Il mio dovere di
amico degli imputati, solidale con le idee da essi professate, il mio pietoso
ufficio di difensore di cotesti uomini e di cotesti principii io li ho
adempiuti non certo con abilità, ma con fede. Alla vostra bella e gloriosa
Genova io tornavo stamane dalla mia Milano, forte ed operosa, con la memoria
piena di impressioni incancellabili riportate a quella mostra di belle arti. Se
è è vero che l'arte rispecchia lo spirito del tempo, là, in quella palestra del
genio italiano, palpita oggi, o signori, una fiera intonazione ribelle, contro
la quale tutti i Sironi e le manette di questo mondo nulla possono. È l'ondata
delle miserie umane, che traboccò come un grido di dolore e di protesta, dai
pannelli e dagli scalpelli degli artisti. Dall'"Ultimo Spartaco"
dello scultore Ripamonti alle "Riflessioni d'un affamato" del pittore
Longoni, tutto il problema dell'epoca nostra serpeggia gigantesco, ed urla e
minaccia, tra quei gessi e quelle tele. Perché il signor Sironi non fa un bel
processo all'arte moderna, come istigatrice all'odio di classe, ed apologista
di crimini? Perché non denunzia tutti quegli artisti, fior fiore del giovine
genio italiano, come un'associazione di malfattori? Ma tu, o Plinio Nomellini,
la sconti per tutti. A te, pittore nato dell'azzurro e della luce, il nome da
anarchia non fece paura. Seguisti con occhio innamorato le fulgide
costellazioni del firmamento, e comprendesti che un codice inedito ma
inviolabile le regola: la legge di natura. Contemplasti la fioritura anarchica
dei prati e là pure leggesti la medesima legge naturale, che nessun legislatore
umano può raccogliere in un libro, se non adulterandola. E nella spontanea
armonia dei colori, delle forme e delle forze della vita divinasti una
spontanea armonia di diritti e d'interessi nella redenta umanità. Adoratore
della verità nuda e bella, l'accarezzasti sulle tele. E il signor Sironi ci
vede il simbolo. Ed odia i simboli. Gl'imperatori torturanti i primi cristiani
odiavano la croce. I subalterni del commendatore poi, nelle tue belle tele,
videro addirittura dei piani di fortificazione. Oggi la realtà brutale t'ha
afferrato, t'ha rapito al mondo ideale dei tuoi sogni luminosi, e t'ha gettato
su cotesto banco di sacrificio tra Galleani, cavalleresco e leale, e Barabino,
nelle cui vene di Gavroche marinaio, scorre certo il bollente sangue del
genovese Balilla. Era bene che l'arte, precorritrice dei tempi, avesse il suo
rappresentante costì, tra l'ingegno e il lavoro. Ma voi, o 35 onesti, alzate la
fronte in faccia i vostri giudici, senza trepidanza e senza paura. Il popolo,
questo giudice sovrano - il popolo audace e tenace di questa nobilissima città,
- vi ha già assolti. Lo dicono i mille fremiti di affetto di simpatia, che vi
accompagnano ogni giorno sino alla porta della prigione. Ed ora, signori del
Tribunale, giudicateli voi. Dite voi, se è delitto reclamare per i diseredati
la loro parte di felicità, se è criminosa la loro visione di libertà,
d'uguaglianza, di pace per l'affaticata razza umana. Voi non vorrete, non oserete
condannare cotesti sereni combattenti d'un'idea, per colpe che non hanno
commesso. Sulla fine di questo secolo, nato da una rivoluzione la quale scrisse
col sangue e promulgò col tuono dei suoi cannoni la dichiarazione dei diritti
dell'uomo - in questa Genova augusta delle memorie di due grandi rivoluzionari:
Cristoforo Colombo, sognante innanzi al vostro bel golfo incantevole un nuovo
mondo da donare alla vecchia Europa, e Giuseppe Mazzini, vagheggiante una
Italia maestra di verità e di giustizia tra le genti - due grandi solitarii,
due grandi perseguitati e derisi dal volgo delle anime sciocche ed imbelli - in
questa Genova, dico, e nel cospetto di questo popolo fedele alle sue tradizioni
di libertà una sentenza di condanna al pensiero, quale sarebbe certamente
l'accettare in tutto od in parte le conclusioni del pubblico Ministero,
suonerebbe oltraggio a coteste solenni memorie. E voi, o magistrati, asolverete
- ne ho fede. Ché se credeste di poter arrestare il cammino delle idee di
redenzione sociale con gli anni di reclusione e di sorveglianza; se vi
dichiaraste competenti a giudicare le imprescrittibili manifestazioni
dell'umano pensiero pugnante per la pace e la felicità degli uomini: se vi
determinaste a bollare le fronti serene di quegli integri lavoratori col
marchio d'una creduta infamia, che non sarebbe infine per loro che un battesimo
di sacrificio - oh allora, anche se io sarò lontano quando pronunzierete la
vostra sentenza, ricordatevi, o giudici, di queste mie ultime modeste ed oneste
parole; al di sopra del vostro responso vi è della storia - al di sopra dei
vostri tribunali sta il tribunale incorruttibile dell'avvenire. (Applausi
fragorosi e prolungati, invano repressi dal Presidente).
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mercoledì 31 dicembre 2025
Pietro Gori - Signori del Tribunale!
domenica 28 dicembre 2025
Pietro Gori avvocato - Signori del Tribunale
Tra il dicembre
del 1893 ed i primi di gennaio del 1894, la polizia genovese spiccò numerosi
mandati di cattura nei confronti di studenti, artisti, operai, etc., sotto
l'imputazione di "associazione a delinquere", per essersi "in
attuazione delle teorie anarchiche da essi professate, associati fra loro per
commettere delitti contro la proprietà, le persone, la incolumità e
l'amministrazione della giustizia". Gli imputati erano 35; Luigi Galleani
ed Eugenio Pellaco erano imputati anche di essere i "capi" dell'associazione.
Il processo si svolse presso il Tribunale di Genova dal 22 maggio sino all'8
giugno 1894. L'arringa del Gori (della quale riportiamo ampi stralci) fu
pronunciata nell'udienza pomeridiana del 2 giugno; oltre alla sua, vi furono
altre 20 arringhe in difesa dei numerosi imputati. Il Galleani fu condannato a
3 anni di reclusione, con un sesto di segregazione cellulare, oltre 2 anni di
sorveglianza. Le altre condanne variarono dai 16 ai 6 mesi di reclusione.
Soltanto 13 imputati vennero assolti.
Signori del
Tribunale!
Dopo la fiammeggiante volata nel cielo della scienza e del sentimento di cotest'aquila del pensiero giuridico italiano, ch'è il mio amico e maestro Antonio Pellegrini, io sorgo commosso, e quasi sgomento, a parlare dal punto di vista sociale di cotesti uomini e di coteste idee, che la folla ingannata ed inconscia così poco osserva ed intende. Ma le mie povere parole, se pure trepidanti per la solennità del momento, zampilleranno dal cuore, ed avranno innanzi a voi il merito, unico forse, della schiettezza e della lealtà. E per dovere di lealtà permettetemi innanzitutto una constatazione ed una dichiarazione. Il comm. Siro Sironi, ex-questore di Genova ed oggi questore nella capitale, si compiacque denunziare me pure come associato a costoro per delinquere contro le persone, la proprietà, l'ordine pubblico, e per commettere tutte le birichinate di cui parla l'art.248 (1) del Codice Penale. La Camera di Consiglio presso il Tribunale di Genova, con un atto di relativa giustizia, mi prosciolse dall'accusa. Or bene, signori, io tengo a dichiararvi: che se il professare le nobili idee dell'anarchia è reato; - se il denunziare le iniquità sociali, analizzare le menzogne di una sedicente civiltà, flagellare ogni forma di tirannide e di sfruttamento, tenere gli occhi rivolti alle aurore dell'avvenire incorruttibile, portare tra le moltitudini dei miseri e degli oppressi la buona novella della liberazione e della giustizia è delitto - io pure di coteste colpe sono colpevole. Male faceste a prosciogliermi. E se le vostre leggi di rito ancora ve lo consentono, ebbene - io vi prego - schiudetemi i cancelli di quella gabbia, in quest'oggi onorata, e permettete a me pure di sedere tra codesti onestissimi malfattori, onde rispondere, come accusatore, alle strane accuse che oggi la società (per modo di dire) muove a costoro. Si è detto dall'accusa che questo non è processo alle idee. Io mantengo: sì! è processo alle idee. Anzi è qualcosa di più e di peggio: è processo alle intenzioni. Il Pubblico Ministero si è sbracciato a sostenere che oggi ognuno è libero di pensare come meglio crede. Ciò si dice, è vero; ma anche questa è null'altro che una di quelle tante menzogne convenzionali su cui si regge la vecchia e scricchiolante organizzazione sociale. Libero di pensare, come esso vuole, tra le impenetrabili pareti del suo cranio?.... Ma allora grazie tante della libertà delle vostre leggi, o accusatore pubblico. Il pensiero umano di cotesta concessione non ha bisogno. Esso esercita nel segreto d'ogni organismo ragionante i diritti imprescrittibili di un sovrano che non teme prepotenze di sospetti inquisitori o di pavide polizie. È adunque la libertà di propagarlo e di diffonderlo cotesto pensiero, che le leggi savie e libere (se possono esservi savie e libere leggi) devono consentire non solo, ma garantire. Ma voi, o egregio avversario, così non la intendete ed arrivate sino ad affermare che questo non è processo politico. Perché?.... Forse politica deve intendersi solo l'arte meschina di fare e disfare i ministeri? E non sentite, dagli infiniti regni del tempo, che tutta la questione politica è oggi questione essenzialmente sociale? Non vi accorgete che gli intelletti acuti e le anime assetate di idealità alte ed umane, mirando alla sostanza delle cose anziché all'arida forma, attendono alla grande opera di rinnovamento, attraverso le modeste e perenni constatazioni della ingiustizia economica che colpisce i lavoratori, i quali sono (piaccia o non piaccia al Pubblico Ministero) i soli produttori di tutta la ricchezza sociale.
(Continua)
giovedì 25 dicembre 2025
Il corpo umano: la nuova frontiera del capitale
Fin dalle prime
spedizioni capitalistiche occidentali la civilizzazione è stata rappresentata
come una categoria purificante, una categoria che libera il culturalmente
diverso dalle condizioni profane e immonde del vivere selvaggio e barbaro. Il
processo inizia con il rimodellamento del territorio dell’altro attraverso i
segni della civilizzazione: metodi di produzione, merci, gestione delle risorse
e tutta la schiera di relazioni sociali che accompagnano questi processi e
questi materiali sotto le insegne della provvidenza o del progresso. Il
progresso assicura che l’avvento di questo ordine simbolico sia presentato come
sommamente positivo e insindacabile nella sua generosità, mentre i segni dei
regimi indigeni sono derisi, ridicolizzati, assimilati o distrutti. Si tende a
classificare quelli che rifiutano l’assimilazione e/o resistono al proprio
collocamento nel sistema appena introdotto come eccessi disfunzionali, pronti
per essere eliminati. Che si usi il modello tradizionale dell’intervento
militare o il più recente modello della richiesta di prodotti associata alle
pressioni del mercato globale (sostituto dei moschetti e degli arieti), il
risultato non cambia: la separazione tra primo e terzo mondo è mantenuta, la
commistione culturale è strutturata per il vantaggio materiale e sociale del
«civilizzato». Per quanto questa formula di imperialismo economico/culturale
possa essere efficace e vincente, vi sono dei limiti che rendono ancora
imperfetto il sistema. Innanzi tutto la frontiera terrestre è spazialmente
limitata, e sta per esaurirsi. Al momento non c’è alcun luogo non soggetto
all’invasione del capitalismo. Tutto quello che rimane sono, in verità, delle
zone di contestazione (come nelle culture islamiche o maoiste). Il corpo invece
non può essere adattato per riflettere i segni della civilizzazione, la carne
in sé non è pienamente razionalizzata per approssimare al meglio le richieste
ideali del capitale, in termini di adattabilità ed efficienza del mercato. Di
conseguenza, relativamente a quest’ultima difficoltà, a partire dalla fine del
XIX secolo il capitale ha posto una grande enfasi sul costruire un apparato che
produca corpi congeniali ai suoi bisogni e alle sue priorità.
lunedì 22 dicembre 2025
I Pirati e la Repubblica corsara di Salé
La Repubblica
corsara di Salé, in Marocco composta da corsari, confraternite sufi, pederasti,
"irresistibili" donne moresche, piratesse, schiavi, avventurieri,
ribelli irlandesi, ebrei eretici, spie inglesi, eroi radicali proletari e altri
ancora è la forma politica più evoluta tra le comunità di pirati del periodo
(tra il XVI e il XIX). La storia ha teso vedere quella dei rinnegati come priva
di significato, un semplice contrattempo nell'inevitabile progredire senza
scosse della cultura europea verso il dominio mondiale. I pirati non erano
istruiti, ma poveri e marginalizzati, e quindi (si suppone) non avrebbero
potuto avere vere idee o intenzioni. Vengono visti come particelle
insignificanti, spazzate via dal flusso principale della storia da uno strano mulinello
o da un vortice d'irrazionalità esotica. Migliaia di conversioni verso la fede
dell'Altro non significano nulla, secoli di resistenza all'egemonia
cristiano-europea non significano nulla. Nessuno storico (forse) ha mai
presupposto una connessione tra l'islamofilia intellettuale dei Rosacroce,
l'Illuminismo e il bizzarro fenomeno dei rinnegati. Nessuno ha mai interpretato
la loro; conversione all'Islam come una specie di forma definitiva di
ranterismo, o anche quale mezzo di fuga da (e di vendetta contro) una civiltà
d'infelicità economica e sessuale, da una cristianità "rispettabile",
basata sulla schiavitù, la repressione e il privilegio delle élite. L'apostasia
dei rinnegati quale autoespressione, l'apostasia di massa quale espressione di
classe, i rinnegati come una sorta "avanguardia" protoproletaria.
L'"avanguardia" ha fallito, i rinnegati sono svaniti, e l'iniziale
cultura di resistenza evapora con loro. Ma la loro esperienza non è stata senza
senso, né merita d'essere sepolta nell'oblio. Qualcuno dovrebbe rendere omaggio
alloro fervore insurrezionale e alla loro "zona autonoma temporanea"
sulle rive del fiume Bou Regreg in Marocco. Lasciamo che i rinnegati facciano
di nuovo il loro ingresso nei sogni agitati della civiltà.
giovedì 18 dicembre 2025
La Strategia eversiva e i suoi responsabili
Apparentemente,
la strategia eversiva sarà condotta sul terreno da un coacervo di forze di
destra civili, settori dell'economia, strutture militari e paramilitari e vere
centrali terroristiche come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale — che ne
saranno gli effettivi bracci armati — ma non mancheranno addentellati con la
mafia, sempre vicina ai servizi americani. Vere coordinatrici e promotrici
della strategia si riveleranno però alcune organizzazioni politico-militari,
formalmente clandestine ma con altissimi livelli di copertura politica e
cospicui mezzi economici. Si tratta di strutture eversive ufficialmente non
istituzionali, ma di fatto para-istituzionali, parastatali si potrebbe dire,
avendo al loro interno funzionari ed esponenti di spicco delle realtà
economiche, politiche, istituzionali e militari. Questi organismi controllano
ingenti depositi di armi e centri di addestramento attrezzati per operazioni
clandestine e di sabotaggio e fanno capo direttamente o indirettamente a una
più vasta rete "coperta" e ramificata, creata negli anni '50 in
ambito Nato-Cia, nota come Stay Behind Net, "la rete che sta dietro",
una rete in origine pensata per essere attivata in caso di invasione sovietica,
ma che avrebbe potuto tornare utile anche in caso di vittoria o possibile
vittoria elettorale di partiti comunisti, e/o qualora ci fosse la necessità di
ristabilire un ordine sociale. Fa parte formale della rete, fin dal lontano
1956, la Gladio, struttura paramilitare "coperta" coordinata dal
Ministero della Difesa, mentre vi si riferiscono in modo non formale altre
strutture più recenti, dai nomi ormai noti. composte sia da civili che da
militari, fra le quali l'"Aginter Presse", la loggia massonica
"P2", l'organizzazione "Rosa dei venti", il "Movimento
azione rivoluzionaria" (Mar), l'"Anello" noto anche come
"Sid parallelo" o 'Noto servizio", i "Nuclei di difesa
dello Stato" ed altri gruppi minori. Dietro e/o dentro queste
organizzazioni si muovono oltre ai servizi "di capi di governo, Ministri
(di Interno e Difesa in particolare), politici di primo piano (della Dc, del
Psdi e del Msi in primis), pezzi di magistratura e molti alti funzionari
dell'esercito, della finanza, della polizia e dei carabinieri — specifico di
questi ultimi è nel 1964 il famoso "Piano solo" — oltre a
giornalisti, spie, giornalisti-spia, cani sciolti, ex repubblichini e nuovi
fascisti, in un reticolo di connessioni, complicità e ricatti i cui intrecci,
nonostante le numerose inchieste giudiziarie, rimangono in gran parte avvolti
da una spessa nebbia. Consultando i documenti dell'UAAR si rimane sconcertati
dalla quantità di gruppi e organizzazioni, dichiaratamente fasciste e più o
meno colluse con strutture istituzionali, sulle quali i burattinai
dell'eversione e il "partito americano" potevano contare e che
potevano agevolmente manipolare. Certamente i servizi di sicurezza e i loro
settori segreti e supersegreti, nazionali e non, vi giocarono un ruolo
primario, ma ricordiamo sempre che nessuno di loro giocava in modo autonomo
come si è poi cercato di far credere. I fantomatici servizi deviati avevano
tutti, direttamente o no, un referente istituzionale, che in molti casi era lo
stesso Presidente del Consiglio in carica. "Io avevo la P2, Cossiga la
Gladio e Andreotti l'Anello", ha detto in una intervista nel 2011 il capo
della P2 Licio Gelli. È ormai risaputo che le supposte deviazioni rispondevano
in realtà a vertici politico-istituzionali ed a esigenze di ordine
sovrannazionale (leggi Nato, Cia...) legate alla logica dei blocchi, alle quali
questa Repubblica era sottomessa. Dopo il fallimento della strategia della
tensione e delle stragi, tanto i "fascisti" quanto i "servizi
deviati" saranno il comodo alibi dello Stato e dei suoi apparati.
(Tratto da “La finestra è ancora
aperta” Gabriele Fuga - Enrico Maltini)
lunedì 15 dicembre 2025
Giuseppe Pinelli e la questura di Milano
Testimonianza di Pasquale Valitutti
Io sottoscritto Pasquale Valitutti dichiaro
che: giunto in questura all'ufficio politico verso le ore 11 di sabato 13 dicembre,
sono rimasto due o tre ore in sala d'attesa. Spostato quindi nel salone seguente
quello dove vi è la macchina del caffè ho visto Pinelli seduto vicino ad Eliane
Vincileone.
In seguito, da informazioni datemi da Sergio
Ardau e dallo stesso Pinelli ho saputo che Pinelli era stato fermato venerdì sera
e interrogato lungamente nella stessa serata di venerdì. Nella notte di venerdì
non aveva dormito. Pinelli mi è parso seccato e stanco, ma in condizioni normali.
Mi ha parlato del suo alibi e mi è apparso sicuro. Più tardi gli è stata fatta una
sfuriata da parte di un agente, che saprei riconoscere, perché aveva gettato della
cenere per terra (numerosi i testimoni) e lui si è chinato a raccoglierla.
Più tardi, a sera inoltrata, per ordine di
Calabresi siamo stati divisi nella stanza in tavoli diversi, mentre Pinelli e Moi
sono stati fatti mettere nella stanza del caffè.
Verso le 24 sono stati fatti andare via tutti
gli altri e siamo rimasti io, l'Eliane e Lorenzo. In seguito io e Lorenzo siamo
stati portati in cella di sicurezza: non ho più visto Pinelli fino alla domenica
dopo pranzo, mi ha detto che lo avevano interrogato la notte di sabato e fatto riposare
qualche ora in camera di sicurezza nella giornata di domenica. Nel frattempo io
ero stato interrogato e mi avevano portato nel mio abbaino per una perquisizione.
Domenica pomeriggio ho parlato con Pino e con Eliane e Pino mi ha detto che facevano
difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi ha anche detto
di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle
ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri
e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all'ufficio del Pagnozzi:
ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai
suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare
al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione
tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un'altra stanza e la mattina
mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano
a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti
tutti il giorno nella stessa stanza, quella del caffè e abbiamo potuto scambiare
solo alcune frasi, comunque molto signicative. Io gli ho detto: "Pino, perché
ce l'hanno con noi?" e lui molto amareggiato mi ha detto: "Si, ce l'hanno
con me". Sempre nella serata di lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei
verbali e lui mi ha detto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto
ad una guarda dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse
per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente il più pesante di quelli
avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.
Dopo un po', penso verso le 11.30, ho sentito
dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e
che lo stessero picchiando. Dopo un po' di tempo c'è stato il cambio di guardia,
cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito
come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l'uscita,
gridando "si è gettato". Alle mie domande hanno risposto che si era gettato
il Pinelli; mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono
riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda,
facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò.
Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto
e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette
da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi
minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi
trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe
dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e
che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel
pezzo di corridoio.
domenica 14 dicembre 2025
Anarchia al polo sud: Santiago Sierra pianta la bandiera nera per distruggere tutti i confini.
"Viaggio molto", dice l'artista spagnolo Santiago
Sierra, noto per la performance art e l'arte delle installazioni, “ma entrare
in un paese è come andare in prigione. I confini mi disgustano – come idea e
come esperienza personale. Questo lavoro nega tutto questo". È
un'osservazione tipicamente schietta di Santiago Sierra, che una volta ha
causato tumulto pompando monossido di carbonio in un'ex sinagoga in Germania,
quindi invitando i visitatori a indossare maschere antigas per entrare in
questa camera della morte simulata. Così parlò Sierra della sua installazione,
inaugurata al Dundee Contemporary Arts. Chiamata Black Flag, documenta i suoi
tentativi di far piantare il simbolo dell'anarchismo ai poli nord e sud. Qual è
stato il motivo del progetto? “Per occupare il mondo, suppongo. Piantare una
bandiera nazionale in un luogo finora sconosciuto non è mai stato un gesto
innocente"...
Il tentativo di Sierra di occupare il mondo è iniziato sei anni fa quando ha inviato una spedizione nella remota isola norvegese delle Svalbard. Da lì, i suoi collaboratori si sono recati alla base russa di Barneo che, poiché si trova su un lastrone di ghiaccio alla deriva, deve essere ricostruita ogni anno per servire i turisti in arrivo. Da lì, il team di Sierra si è avventurato al vicino polo nord e, il 14 aprile 2015, ha piantato una bandiera nera, oltre a catturare il paesaggio in audio e video. Otto mesi dopo, il 14 dicembre, esattamente 104 anni dopo che il norvegese Roald Amundsen aveva battuto il capitano britannico Robert Falcon Scott per diventare la prima persona a raggiungere il polo sud, gli scagnozzi di Sierra ne piantarono un altro al polo sud geografico. Le due bandiere nere sono state entrambe lasciate sul posto, in parte come un rimprovero, come la vede Sierra, ai nazionalisti che hanno insozzato le estremità altrimenti incontaminate della Terra con i loro simboli nazionali fuori posto. Il progetto suona come un incubo logistico, ma Sierra esita. "Non ci sono state battute d'arresto di alcun tipo", dice Sierra, parlando al telefono da Madrid, dove ha sede. “È relativamente semplice poiché esiste un servizio di elicotteri per il turismo d'élite. Se puoi pagare a modo tuo, puoi andare a entrambi i poli".
Sierra non ha preso parte, scegliendo di organizzare il progetto dal
suo studio. "La mia presenza potrebbe solo causare problemi e duplicare i
costi", afferma, e aggiunge: “Piantare una bandiera nazionale in un luogo
finora sconosciuto non è mai stato un gesto innocente. È così che iniziano
sempre i processi coloniali”. Sierra alla domanda: "Sei, o sei mai stato,
un anarchico?" "Considero l'anarchismo come una filosofia politica e
comportamentale con la quale mi identifico pienamente", risponde.
“Tuttavia, l'anarchismo è, prima di tutto, moralità e implica uno stile di vita
senza concessioni. In questo senso non lo sarei tanto perché la mia vita è
lontana da quella di qualsiasi militante anarchico».
venerdì 12 dicembre 2025
Un fatto di cronaca
Nel 1973 quando
era in prima media, Claudia Pinelli, la minore delle due figlie di Licia e
Pino, raccontò la sua versione dei fatti in un compito in classe.
Tema: Un fatto
di cronaca
Svolgimento
Erano verso le
h. 4 del pomeriggio, a un tratto echeggiò una esplosione, molta gente accorse
dove si era sentito il boato; davanti a loro stavano le macerie di una banca
distrutta e qua e là corpi straziati. Così avvenne quella che noi ora
definiamo: La strage di Piazza Fontana. La polizia non sapeva dove mettere le
mani, così decise di addossare la colpa agli anarchici. Li vennero a prendere
per portarli in questura. In quelle tragiche notti perse la vita il ferroviere
anarchico Giuseppe Pinelli fermato dalla polizia come tanti altri suoi
compagni. La moglie (Licia Pinelli) ora si sta battendo per scoprire la verità
sulla morte del marito, perché lei è convinta con le sue figlie, che Giuseppe
Pinelli non si è suicidato, ma sia stato ucciso. La polizia, vedendo la
reazione della moglie, si affrettò subito a dire che Pinelli era un bravuomo e
che il giorno seguente lo dovevano liberare. Ma alla vedova Pinelli non
bastavano le loro assicurazioni; ora era sola e doveva provvedere al
mantenimento delle sue due bambine, Silvia di 9 anni e Claudia di 8. Intanto
per la strage di Piazza Fontana era stato accusato Valpreda. Sono passati tre
anni dalla strage di Piazza Fontana e Valpreda è stato rilasciato in libertà
provvisoria senza un vero processo (ben due processi sono stati rinviati).
Speriamo che il terzo processo sia quello che faccia trionfare la giustizia
liberando gli innocenti e imprigionando i veri colpevoli.
martedì 9 dicembre 2025
La strage di Piazza Fontana
La strage di
p.za Fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da molto tempo prevedevamo e
temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica dei fatti. Era nella logica
dell’escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la
repressione, per seminare la giusta dose di panico, per motivare la
diffamazione giornalistica e scatenare l'esecrazione pubblica ci voleva del
sangue. E il sangue c'è stato. Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione
mascherata da “democratica” tutela dell'ordine contro gli opposti estremisti ha
continuato la sua marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgercene. Per mesi
abbino gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei volantini,
ripetuto nei nostri giornali che era solo l'inizio. E sulle pane ci ritrovavamo
soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più ignorati dai
marx-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali ritenevano
di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che polizia
magistratura stampa se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo
previsto, la repressione si è estesa, con igliaia di denunce a operai,
centinaia di fermi, perquisizioni ecc. Per la prima volta a Milano è stato
violentemente impedito un corteo del Movimento Studentesco (quelli anarchici
erano stati sempre dispersi brutalmente)... Anche un cieco avrebbe potuto
capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani dilettanti della
rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a capire. E invece no. Eccoli
a gridare — facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti
interessata — che la repressione non passerà. Come se la repressione non fosse
già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello che da
qualche mese sta' succedendo, come se fosse normale routine democratica che i
fermati dalla polizia “cadano” dal 4° piano della questura e diecimila operai
vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extraparlamentari vengano
incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del
codice fascista... Come se fosse normale routine democratica che per gli
attentati scopertamente reazionari vengano immediatamente accusati gli
anarchici (cfr. dichiarazione del poliziotto dr. Calabrese) e fermati,
interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto) militanti della sinistra
extraparlantentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo essere stati
trattati con ogni riguardo)... A quanto pare i nostri scientificissimi “cugini”
marxisti riconoscono la repressione ed il fascismo solo quando porta il fez (e
solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente). In questo bollettino non
abbiamo potuto raccogliere per mancanza di tempo e spazio tutta la
documentazione sull'estendersi della repressione (già del resto ampiamente documentata
dalla stampa). Ci siamo limitati al campo anarchico, trovando in esso non solo
la nostra specifica funzione di Crocenera, ma anche purtroppo sufficiente
materiale. Perché la repressione si è estesa, ma continua a colpire sempre e
pesantemente gli anarchici. Anarchico era Pinelli, la prima vittima prescelta
della repressione (dopo i morti di Avola e Battipaglia, vittime “casuali”);
anarchico è Valpreda, capro espiatorio della montatura provocatoria; anarchici
in larga parte i fermati ed i perquisiti (oltre settanta solo a Milano);
anarchico il movimento politico scelto come primo più facile bersaglio della
calunnia dei pennivendoli...
(da Crocanera n. 5, febbraio
1970)
sabato 6 dicembre 2025
6 dicembre 2005 – Venaus
Squilla il telefono: “Stanno arrivando!”.
Abbiamo poco tempo. Ecco le luci e le sirene blu in lontananza,
l’atmosfera è surreale.
Sotto i fari accecanti saliamo sulla barricata per capire cosa sta
succedendo, c’è una ruspa della polizia! Ma che fa?! Avanza! Urliamo per
fermarli per avvisare che c’è gente sulle barricate, ma nulla.
Intanto ai lati, partono due squadre di carabinieri e polizia. Si
sentono legni spezzarsi, la paura sale, le grida sono più forti, la ruspa sta
sfondando la barricata, la gente cade, si appende a ciò che trova ma il mezzo
non si ferma. Sopra c’è il vice questore che continua ad urlare con gli occhi
fuori dalle orbite “SCHIACCIATELI, AMMAZZATELI!”.
Arriviamo fino al Presidio e a calci alcuni celerini ci dicono di
andare alla baracca, altri ci spingono sul prato. Lo spintonamento continua, si
divertono, alcuni ridono e nel mentre ci filmano.
Chi è rimasto al presidio se l’è vista peggio: la polizia è arrivata
dai campi e ha massacrato chiunque fosse presente, senza curarsi di nulla:
anziani, ragazze, donne inermi e chi dormiva nelle tende.
Li hanno poi chiusi nel presidio. Lo spazio era troppo piccolo per
la gente che c’era e li han sbattuti contro i vetri della baracca, volevano
farli passare attraverso le finestre, alcune si sono rotte e la gente è caduta
dentro. Intanto altre squadre si davano da fare per spaccare tutto, questi
erano gli ordini che si sentivano gridare, e così han fatto. Hanno rotto le
tende e le strutture presenti, hanno massacrato a manganellate chi dormiva.
Quel poco che avevamo lasciato (zaini, documenti, portafogli, oggetti
personali) è stato spazzato via.
Affinché Nessuno dimentichi.
Affinché tutti sappiano che NESSUNO DI NOI - chi era presente e chi
non lo era - PERDONA.
mercoledì 3 dicembre 2025
La vita addomesticata
|
L’addomesticamento è il processo usato
dalla civiltà per indottrinare e controllare la vita secondo la sua logica. Questi
meccanismi di subordinazione collaudati nel tempo comprendono: la doma, l’allevamento
selezionato, la modificazione genetica, l’addestramento, l’imprigionamento, l’intimidazione,
la coercizione, l’estorsione, la speranza, il controllo, la schiavizzazione, il
terrorismo, l’assassinio... l’elenco continua e comprende quasi tutte le interazioni
sociali del mondo civile. Questi meccanismi e i loro effetti si possono osservare
e percepire nell’intera società, e sono imposti attraverso istituzioni, riti e
costumi. L’addomesticamento è anche il processo attraverso il quale popolazioni
umane precedentemente nomadi passano a un’esistenza sedentaria tramite l’agricoltura
e la zootecnia. Questo tipo di addomesticamento comporta un rapporto totalitario
sia con la terra che con le piante e gli animali da addomesticare. Se allo stato
selvatico tutte le forme di vita condividono le risorse e competono per adoperarle,
l’addomesticamento distrugge questo equilibrio. Il paesaggio addomesticato (per
esempio i terreni tenuti a pascolo, i campi coltivati e, in minor misura, l’orticoltura
e il giardinaggio) esige la fine della libera condivisione delle risorse che esisteva
in precedenza: ciò che una volta “era di tutti”, adesso è “mio”. Nel suo romanzo
Ishmael, Daniel Quinn spiega questa trasformazione dalla condizione dei Leavers
(coloro che accettavano ciò che la terra offriva) a quella dei Takers (coloro
che pretendevano dalla terra ciò che volevano). Questa nozione di appropriazione
gettò le fondamenta per la gerarchia sociale con la comparsa della proprietà e
del potere. Non solo l’addomesticamento trasforma l’ecologia da ordine libero
a ordine totalitario, ma schiavizza anche tutte le specie addomesticate. In generale,
quanto più un ambiente è controllato, tanto meno è sostenibile. L’addomesticamento
degli stessi esseri umani richiede molte contropartite rispetto al modo di vita
nomade basato sulla raccolta di ciò che si trova in natura. Merita rilevare che
gran parte dei passaggi dal modo di vita nomade all’addomesticamento non sono
avvenuti autonomamente, ma sono stati imposti con la lama della spada o la canna
del fucile. Se solo 2000 anni fa la maggioranza della popolazione mondiale era
costituita da raccoglitori-cacciatori, oggigiorno la cifra è scesa allo 0,01%.
La traiettoria dell’addomesticamento è una forza colonizzatrice che ha portato
con sé una miriade di patologie per le popolazioni conquistate e per gli stessi
iniziatori della pratica. Tra i vari esempi si possono citare il declino della
salute per carenze nutritive dovute all’eccessivo ricorso a diete non diversificate,
quasi 40-60 malattie trasmesse e integrate nelle popolazioni umane per ogni animale
addomesticato (l’influenza, il comune raffreddore, la tubercolosi, eccetera),
la comparsa di un surplus che si può usare per nutrire una popolazione sbilanciata
e che invariabilmente comporta la proprietà e la fine della condivisione incondizionata. |
domenica 30 novembre 2025
I primi passi verso l’a-normalità
Come psichiatrizzati in lotta abbiamo compreso che il tutto sociale ha per fulcro la Norma. La relazione dei soggetti con questa comincia durante i primi anni di vita e non solo attraverso le istituzioni della scuola e della famiglia, ogni giorno la medicalizzazione con psicofarmaci è più precoce: non è affatto raro vedere medici prescrivere tranquillanti come fossero caramelle ai bambini più “rivoltosi”. Senza dubbio, sappiamo che esiste un punto chiave (che frequentemente si produce intorno all’adolescenza, ma che necessariamente non deve essere sempre così) quando gran parte delle persone si rendono conto che c’è qualcosa nella Realtà che non li convince fino in fondo. Spesso si giunge a questa situazione coll’osservare i propri genitori… Ciò suole mostrare che questo mondo non è così stupendo, che la vita non è necessariamente questo dono così meraviglioso come tante volte ci hanno ripetuto. Quando il dubbio va prendendo forma a suon di schiaffoni, di sofferenze varie, disillusioni, mazzate e disperazione, solitamente si aprono due strade: da una parte l’autodistruzione con tutte le sue varianti (droghe, suicidio, ostracismo volontario, ecc.), dall’altra l’immersione nella rete del Sistema di Salute Mentale. Così ti ritrovi, senza renderti conto come, in un ambulatorio della pubblica sanità, nello studio di qualche terapeuta tra i mille tipi che offre il mercato o direttamente legato a una barella nella sezione psichiatrica di qualche ospedale. Arrivato qui, possono succedere due cose: o uno viene sottomesso con la medicina e torna a incorporarsi nel funzionamento sociale come se quasi nulla fosse accaduto (il che suole essere più difficile quanto più duro è stato lo scontro con la Norma), oppure uno si introduce in quella spirale cronica (come abitualmente si incaricano di ricordarci i medici: “date le sue caratteristiche, non dovremmo ossessionarci col parlare di doversi curare, ma piuttosto di poter raggiungere un livello di vita il più gradevole possibile”) di cadute-ricadute, medicazioni e ricovero volontario. Quandoun soggetto che è arrivato fino a questo punto decide di fare la guerra alla società e al suo tiranno concetto di normalità, quando uno psichiatrizzato si dichiara a sé stesso - senza il beneplacito di nessun pastore rivoluzionario - psichiatrizzato in lotta, scontrandosi con i farmaci, con gli ordini giudiziari, o con la sporca autorità scientifica, si afferma come soggetto rivoluzionario in questo deserto di omogeneità e disincanto. La situazione in cui si trova lo psichiatrizzato in lotta è quella di essere contraddizione ambulante davanti all’ingranaggio. È colui che dice: i padroni a volte si sbagliano, i loro pronostici e le loro scientifiche teorie non valgono un cazzo: sono qui, non sono morto né drogato, ho vissuto e vivo l’inferno della Macchina e voglio aggiustare qualche conto in sospeso. Qui il sistema ha perso la sua aria di innocenza e ormai è impossibile che possa recuperarla. Ormai non ha più nulla con cui sedurre qualcuno.
giovedì 27 novembre 2025
Cafiero e Malatesta in giro per Roma
Nel corso degli
anni Settanta dell’Ottocento, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta furono più
volte a Roma al fine di allargare alla neo capitale del regno la rete
organizzativa dell’Associazione internazionale dei lavoratori (AIL),
svolgendovi un ruolo di educazione e organizzazione tale da caratterizzare in
senso libertario gli sviluppi futuri del socialismo romano. Un primo passaggio
di Cafiero in città è segnalato nel novembre 1871 durante i lavori del XII
congresso nazionale delle Società operaie affratellate. In questa occasione,
egli non entrò in contatto diretto con il nascente movimento sindacale
capitolino ma, attraverso i rapporti stabiliti durante l’assise con alcuni
esponenti della sinistra repubblicana (Cesare Sterbini e Salvatore Battaglia),
contribuì alla rottura tra le associazioni economiche cittadine e gli ambienti
moderati fino ad allora prevalenti. Il cambio di orientamento fu segnato dalla
nascita, avvenuta il mese successivo, di un primo raggruppamento d’area
internazionalista, la Società della democrazia sociale, che contò fin da subito
un centinaio di aderenti “tutti appartenenti alle infime classi”. Nella
capitale, Cafiero tornò a metà giugno dell’anno seguente, in preparazione del
congresso fondativo dell’AIL in Italia, che si sarebbe svolto a Rimini in
agosto. Qui partecipò ad alcuni incontri con i garibaldini reduci della
battaglia dei Vosgi tra cui Osvaldo Gnocchi Viani, il quale si fece promotore
della prima sezione internazionalista cittadina, la Lega operaia d’arti e
mestieri industriali, sorta il mese successivo.
In questo
periodo, Cafiero sembrava intenzionato a trasferirsi in città per seguire più
da vicino lo sviluppo dell’AIL nella capitale, ma il suo proposito fu
vanificato dall’azione repressiva del prefetto che decretò lo scioglimento
della Lega operaia e l’arresto di pressoché tutta la direzione, Viani compreso.
Nuovi incontri si svolsero tra la primavera e l’inizio dell’estate del 1874 in
vista dei moti di agosto cui, insieme a Cafiero, parteciparono anche Andrea
Costa ed Errico Malatesta. Dopo alcune riunioni, fu quest’ultimo a seguire gli
internazionalisti capitolini, con i quali organizzò un colpo di mano che,
nell’ambito della preannunciata sollevazione, prevedeva di impossessarsi di
3.000 fucili della guardia nazionale custoditi all’Aracoeli e altri 400
custoditi in un deposito ai Castelli. L’esproprio delle armi fu tuttavia
impedito dall’azione preventiva della pubblica sicurezza; ciò nonostante, le
attività di Malatesta contribuirono a una maggiore definizione in chiave
anarchica e insurrezionale del socialismo romano, con una prima presa di
distanza all’impostazione evoluzionista caldeggiata da Viani.
Insieme a Emilio
Covelli, Cafiero e Malatesta tornarono nell’Urbe all’inizio del 1876 con lo
scopo di trasferirvisi in maniera definitiva avendo in animo di organizzare in
città un convegno nazionale dell’AIL e costituirvi il centro del Comitato
italiano per la rivoluzione sociale. Ospitati dapprima nell’abitazione
dell’antiautoritario Emilio Borghetti, in via dei Pontefici, Malatesta si
trasferì poi in via dell’Impresa, tra Montecitorio e Palazzo Chigi, mentre
Cafiero si spostò all’inizio della Cassia, per stabilirsi infine nella centrale
via del Pellegrino, trovando lavoro come bibliotecario alla Biblioteca
“Vittorio Emanuele” per una paga di 3 lire al giorno (grossomodo quella di un
muratore). Durante il loro soggiorno, entrambi – ma soprattutto Malatesta – si
mossero per la possibile unificazione con i garibaldini e la parte più radicale
del movimento repubblicano, ipotesi tuttavia vanificata dalla netta opposizione
della massoneria, contraria alla fusione dei democratici con i socialisti.
Rotta la possibilità di una collaborazione tra gli ambienti sovversivi,
Malatesta partecipò alla costituzione del Circolo operaio, un raggruppamento
distinto dalla proposta di Viani fino a quel momento prevalente, che giocò un
certo ruolo nelle lotte dei disoccupati scoppiate in quei mesi. Le attività dei
due esponenti sollevarono le apprensioni della pubblica sicurezza, oltremodo
preoccupata per il possibile radicamento dell’anarchismo nella capitale
politica del regno. La loro permanenza durò infatti assai poco: in seguito a
una serie di arresti, Cafiero fu costretto a partire il 30 maggio, mentre
Malatesta lasciò la città in fretta e furia il 18 giugno, mantenendo comunque i
rapporti con gli ambienti romani che lo delegarono al congresso internazionale
di Berna di fine ottobre. Cafiero e Malatesta tornarono a Roma all’inizio
dell’anno successivo in vista dell’iniziativa insurrezionale del Matese
prevista per la primavera seguente. Malatesta partecipò a una serie di riunioni
riservate che si svolsero nelle campagne e nelle osterie fuori Porta Maggiore,
all’epoca estrema periferia della città.
Le discussioni
non furono affatto facili; egli dové infatti affrontare le perplessità che serpeggiavano
tra gli ambienti romani che, in seguito al fallimento dei moti del 1874, pur
confermando la loro adesione alla linea antiautoritaria si mostrarono in un
primo momento poco disponibili a nuove sortite sediziose. Superati gli indugi,
sotto la supervisione di Cafiero e Malatesta venne infine organizzato un gruppo
armato che avrebbe dovuto raggiungere gli insorti del Matese, ma le cose
andarono male: la spedizione fu intercettata dalla polizia all’uscita dalla
città con l’arresto dei suoi componenti. Fu un duro colpo per i socialisti
capitolini che, solo in novembre, poterono riorganizzarsi dando vita al Circolo
internazionalista di Roma, un organismo dal carattere esplicitamente anarchico.
Quello del 1877 fu un passaggio delicato, che si risolse in una più piena e
convinta adesione dell’insieme dell’internazionalismo romano alla proposta
libertaria. Negli anni seguenti, le altre correnti sorte in seno all’AIL, come
quella socialista rivoluzionaria di Costa o quella operaista di Gnocchi Viani,
trovarono infatti serie difficoltà a radicarsi nel tessuto sociale cittadino
non riuscendo mai ad aprire una propria sezione locale. Grazie al lungo lavorìo
di Cafiero e Malatesta, l’anarchismo continuò invece ad allignare tra il
proletariato capitolino rappresentandone una tensione culturale, ancor prima
che politica, che negli anni successivi si sarebbe rivelata lungamente egemone
e chiaramente riconoscibile.
lunedì 24 novembre 2025
Anarchismo e Neo-Anarchismo
La grande novità
oggi è che il movimento anarchico non è più l’unico depositario, il solo
detentore, di certi principi anti-gerarchici, né di certe pratiche non
autoritarie, né di forme orizzontali di organizzazioni, né della capacità di
intraprendere lotte con connotazioni libertarie. Tali elementi si sono
disseminati al di fuori del movimento anarchico e oggi sono ripresi da
collettivi che non si identificano con l’anarchismo, anzi che, a volte,
esprimono chiaramente il loro rifiuto a farsi rinchiudere tra le maglie di
questa identità. Se vogliamo dunque parlare dell’anarchismo contemporaneo,
dobbiamo tenere accuratamente conto dell’esistenza di queste manifestazioni,
perché fanno parte dell’anarchismo in atto, anche se non ne rivendicano il
nome, e anche se ne sconvolgono un po’ le forme tradizionali. Dobbiamo tenerne
conto perché, in definitiva, sono convinto che ciò che importa a tutti e a
tutte è che le persone sviluppino pratiche di tipo anarchico, che si impegnino
in lotte anti-autoritarie e che manifestino una sensibilità libertaria, più che
si schierino, o meno, dietro il vessillo dell’anarchia. Ecco la ragione per
cui, per indicare que-sto anarchismo che si sta un po’ diffondendo, questo
anarchismo non identitario, elaborato direttamente nelle lotte contemporanee,
ed esterno al movimento anarchico, ho fatto uso dell’espressione
neo-anarchismo. Il neo-anarchismo è effettivamente questo, ma non soltanto,
poiché quello che vi ho appena descritto rappresenta solo uno dei due elementi
di tale fenomeno. L’altro elemento del neo-anarchismo è costituito da
collettivi e da persone, di solito molto giovani, che, pur dichiarandosi
esplicitamente anarchici, esprimono però una nuova sensibilità nei confronti di
tale appartenenza identitaria. Il loro modo di far propria l’identità anarchica
è contraddistinto da un’elasticità e da un’apertura che, da un lato, comporta
un rapporto diverso con la tradizione anarchica e, dall’altro, con i movimenti
antagonisti esterni a tale tradizione. Di fatto, i confini tra queste due
realtà diventano sempre più permeabili, più porosi, la dipendenza dalla
tradizione anarchica si indebolisce e, soprattutto, si avverte come tale
tradizione debba essere fecondata, arricchita e dunque trasformata e
riformulata, mediante inclusioni, e persino tramite ibridazione, mediante una
certa mescolanza, con apporti provenienti da lotte condotte nel quadro di altre
tradizioni. Non si tratta soltanto di inserire nell’anarchismo elementi di un
pensiero critico elaborato fuori di esso, si tratta, soprattutto, della
necessità di produrre in comune, insieme ad altri collettivi parimenti
impegnati in lotte contro il dominio, con elementi che si inseriscano nella
tradizione anarchica, conferendole nuovo impulso. Tale apertura del
neo-anarchismo potrebbe essere esemplificata ricordando la famosa frase che
dice: «Da soli non abbiamo possibilità, ma inoltre, ciò non porterebbe a
niente».
Ed è proprio
questa sensibilità che ritroviamo nella dichiarazione del PAN, rete planetaria
anarchica (Planetary Anarchist Network), dove, ad esempio, possiamo leggere:
«Si tratta di mettere in rapporto i milioni di persone che in tutto il mondo
sono concretamente anarchiche senza saperlo con il pensiero di coloro che
operano in questa stessa tradizione e, al tempo stesso, arricchire la
tradizione anarchica a contatto con la loro esperienza». Questa ridefinizione
identitaria ha ripercussioni sull’immaginario anarchico e ciò è importante
perché, come sappiamo benissimo, in generale, non è tramite la preliminare
conoscenza dei testi teorici che i giovani si accostano al movimento anarchico.
Non aderiscono agli scritti di Proudhon, ma a un certo tipo di immaginario. Di
fatto, l’immaginario si è continuamente arricchito, facendo propri,
principalmente, i grandi eventi storici delle lotte contro il dominio, mano a
mano che si verificavano; in questi ultimi anni ha fatto propri, ad esempio, le
barricate, oltre alle occupazioni e agli slogan del Maggio 68. Dopo il
Sessantotto, una serie di fenomeni, come gli anarco-punk o ancora il
proliferare degli squat, con l’estetica e lo stile di vita che hanno
sviluppato, hanno continuato a rendere mobile tale immaginario. Ma sono stati
certamente i grandi episodi internazionali delle lotte contro diverse forme di
dominio, dal Chiapas nel 1994 fino a Genova nel 2001, passando per Seattle nel
1999, che lo hanno reso vivo agli occhi dei più giovani. È questo immaginario,
un po’ diverso se paragonato a quello degli anni Sessanta che, grosso modo, si
fermava alla rivoluzione spagnola, che suscita le adesioni identitarie dei
giovani anarchici di oggi, ed è chiaro che i nuovi elementi che lo
costituiscono ridisegnano, necessariamente, il profilo di tale identità.
Riassumendo, l’identità anarchica contemporanea non è più, nel modo più
assoluto, quella di un tempo, né può essere la stessa, perché l’immaginario nel
quale si costituisce si alimenta anche delle lotte sviluppate dagli attuali
movimenti di contestazione, le quali, a loro volta, presentano caratteristiche
differenti dalle lotte di un tempo. Queste nuove forme di lotta non compaiono
per caso né sono il risultato di una nuova strategia politica elaborata in
qualche luogo in maniera deliberata. In realtà, sono il risultato diretto di
una ricomposizione e di un rinnovamento dei dispositivi e delle modalità del
dominio che accompagnano i cambiamenti sociali di questi ultimi decenni. Le
pratiche di lotta contro il dominio stanno cambiando nel momento stesso in cui
cambiano le forme di dominio, e ciò è del tutto normale, perché le lotte sono
sempre suscitate e definite da ciò contro cui si costituiscono. Sono le nuove
forme di dominio apparse nelle nostre società a generare le resistenze attuali
e a conferire loro la forma che è loro propria.
giovedì 20 novembre 2025
Gemere Gridare Pregare
La sopravvivenza
è un campo di coerenze, lo stile di vita un campo di risonanze. Il linguaggio
economizzato partecipa del primo, la vivacità poetica del secondo. L'era della
creazione abolisce il lavoro. Il lavoro è la forma che inaugura lo sfruttamento
dell'uomo da parte dell'uomo. È l'atto fondatore di una civiltà, dove il
soggetto che trasforma la manna terrestre in merce diventa esso stesso un
oggetto mercantile. Durante le guerre, apparse verso la fine del Neolitico, i
vinti sfuggivano al massacro solo quando servivano come schiavi dei vincitori.
A partire da quel tempo, la sopravvivenza è sempre stata il prezzo di una morte
differita. C'è stato un tempo in cui il dinamismo commerciale salvaguardava una
parte di creatività utile al suo processo d'innovazione. Le libertà furtive del
libero scambio trasmettevano lo spirito separato e disturbavano il
conservatorismo dei regimi agrari. Per quanto scarsa ed emarginata fosse, la
passione di creare rendeva attraenti dei lavori la cui utilità sociale sembrava
indiscutibile. Sappiamo come le innovazioni originate dal capitalismo in fase
d'industrializzazione abbiano alimentato il mito di un progressismo prometeico.
La graduale diserzione del settore produttivo a favore di quello dei consumi ha
ridotto il lavoro alla necessità di un salario da dilapidare nelle oasi dei
supermercati. Il lavoro socialmente utile ha ceduto poco a poco il posto a un
lavoro parassitario che, come negli ospedali, avvantaggia una gestione della
redditività e rovina l'efficacia sanitaria con il pretesto di migliorarne i
servizi. Il capitalismo è entrato in una fase di tagli finanziari, dove si
arroga il diritto di rendere redditizia la sua morte programmando la nostra.
Non abbiamo altra scelta che proteggere, difendere, ricreare la nostra vita e
con essa, le risorse naturali che sono allo stesso tempo offerte e distrutte
sotto i nostri occhi. Le questioni ambientali vengono affrontate solo a livello
globale e statisticamente - con i risultati che conosciamo - solo perché ci
disinteressiamo di affrontarli alla base, a livello locale e regionale. Eppure
è nel villaggio e nei quartieri che l'inquinamento, l'avvelenamento, la
distruzione dell'insegnamento, degli ospedali, dei trasporti perpetuano i loro
misfatti e dove un intervento diretto è possibile. Gemere, gridare, pregare
sono ugualmente ridicoli e rimarranno tali fino a quando l'audacia d'innovare
non sarà riapparsa insieme con quella di vivere, finalmente.
lunedì 17 novembre 2025
La sociologia urbana di Murray Bookchin
Bookchin si
forma da un punto di vista culturale e politico in coincidenza con la crisi
economica del ’29, con la guerra di Spagna del ’36 e nel crogiuolo delle lotte
operaie che si sviluppano durante il New Deal statunitense prima della seconda
guerra mondiale. La sua formazione intellettuale, politica e sindacale è in
questo periodo profondamente influenzata dal marxismo militante di quegli anni.
Solo dopo la guerra, in corrispondenza con l’avvio della più grande fase di
espansione economica capitalistica della storia, Bookchin assume decisamente
dei punti di vista libertari, anarchici ed ecologici. Di fronte all’incapacità
della sinistra marxista, dei socialisti e dei comunisti - che durante gli anni
Trenta avevano conosciuto una vasta popolarità ed influenza sui settori di
classe più colpiti dalla crisi, influenza testimoniata dai quasi due milioni di
voti che complessivamente raccolgono alle elezioni del ’32 - di organizzarsi in
opposizione politica e sociale radicale in un periodo segnato, tra l’altro, dalla
famosa caccia alle streghe di McCarthy. Due sono i terreni di riflessione che
Bookchin individua a dimostrazione delle evidenti potenzialità distruttive
dello sviluppo capitalistico: la crisi della città e la degradazione
dell’ambiente naturale. La potente trasformazione della città avviatasi agli
inzi del ‘900, dalla quale hanno origine, come sostiene anche Mumford, le prime
metropoli - ambienti urbani che si strutturano attorno ai ghetti e che si
riproducono sulla base di separatezze, antagonismi e campanilismi - è il primo
evidente processo di dissoluzione di un’antica solidarietà che era
profondamente radicata tra le classi popolari, tra gli operai ed i proletari
dei quartieri storici cittadini, solidarietà basata essenzialmente su un agire
e su rapporti essenzialmente comunitari. L’utilitarismo ottocentesco, al quale
si rifanno in sostanza le dottrine neo-classiche dell’economia di mercato,
sosteneva che la società si fondava sulla messa in comune di scopi di utilità
economica, come il guadagno ed il profitto, che a loro volta fondavano un
sistema di rapporti contrattuali nei quali il principio del vantaggio reciproco
diveniva implicito. Bookchin, invece, sostiene con forza che la coesione dei
rapporti sociali si è fondata per lungo tempo sulla solidarietà, sul minimo
irriducibile e sull’ usufrutto, concetti che potrebbero sostituire ancor oggi
il nostro sacro concetto di possesso e di utilità. La fenomenologia della città
ben rappresenta la regressione della comunità umana da consociazione liberamente
scelta e fondata sul senso della socializzazione dell’agire politico, ad
associazione sociale basata sull’interesse, sull’utilità e sulla delega allo
stato della definizione della normatività sociale. Parallelamente all’analisi
della città, Bookchin avvia la sua prima riflessione sulla questione ecologica.
Per primo egli intuisce che la crisi ecologica è generata dai rapporti di
produzione capitalistici; in definitiva è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo
che giustifica ed organizza lo sfruttamento della natura Una società
gerarchica, sostiene Bookchin, ha una visione gerarchica anche della natura; ma
allo stesso tempo l’idea di una natura organizzata in modo autoritario,
gerarchico e competitivo rafforza gli istituti dominanti della stessa società.
Per questo, a suo avviso, occorre che si ritorni ad una visione diversa della
natura, ad una filosofia della natura oggettiva che ne riporti i preponderanti
caratteri di solidarietà, ricchezza, mutualismo ed abbondanza. Per Bookchin
diventa assolutamente necessario, per superare le secche in cui si dibatte il
movimento, mutare il luogo stesso del conflitto sociale, trasferendolo dalla
fabbrica alla società, cioè dal luogo della produzione, spazio che in realtà
non è mai stato momento di liberazione, al luogo della socializzazione politica
per eccellenza, la comunità cittadina.