappia che ci sono decine di testimoni oculari di quell'episodio.

Quattro giorni fa vi hanno fatto sparare su una folla di braccianti, dove magari c'era tuo padre o tuo fratello (e segnavo a dito, pronunciando quelle parole). Adesso vi fanno star qui per ore, al freddo, e per un salario misero, a proteggere i ricchi, quelli che vi hanno costretto ad abbandonare il paese e affamano le vostre famiglie. Bisogna finirla con questa situazione. Lottiamo insieme, e insieme con i lavoratori, per avere giustizia. Noi siamo qui per questo. Il primo esperimento funziona a meraviglia. Tutti i dimostranti si raggruppano intorno al megafono. I lanci cessano. I poliziotti sono sorpresi. La tensione comincia a calare. Bene. Abbiamo trovato il filone giusto. Lo utilizziamo a fondo. Ci spostiamo vicino al cordone misto di poliziotti e carabinieri. Solita musica. Si vede dalle facce che le parole entrano dentro. Mentre do fiato al megafono, saranno le 20.15, gli Operatori della Rai-Tv, che trasmettono in diretta il fasto scaligero, hanno l'idea, provvidenziale per noi, di far sentire per un attimo le voci della piazza. Molti studenti a casa, che non sapevano nulla della manifestazione, restano con il cucchiaio della minestra a mezz'aria sentendo dal televisore la voce metallica del megafono. Schizzano via come saette verso piazza della Scala. Un'ora dopo siamo quadruplicati. Continuano i comizi volanti. Ci spostiamo nell'ottagono della Galleria, tra la Scala e piazza Duomo, dov'è schierato il maggior numero di agenti. Quando ridico dei braccianti di Avola, che lì magari c'era tuo padre o tuo fratello, vedo un agente, rigido sull'attenti nella fila, giovane, avrà 22 anni, alto e magro come uno stecco, con le lacrime che gli scendono. Termino con il consueto invito alla lotta e all'unità. Sono a due metri da quel giovane che piange. Lo abbraccio forte. Mentre lo stringo, lo sento mormorare: «Sono di Lentini». Lentini è un grande centro agricolo, a un tiro di schioppo da Avola. Chiedo scusa, ma, quando ripenso a quel fatto, mi commuovo ancora oggi. E se qualcuno pensa che questa è ricostruzione romanzata dopo vent'anni, sappia che ci sono decine di testimoni oculari di quell'episodio.
Questa è stata la contestazione alla
Scala che, con mio grande cruccio, ha finito col simboleggiare il '68 italiano.
Va da sé che non avevamo nulla contro il Don Carlos di Giuseppe Verdi messo in
scena quella sera. L'indomani il «Corriere» scriverà: «Gazzarra davanti alla
Scala» e «Tentativi sediziosi dei dimostranti», ovvero la realtà diminuita e
stravolta a tavolino.
Tratto dal libro di Mario Capanna
"Formidabili quegli
anni", pag. 38
martedì 1 dicembre 2015
Il regno delle cose
La signoria inequivocabile che toglieva
tutto a tutti consumava senza residui la sua ricchezza: la miseria era astante,
inginocchiata. La ricchezza era la celebrazione, concentrata nell’essenza dei
signori, del sacrificio di tutti. L’estrazione di ricchezza dalla miseria
trapassava nella pura trascendenza della signoria, specchio chiaro in cui la
miseria riconosceva il proprio sacrificio e la sua irreversibilità. Non altro
poteva essere distribuito che questa immagine sacra.
Ma quando la miseria astante si
riconosce come classe, lo specchio è spezzato: sotto la liturgia della
consumazione rimbomba la minaccia del ferro e del fuoco. Perché la minaccia non
si materializzi, non diventi il ferro e il fuoco, occorre che il sacrificio
perda la sua trascendenza, occorre un’eucarestia che distribuisca in particole
l’agnello, che socializzi l’espiazione: occorre che il sacrificio si spieghi.
La democrazia borghese, così come tutti
i centralismi democratici, non sono altro che questo: eucarestia del dominio,
introiezione in ciascuno della figura parcellizzata del dominio, “spiegazione”
(cioè razionalizzazione) del sacrificio (cioè dell’alienazione); liturgia del
sacrificio necessario nella “grazia” (cioè nella responsabilità d’esser
schiavi) del ruolo; catechismo della coscienza del ruolo contro la tentazione
demoniaca del rifiuto radicale del sacrificio (cioè contro la coscienza di
classe e la volontà di negazione totale dell’esistente). Perché l’operazione
possa aver luogo occorre che il potere stesso perda la sua visibilità “pura”,
occorre cioè che si mostri come immagine e somiglianza di ciò che vuole
riprodurre identico a sé: mera funzione anonima, macchina, potere senza volto,
ragione totalitaria degli insiemi separati: beati i poveri di spirito perché di
essi sarà il regno delle cose.
Moltiplicando la violenza attraverso la
mediazione del mercato, l’economia borghese ha moltiplicato anche i propri beni
e le proprie forze al punto che non c’è più bisogno per amministrarle, non solo
del re, ma neppure dei borghesi: semplicemente di tutti. Essi apprendono, dal
potere delle cose, a fare infine a meno del potere.
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