..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

Translate

venerdì 13 luglio 2012

Cosa si deve intendere per libertà?

“Io posso dirmi e sentirmi libero solo in presenza degli altri uomini ed in rapporto a loro. Io stesso sono umano e libero soltanto nella misura in cui riconosco la libertà e l’umanità di tutti gli uomini che mi circondano. Sono veramente libero solo quando tutti gli esseri umani, uomini e donne, sono egualmente liberi. La libertà di ogni individuo è infatti soltanto il riflesso della sua umanità. La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. Non divengo veramente libero se non attraverso la libertà altrui, così che più numerosi sono gli uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà, - più estesa, più profonda e più ampia diviene la mia libertà. Si realizza la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti. Confermata dalla libertà di tutti, la mia libertà si estende all’infinito”.
(Michail Bakunin)

Dunque la dimensione positiva della libertà è eminentemente collettiva; il suo ruolo, però, consiste nel potenziare la libertà individuale, non nell’indicare all’uomo le direzioni e il senso ultimo della sua azione, la cui natura rimane irriducibilmente soggettiva e perciò immune da ogni codificazione di senso proveniente da fonte esterna. Di qui una delineazione radicale del rapporto tra libertà individuale e contesto sociale, tra impulso esistenziale ed etica pubblica. Poiché, infatti, “la libertà individuale e collettiva è l’unica creatrice dell’orine umano”, ne deriva che da essa nasce “l’assoluto diritto di ogni uomo o donna adulti di non cercare per le proprie azioni altre conferme che quelle della propria coscienza e della propria ragione, di non determinarle che per mezzo della propria volontà e di esserne quindi, prima di tutto responsabili solo verso se stessi e poi nei confronti della società di cui fanno parte, ma solo in quanto consentono liberamente di farne parte.

I movimenti libertari


I movimenti libertari da sempre hanno fondato il loro agire sull'etica della pratica rivoluzionaria. È necessario che i mezzi siano adeguati ai fini poiché c'è la consapevolezza che alcuna libertà è possibile con mezzi autoritari, al centro la necessità di dare forma concreta alla società che si desidera realizzare a partire dalle proprie relazioni personali. Conseguentemente non esiste un’unica “Grande teoria anarchica”, poiché questa sarebbe contraria ai suoi stessi presupposti. È diffusa invece una forza , una passione nel diffondere i valori condivisi che nasce nello spirito e nel cuore dei processi del partecipazionismo anarchico, nei piccoli gruppi di affinità che non è settaria o prevaricatrice o autoritaria.
Ne deriva quindi il riconoscere il bisogno di differenti prospettive teoriche, unite da un insieme di impegni e analisi condivise, una discussione che si concentra su questioni pratiche, che tiene conto inevitabilmente di una serie di prospettive differenti, riunite dal desiderio condiviso di comprendere la condizione umana, in moto verso una libertà più grande. Pertanto prende forma una cosiddetta “teoria bassa”, piuttosto che una “teoria alta”, necessaria per fare i conti con i problemi reali e immediati che emergono nel corso di un progetto di trasformazione della realtà. Ad esempio: contro il concetto di “linea politica” che è la negazione stessa della politica, contro “l’anti-utopismo”; Una teoria sociale anarchica non può quindi che rifiutare in maniera consapevole ogni residuale avanguardismo. Il compito dei movimenti libertari è quindi guardare chi sta creando alternative percorribili, cercare di immaginare quali potrebbero essere le più vaste implicazioni di ciò che si sta già facendo, e quindi riportare queste idee, non come disposizioni, ma come contributi e possibilità.
Un progetto libertario dovrebbe avere due momenti: “uno etnografico e l’altro utopico, in costante dialettica fra loro, che siano in grado di produrre forme di contropotere: il mondo contemporaneo è pieno di testimonianze libertarie, di luoghi liberati, dei quali però non si rileva traccia nella narrazione ufficiale. Il contropotere prende forma nelle istituzioni tipiche della democrazia diretta, basate su determinati valori, quali la convivialità, l’unanimità, la prosperità, la bellezza, la gratuità.
è ineluttabile che la dove esista un alto livello di disuguaglianza, tali valori assumano di per se valenza rivoluzionaria.
Un’azione rivoluzionaria è qualsiasi azione collettiva che affronti e respinga una qualche forma di dominio e di potere, e che nel contempo, alla luce di questo processo, ricostituisca nuove relazioni sociali.
Le lotte contro le disuguaglianze tra Nord e Sud, le lotte contro il lavoro in quanto relazione di dominio, la negazione dell'autoritarismo, la resistenza alle regole imposte dalla società mercantile, l'affermazione della democrazia diretta sono i pilastri su cui si fondano le libere e autonome municipalità libertarie.
 

L’acqua non è merce

L’acqua è un diritto e non una merce, la sua gestione può diventare occasione per allargare la dimensione della partecipazione e dei diritti. L’unica via praticabile non può che essere quella che porta all’autogestione, nelle forme più convenienti per ciascuna realtà specifica, perché un conto è la gestione dell’acqua in una metropoli altro è il piccolo paese rurale; diversa la situazione in zone povere di riserve piuttosto che nelle vallate alpine ricche di acqua.
La rivoluzione tecnologica ha permesso di pompare, depurare e distribuire l’acqua attraverso meccanismi sempre più sofisticati e a distanze sempre maggiori dalla fonte di approvvigionamento, il sistema industriale ha devastato i fiumi e le falde con le sue nocività, la civiltà dei consumi ha contribuito a devalorizzare l’acqua, alimentando la percezione che essa sia un bene illimitato, sempre disponibile e a buon mercato.
Occorre mettere in discussione questo sistema che mercifica tutto, non solo l’acqua, esalta l’individualismo e massacra le relazioni sociali. Bisogna recuperare innanzitutto la dimensione comunitaria dell’acqua, le attività collettive ad esse legate e quindi anche la percezione che essa sia un bene comune prezioso che tutti sono tenuti a difendere.
Riscattare l’acqua dalla funzione commerciale cui è stata relegata è possibile soltanto se la si considera in termini di prossimità, vicinanza. Allora sarà normale condividerla, non sprecarla, tenerla pulita. Sarà normale vigilare affinché gli avvoltoi del profitto, grandi e piccoli, non si avventino su di essa per sottrarla alla disponibilità di tutti e depredarla fino all’ultima goccia.

mercoledì 11 luglio 2012

È solo Rock ‘n’ Roll, (but I like it) - 50 anni di STONES

Michael Philipp Jagger è figlio di una casalinga e di un istruttore di educazione fisica. È nato a Dartford, 25 chilometri ad est di Londra, il 26 luglio 1943. pochi mesi dopo, il 18 dicembre 1943, sempre a Dartford, nasce Keith Richards. Sua madre è una rappresentante di lavatrici, suo padre un ingegnere elettrotecnico.
I due ragazzini si conoscono a scuola quando hanno 6 anni. Ma seppure abitino nello stesso isolato, si perdono di vista. Si ritrovano una decina di anni dopo, nel 1960.
L’incontro avviene sotto una pensilina della stazione ferroviaria di Dartford. Entrambi stanno aspettando il treno per Londra, Keith rimane colpito dal pacco di dischi che Mick tiene sottobraccio. Sono vinili di Chuck Berry, Little Richard, Muddy Waters … “Cavolo”, pensa, “proprio le cose che piacciono a me”.
Da quel momento i due cominciarono a frequentarsi. Passano interi pomeriggi ad ascoltare blues e rock’n’roll e insieme all’amico Dick Taylor, a provare a suonare quelle canzoni che a loro piacciono tanto.
Un giorno, decidono di tentare il tutto per tutto. Registrano qualche pezzo e decidono di far avere il nastro ad Alexis Korner, il grande guru del blues inglese. Korner non rimane folgorato da Jagger e Richards. Ma i due ragazzi gli stanno simpatici. E così li coinvolge nel suo progetto Blues Incorporated, una specie di gruppo aperto in cui tra gli altri suonano Charlie Watts (batteria) e un biondino di Cheltenham che si fa chiamare Elmo Lewis. Il suo vero nome è Lewis Brian Hopkins Jones e da lui, si, Alexis Corner è affascinato. Brian suona da dio tutti gli strumenti, ha la musica nel sangue ed è capace di metabolizzare gli stili del blues. Non solo. Il suo look angelico non può passare inosservato.
Quando lo vedono, anche Mick e Keith rimangono stregati. Insieme a Dick Taylor, iniziano a far musica con lui. A loro si aggiunge anche Ian “Stu” Stewart al piano.
Tutte le volte che Alexis Corner gli lascia il suo posto, salgono sul palco dello Ealing Jazz Club.
Proprio li, nel giugno del 1962, nasce il nome del gruppo.
Avviene nel corso di una telefonata che Brian Jones sta facendo con un giornalista di Jazz News. Alla domanda: “Come si chiama la tua band?”, Brian prende tempo. Poi, sul pavimento, scorge la copertina di un album del suo idolo, Muddy Waters. Adocchia il titolo di un brano che lo acchiappa ed esclama: “Rollon’ Stones”.
Il 12 luglio 1962, a Londra, sul palco del Marquee Club di Oxford Street, sale per la prima volta una band chiamata The Rolling Stones.
Cinquant’anni dopo sono ancora i migliori, “the greatest rock’n’roll band in the world”.

martedì 10 luglio 2012

Rock and roll will never die


HEY HEY, MY MY (Into the black)
Hey Hey, My My (Dentro il buio)

Hey Hey, My My è un pezzo scritto originariamente da Neil Young e contenuto nell’album Rest Never Sleeps del 1979. È stata fatta dallo stesso Young anche in versione acustica col titolo My My, Hey Hey.

Hey hey, my my
Rock and roll will never die.
There’s more to the pictures than meets the eye
Hey hey, my my

Get out of the blue and into the black
They give you this but you pay for that
And when you die, no you wont come back
Because your out of the blue and into the black

The king is gone
but he's not forgotten.
This is the story
of a Johnny Rotten
It's better to burn out
than it is to rust
The king is gone
but he's not forgotten.

My my, hey hey
Rock and roll is here to stay
It’s better to burn out than to fade away
My my, hey hey
Hey hey, my my
Il rock and roll non morirà mai
C’è più nell’apparenza che si presenta agli occhi
Hey hey, my my

Vai fuori dal nulla ed entri nel buio
Ti daranno questo ma lo pagherai
E quando morirai non tornerai indietro
Perché all’improvviso esci dal nulla ed entri nel buio

Il re è andato
ma non è dimenticato
Questa è la storia
di un Johnny Rotten
È meglio bruciare in fretta
che è di ruggine
Il re è andato
ma non è dimenticato.

My my, hey hey
Il rock and roll è quì per restarci
È meglio bruciarsi che svanire
My my, hey hey





MY MY, HEY HEY (OUT OF THE BLU)
My My, Hey Hey (Fuori dal nulla)

My my, hey hey
Rock and roll is here to stay.
It's better to burn out
Than to fade away
My my, hey hey.

Out of the blue
and into the black.
They give you this,
but you pay for that
And once you're gone,
you can never come back
when you're out of the blue
and into the black.

The king is gone
but he's not forgotten.
This is the story
of a Johnny Rotten
It's better to burn out
than it is to rust
The king is gone
but he's not forgotten.

Hey hey, my my
Rock and roll can never die
There's more to the picture
Than meets the eye.
Hey hey, my my.
My my, hey hey
Rock and roll è qui per restare.
È meglio bruciare in fretta
che spegnersi lentamente
My my, hey hey

Fuori dal nulla
ed entri nel buio.
Ti danno questo,
ma si paga per questo.
E una volta che te ne sei andato,
non si può mai tornare
quando sei fuori dal nulla
ed entri nel buio.

Il re è andato
ma non è dimenticato
Questa è la storia
di un Johnny Rotten
È meglio bruciare in fretta
che è di ruggine
Il re è andato
ma non è dimenticato.

Hey hey, my my
Rock and roll non può morire
C'è di più all'immagine
Che soddisfa l'occhio.
Hey hey, my my.


Anarchia assente in tv, anche Travaglio se ne accorge

Marco travaglio, nel programma ‘Uno due tre stella’ parla di discriminazione televisiva e si accorge anche lui di una colpevole assenza: “se uno è anarchico e non si riconosce nello Stato e nei partiti, perché non può avere qualcuno che dice qualcosa che gli piace in televisione? Chi porterà mai in televisione un rappresentante del pensiero anarchico?”
Lo diciamo da tempo. Di fatto, tutta l’informazione, compresi i talk definiti ‘di approfondimento politico’ non può mai restituire un quadro preciso e completo della situazione, proprio perché manca una parte fondamentale, quella anarchica, capace di ribaltare tutte le convinzioni e tutte le posizioni vendute alla gente come uniche. Alle persone a casa viene sempre offerta l’immagine di presunte fazioni opposte (destra-sinistra), ma che in verità non fanno altro che costringere gli ascoltatori a rimanere entro i limiti del recinto voluto dallo Stato. La cosa tragica è vedere come la gente sia davvero convinta che tutta la loro vita stia all’interno dello schema proposto, dentro un miserevole gioco tra destra e sinistra, dentro i partiti, dentro il fallimento storico di tutti i governi. Ma perché c’è dell’altro? Ecco, tutto quell’altro che non viene mai comunicato, divulgato, rappresenta l’essere umano, quello vero, quello che non può essere contenuto nell’angusto spazio squallido di un partito.
Ma Travaglio è un ingenuo. Come fa lo Stato a permettere che qualcuno vada in tv a smentire lo Stato stesso, e tutte le sue menzogne dette sull’anarchia? Non sia mai che poi la gente sappia che l’anarchia è tutt’altro che caos e violenza. Capite bene che verrebbe smontato tutto l’enorme pelco di bugie, montato in cento anni e passa di demonizzazione studiata a tavolino.

lunedì 9 luglio 2012

Lavoro salariato lavoro alienato

Il lavoro salariato riduce l’individuo a una cifra d’affari. Dal punto di vista capitalistico, il salariato non è una persona, ma un indice di costi di produzione e un certo tasso d’acquisto per il consumo.
Il lavoro salariato è la base dello sfruttamento e dell’espropriazione globale, così come il lavoro alienato e la produzione di merci sono la base del sistema spettacolare-mercantile. Cercare di migliorare il rapporto salariale significa migliorare lo sfruttamento del proletariato da parte della classe burocratico-borghese. Lo si può solo sopprimere.
Il rapporto salariale esige il sacrificio di più di otto ore di vita per otto ore di lavoro, scambiate per una somma di denaro che copre solo una piccola parte del lavoro fornito, poiché tutto il resto va a finire nelle tasche dei padroni. E questa somma deve essere a sua volta scambiata con prodotti sofisticati e inutili, con oggetti d’uso quotidiano pagati dieci volte il loro prezzo, con gadget alienanti; senza contare poi gli oboli agli altri vampiri: stato, specialisti di ogni genere, racket sindacali …
È falso credere che le rivendicazioni salariali possano mettere in pericolo il capitalismo privato o di stato: il padronato accorda agli operai solo quegli aumenti che sono necessari ai sindacati per riuscire a dimostrare che servono ancora a qualcosa; e i sindacati non chiedono al padronato che somme che non mettono in pericolo un sistema del quale non sono che gli approfittatori di secondo grado.
Non dobbiamo più vivere la maggior parte del tempo in funzione del denaro, di essere ridotti alla dittatura dell’economico, di sopravvivere senza poter gustare il piacere di vivere appassionatamente.
Noi dobbiamo lottare per dar vita ad una organizzazione sociale dove la ripartizione dei prodotti di comune utilità non sarà più legata alla logica della merce e della corsa al profitto, ma risponderà ai bisogni reali delle persone.

Lavorare di più significa vivere di meno

Il tempo di lavoro assorbe la maggior parte della vita poiché determina anche il cosiddetto tempo libero, il tempo occupato dal sonno, dai pasti, dagli spostamenti dalle distrazioni. In questo modo esso domina sulla totalità della vita quotidiana di ciascuno riducendola ad una successione di istanti e di luoghi, accomunati dalla medesima ripetitività vuota, e dalla assenza crescente di vita autentica. Il tempo di lavoro costretto è una merce. Ovunque c’è merce c’è lavoro costretto e, ormai, quasi tutte le attività sociali si stanno riducendo ad esso. Produciamo, consumiamo, mangiamo, dormiamo, per un padrone, per un capo, per lo stato, per il sistema generalizzato della merce.
All’interno del sistema mercantile, che domina ovunque, il lavoro non ha per finalità, come vorrebbe far credere, la produzione di beni utili e graditi tutti; suo unico scopo è la produzione di merci. Le merci, indipendentemente dalla loro utilità, inutilità, sofisticazione, non assolvono ad altra funzione che a quella di mantenere e di aumentare il profitto e il potere della classe dominante. In un sistema simile, tutto il mondo lavora per niente, e ne ha sempre più la coscienza.
Accumulando e riproducendo le merci, il lavoro costretto non fa che aumentare il potere dei padroni, dei burocrati, dei capi, degli ideologi.
Il lavoro costretto produce unicamente merci. Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la rappresenta. Il lavoro costretto produce dunque menzogne, crea un mondo di rappresentazioni fittizie, un mondo ribaltato dove un accumulo di immagini tiene il posto della realtà. In questo sistema spettacolare e mercantile, il lavoro produce su se stesso due menzogne importanti:
- la prima consiste nella solita litania per cui il lavoro è utile, necessario e indispensabile e che quindi è nell’interesse di tutti continuare a lavorare;
- la seconda mistificazione sta nel far credere che i lavoratori non sono in grado di liberarsi del lavoro e dal salario e che non sono quindi capaci di edificare una società radicalmente nuova, basata sulla creazione collettiva e attraente e sull’autogestione generalizzata.
La fine del lavoro salariato significherà la sparizione di un sistema in cui regnano unicamente il profitto, il potere gerarchico, la menzogna generale.
La ricerca dell’armonia delle passioni, infine liberate e riconosciute, prenderà il posto della corsa al denaro e alle briciole del potere.

20 luglio 2001. Genova, io c’ero e non dimentico


La sera precedente si era conclusa sotto un diluvio incredibile, con due cartoni raccolti nei pressi di una pattumiera per proteggerci dall’acqua fino alla tensostruttura allestita nei pressi del campo sportivo della sciorba, per allestire i manifestanti del Genoa Social Forum. Non era stata un brutta notte, tutto sommato al caldo, con qualche bongo di troppo, ma senza la possibilità di lamentarsi.
L’alba di quel sabato maledetto, lo ricordo benissimo, fu segnata dal sole. Poi in piazza Verdi, zona tranquilla, troviamo per la prima volta le gabbie. Container giganteschi per strada, nella zona gialla, e poi il confine, con la zona rossa. I vari cortei, spettacoli e proteste colorate, solo in lontananza gli echi dei massacri e delle devastazioni che le forze dell’ordine avevano iniziato a compiere. Ce ne andiamo da piazza Verdi un attimo prima della carica della Polizia, solo il caso ci salva.
Inizia un peregrinare per le vie di Genova, senza meta, per capire cosa stesse succedendo. Passiamo in via Tolemaide, circa un’ora dopo il transito del corteo dei disobbedienti, rispedito indietro a suon di cariche non autorizzate. Il fumo dei lacrimogeni inizia a soffocare il respiro, ci dividiamo.
Il telefonino è scarico, inizia a diventare difficile comunicare con casa, mentre si sparge la voce che qualcosa di brutto è accaduto. Il curandero zapatista si trova in Piazza Alimonda.
In qualche modo, fortunatamente e fortunosamente, senza altre cariche, riusciamo a raggiungere il meeting point di piazzale Kennedy, nella zona del porto. Ci ritroviamo tutti e tre. Ci sconsigliano di raggiungere nuovamente la Sciorba, perché la polizia sta effettuando retate in giro per la città.
La rabbia si diffonde, per la notte ci si accontenta di uno zaino come cuscino e di qualche giornale come coperta per non dormire sul cemento.
Si combatte contro il freddo.
Poi di nuovo l’alba. Una copia di Liberazione, la foto di Carlo Giuliani, di una pistola che spunta dal Defender dei Carabinieri, la fotosequenza dell’omicidio.
La prima e l’ultima pagina di quel giornale sono ancora appese in camera mia. “G8 ASSASSINO” è il titolo, stampato a caratteri cubitali, con Carlo intento a lanciare l’estintore.
Sono passati undici anni. A Genova, a quel G8, io c’ero, e ricordo ancora tutto bene, come se fosse l’altro giorno. A Carlo, eroe indiscusso, va tutto il mio rispetto per l’estremo sacrificio. A chi c’era, ed a chi è stato torturato, va il più sentito abbraccio, da estendere a tutti quelli che con noi hanno poi solidarizzato. Per tutti gli altri c’è solo odio. Passa il tempo ma quello non diminuisce mai.