Proudhon è stato, in “Che cos’è la proprietà?”, il primo
a definirsi esplicitamente come un anarchico, ed il primo a conferire al concetto
di “anarchia” una connotazione positiva. Precedentemente, infatti, anarchico ed
anarchia erano termini utilizzati esclusivamente in accezione negativa, identificando
l’assenza di un principio di governo e di gerarchia (dal greco “anarchos”) con il
caos: Proudhon, invece, come abbiamo visto nelle scorse pagine, cerca di dimostrare
che la libertà può essere “madre dell’ordine”. Prima di lui c’erano già stati altri
pensatori che avevano esposto idee e valori che oggi inquadriamo all’interno dell’anarchismo,
in primis Godwin e Stirner: questi, però, non avevano mai definito se stessi come
anarchici. E’ stato Proudhon, quindi, colui che ha dato inizio all’anarchismo consapevole
di se stesso, gettando, con le sue teorie riguardanti l’autogestione ed il rifiuto
dello stato, le basi della filosofia e del movimento libertario. Questo ruolo di
pioniere gli è stato pienamente riconosciuto da due dei personaggi di maggior spicco
della storia dell’anarchia: Bakunin e Kropotkin. Il primo ha infatti affermato che
“Proudhon è il maestro di tutti noi”.Sia Bakunin che Kropotkin, quindi, sono stati
profondamente influenzati dalle teorie del pensatore francese, ma entrambi se ne
discostano per alcuni, significativi, aspetti. Sono due, i principali punti su cui
le idee bakuniane divergono da quelle proudhoniane: il modo in cui attuare il cambiamento,
ed il tipo di organizzazione economica da dare alla futura società anarchica. Per
quanto riguarda il primo punto, Bakunin si trova perfettamente d’accordo con Proudhon
quando afferma che “la rivoluzione deve necessariamente precedere la rivoluzione
esterna, anche perché questo mutamento radicale dell’uomo è il necessario presupposto
del successo di quella”: questa idea, ponendo come fondamentale il mutamento interno
ad ogni singolo individuo, contrasta fortemente con la teoria marxista di una rivoluzione
realizzata da una ristretta avanguardia a capo di una massa proletaria informe,
ed abbraccia quindi perfettamente quella concezione individualistica del mondo già
espressa da Proudhon. Bakunin, tuttavia, rifiuta, considerandola sostanzialmente
utopica, la teoria di Proudhon secondo la quale il passaggio dal capitalismo all’anarchia
debba avvenire in modo graduale e pacifico. Pur rendendosi perfettamente conto dei
mali connessi ad una rivoluzione violenta, giudica quest’ultima come l’unico mezzo
possibile per l’abbattimento dello stato: quest’ultimo, infatti, non farà mai harakiri
spontaneamente. “La distruzione è un passo necessario per ottenere quell’effetto
rigenerativo della società e dei singoli che la compongono che solo la rivoluzione
può produrre”. Il secondo punto di rottura, riguarda l’organizzazione da instaurare
con l’anarchia. Bakunin, pur conservando alcuni aspetti del mutualismo proudhoniano,
teorizza il collettivismo. “Bakunin e i collettivisti della fine del decennio 1860-70,
cercando di adattare le dottrine anarchiche a una società sempre più industrializzata,
sostituirono all’idea proudhoniana del possesso individuale l’idea del possesso
da parte di istituzioni volontarie, pur tenendo fermo il diritto del singolo lavoratore
di godere il frutto delle sue fatiche o l’equivalente di esso”. Con Bakunin, il
gruppo di lavoratori, la collettività, prende il posto del lavoratore singolo come
unità di base dell’organizzazione sociale: questa soluzione era ritenuta necessaria
se, dall’economia prevalentemente agricola ed artigiana che caratterizza il pensiero
di Proudhon, si passano ad affrontare i problemi di una società industriale. Bakunin,
tuttavia, resta vicino alle idee proudhoniane quando si oppone alla formula anarco-comunista
“da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, affermando
che si deve invece organizzare la produzione secondo quest’altro principio: “da
ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo quanto ha fatto”. Solo
in questo modo, infatti, secondo lui si può evitare che l’ozioso sfrutti il volenteroso
fermo restando la necessaria solidarietà da attuare nei confronti di coloro che
non hanno possibilità di lavorare.
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martedì 18 aprile 2023
Proudhon e Bakunin
sabato 11 marzo 2023
Bakunin e l’anarchismo russo - parte seconda
Il primo numero di Narodnoe Delo (La causa del popolo) scritto quasi per intero da Bakunin, nonché il suo Stato e anarchia ebbero un effetto enorme sulla gioventù russa. Stepniak afferma come «Bakunin ispirò i giovani rivoluzionari ai cui occhi gli scritti di Bakunin erano il simbolo della rivoluzione». Il conte Pahlen, il Ministro della Giustizia dello Zar, deplorò il fatto che «...gli scritti di Bakunin e Lavrov abbiano avuto un effetto rovinoso sui movimenti sovversivi in Russia...» incitando i giovani a «commettere crimini contro lo stato». Kropotkin ricorda come nel circolo Caikovsky al quale apparteneva «...i nostri giovani ascoltavano la potente voce di Bakunin, e l'agitazione dell'Internazionale ebbe un effetto avvincente su di noi...» (Memorie di un rivoluzionario). Bakunin influì decisamente sul movimento radicale russo. Sebbene durante la sua vita non sia nata nessuna organizzazione specificatamente bakuninista, egli «...ispirò uno spirito rivoluzionario in Russia... in Bakunin i populisti russi cercavano — e trovavano — non tanto una organizzazione, quanto piuttosto una concezione del mondo che ebbe un effetto profondo e duraturo sul movimento rivoluzionario nel suo insieme...». (Si veda il pionieristico Il populismo russo, di Franco Venturi).
Il pamphlet di Bakunin dal titolo Alcune parole ai miei giovani fratelli in Russia, che anticipava Ai giovani di Kropotkin, si rivolgeva agli intellettuali dell'alta e media borghesia incitandoli a vivere con il popolo e lottare insieme per la sua liberazione: «...per cui, miei giovani amici, abbandonate questo mondo che muore, queste università, queste accademie in cui ora siete rinchiusi e permanentemente separati dal popolo. UNITEVI AL POPOLO...». UNITEVI AL POPOLO! diventò la parola d'ordine del movimento Narodnik (populista). Vi è in effetti una rassomiglianza sorprendente tra le idee di Bakunin e le tendenze libertarie che emersero dal movimento populista. L'essenza del populismo (come indica il termine stesso) consiste nella fede costante nella capacità creativa e rivoluzionaria della gente "comune". In contrasto con Marx, i populisti sostenevano che la condizione primaria per un cambiamento sociale stava nella volontà dell'uomo e non già nel modo di produzione. Inoltre, il capitalismo non costituiva la precondizione progressiva indispensabile per la transizione al socialismo e lo stato non era la conseguenza bensì la causa dell'ineguaglianza e dell'oppressione «...sostenevano che era possibile evitare i mali del capitalismo, il dispotismo di un'economia centralizzata o di un governo centralizzato, adottando una struttura federale composta da unità di produttori e consumatori autogestite...». Il potenziale per una tale società esisteva di già nella comune contadina russa Mir, una federazione di comuni autogestite che si basavano sul pensiero del socialista-anarchico francese Proudhon».
mercoledì 8 marzo 2023
Bakunin e l’anarchismo russo - parte prima
L'anarchismo russo - sintesi del comunalismo e del sindacalismo - trasse il proprio orientamento dalle idee di Bakunin. Le comuni rurali furono considerate idonee per far fronte al problema di rivoluzionare l'economia contadina in un paese dove i contadini oppressi e scontenti costituivano, all'epoca di Bakunin, lo strato più vasto della popolazione. Le comuni urbane (talvolta denominate “città libere”) insieme ai sindacati industriali furono considerati come gli organi più adatti per occuparsi dei problemi derivanti dal processo di industrializzazione della Russia, avvenuto verso la fine del diciannovesimo secolo, problemi che divennero ancora più complessi con l'emergere di una nuova classe proletaria priva di radici. Il coordinamento dell'economia doveva essere raggiunto attraverso un sistema comunicante di federazioni - locali, distrettuali, regionali e nazionali - di comuni e sindacati. Kropotkin si considerava un discepolo di Bakunin: «...gli aspetti teoretici dell'anarchismo nella forma in cui cominciavano ad essere espressi nella Federazione del Jura - in modo particolare la critica bakuniniana del socialismo di stato, il timore del dispotismo economico, mi colpirono profondamente... ». Nella sua opera La scienza moderna e l'anarchia, Kropotkin affermò inoltre che «...in una serie di brillanti trattati Bakunin formulò quelli che furono i principi fondamentali dell'anarchismo...». In linea di massima l'anarchismo di Kropotkin, come anche quello di Bakunin, univa il comunalismo (Kropotkin ebbe a dire che Bakunin era "sostanzialmente comunista") ed il sindacalismo («...comuni indipendenti per l'organizzazione territoriale e federazioni dei sindacati a seconda delle loro funzioni...») integrati da associazioni volontarie di ogni genere, per l'organizzazione economica.
Il programma dell'anarco-sindacalismo russo comprendeva dunque sia le idee di Bakunin che quelle di Kropotkin. Tutta la letteratura anarco-sindacalista nonché la dichiarazione di principi dell'Internazionale Anarco-Sindacalista tenutasi a Berlino nel 1922 pongono in rilievo tale fatto. Le idee di Bakunin penetrarono in Russia attraverso gli esuli (perlopiù in Svizzera) che si tenevano in stretto contatto con il movimento rivoluzionario clandestino. In Svizzera i profughi russi - che aderirono alla sezione russa dell'Internazionale . stampavano e distribuivano (tramite il movimento clandestino) la letteratura propagandistica anarchica quale, ad esempio Stato ed anarchia di Bakunin, Lo sviluppo storico dell'Internazionale, L'anarchismo secondo Proudhon, ecc. A dimostrazione dell'alta stima di cui godeva Bakunin, una dichiarazione, in cui si protestava per la diffamazione di Bakunin da parte di Marx, affermava: «...per quanto concerne la Russia, possiamo rassicurare il signor Marx che il nome di Bakunin è troppo noto e stimato per poter essere toccato da calunnie... ». La protesta recava le firme dei noti e stimati rivoluzionari russi V. Ozerov, N. Ogarèv, B. Zaitsev, Armand Ross (M. Sagin), Z. Ralli, A. Oelnitz e V. Smirnov.
mercoledì 1 febbraio 2023
Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte terza
Ma anche gli zar muoiono. Quando Nicola I scompare, nel
In effetti, egli
non aveva vissuto, come i
rivoluzionari occidentali, la reazione internazionale degli anni 1850-1860. Essa aveva prostrato gli esuli di Londra, mentre
negli occhi di Bakunin erano rimaste le rivolte del fiammeggiante biennio 1848-1849.
Non appena era scoppiata l'insurrezione polacca (1863), egli era stato in grado
di organizzare una legione russa (per l'ostilità di vari elementi non poté portare
a termine l'impresa). Sono gli anni in cui la polemica con Marx per la guida dell'Internazionale
sta emergendo ma non è ancora scoppiata. Bakunin accorre in Svezia, Italia e Svizzera,
ovunque una causa rivoluzionaria si profili. Ma è nell'Italia meridionale che il
suo cuore ardente trova un ambiente congeniale. E ormai maturato dai giorni in cui
aveva voluto soccorrere i polacchi pur di mettere in imbarazzo la Russia (i polacchi
nazionalisti sono altrettanto reazionari dello zar). Ora Bakunin è convinto che
la rivoluzione deve essere sociale, e che per essere sociale deve essere internazionale.
Nel 1867 fa inserire nel programma per gli «Stati Uniti d'Europa» della Lega per la Pace e la Libertà
(organizzazione di intellettuali borghesi che cerca di strumentalizzare) un paragrafo
a sostegno della liberazione delle classi operaie e per l'eliminazione della condizione sociale più
sfruttata e emarginata: il proletariato.
giovedì 26 gennaio 2023
Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte seconda
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| Carcere Pietroburgo |
Il trattamento che ricevette qui avrebbe distrutto una
fibra meno solida della sua. Gli vennero negati
ogni assistenza legale e il permesso di scrivere e ricevere lettere. Poteva
disporre soltanto di mezz'ora di “aria” al giorno, durante la quale passeggiava
su e giù per il corridoio guardato a vista da sei uomini armati di fucile. Non poteva
neppure raggiungere il cortile per l'aria, perché le autorità temevano che con la
sua oratoria ormai leggendaria egli potesse
convincere gli animi e suscitare sommosse. Ma neppure queste inumane persecuzioni
tranquillizzano le autorità. Dopo nove mesi di questo trattamento si sparge la voce
che gli amici del rivoluzionario hanno un piano per liberarlo. Di conseguenza Bakunin
viene trasferito alla fortezza di Olmiitz e incatenato al muro. Due mesi dopo, un
tribunale militare Io condanna per alto tradimento. Ancora una volta il potere cerca
di disfarsi di Mikhail Bakunin: la condanna è all'impiccagione. Ma ancora una volta
avviene qualcosa che rimanda l'appuntamento
con la morte. Bakunin era un ufficiale russo: e lo zar lo richiese perché voleva
ammazzarlo lui. Gli austriaci lo accompagnarono alla frontiera e lo consegnarono ai russi, che lo caricarono di catene
ancora più pesanti. L'eroe giovanile e romantico si avvia a diventare un martire.
Lo zar lo fece rinchiudere nella fortezza Pietro e Paolo di Pietrogrado, e la tortura
gli estorse una di quelle «confessioni» di cui sono specialiste le polizie segrete
e di cui il potere si serve per umiliare gli avversari politici. Verso il 1840,
Bakunin aveva scoperto il socialismo e l'anarchismo francesi, all'incirca un paio
d'anni prima di Marx; e come Marx, a contatto delle idee francesi aveva ripudiato
l'ideologia tedesca. Ora vuole «la Chiesa universale e autenticamente democratica
della libertà», paradigma dell'aspirazione
rivoluzionaria del suo secolo. Ma dopo l'isolamento, la catena, la tortura, la galera,
tutto ciò, insomma, che gli ha fatto cadere i capelli e i denti, ha un solo problema:
riacquistare la libertà personale per continuare la lotta. Non vuole più marcire
nell'umida gabbia che non gli consente neppure di stare diritto in piedi. La sua
confessione allo zar Nicola I ha dunque un carattere strumentale: ingannare il tiranno,
uscire di galera. Ma Bakunin non è un uomo capace di mentire: in lui anche il calcolo,
il cinismo politico si colorano di una patetica vena di autenticità, come quando
ammette che aveva potuto credere alla rivoluzione finale «solo con uno sforzo sovrannaturale
e doloroso, soffocando a forza la voce intima
che mi sussurrava l'assurdità delle mie speranze».
«Ora auspico una dittatura illuminata ma
impietosa, esercitata per il popolo».
Davanti allo zar
Bakunin evoca il sogno di un impero slavo rivoluzionario. Il tono è ossequiente
in modo palese, ostentato. Ma si tratta solo di doppio gioco per ingannare lo zar
e riavere quella libertà che serve al rivoluzionario per ordire la caduta dello
zarismo? Questa è la molla contingente e forse la fondamentale, ma Bakunin è un
russo, e i suoi modelli politici sono quelli panslavi ereditati dalla tradizione,
e rafforzati dalla forza di convincimento della galera e della tortura. Quando la
sorella più amata andò a trovarlo, Bakunin le fece passare un biglietto disperato: «Non potrai mai capire che
cosa significa sentirsi sepolto vivo, dire a se stesso a ogni momento del giorno e della notte: sono uno
schiavo, sono annientato, ridotto all'impotenza a vita, udire nella propria cella
i prodromi della prossima lotta che deciderà gli interessi più vitali del genere
umano ed essere forzato a rimanere inattivo e silenzioso, essere ricco di idee,
alcune delle quali, almeno, potrebbero essere belle, e non poterne attuare nemmeno
una; sentire l'amore in petto, si, l'amore, a dispetto della pietrificazione esteriore,
e non poterlo spendere per niente e per nessuno, sentirsi pieno di devozione e di
eroismo verso una causa sacra e vedere il proprio entusiasmo che s'infrange contro
quattro mura nude, uniche mie confidenti». Il doppio gioco, le suppliche della famiglia
Bakunin non servirono. Lo zar aveva deciso: il rivoluzionario doveva morire.
lunedì 23 gennaio 2023
Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte prima
Mikhail Bakunin era nato l’8 maggio
Era stato
ufficiale di artiglieria in Russia, e sapeva come si conduce all'attacco una colonna
e si organizza una difesa.Con la sua corporatura imponente,
con la sua parola appassionatamente popolare, fa pensare a un “bandito” patriota
come Garibaldi. Bakunin però non diventò un patriota russo, un eroe nazional-popolare,ma
portò l'idea stessa della rivoluzione internazionalista in tutto il mondo. Partecipò alle giornate di febbraio, nel
1848, con la Guardia Nazionale Operaia di Parigi, all'insurrezione di Praga, di Dresda. In quest'ultima città fu in
pratica l'unico che nel 1849 seppe organizzare
la resistenza, e che si batte fino all'ultimo, anche se non aveva un grande interesse
a questa rivolta cui aveva aderito dietro sollecitazione del musicista Richard Wagner,
allora direttore dell'Opera di Dresda. Arrestato dai prussiani e condannato a otto
anni di carcere, dopo tredici mesi passati in prigione a Dresda e nella fortezza
di Kongstein, una notte lo trascinarono fuori dalla cella per decapitarlo: a sua
insaputa era stato condannato a morte. All'ultimo momento la pena venne commutata nell'ergastolo, ma fu consegnato
all'Austria che ne aveva chiesto l'estradizione onde processarlo per la rivolta
di Praga. Conclusione: Bakunin venne rinchiuso nella cittadella di Hradcin, dopo
essere stato consegnato a Praga come prigioniero di guerra.
martedì 10 gennaio 2023
La rivoluzione di Michael Bakunin
L'obiettivo della rivoluzione è l'estirpazione del
principio di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso religioso,
metafisico e dottrinario alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario alla
maniera giacobina, perché non ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa,
monarchia, Stato costituzionale, repubblica borghese, oppure dittatura
rivoluzionaria.
La rivoluzione ha come scopo la radicale
dissoluzione di tutte le organizzazioni, e istituzioni religiose, politiche,
economiche attualmente esistenti, in modo tale che non rimanga pietra su
pietra, in Europa e nel resto del mondo, del presente ordine di cose fondato
sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul dominio.
Bakunin intende la rivoluzione come un rivolgimento
radicale, come la sostituzione di tutte senza eccezione le forme della vita
europea contemporanea con altre nuove, completamente opposte.
Bakunin vuole distruggere tutti gli Stati e tutte le
Chiese, con tutte le loro istituzioni e le loro leggi religiose, politiche,
finanziarie, giuridiche, poliziesche, educative, economiche e sociali, cosicché
milioni di esseri umani ingannati, tenuti in servitù, torturati, sfruttati,
possano respirare in completa libertà.
Ponendo l'esclusione assoluta di ogni principio di
autorità e di ragione di Stato, Bakunin mira per conseguenza alla abolizione
delle classi, dei ceti, dei privilegi e di ogni specie di distinzione» e
quindi, ancora una volta, all' abolizione,alla dissoluzione e alla bancarotta
morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato tutelare, trascendente,
centralista, doppione e alter ego della Chiesa.
venerdì 14 ottobre 2022
Bakunin e la rivoluzione del Febbraio 1848 a Parigi
La rivoluzione di
Febbraio scoppiò. Non appena seppi che ci si batteva a Parigi, mi feci prestare,
per far fronte ad ogni evenienza, un passaporto da una persona di mia conoscenza
e mi misi in viaggio per Parigi. Ma il passaporto non serviva: «La Repubblica è
proclamata a Parigi», tali furono le prime parole che abbiamo sentito alla frontiera.
A questa notizia, sentii come un brivido; arrivai a piedi a Valenciennes, essendo
stata distrutta la ferrovia; ovunque la folla, delle grida d'entusiasmo, bandiere rosse in tutte le strade, in tutte le
piazze e su tutti gli edifici pubblici. Fui costretto a fare un lungo giro, essendo
la ferrovia impraticabile in molti punti, ed arrivai a Parigi il 26 febbraio, tre
giorni dopo la proclamazione della Repubblica. Già lungo il mio cammino tutto mi
entusiasmava. Questa città enorme, il centro della cultura europea, era improvvisamente
diventata un Caucaso selvaggio: in ogni strada, quasi ovunque, delle barricate erette
come montagne e che giungevano fino ai tetti; su queste barricate, tra i sassi ed
i mobili ammucchiati, come dei Georgiani nelle loro gole, operai con divise pittoresche,
neri di polvere e armati fino ai denti; dei grossi bottegai con la faccia inebetita
dallo spavento, guardavano paurosamente dalle finestre; nelle strade, sui viali,
non una sola vettura; scomparsi, tutti i vecchi mascalzoni, tutti gli odiosi damerini
con l'occhialetto e la bacchetta e, al loro posto, i miei nobili operai, le masse
entusiaste e trionfanti che brandivano le bandiere rosse, cantando canzoni patriottiche,
inebriati dalla loro vittoria! 
Ed in mezzo a questa gioia senza limiti, a questa ebbrezza, tutti erano talmente dolci, umani, compassionevoli, onesti, modesti, educati, amabili e spirituali, che simili cose si possono vedere solo in Francia, anzi solo a Parigi. Successivamente, per più di una settimana, abitai con degli operai la caserma della rue de Tournon, a due passi dal Palazzo del Lussemburgo; questa caserma, prima riservata alla guardia municipale, era diventata allora, come molte altre, una fortezza repubblicana che serviva da accantonamento all'armata di Caussidière. Ero stato invitato a sistemarmi là da un mio amico democratico che comandava un distaccamento di cinquecento operai. Ebbi dunque così l'occasione di vedere gli operai e di studiarli dal mattino alla sera. Mai e da nessuna parte, in alcun'altra classe sociale, ho trovata tanta nobile abnegazione, né tanta onestà veramente commovente, tanta delicatezza di modi e tanta amabile allegria unita ad un simile eroismo, se non in questa gente semplice, senza cultura, che è sempre valsa e che varrà sempre mille volte di più dei suoi capi! Questo mese passato a Parigi fu un mese di ebbrezza per l'anima. Non ero io solo l'ebbro, ma lo erano tutti: gli uni per la folle paura, gli altri per la folle estasi, fatta di speranze insensate. Mi alzavo alle cinque o alle quattro del mattino, mi coricavo alle due, rimanendo in piedi tutto il giorno, andando a tutte le assemblee, riunioni, circoli, cortei, passeggiate o dimostrazioni; in una parola, aspiravo con tutti i miei sensi e con tutti i miei pori l'ebbrezza dell'atmosfera rivoluzionaria. Era una festa senza inizio e senza fine; vedevo tutti e non vedevo nessuno, in quanto ogni individuo si perdeva nella stessa folla innumerevole ed errante; parlavo a tutti senza ricordarmi né le mie parole né quelle degli altri, poiché l'attenzione era assorbita ad ogni passo da fatti e da oggetti nuovi, da notizie inattese.
mercoledì 5 ottobre 2022
Gli ultimi anni di Michail Bakunin
Il 1° settembre 1873 si apriva a Ginevra il sesto congresso
generale dell'Internazionale: le Federazioni del Belgio, dell'Olanda, dell'Italia,
della Spagna, della Francia, dell'Inghilterra, e del Giura svizzero vi erano rappresentate;
i socialisti lassalliani di Berlino avevano mandato un telegramma di simpatia firmato
da Hasenclever e Hasselmann. Il congresso
si occupò della revisione degli statuti dell'Internazionale; pronunciò la soppressione
del Consiglio generale, e fece dell'Internazionale una libera federazione che non
aveva più alla sua testa alcuna autorità dirigente: «Le Federazioni e Sezioni che
compongono l'Associazione, dicono i nuovi statuti (articolo 3), conservano la loro
completa autonomia, cioè il diritto di organizzarsi secondo la loro volontà, di
amministrare i loro affari senza alcuna ingerenza esterna, e di decidere essi stessi
la via che intendono seguire per giungere
all'emancipazione del lavoro». Bakunin era affaticato da una lunga vita di lotte;
la prigione lo aveva fatto invecchiare prima del tempo, la sua salute era seriamente
scossa, ed egli aspirava ora al riposo ed alla solitudine. Quando vide l'Internazionale
riorganizzata con il trionfo del principio di libera federazione, pensò che era
giunto il momento in cui poteva congedarsi dai suoi compagni, ed indirizzò ai membri
della Federazione giurassiana una lettera (pubblicata il 12 ottobre 1873) per pregarli di voler accettare le sue dimissioni
da membro della Federazione giurassiana e da membro dell'Internazionale, aggiungendo:
«Non mi sento più le forze necessarie per la lotta: non saprei dunque essere nel campo del proletariato che un ostacolo,
non un aiuto. Mi ritiro dunque, cari compagni, pieno di riconoscenza per voi e di
simpatia per la vostra grande e santa causa, la causa dell'umanità. Continuerò a
seguire con fraterna ansietà ogni vostro passo, e saluterò con gioia ogni vostro nuovo
trionfo. Fino alla morte, sarò dei vostri». Non aveva più che neppure tre anni di
vita. Il suo amico, il rivoluzionario italiano Carlo Cafiero, gli diede ospitalità in una villa che
aveva acquistato vicino a Locarno. Là, Bakunin visse fino alla metà del 1874, esclusivamente
assorbito, sembrava, da questo nuovo genere di vita, nel quale trovava infine la
tranquillità, la sicurezza ed un benessere relativo. Tuttavia, egli non aveva cessato
di considerarsi un soldato della Rivoluzione; i suoi amici italiani avevano preparato
un movimento insurrezionale, ed egli si recò quindi a Bologna (luglio 1874) per
prendervi parte: ma il movimento, mal organizzato, finì male, e Bakunin dovette
ritornare in Svizzera, travestito. Bakunin non era più, nel 1875, che l'ombra di
se stesso. Nel giugno 1876, nella speranza di trovare qualche sollievo ai suoi mali,
lasciò Lugano per recarsi a Berna; arrivandovi, il 14 giugno, disse al suo amico
il dottor Adolf Vogt: «Vengo qui perché tu mi rimetta in sesto, o per morirci».
Spirò il 10 luglio, a mezzogiorno.
martedì 4 ottobre 2022
Chi sono io? – Michail Bakunin
Io non sono né un
sapiente, né un filosofo, neppure uno scrittore di professione. Ho scritto molto
poco nella mia vita e non l'ho mai fatto, per così dire, che a malincuore, e soltanto
quando un'appassionata convinzione mi forzava a vincere la mia ripugnanza istintiva verso qualsiasi esibizione del mio io in pubblico. Chi sono io
dunque, e cos'è che mi spinge ora a pubblicare questo lavoro? Io sono un cercatore
appassionato della verità e un nemico non meno accanito delle malefiche funzioni
di cui il partito dell'ordine, questo rappresentante ufficiale, privilegiato ed
interessato a tutte le turpitudini religiose, metafisiche, politiche, giuridiche, economiche e sociali, presenti e passate,
pretende di servirsi ancora oggi per istupidire ed asservire il mondo. Io sono un amante fanatico della libertà, considerandola come l'unico mezzo in seno al quale possono svilupparsi e crescere
l'intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; non di questa libertà tutta
formale, concessa, misurata e sottoposta
a regolamento dallo Stato, menzogna eterna e che in realtà non rappresenta mai nient'altro all'infuori
del privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù di tutti; non di questa libertà individualista, egoista, meschina
e fittizia vantata dalla scuola di Rousseau, come da tutte le altre scuole del liberalismo
borghese, e che considera quello che essa dice diritto di tutti, rappresentato dallo
Stato, come il limite del diritto di ognuno,
ciò che tende necessariamente e sempre alla riduzione a zero del diritto di ognuno.
No, io intendo la sola libertà che sia veramente degna di tale nome, la libertà
che consiste nel pieno sviluppo di tutte le potenze materiali, intellettuali e morali
le quali si trovano allo stato di facoltà latenti in ognuno; la libertà che non
riconosce altre restrizioni all'infuori di quelle che ci sono tracciate dalle leggi
della nostra stessa natura; in guisa che propriamente parlando non vi sono restrizioni,
poiché tali leggi non ci sono imposte da qualche legislatore dal di fuori, il quale si trovi sia
accanto, sia al di sopra di noi; esse ci sono immanenti, inerenti e costituiscono
la base stessa di tutto il nostro essere, tanto materiale che intellettuale e morale;
invece dunque di trovare in esse un limite, noi dobbiamo considerarle come le condizioni
reali e come la ragione effettiva della nostra libertà. Io intendo questa libertà
di ciascuno, che lungi dall'arrestarsi come di fronte a un limite innanzi alla libertà
altrui, vi trova al contrario la sua conferma e la sua estensione all'infinito;
la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti, la libertà per
la solidarietà, la libertà nell'uguaglianza; la libertà trionfante sulla forza brutale
e sul principio di autorità che non fu mai nient'altro che l'espressione ideale
di tale forza; la libertà, che dopo aver
abbattuto tutti gli idoli celesti e terrestri, fonderà e organizzerà un mondo nuovo,
quello dell'umanità solidale, sulle rovine di tutte le Chiese e di tutti gli Stati. Io sono un partigiano
convinto dell'uguaglianza economica e sociale, perché so che al di fuori di tale
uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità delle nazioni non saranno mai nient'altro che menzogne. Ma, pur
essendo partigiano della libertà, questa condizione primaria dell'umanità, io penso
che l'uguaglianza si debba stabilire nel mondo attraverso l'organizzazione spontanea
del lavoro e della proprietà collettiva delle associazioni produttrici liberamente
organizzate e federate nelle comuni e attraverso la federazione anch'essa spontanea
delle comuni, ma non tramite l'azione suprema e tutelare dello Stato.
martedì 5 luglio 2022
Lo Stato il Capitale e la Rivoluzione
La dottrina dello Stato di Bakunin è ciò che differenzia,
fin dalla loro formazione, le due correnti del socialismo ottocentesco e novecentesco.
Lo Stato, per definizione di ambedue le fazioni, rappresenta quell'insieme di organi
polizieschi, militari, finanziari ed ecclesiastici che permettono alla classe dominante
(la borghesia) di rimanere in possesso dei suoi privilegi. La differenza si presenta
però nell'utilizzo dello Stato durante il periodo rivoluzionario. Per i marxisti,
infatti, si sarebbe dovuta presentare una situazione in cui lo Stato sarebbe stato
arma in mano al proletariato per eliminare la controrivoluzione. Solo allora, con
la dissoluzione dell'apparato statale si sarebbe passati all'assenza di classi.
La posizione di Bakunin (e, con lui, di tutti gli anarchici) è che lo Stato, strumento
prettamente in mano alla borghesia, non può essere usato che contro il proletariato:
dato che l'intera classe sfruttata non può amministrare l'infrastruttura statale,
ci vorrà una classe burocratica che lo amministri. Bakunin temeva l'inevitabile
formazione di una "burocrazia rossa", padrona dello Stato e nuova dominatrice.
L'ugualianza e quindi la libertà, secondo il pensatore Russo, non possono esistere
nella società marxista. Lo Stato va quindi abbattuto in fase rivoluzionaria. Se
lo Stato è l'aspetto politico dello sfruttamento della borghesia, il Capitale ne
è quello economico. Qui le differenze del marxismo sono inesistenti (basti pensare
che il primo libro de Il Capitale fu tradotto in Russo proprio da Bakunin). La differenza
tra la concezione marxiana e quella bakuniana del Capitale, è che per Bakunin questo
non è elemento fondante dello sfruttamento. Anche se non esplicitato, nella sua
opera non viene fatto riferimento alcuno alla concezione materialistica della storia
(che prevede l'aspetto economico della società come basilare per l'analisi della
stessa). Un aspetto importante del pensiero di Bakunin è l'azione rivoluzionaria.
Bakunin ha perseguito per tutta la vita questo scopo e, in alcune parti della sua
opera, sono rintracciabili le linee guida della concezione rivoluzionaria del pensatore
russo. In primo luogo la rivoluzione deve essere essenzialmente popolare: il senso
di questa affermazione va ricercato ancora nel contrasto con Marx. I comunisti credevano
in un'avanguardia che dovesse guidare le masse popolari attraverso il cammino rivoluzionario.
Bakunin invece prevedeva una società segreta che avrebbe dovuto solamente sobillare
la rivolta, la quale poi si sarebbe auto-organizzata dal basso. Altra differenza
con il marxismo è l'identificazione del soggetto rivoluzionario. Se Marx vedeva
nel proletariato industriale spina dorsale della rivoluzione (mettendolo in contrapposizione
con una classe agricola reazionaria), Bakunin credeva nell'unione tra il ceto contadino
e il proletariato l'unica possibilità rivoluzionaria. Marx, in alcuni suoi scritti,
non nega la possibilità che il trionfo del proletariato possa giungere senza spargimenti
di sangue. Bakunin è invece categorico su questo punto: la rivoluzione, essendo
spontanea e popolare, non può essere altro che violenta.
domenica 31 ottobre 2021
La parola Autorità
Questa
non deve arrivare che dalla ragione. Diventa abusiva se imposta, in qualsiasi maniera
lo sia. Politica, legiferante, autoritaria, è la nemica. "Bisogna pensare che
io respiro ogni autorità? lungi da me una simile idea. Se si tratta di stivali,
mi adeguo all'autorità del calzolaio, per ogni scienza speciale mi rivolgo all'uno
o all'altro scienziato. Ma non mi lascio imporre né dal calzolaio, né l'architetto,
né lo scienziato. Li ascolto liberamente e con tutto il rispetto che la loro intelligenza
merita, che merita il loro carattere, la loro scienza, riserbandomi però il mio
incontestabile diritto di critica e di controllo. Non mi accontento di consultare
una sola autorità specialista, ne consulto diverse; paragono le loro opinioni e
scelgo quella che mi sembra la più giusta. Non mi fido di nessuno in maniera assoluta.
Questa fiducia sarebbe fatale alla mia ragione, alla mia libertà, allo stesso successo
della mia opera. Non penso che la società debba maltrattare le persone di genio
come ha fatto finora. Ma non penso neppure che li debba ingrassare troppo, né accordare
loro, soprattutto, dei privilegi o dei diritti esclusivi di qualunque tipo."
sabato 16 ottobre 2021
Due parole sulla libertà
Da quando è
cominciata la pandemia da coronavirus non si fa altro che sentire parlare di
libertà. Fin dal “lontano” marzo 2020: sacrificare la libertà in nome del bene
più grande, far diminuire i contagi a costo di rinunciare alla libertà,
limitazioni alla libertà di movimento e spostamento… insomma, la parola libertà
ci è stata propinata in tutte le salse e in tutte le forme. In occasione della
campagna di vaccinazione e di quell’aberrazione etica che è l’introduzione del
“green pass“ il tema della libertà è diventato prassi del discorso politico,
rivendicazione di partito, retorica demagogica. Non è ozioso dunque tentare un
piccolo esercizio filosofico sul concetto di libertà.
Il concetto di libertà
ha radici antiche quanto il mondo, tuttavia per quanto riguarda la sua
accezione moderna possiamo identificare abbastanza agevolmente una data di
nascita: il 1789. Si tratta di una data simbolica certo ma ci permette di
indicare un prima e un dopo: a partire da quella data la libertà diventa un
concetto fondante della nascente era borghese del mondo, faceva irruzione nella
vita politica e ne determinava le scelte, usciva dai libri di filosofia per
diventare parte integrante e fondamentale della complessa compagine sociale del
mondo contemporaneo che vedeva la luce.
Marx, ne La Questione Ebraica, attacca punto per punto i capisaldi della Rivoluzione Francese. In merito alla libertà scrive: “La libertà è dunque il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che non nuoce ad altri. Il confine entro il quale ciascuno può muoversi senza recare danno altrui, è stabilito per mezzo della legge, come il limite tra due campi è stabilito per mezzo di un cippo. Si tratta della libertà dell’uomo in quanto monade isolata e ripiegata su se stessa. (...) Ma il diritto dell’uomo alla libertà si basa non sul legame dell’uomo con l’uomo, ma piuttosto sull’isolamento dell’uomo dall’uomo. Esso è il diritto a tale isolamento, il diritto dell’individuo limitato, limitato a se stesso”. Innanzi tutto è interessante soffermarsi sull’inversione che opera Marx in relazione al concetto di libertà, egli ponendo l’accento sul concetto di limite mette in evidenza ciò che la libertà divide, piuttosto che ciò che essa unisce. E continua: ”La libertà individuale, come l’utilizzazione della medesima, costituisce il fondamento della società civile. Essa lascia che ogni uomo trovi nell’altro uomo non già la realizzazione, ma piuttosto il limite della sua libertà”.
In questo
contesto sembrerebbe, dunque, che la libertà sia in realtà un qualcosa da cui
guardarsi, un qualcosa che opererebbe come disgregante della società e come
impulso alle spinte egoistiche ed individualistiche dell’uomo. E se si pensa al
funzionamento intrinseco delle società capitalistiche non dovrebbe stupire
molto questa conclusione: il concetto borghese di libertà sembrerebbe una giustificazione
dell’egoismo, della prevaricazione, della competitività sociale e, in ultima
istanza, una giustificazione della diseguaglianza.
Torniamo
rapidamente a guardare la situazione attuale. Quali sono i partiti che, più
assiduamente, si appellano alla libertà, criticando l’adozione del green pass,
così come, in passato, le misure del contenimento dell’epidemia? Sono i partiti
di destra che, seppur a forte tendenza conservatrice, come tutta la destra
moderna sono intrisi di ideologia liberale.
La libertà del
liberalismo classico, oggi appannaggio delle destre, è ben altra cosa dalla libertà
reale e concreta dell’uomo. Come realizzare questa libertà è la più grande
sfida che ogni vera forza rivoluzionaria e trasformatrice si trova ad
affrontare.
Più di 150 anni fa,
due pensatori anarchici – Pierre-Joseph Proudhon e Michail Bakunin – allo Stato
padrone, che occupa ogni spazio di libertà, e all’individualismo borghese che
lo difende dall’invadenza altrui, sostituirono il pensiero della comunità
solidale. Non un sistema compiuto il loro, né un distillato di filosofie
radicali, ma semplicemente un’intuizione che, rompendo con l’idealismo di Kant,
di Hegel e dei loro seguaci, aveva osato porre in dubbio il precetto del
liberalismo classico per cui “la libertà di ogni essere umano avrà come limite
la libertà di tutti gli altri esseri umani”.
Scrive Bakunin: “Io posso dirmi e sentirmi libero solo in presenza degli altri uomini e in
rapporto a loro ... Io stesso sono umano e libero solo quando tutti gli esseri
umani, uomini e donne, sono ugualmente liberi. La libertà degli altri, lungi
dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la
condizione necessaria e la conferma ... Così che più numerosi sono gli uomini
liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà -, più estesa, più
profonda e più ampia diviene la mia libertà”.
Trovandomi d’accordo con Bakunin (come potrei non esserlo) dico che "la libertà di ogni essere umano continua con la libertà di tutti gli altri esseri umani".
Ecco una definizione
più completa della libertà secondo il rivoluzionario russo: “La libertà
consiste nel pieno sviluppo e nel completo godimento di tutte le facoltà e le
potenzialità umane di ognuno attraverso la società, che è necessariamente
precedente al sorgere del suo pensiero, della sua parola e della sua volontà;
in quanto l’uomo realizza la sua umanità solo per mezzo degli sforzi collettivi
di tutti i membri, passati e presenti, della società, base e punto d’avvio
dell’esistenza umana”.
Quella di
Bakunin è una libertà che si costruisce dal basso in alto, dalla periferia al
centro, e cresce di forza e consapevolezza con le libertà di ognuno, graduandosi
in tante idee concrete e particolari di libertà, in relazione al contesto in
cui si sviluppa e alla comunità solidale che la accoglie.
È il mancato sacrificio
della libertà propria che alimenta la libertà degli altri. Per tornare al caso
concreto della pandemia in corso, ciò ci consente di distinguere tra la libertà
di vaccinarsi e l’adozione del “green pass”. Il vaccinarsi contro il Covid 19,
l’uso delle mascherine, il distanziamento ed ogni altra tipo di precauzione è,
per un anarchico, un atto di libertà solidale, cosciente, nei confronti di chi,
rischiando la vita con il contagio, rischia di perdere per sempre anche il
gusto per la libertà. Come scrivono i compagni del “Gruppo di ricerca
pandemico”: “Libertà si coniuga così con solidarietà, con salute, con sicurezza
nel senso di garanzia di vivere una buona vita”.
L’obbligo del “green pass”, comunque mascherato, pone problemi del tutto differenti. Il “green pass” è uno strumento di controllo (al pari della carta d’identità o del passaporto) e di pressione (= ricatto) ma è soprattutto una fonte di discriminazione tra chi può e chi non può o non vuole, per i più svariati motivi, vaccinarsi.
A costoro vanno garantiti libertà, diritti acquisiti e servizi essenziali. Non è il vaccinarsi ma è il “green pass” ciò che dovremmo oggi contestare.
domenica 12 settembre 2021
Lo Stato astrazione distruttrice della comunità vivente
Lo Stato non è la società, ma una sua forma storica tanto brutale quanto
astratta. È nato storicamente in tutti i paesi dal matrimonio tra la violenza, la
rapina, il saccheggio, in breve la guerra, la conquista, e gli dei creati dalla
fantasia teologica delle nazioni. Esso è la sanzione divina della forza bruta e
dell’iniquità trionfante, la storica consacrazione di ogni dispotismo e privilegio,
la ragione politica di ogni servitù economica e sociale, il centro e l’essenza stessa
di ogni reazione. Come suprema impersonificazione del principio di autorità sulla
terra, lo Stato è per natura ente assoluto, espressione intrinseca della sovranità
tout-court. In quanto astrazione politica è la negazione generale della società
e degli interessi positivi delle regioni, dei comuni, delle associazioni e del più
gran numero degli individui. Esso è un’universalità divorante, un’astrazione distruttrice
della comunità vivente e dunque un grande macello e un immenso cimitero, ove generosamente,
serenamente, vengono a lasciarsi immolare e seppellire tutte le aspirazioni reali,
tutte le forze vive di un paese.
Il rapporto tra Stato e società è dunque un rapporto alienato, che scaturisce
precisamente dalla natura astratta dell’entità statale rispetto alla concretezza
reale della vita sociale. In virtù di questo Logos intrinseco, lo Stato esprime
la sua profonda vocazione nell’espansione interna ed esterna: interna verso la società,
esterna verso gli altri Stati sovrani. Verso la società perché la domina e tende
ad assorbirla completamente, verso gli altri Stati sovrani perché vorrebbe espandersi
a spese loro, con la conseguenza di una permanente tensione di guerra. L’esistenza
di uno Stato sovrano ed esclusivo presuppone infatti l’esistenza e, se necessario,
provoca la formazione di altri Stati similari, poiché è ovviamente naturale che
gli individui al di fuori di esso e da esso minacciati nella loro esistenza e nella
loro libertà, si associno, a loro volta, contro di lui. Abbiamo così l’umanità divisa
in un numero indefinito di Stati stranieri, tutti ostili e minacciosi tra loro,
per cui si deve concludere che Lo Stato è la più flagrante, la più cinica, la più
completa negazione dell’umanità. Esso frantuma la solidarietà universale di tutte
le persone sulla terra e li spinge all’associazione al solo scopo di distruggere,
conquistare e rendere schiavi tutti gli altri.
mercoledì 18 agosto 2021
Bakunin e la rivoluzione
La rivoluzione ha come scopo la radicale dissoluzione di tutte le organizzazioni,
e istituzioni religiose, politiche, economiche attualmente esistenti, in modo tale
che non rimanga pietra su pietra, in Europa e nel resto del mondo, del presente
ordine di cose fondato sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul dominio.
Noi intendiamo la rivoluzione come un rivolgimento radicale, come la
sostituzione di tutte senza eccezione le forme della vita europea contemporanea
con altre nuove, completamente opposte.
Noi vogliamo distruggere tutti gli Stati e tutte le Chiese, con tutte
le loro istituzioni e le loro leggi religiose, politiche, finanziarie, giuridiche,
poliziesche, educative, economiche e sociali, cosicché milioni di esseri umani ingannati,
tenuti in servitù, torturati, sfruttati, possano respirare in completa libertà.
Ponendo l'esclusione assoluta di ogni principio di autorità e di ragione
di Stato, noi miriamo per conseguenza alla abolizione delle classi, dei ceti, dei
privilegi e di ogni specie di distinzione» e quindi, ancora una volta, all' abolizione,alla
dissoluzione e alla bancarotta morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato
tutelare, trascendente, centralista, doppione e alter ego della Chiesa.
L'obiettivo della rivoluzione dunque è l' estirpazione del principio
di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso religioso, metafisico e dottrinario
alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario alla maniera giacobina, perché non
ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa, monarchia, Stato costituzionale, repubblica
borghese, oppure dittatura rivoluzionaria.
venerdì 16 aprile 2021
La dimensione positiva della libertà
Dunque la dimensione positiva della libertà è eminentemente collettiva;
il suo ruolo, però, consiste nel potenziare la libertà individuale, non nell’indicare
all’uomo le direzioni e il senso ultimo della sua azione, la cui natura rimane irriducibilmente
soggettiva e perciò immune da ogni codificazione di senso proveniente da fonte esterna.
Di qui una delineazione radicale del rapporto tra libertà individuale e contesto
sociale, tra impulso esistenziale ed etica pubblica. Poiché, infatti, “la libertà
individuale e collettiva è l’unica creatrice dell’ordine umano”, ne deriva che da
essa nasce “l’assoluto diritto di ogni uomo o donna adulti di non cercare per le
proprie azioni altre conferme che quelle della propria coscienza e della propria
ragione, di non determinarle che per mezzo della propria volontà e di esserne quindi,
prima di tutto responsabili solo verso se stessi e poi nei confronti della società
di cui fanno parte, ma solo in quanto consentono liberamente di farne parte.
"Non divengo veramente libero se non attraverso la libertà altrui,
così che più numerosi sono gli uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro
libertà -, più estesa, più profonda e più ampia diviene la mia libertà. Si realizza
la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti. Confermata dalla
libertà di tutti, la mia libertà si estende all’infinito”.
(Michail Bakunin)
mercoledì 6 gennaio 2021
L'obiettivo della rivoluzione di Michail Bakunin
L'obiettivo della rivoluzione
è l'estirpazione del principio di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso
religioso, metafisico e dottrinario alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario
alla maniera giacobina, perché non ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa,
monarchia, Stato costituzionale, repubblica borghese, oppure dittatura rivoluzionaria.
La rivoluzione ha come scopo
la radicale dissoluzione di tutte le organizzazioni, e istituzioni religiose, politiche,
economiche attualmente esistenti, in modo tale che non rimanga pietra su pietra,
in Europa e nel resto del mondo, del presente ordine di cose fondato sulla proprietà,
sullo sfruttamento e sul dominio.
Noi intendiamo la rivoluzione
come un rivolgimento radicale, come la sostituzione di tutte senza eccezione le
forme della vita europea contemporanea con altre nuove, completamente opposte.
Noi vogliamo distruggere tutti
gli Stati e tutte le Chiese, con tutte le loro istituzioni e le loro leggi religiose,
politiche, finanziarie, giuridiche, poliziesche, educative, economiche e sociali,
cosicché milioni di esseri umani ingannati, tenuti in servitù, torturati, sfruttati,
possano respirare in completa libertà.
Ponendo l'esclusione assoluta
di ogni principio di autorità e di ragione di Stato, noi miriamo per conseguenza
all’abolizione delle classi, dei ceti, dei privilegi e di ogni specie di distinzione»
e quindi, ancora una volta, all' abolizione,alla dissoluzione e alla bancarotta
morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato tutelare, trascendente, centralista,
doppione e alter ego della Chiesa.
domenica 3 gennaio 2021
La Libertà vista da Bakunin
Io posso dirmi e sentirmi
libero solo in presenza degli altri uomini ed in rapporto a loro. Io stesso
sono umano e libero soltanto nella misura in cui riconosco la libertà e
l’umanità di tutti gli uomini che mi circondano. Sono veramente libero solo
quando tutti gli esseri umani, uomini e donne, sono egualmente liberi. La
libertà di ogni individuo è infatti soltanto il riflesso della sua umanità. La
libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia
libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. Non divengo veramente
libero se non attraverso la libertà altrui, così che più numerosi sono gli
uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà -, più estesa, più
profonda e più ampia diviene la mia libertà. Si realizza la libertà illimitata
di ognuno per mezzo della libertà di tutti. Confermata dalla libertà di tutti,
la mia libertà si estende all’infinito”.
Dunque la dimensione
positiva della libertà è eminentemente collettiva; il suo ruolo, però, consiste
nel potenziare la libertà individuale, non nell’indicare all’uomo le direzioni
e il senso ultimo della sua azione, la cui natura rimane irriducibilmente
soggettiva e perciò immune da ogni codificazione di senso proveniente da fonte
esterna. Di qui una delineazione radicale del rapporto tra libertà individuale
e contesto sociale, tra impulso esistenziale ed etica pubblica. Poiché,
infatti, “la libertà individuale e collettiva è l’unica creatrice dell’orine
umano”, ne deriva che da essa nasce “l’assoluto diritto di ogni uomo o donna
adulti di non cercare per le proprie azioni altre conferme che quelle della
propria coscienza e della propria ragione, di non determinarle che per mezzo
della propria volontà e di esserne quindi, prima di tutto responsabili solo
verso se stessi e poi nei confronti della società di cui fanno parte, ma solo
in quanto consentono liberamente di farne parte.
venerdì 14 agosto 2020
Libertà e rivoluzione
L'obiettivo
della rivoluzione è l'estirpazione del principio di autorità, comunque esso si
manifesti, sia esso religioso, metafisico e dottrinario alla maniera borghese,
o perfino rivoluzionario alla maniera giacobina, perché non ci interessa che
l'autorità si chiami Chiesa, monarchia, Stato costituzionale, repubblica
borghese, oppure dittatura rivoluzionaria.
La rivoluzione
ha come scopo la radicale dissoluzione di tutte le organizzazioni, e
istituzioni religiose, politiche, economiche attualmente esistenti, in modo
tale che non rimanga pietra su pietra, in Europa e nel resto del mondo, del
presente ordine di cose fondato sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul
dominio.
Noi intendiamo
la rivoluzione come un rivolgimento radicale, come la sostituzione di tutte
senza eccezione le forme della vita europea contemporanea con altre nuove,
completamente opposte.
Noi vogliamo
distruggere tutti gli Stati e tutte le Chiese, con tutte le loro istituzioni e
le loro leggi religiose, politiche, finanziarie, giuridiche, poliziesche,
educative, economiche e sociali, cosicché milioni di esseri umani ingannati,
tenuti in servitù, torturati, sfruttati, possano respirare in completa libertà.
Ponendo
l'esclusione assoluta di ogni principio di autorità e di ragione di Stato, noi
miriamo per conseguenza alla abolizione delle classi, dei ceti, dei privilegi e
di ogni specie di distinzione» e quindi, ancora una volta, all'abolizione,alla
dissoluzione e alla bancarotta morale, politica, burocratica e giuridica dello
Stato tutelare, trascendente, centralista, doppione e alter ego della Chiesa.
lunedì 14 ottobre 2019
Principio rivoluzionario della libertà





















