..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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martedì 20 aprile 2021

La prossima rivoluzione

La prossima rivoluzione sarà una rivoluzione democratica e razionale, questa l'idea centrale del pensiero di Murray Bookchin. Partendo dalla lunga storia di militante anarchico ed ecologista Bookchin elabora una nuova idea politica e sociale che si adatta perfettamente alle sfide del XXI secolo. Ecologia sociale, comunalismo, municipalismo libertario, confederalismo sono i termini che Bookchin utilizza di volta in volta per spiegare le proprie idee e come realizzarle.

L'utopia realizzabile sviluppa il progetto di un nuovo modello sociale e politico per costruire un mondo razionale, egualitario e libertario, organizzato - a livello locale - in comuni e municipi autogestiti, la cui vita politica ed economica si fonda sulla democrazia diretta e le assemblee popolari. Infatti l'organizzazione politica e sociale che ha delineato è teorizzato nel corso di alcuni decenni di intensa produzione intellettuale e letteraria, progetta una democrazia decentrata e assembleare in cui la partecipazione diretta al governo locale rappresenta la base per lo sviluppo di una società caratterizzata da una organizzazione politica più libera, efficiente e complessa. Un modello che è stato realizzato in parte già realizzato nel Rojava, la zona autonoma del nord della Siria, abitate in maggioranza della popolazione curde che hanno liberato questo territorio prima dallo Stato Siriano e poi dall'Isis. Nel Rojava il progetto comunalista e confederalista democratico che prende vita da l'idea di Bookchin si è sviluppato da oltre 10 anni, realizzando una società caratterizzata da piccoli nuclei sociali composti da alcune centinaia di persone che condividono l'organizzazione politica, economica e sociale di un municipio o di una comune. Nonostante lo stato di guerra che caratterizza ancora il Rojava una parte dei membri di questi municipi (uomini e donne senza distinzione) lavorano regolarmente all'interno della comunità, in alcuni casi vere e proprie comuni, mentre altri sono impiegati insulti e militari e produttive esterne, con cui municipi mantengono i rapporti di interdipendenza.

Tutte le decisioni che riguardano il municipio o la comune vengono discusse all'interno delle assemblee popolari, in cui tutti hanno uguale diritto di voto e di parola. Nel caso dell'impossibilità di un accordo complessivo, le decisioni vengono prese a maggioranza,e la minoranza è tenuta ad accettare quanto approvato.

Le comunità fanno parte di una rete o confederazione di comuni e municipi che costruiscono aggregazioni più vaste da un punto di vista sia geografico che economico.

Le comuni e i municipi possono confederarsi tra di loro per governare in modo di condiviso aree urbane o rurali, ma possono anche gestire attività produttive e culturali come fabbriche, scuole, istituti di ricerca e produzione scientifica e tecnologica.

Alla base di tale progetto politico c'è l'idea, profondamente anarchica, che il genere umano sia in grado di autogovernarsi una società razionale e non autoritaria.

giovedì 10 ottobre 2019

Sorveglianza Speciale: La spada di Damocle penzola un altro po'


Dal gennaio 2019 la procura di Torino sta cercando di applicare una misura restrittiva a chi è partito dall'Italia per andare a combattere l'Isis e altri gruppi fondamentalisti, e a difendere le popolazioni civili e le conquiste sociali nella regione rivoluzionaria del Rojava/Siria del nord. Questa vicenda non si è ancora conclusa, e per questo vi invitiamo a leggere quanto segue e ad agire in nostra solidarietà.
Poiché sarebbe stato impossibile accusarci di un reato, visto che ciò che abbiamo fatto non è proibito dalla legge italiana o dal diritto internazionale, il pubblico ministero Emanuela Pedrotta ha proposto per noi una misura speciale, originatasi nel ventennio fascista: la “sorveglianza speciale” che permette di espellere un individuo dalla propria città, confinarlo in un altra, imporgli di restare a casa in certi orari e addirittura privarlo del diritto di riunione e di espressione pubblica senza accuse e senza processo, sulla base della semplice “premonizione” poliziesca che potrebbe in futuro essere “socialmente pericoloso”.
La battaglia politica che in tanti hanno portato avanti per la nostra libertà e contro questa offesa alla reputazione internazionale delle forze mediorientali e internazionali che combattono il fondamentalismo e ai caduti di questa lotta - primo tra tutti Lorenzo Orsetti, che ci ha dedicato i suoi ultimi interventi pubblici prima di cadere in battaglia durante gli assalti decisivi contro lo Stato islamico, ha permesso di ottenere a giugno una sentenza favorevole ai combattenti internazionali Ypg: aver combattuto con queste forze, infatti, non può essere considerato per i giudici motivo di pericolosità sociale.
Ciononostante, il collegio ha voluto sollevare soltanto due di noi dalla spada di Damocle di questa misura (Jak e Davide, ed anche per un combattente sardo sotto accusa separatemente a Cagliari, Luisi) ma rimandare a una nuova udienza, il 15 ottobre, gli altri tre (Eddi, Jacopo e Paolo) per cui la sorveglianza speciale è ancora del tutto possibile. Perché?
I giudici hanno scritto, in sostanza, che se aver partecipato alla rivoluzione del Rojava non poteva giustificare una simile misura (che per noi è comunque ingiustificabile e non dovrebbe neanche esistere), alcuni comportamenti tenuti in Italia da Eddi, Paolo e Jacopo negli ultimi due anni devono essere analizzati e valutati ancora.
Di cosa si tratta, intanto: di un capodanno davanti al carcere, per ciò che riguarda Paolo, nel 2018, e di un raduno musicale di fronte a un locale notturno per Jacopo e Eddi nello stesso periodo. Nel primo caso si voleva testimoniare la propria vicinanza ai detenuti, che vivono nelle carceri situazioni penose, sovraffollamento, prevaricazioni e suicidi; nel secondo chiedere ai proprietari del locale di pagare finalmente il giovane cuoco che, come molti lavoratori al giorno d’oggi, aspettava migliaia di euro di arretrati da mesi, mentre i datori di lavoro si facevano i selfie in costose località balneari all’estero.
Non ci sembra che nessuno possa eccepire su attività del genere. È gravissimo che la procura abbia avviato un’azione penale per cose di questo genere, che sono pienamente legittime e rientrano nel diritto di manifestazione e di parola, oltre che nel dovere di solidarietà e di lotta per migliorare le condizioni di vita nella nostra società e nel nostro paese. Figuriamoci assegnare una misura (storicamente fascista, ricordiamolo ancora) “preventiva”: ma di cosa stiamo parlando?
Se i giudici avessero dato ragione alla tesi della procura, secondo cui le Ypg sono un’organizzazione pericolosa o terroristica, e i volontari internazionali persone che vogliono nuocere alla società europea, si sarebbe creato un precedente gravissimo. La vostra solidarietà e gli sforzi di Lorenzo hanno impedito che questo accadesse.
Ma se adesso, con una manovra bieca, il collegio dovesse privare Eddi, Jacopo e Paolo della loro libertà personale e di movimento, e della loro libertà politica, per essersi espressi assieme a tanti altri contro lo sfruttamento sul lavoro o la degradazione dell’essere umano che avviene quotidianamente nelle carceri, il precedente sarebbe forse meno grave rispetto a ciò che accade in Siria, ma ancora più grave in riferimento alla situazione politica dell’Italia e dell’Europa. Quali spazi di libertà rimarrebbero a ciascuno di noi? Quali possibilità di vivificare le nostre società con la critica e il cambiamento?
Per questo non soltanto vogliamo affermare che chi tocca uno di noi tocca tutti, e questo vale tanto per l’amicizia con la rivoluzione confederale e la lotta all’Isis, quanto per le battaglie sociali e politiche in Italia; ma anche chiamarvi ancora una volta alla mobilitazione verso il 15 ottobre, e al presidio che quel giorno si terrà davanti al Tribunale di Torino, alle h 8.30 del mattino.


Rojava. Invasione turca


Tre giorni fa la Casa Bianca ha diffuso un comunicato sull’accordo raggiunto con la Turchia, per l’istituzione di una “fascia di sicurezza” lungo il confine Nord della Siria e ad est dell’Eufrate.
Trump aveva annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dal Nord della Siria. Di fatto un via libera alla Turchia, che non ha mai fatto mistero delle proprie mire espansionistiche nelle zone controllate dalle milizie YPG e JPG a difesa della rivoluzione confederale, femminista ed ecologista, cominciata nel luglio del 2012.
Il piano è chiaro: ripetere l’operazione che due anni fa ha condotto all’occupazione di Afrin, dopo aver ottenuto il via libera dalla Russia, la potenza egemone in quel cantone del Rojava. Ad Afrin, dopo l’invasione, è in atto un’occupazione militare durissima. Pulizia etnica e reinsediamento di jhaidisti, nei territori, che proprio le milizie del Rojava avevano liberato dall’Isis.
L’annessione alla Turchia di Afrin è ormai un dato di fatto, mentre si allungano le fila della diaspora curda.
Nelle città del Rojava confederale Erdogan intende dispiegare tutte le sue armi, per poi fare il via alla colata di cemento con la quale da quasi vent’anni si garantisce una vasta rete clientelare.
L’accordo tra Erdogan e Trump prevede che i prigionieri di Daesh vengano consegnati alle autorità turche: in questo modo migliaia di miliziani dello Stato Islamico potrebbero riacquistare la libertà e riorganizzarsi. Il cerchio si chiude: la Turchia in questi anni ha aiutato economicamente e sostenuto sul campo di battaglia le varie formazioni salafite in Siria.
Una nuova guerra di espansione serve al raiss turco per mantenere un consenso che mostra le prime vistose crepe. L’elezione di un suo oppositore alla guida di Istanbul, la principale metropoli turca, due volte ribadita dalle urne, è una grossa spina nel fianco del padre e padrone della Turchia.
Da tre giorni c’è un bombardamento aereo turco al confine tra Iraq e Siria, nella zona di Semalka.
Ci sono informazioni discordanti rispetto alla possibile chiusura dello spazio aereo del Nord Est della Siria nei confronti della Turchia da parte degli Stati Uniti.
Il raiss di Damasco non si pronuncia, ma è facile immaginare che il prezzo per un suo intervento, sarebbbe lo stesso chiesto e non ottenuto dai curdi prima dell’invasione di Afrin. Una variabile importante è però il fatto che il via libera ad Afrin venne concesso alla Turchia dal potente alleato russo, mentre ora il Grande Gioco vede una diversa disposizione delle pedine. Non per caso l’Iran ha già condannato l’operazione militare turca.
Negli Stati Uniti scoppia il caos tanto nel partito democratico quanto in quello repubblicano con molti esponenti della politica USA che contestano la mossa di Trump sulla Siria.
L’info di Blackout ne ha parlato con Paolo Pachino, già volontario in Rojava per due anni.
Contro di lui ed altri due miliziani torinesi, la Procura ha richiesto la sorveglianza speciale. Il prossimo 15 ottobre ci sarà udienza e presidio al tribunale di Torino.

giovedì 10 gennaio 2019

Chiesta la sorveglianza speciale per cinque italiani che hanno sostenuto la lotta all’ISIS in Siria


Il 3 gennaio la Digos di Torino ha notificato la richiesta della sorveglianza speciale per due anni con divieto di dimora da Torino, avanzata dalla procura di Torino contro chi ha sostenuto la rivoluzione del Rojava.
I destinatari di questa misura sono Paolo, Eddi, Jak, Davide e Jacopo, cinque giovani che a vario titolo negli ultimi due anni hanno sostenuto sul campo gli sforzi delle popolazioni della Siria del Nord in difesa della rivoluzione confederale contro l’aggressione dello Stato Islamico. La sorveglianza speciale è una misura di controllo invasivo che impone, dopo il pronunciamento di un giudice, il divieto di allontanarsi dall’abitazione nella quale si viene domiciliati e l’obbligo di presentarsi alle autorità di sorveglianza nei giorni stabiliti e ogni qualvolta venga richiesto. Una misura fortemente lesiva della libertà personale, derivata dal codice Rocco fascista ma più volte confermata peggiorativamente, e che può essere rinnovata dal tribunale che la impone.
La richiesta, avanzata dal Pubblico Ministero Emanuela Pedrotta, specializzata nella sistematica persecuzione della lotta No Tav e dei militanti politici torinesi, parte dall’ipotesi della pericolosità sociale dei cinque i quali, unendosi alle YPG e alle YPJ, le unità di protezione popolare impegnate nella lotta contro ISIS, avrebbero imparato l’uso delle armi. Una ricostruzione al tempo stesso sommaria e lapalissiana. Se da un lato è scontato che in una zona di guerra sia necessario difendere la popolazione civile con tutti i mezzi dalle formazioni terroristiche esattamente come fanno le YPG e le YPJ con un’ovvia funzione di protezione e non di pericolosità sociale è anche vero, come testimoniato dalle svariate corrispondenze e testimonianze degli stessi cinque, che non tutti si sono uniti alle formazioni militari e popolari ma hanno contribuito alla difesa del Rojava anche sostenendo e partecipando alle strutture civili della Federazione della Siria del Nord. Una generalizzazione pericolosa che sembra minare il diritto e dovere di cronaca di quanti raggiungono e vivono la realtà complessa delle zone di guerra, soprattutto in uno scenario altamente mistificato nei media occidentali come quello del conflitto siriano. Su questo portale abbiamo infatti con piacere ospitato le corrispondenze di alcuni dei cinque sull’andamento della resistenza popolare alle bande jihadiste nelle città di Afrin o Manbij. Un contributo meritorio, pressoché assente nel panorama informativo di questo paese, e che, come ripete in queste ore uno dei destinatari della richiesta della procura, “rifarei altre cento volte”.
Per il 23 gennaio alle ore 10 è stata fissata l’udienza della richiesta avanza dalla procura di Torino. Seguiranno aggiornamenti sulle mobilitazioni che si terranno da qui al 23 gennaio contro questo attacco e intimidazione che vorrebbe colpire chi lotta e sostiene la libertà delle popolazioni contro la tirannia dello Stato Islamico.
Solidarietà ai cinque, Biji YPG, Biji YPJ

lunedì 12 marzo 2018

Eddi: perché mi sono unita alle YPJ


Eddi, compagna di Torino in prima fila in tante lotte, da quelle No Tav a quelle studentesche, da alcuni mesi ha deciso di unirsi alle Ypj, le Unità di Difesa delle Donne nella Federazione della Siria del Nord. A novembre aveva scritto una lettera (letta in occasione della manifestazione nazionale di Non Una di Meno contro la violenza sulle donne) in cui annunciava la sua scelta e raccontava del protagonismo e della centralità delle donne all'interno della rivoluzione della Siria del Nord.
Di seguito  la lettera di Eddi.

Ciao a tutte e tutti,
vi scrivo dalla Siria del Nord, un luogo che seppur martoriato da anni di dittatura e guerra civile, grazie all’enorme sacrificio di tante e tanti è oggi una terra libera. Una terra libera e di libertà soprattutto per le donne, che sono l’avanguardia di questa rivoluzione.
Questo protagonismo poggia su una chiara presa di posizione ideologica: il ruolo delle donne nella società è centrale ma schiacciato da millenni di patriarcato, il loro sfruttamento è il più brutale e radicato; se si vuole una società libera bisogna che le donne siano libere. Devono poter sostenersi economicamente e politicamente, formarsi, sviluppare al massimo le proprie possibilità, ambire a qualunque desiderio, sentirsi ed essere sicure e forti. Che siano in grado proteggere se stesse, le persone e la terra che amano.
Questa teoria si è fatta pratica: collettivamente si sono organizzate per rispondere a ognuna di queste esigenze e ogni giorno si trova il modo per superare i nuovi ostacoli. Le loro organizzazioni sono autonome: sono le donne la soluzione ai problemi delle donne! Ma è laddove questi problemi nascono, nella società con le sue contraddizioni, che bisogna seminare, perché si radichi un cambiamento che costruisca un futuro libero dalla violenza patriarcale. È con la loro autonomia e i loro saperi che le donne fanno da traino e garanzia perché si viva tutte e tutti insieme una vita ibera e dignitosa. In questo solco sono nate le YPJ, Unità di Difesa delle Donne, ed è la convinzione che tutto ciò valga anche in casa nostra che mi ha spinto a scegliere di farne parte.
Le Ypj sono un corpo militare che ha saputo riportare straordinarie vittorie sul campo di battaglia; hanno liberato migliaia di persone dall’orrore dell’isis, le proteggono dal regime siriano, non hanno mai arretrato di fronte agli attacchi di uno stato fascista e patriarcale armato di arsenali come la Turchia... ma non solo... Sono anzitutto un’organizzazione rivoluzionaria che incarna e sviluppa un cambiamento profondo, sociale, politico e culturale. Voglio spiegare questo concetto raccontando quella che viene chiamata la ‘teoria della rosa’; ogni creatura vivente ha le sue forme di autodifesa. Una rosa coltiva la bellezza dei suoi petali grazie alle spine che la proteggono da ciò che la minaccia. Ogni donna è una rosa e può coltivare la propria bellezza solo grazie alle sue spine, alla sua difesa. Potersi difendere vuol dire avere delle basi culturali, filosofiche e sociali del tutto diverse da quelle su cui si fonda il patriarcato. La rivoluzione delle donne è la rivoluzione delle rose. Ogni fiore pianta radici che smuovono la terra su cui cresce e coltiva le spine che permetteranno il suo sbocciare rigoglioso.
Le nostre lotte quotidiane contro la violenza sociale e delle istituzioni hanno tanto da condividere con quello che accade in Siria. La libertà e i saperi conquistati dalle donne qui sono la nostra libertà e i nostri saperi. Come ogni nostro avanzamento è anche loro. Viviamo in contesti diversi, sì, come diverse sono le forme della violenza usata contro di noi, ma il nemico è lo stesso. Ovunque siamo, la nostra forza sta nell’organizzare la nostra rabbia, la nostra voglia di riscatto, cambiamento e uguaglianza. Ovunque c’è violenza c’è un modo per difendersi, insieme.
A ognuna le sue battaglie, per tutte la lotta e la vittoria!
Sempre al vostro fianco,
Eddi

In questo video spiega le ragioni che l'hanno portata a unirsi alle Ypg e l'importanza di sostenere anche da qui l'esperimento rivoluzionario del confederalismo democratico, soprattutto in queste settimane in cui si trova sotto violento attacco da parte della Turchia di Erdogan.



lunedì 6 marzo 2017

State attenti alle donne di Kobane!

State bene attenti alle donne di Kobane, dove i Curdi siriani stanno disperatamente combattendo l’ISIS/ISIL/Daesh. Stanno anche combattendo i piani traditori di USA, Turchia e del governo del Kurdistan iracheno. Chi vincerà?
Cominciamo parlando di Rojava. Il pieno significato di Rojava – le tre province più curde della Siria del nord – è racchiuso in questo editoriale pubblicato dall’attivista incarcerato Kenan Kirkaya. Egli sostiene che Rojava è la dimora di un “modello rivoluzionario” che sfida “l’egemonia del sistema capitalista di nazione-stato” – ben oltre il proprio “significato per i Curdi, i Siriani o per il Kurdistan” di stampo regionale.
Kobane – una regione agricola – si ritrova nell’epicentro di questo esperimento non-violento di democrazia, reso possibile da un accordo tra Damasco e Rojava (A Rojava il processo decisionale si sviluppa attraverso assemblee popolari – multiculturali e multireligiose. I tre maggiori funzionari di ogni municipalità sono un Curdo, un Arabo e un Cristiano Assiro o Armeno e almeno uno di questi deve essere una donna. Le minoranze non-curde hanno le proprie istituzioni e parlano le proprie lingue.
Tra una miriade di consigli di donne e di giovani, ci sono anche un esercito femminista la cui fama è in continua crescita, la milizia YJA Star (Unione delle Donne Femministe, con la stella a rappresentare la dea Mesopotamica Ishtar).
Il simbolismo non potrebbe essere più grafico, pensate alle tre forze di Ishtar (Mesopotamia) che combattono le forze dell’ISIS (tradotto Iside, dea dell’antico Egitto), ora rappresentate da un Califfato intollerante.
All’inizio del 21° secolo, è la barricata femminile di Kobane l’avanguardia della lotta al fascismo.

venerdì 24 febbraio 2017

Un anarchico torinese combatte l’ISIS in Siria

L’Antifascist Internationalist Tabur, il Battaglione Antifascista Internazionalista, si costituisce ufficialmente il 20 novembre dello scorso anno. La scelta della data non è casuale, perché coincide con l’ottantesimo anniversario della morte in combattimento dell’anarchico Buenaventura Durruti.
I miliziani internazionali, anche prima della nascita dell’AIT, hanno pagato un forte tributo di sangue. La morte, durante un bombardamento dell’aviazione turca, di Robin e Zana, un anarchico e un comunista, ci viene raccontata con emozione da P. P., un compagno anarchico torinese, dell’Antifa Tabur. “Il loro ricordo ci è stato di sprone nelle tre settimane di gennaio, passate sul fronte di Al Bab.”
P. P. combatte in Siraq – il territorio tra Siria e Iraq – conquistato dall’Isis, conteso dalle maggiori potenze mondiali, tra le quali le milizie del Rojava, ora Confederazione Democratica della Siria del Nord. I miliziani dell’AIT sostengono in armi la lotta della rivoluzione democratica, femminista, internazionalista e non capitalista che, pur tra mille difficoltà, non ultima quella di non farsi schiacciare da nemici ed “amici”, cerca di sopravvivere.
Alcuni dei membri di quella che diverrà l’AIT avevano partecipato alla durissima battaglia di Manbij. Oggi l’Antifa Tabur prende parte alla campagna per la presa di Raqqa. Il compagno ci racconta dei tanti arabi che si stanno unendo alle milizie del Rojava, dei villaggi abitati da popolazioni arabe, che li accolgono come liberatori. Ci parla dell’ingresso in un paese, dove una donna che si è tolta il velo, liberando i propri capelli, gli rivolge la parola per avere informazioni. Proprio a lui, uomo e straniero. Alle nostre latitudini può parere banale ma nella Siria sotto il dominio dell’Isis e del retaggio patriarcale mai sopito, non lo è affatto. È il segno di quanto i processi rivoluzionari possano accelerare percorsi di libertà in zone dove la sottomissione è ancora la norma cui sono sottoposte le vite delle donne. L’esempio delle milizie femminili, delle donne in armi, spezza l’immaginario e da forza a tutti e tutte.
Di seguito un documento dell’AIT sulla situazione in Siraq, fattoci pervenire da P.:


Rojava: una Rivoluzione in cammino tra ISIS e Turchia

La liberazione della città Taly Abihad/Gire Spi ha permesso la storica unione dei due cantoni di Kobane e Cizire, ha troncato la famigerata (ma non unica) autostrada della jihad tra gli allora alleati Turchia e ISIS ed ha contemporaneamente impresso una forte accelerazione alla rivoluzione del Rojava. Anche nel 2016, l’anno appena trascorso, molta e’ stata la strada percorsa dai popoli che abitano le terre del Nord della Siria. Il doppio binario sul quale si muove la Rivoluzione e’ costituito da un lato dall’unione con Efrin, il terzo cantone più occidentale del Rojava e dall’altro dall’attacco a Raqqa la capitale del sedicente Stato Islamico. Per quanto concerne il primo obbiettivo, la liberazione territoriale ha ormai superato le acque del fiume Eufrate con la sanguinosa battaglia di Mambij. Tutte le battaglie sono sanguinose per definizione ma il prezzo pagato dalle compagne e dai compagni è stato particolarmente alto.
Considerando tutti gli stati che si stanno combattendo direttamente o per procura nel Siraq (il territorio della Siria e dell’Iraq dal confine ormai polverizzato dalla guerra) quella che sta avvenendo in queste terre é de facto una micro Guerra mondiale con alleanze variabili. I nemici della Rivoluzione del Rojava non mancano ma sicuramente il più accanito si chiama Recep Tayp Erdogan, l’attuale presidente della Turchia.
La politica neo-ottomana della Turchia prevedeva l’espansione sia nel Nord dell’Iraq che nel Nord della Siria contestualmente all’eliminazione di Bashar Al Assad. Per questo progetto imperialista la Rivoluzione del Rojava a forte trazione curda è un incubo strategico: sia perché l’unione territoriale dei tre cantoni Efrin, Kobane e Cizire sigillerebbe il confine turco ponendo fine a qualunque obbiettivo siriano, sia perché il radicamento del confederalismo democratico rappresenta un temibile esempio ed una stabile sponda per i 15 milioni di curdi del Bakur, il Kurdistan turco. La campagna imperialista dello stato turco non sta dando buoni frutti: in Iraq la coalizione per l’assedio a Mosul ha fortemente osteggiato la forza militare turca e l’ha esautorata dall’operazione. Ora Erdogan grazie al suo utile alleato Masud Barzani, presidente del KRG (Kurdistan Regional Governament), il governo regionale del Kurdistan nell’Iraq del Nord, preme su Shengal ed i territori Yazidi cercando di piazzarsi sul confine orientale del Rojava tagliandone le uniche linee di approvvigionamento.
Nell’estate del 2016 con un grande tripudio di fanfare e tromboni e’ partita l’operazione “scudo dell’Eufrate” “per combattere i terroristi dell’ISIS ed i terroristi curdi dello YPJ/YPG”, secondo la propaganda del governo turco.
Mettendo piede in Siria l’esercito turco ha dato il via all’ avventura espansionistica di Erdogan, sancendo un cambio di posizionamento nello scacchiere delle nazioni che si stanno scontrando qui. La Turchia da alleata e sponsor sunnita dell’altrettanto sunnita ISIS e dalla guerra per procura è passata alla guerra in prima linea contro i Daesh (l’acronimo arabo per ISIS), gli amici di ieri.
I militari turchi, per contrastare l’unione territoriale della Confederazione Democratica della Siria del Nord, denominazione ufficiale della Rivoluzione del Rojava che rappresenta l’alleanza multietnica tra curdi, arabi, assiri, circassi, turkmeni, ecc., hanno prima ottenuto la città di Jarablus, tramite un accordo con l’ISIS e hanno bombardato e colpito duramente la popolazione del cantone di Efrin ed i villaggi intorno Manbiji, spingendosi poi velocemente a sud verso Aleppo, città cardine della Siria.
Non riuscendo ad ottenere risultati con l’FSA, (Free Siryan Army) l’esercito siriano libero, in realtà ormai milizie sotto il comando turco, è stato siglato un patto tra Russia e Turchia, leggi Vladimir Putin e Recep Erdogan. L’FSA e la Turchia hanno lasciato Aleppo ai governativi di Assad, presidente della Siria-filoiraniano ed ormai pedina della Russia, in cambio della completa libertà di azione su Al Bab, attualmente in mano all’ISIS. Al Bab è la città principale che separa ancora Efrin dagli altri due cantoni, per questo motivo l’avanzata delle forze democratiche della Siria si è per ora fermata a meno di 40 chilometri dall’unione. Le notizie che ci arrivano dal fronte di Al Bab raccontano di una battaglia senza sosta tra esercito turco ed Isis e di continui bombardamenti aerei e di artiglieria da terra ma, dopo più di un mese di scontri, le forze turche non sono ancora neanche riuscite a mettere piede nella città di Al Bab. Un’altro elemento non trascurabile nello scacchiere del Siraq è stato l’accordo siglato il dicembre scorso tra Russia Iran e Turchia per la spartizione della Siria. Tale accordo prevede una tregua tra le parti che sta sostanzialmente tenendo per la prima volta dai precedenti tentativi dell’ONU; rappresenta inoltre un anticipo per un futuro smembramento del territorio siriano. Da questo triplice accordo sono state escluse le forze rivoluzionarie del Rojava, equiparate all’ ISIS, e gli Stati Uniti d’America dopo il tramonto della gestione Obama ed a pochi giorni dall’ insediamento del neo presidente eletto Donald Trump (avvenuto il 20 gennaio). Cosa comporterà e quali ricadute avrà la nuova gestione a marchio repubblicano resta ancora un’incognita.
Per quanto riguarda il secondo obbiettivo della Rivoluzione confederale l’operazione Raqqa, denominata “Operazione Ira dell’Eufrate”, è partita nel novembre scorso. L’assedio della capitale Daesh con una manovra a tenaglia sta procedendo lentamente ma senza pause villaggio dopo villaggio. L’ultima postazione rilevante liberata è stata quella della cittadina e del castello di Jabar sul cosiddetto lago di Assad. Per quanto riguarda la Turchia non possiamo non ricordare la brutale repressione del popolo curdo nel Bakur e non solo e la sistematica soppressione di qualunque voce discordante nei confronti del capo di stato Erdogan. Sarebbe troppo riduttivo parlarne qui e per questo motivo rimandiamo ad un successivo apposito comunicato sull’argomento.
Mentre il coraggio ed il sacrificio delle Unità di Protezione del Popolo e delle Donne consolidano ed ampliano gli orizzonti della confederazione democratica della Siria del Nord, la società civile sta cambiando, rivoluzionando se stessa anche in tempo di guerra, grazie all’impegno portato avanti negli anni dalle compagne e dai compagni. Molta strada resta da percorrere ma il modello politico confederale, interetnico ed interreligioso, l’utilizzo non capitalistico delle risorse naturali e la Rivoluzione della donna, vera punta di diamante per recidere i lacci di una società patriarcale conservatrice di stampo tribale, rappresentano un patrimonio dell’umanità da difendere, se necessario, anche con le armi.
Ci siamo uniti a questa Rivoluzione in cammino per difendere e diffondere questi valori che crediamo universali.
Silav û rezen soresgeri.
A.I.T. -Antifascist Internationalist Tabur
Battaglione Antifascista Internazionalista”

domenica 8 marzo 2015

8 marzo a fianco della lotta delle donne curde

L‘8 marzo 2015, 104 anni dopo la proclamazione della Giornata Internazionale delle Donne, le donne di tutto il mondo combattono ancora contro il sistema di dominio patriarcale.
Gli attacchi contro le donne diventano sempre più profondi e si sviluppano in modo sistematico o strumentalizzato per alimentare/aumentare norme repressive e securitarie in ogni ambito dell’esistenza fino al femminicidio, che spesso non viene riconosciuto come tale.
La violenza sulle donne, l'eteronormatività, il sessismo, il razzismo, lo sfruttamento, le restrizioni sulla libertà di scelta e d autodeterminazione, l’isolamento sono i dispositivi attraverso cui lo stato padrone e patriarcale esercita il proprio controllo sulle nostre vite e contro cui ci vogliamo ribellare.
Le donne hanno oggi più che mai l’urgenza di costruire insieme la propria autodifesa.
È proprio questo che attualmente sta succedendo nel Rojava. Nei tre cantoni curdi dell’amministrazione autonoma nel nord della Siria, le Unità di Difesa delle Donne YPJ combattono per la liberazione delle donne e dell’intera società. Le YPJ conducono una lotta contro l'oppressione e il femminicidio a tutti i livelli.
La lotta delle donne curde non è solo una lotta militare contro IS, ma una lotta politica contro lo sfruttamento patriarcale e per la libertà, in questo momento neoliberista e neocoloniale.
Non limitano la loro lotta contro la violenza e l’oppressione sulle donne a una sola giornata, ma con la loro lotta trasformano ogni giorno nell'8 marzo.
Difendono la città. armate, combattono, preparano cibo per chi combatte, proteggono i bambini, li portano via dalla guerra. Hanno ogni età e sono l'esercito della donne dei peshmerga curdi, pronte a morire piuttosto che cadere nelle mani dei jihadisti dell'Is. All'Unità di Difesa del Popolo (Ypg) apparteneva anche la ragazza kamikaze, Arin Mirkan, che si è fatta saltare in aria vicino a una postazione dei miliziani dell'Is a est di Kobane, la città curda siriana al confine con la Turchia, uccidendo diversi jihadisti che da giorni cingono d'assedio l'enclave. La ragazza, terminate le munizioni, ha sacrificato la sua vita per non finire ostaggio dei miliziani del 'Califfato'. Avrebbe distrutto un mezzo blindato delle milizie islamiche e fatto circa una ventina di vittime.
E la 19enne Ceylan Ozalp, che il 3 ottobre scorso si è uccisa sparandosi alla testa quando aveva esaurito le munizioni, utilizzando la sua ultima pallottola contro se stessa.per non essere catturata.
Migliaia di donne - donne curde da Turchia, Iran, Iraq, Siria, Armenia, Russia e Europa ma anche donne internazionaliste del Medio Oriente e dai paesi Europei - partecipano attivamente a questo movimento come militanti. Hanno deciso di lottare contro una vita determinata dal sistema patriarcale e liberticida insieme a tante altre donne anche differenti da loro.
Il movimento delle donne curde è infatti consapevole che la libertà deve comprendere tutti gli aspetti della vita perché oppresso e marginalizzato in molte forme diverse: etnia, classe, genere. La liberazione delle donne è diventata perciò inscindibile momento della resistenza curda contro tutte le oppressioni e non sorprende che siano tante le donne a partecipare alle unità armate e alla gestione delle amministrazioni locali in tutta la regione, siano loro di provenienza araba, turca, armena e assira.
La forza contagiosa della lotta delle donne e del generale processo di rivoluzione sociale in Rojava viene oscurato e criminalizzato dal mondo occidentale a guida statunitense che continua a classificare il PKK come organizzazione terroristica, al pari dell'IS, svelando così la sua vera natura cioè la pretesa egemonica dell’occidente “civilizzato”.
Insieme alle donne kurde combattiamo tutti, donne euomini insieme, contro la guerra liberticida che arma sempre gli oppressori e impone con la sua ideologia il marchio itinerante di terrorista a chiunque si sottragga al disegno del sistema di sfruttamento globale impostoci.
Organizziamo la nostra resistenza popolare ovunque nel mondo. Liberiamoci insieme dal sistema di dominio patriarcale e liberticida.
In occasione dell‘8 marzo 2015 prendiamo coscienza degli attacchi contro le donne a Shengal, Mossul, Kirkuk, in Nigeria, a Gaza, in Ucraina e altrove considerandoli un femminicidio e facciamo vivere lo spirito di resistenza delle YPJ come difesa di tutte le donne in ogni luogo. Organizziamo la resistenza ovunque nel mondo le donne subiscano violenza. Diffondiamo insieme lo spirito di resistenza che ci unisce e ci rafforza contro ogni manifestazione del sistema di dominio patriarcale.

Per un 8 marzo di lotta e non di festa.

giovedì 6 novembre 2014

La crisi nelle Rojave



Possiamo fingere che non stia succedendo niente, eppure succede. Una delle uniche esperienze della storia delle donne è sotto minaccia di essere spazzata via. Non è una questione importante solo per il popolo curdo, ma lo è per tutti noi.
Le donne della Rojava e le donne curde combattenti hanno realizzato una rivoluzione per una possibile vita alternativa mettendoci tutte se stesse. E’ una vita alternativa non solo per le donne ma per tutte le minoranze, per tutte le etnie che possono vivere insieme in modo pacifico. Ed è un’alternativa al capitalismo ed al patriarcato.
L’ISIS sta massacrando tutte le minoranze come gli Yazidi, i Turcomanni, i Cristiani e molte altre ancora nel Medio Oriente. Solo un mese fa sono stati gli Yazidi di Sinjar ad essere massacrati. Insieme agli USA, alla Turchia e ad altre potenze, l’ISIS vuole soprattutto mettere fine a questa vita alternativa che queste donne hanno reso possibile.
Come tutti sappiamo, quando i nazisti portarono avanti il genocidio contro il popolo ebraico nei campi di concentramento, sebbene non tutto il mondo sapesse quello che stava accadendo nella Germania nazista, c’erano alcuni paesi che erano al corrente di tutto e che rimasero silenti per sanguinarie ragioni tattiche. Israele ha ucciso a migliaia i Palestinesi e l’ultima volta è stato il massacro di Gaza. Le potenze internazionali hanno condonato i crimini di guerra commessi da Israele in ragione di sanguinari calcoli tattici.
Negli anni ‘90 le potenze internazionali non fecero  nulla tranne fingere di fare qualcosa, quando l’esercito serbo violentava, uccideva e torturava le donne. Ed ora in Medio Oriente, l’ISIS sta portando avanti una macabra guerra di incommensurabile atrocità verso le donne. Le potenze internazionali fingono di fare qualcosa ma in realtà stanno solo aspettando che l’ISIS metta fine a questa vita alternativa nella Rojava voluta dalle donne curde. Queste potenze internazionali insieme alla Turchia stanno cercando di sacrificare Kobane per qualche ragione tattica, mentre la Turchia prosegue nel fornire sostegno diretto ai miliziani dell’ISIS.
La Turchia vuole fare della Rojava una regione cuscinetto evacuandola proprio come ha fatto Israele con la Palestina. Ironicamente, questi sono giorni di festa nel mondo musulmano, ma in realtà non c’è nulla da celebrare in queste dolorose circostanze.
In tutte le guerre sono sempre state le vite e le conquiste delle donne ad essere sacrificate per qualche regione tattica. Non possiamo permettere che la storia si ripeta ancora una volta. Dobbiamo  tutti difendere le donne curde della Rojava altrimenti la storia delle lotte delle donne non ce lo perdonerà mai. Le vite di queste donne hanno creato una vita alternativa nella Rojava senza curarsi degli Stati e dei potenti, queste vite devono essere anche la nostra vita, per noi che lottiamo per una vita migliore per uomini e donne.

venerdì 24 ottobre 2014

Kobane anche a Torino

Uomini, donne, tanti bambini. Tanta parte della comunità curda a Torino, quasi sempre invisibili, scambiati per turchi, nella eterna finzione kemalista che annulla la lingua e l’identità curda nella definizione annichilente di “turchi di montagna”, si è ritrovata in piazza Castello.
Nel trentesimo giorno dell’assedio di Kobane era arrivata un piccola buona notizia: la bandiera dell’Isis era stata strappata dalla collina conquistata dalle truppe del califfo.
Le frontiere con la Turchia sono serrate. Le truppe di Erdogan chiudono in una morsa il valico di Suruc, per impedire il passaggio di armi, aiuti, volontari.
Alcune centinaia di profughi, chiusi in uno stadio, sono stati gasati per aver protestato, ed una sessantina è stata deportata a Kobane, in zona di guerra.
In piazza Castello tanti sono gli slogan contro Erdogan e la chiusura delle frontiere. “Erdogan terrorista” è il più gettonato.
Lo striscione di apertura porta la scritta “Ovunque Kobane, ovunque resistenza”.
La lotta della piccola città che resiste è diventata un’urgenza per chiunque abbia a cuore la possibilità che l’esperimento libertario del Rojava ha aperto.
L’Isis, Daesh come la chiamano i curdi, non per caso vuole massacrare e ridurre in schiavitù gli abitanti.
Quello che è stato costruito a Kobane e nel Rojava è la dimostrazione che esiste una possibilità di creare relazioni politiche e, in parte, anche sociali, laiche, libertarie, solidali. Non è l’anarchia, ma certo non è poco.
In piazza colpisce la straordinaria serietà dei bambini che portano un cartello, fanno la V con le dita, salutano. Alcune bambine e ragazze portano uno striscione in solidarietà con le donne che combattono a Kobane, le YPJ.
Nei tanti interventi la consapevolezza che in quell’angolo a cavallo tra tante frontiere sta capitando qualcosa che ci riguarda tutti.

Il presidio si trasforma in corteo, attraversando la centralissima via Po per raggiungere la RAI, sostarvi a lungo e poi tornare in piazza per una danza collettiva, un affermazione di vita contro le armate feroci del califfo.