..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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martedì 18 aprile 2023

Proudhon e Bakunin

 

Proudhon è stato, in “Che cos’è la proprietà?”, il primo a definirsi esplicitamente come un anarchico, ed il primo a conferire al concetto di “anarchia” una connotazione positiva. Precedentemente, infatti, anarchico ed anarchia erano termini utilizzati esclusivamente in accezione negativa, identificando l’assenza di un principio di governo e di gerarchia (dal greco “anarchos”) con il caos: Proudhon, invece, come abbiamo visto nelle scorse pagine, cerca di dimostrare che la libertà può essere “madre dell’ordine”. Prima di lui c’erano già stati altri pensatori che avevano esposto idee e valori che oggi inquadriamo all’interno dell’anarchismo, in primis Godwin e Stirner: questi, però, non avevano mai definito se stessi come anarchici. E’ stato Proudhon, quindi, colui che ha dato inizio all’anarchismo consapevole di se stesso, gettando, con le sue teorie riguardanti l’autogestione ed il rifiuto dello stato, le basi della filosofia e del movimento libertario. Questo ruolo di pioniere gli è stato pienamente riconosciuto da due dei personaggi di maggior spicco della storia dell’anarchia: Bakunin e Kropotkin. Il primo ha infatti affermato che “Proudhon è il maestro di tutti noi”.Sia Bakunin che Kropotkin, quindi, sono stati profondamente influenzati dalle teorie del pensatore francese, ma entrambi se ne discostano per alcuni, significativi, aspetti. Sono due, i principali punti su cui le idee bakuniane divergono da quelle proudhoniane: il modo in cui attuare il cambiamento, ed il tipo di organizzazione economica da dare alla futura società anarchica. Per quanto riguarda il primo punto, Bakunin si trova perfettamente d’accordo con Proudhon quando afferma che “la rivoluzione deve necessariamente precedere la rivoluzione esterna, anche perché questo mutamento radicale dell’uomo è il necessario presupposto del successo di quella”: questa idea, ponendo come fondamentale il mutamento interno ad ogni singolo individuo, contrasta fortemente con la teoria marxista di una rivoluzione realizzata da una ristretta avanguardia a capo di una massa proletaria informe, ed abbraccia quindi perfettamente quella concezione individualistica del mondo già espressa da Proudhon. Bakunin, tuttavia, rifiuta, considerandola sostanzialmente utopica, la teoria di Proudhon secondo la quale il passaggio dal capitalismo all’anarchia debba avvenire in modo graduale e pacifico. Pur rendendosi perfettamente conto dei mali connessi ad una rivoluzione violenta, giudica quest’ultima come l’unico mezzo possibile per l’abbattimento dello stato: quest’ultimo, infatti, non farà mai harakiri spontaneamente. “La distruzione è un passo necessario per ottenere quell’effetto rigenerativo della società e dei singoli che la compongono che solo la rivoluzione può produrre”. Il secondo punto di rottura, riguarda l’organizzazione da instaurare con l’anarchia. Bakunin, pur conservando alcuni aspetti del mutualismo proudhoniano, teorizza il collettivismo. “Bakunin e i collettivisti della fine del decennio 1860-70, cercando di adattare le dottrine anarchiche a una società sempre più industrializzata, sostituirono all’idea proudhoniana del possesso individuale l’idea del possesso da parte di istituzioni volontarie, pur tenendo fermo il diritto del singolo lavoratore di godere il frutto delle sue fatiche o l’equivalente di esso”. Con Bakunin, il gruppo di lavoratori, la collettività, prende il posto del lavoratore singolo come unità di base dell’organizzazione sociale: questa soluzione era ritenuta necessaria se, dall’economia prevalentemente agricola ed artigiana che caratterizza il pensiero di Proudhon, si passano ad affrontare i problemi di una società industriale. Bakunin, tuttavia, resta vicino alle idee proudhoniane quando si oppone alla formula anarco-comunista “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, affermando che si deve invece organizzare la produzione secondo quest’altro principio: “da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo quanto ha fatto”. Solo in questo modo, infatti, secondo lui si può evitare che l’ozioso sfrutti il volenteroso fermo restando la necessaria solidarietà da attuare nei confronti di coloro che non hanno possibilità di lavorare.

sabato 11 marzo 2023

Bakunin e l’anarchismo russo - parte seconda

 

Il primo numero di Narodnoe Delo (La causa del popolo) scritto quasi per intero da Bakunin, nonché il suo Stato e  anarchia ebbero un effetto enorme sulla gioventù russa. Stepniak afferma come «Bakunin ispirò i giovani rivoluzionari ai cui occhi gli scritti di Bakunin erano il simbolo della rivoluzione». Il conte Pahlen, il Ministro della Giustizia dello Zar, deplorò il fatto che «...gli scritti di Bakunin e Lavrov abbiano avuto un effetto rovinoso sui movimenti  sovversivi in Russia...» incitando i giovani a «commettere crimini contro lo stato». Kropotkin ricorda come nel circolo Caikovsky al quale apparteneva «...i nostri giovani ascoltavano la potente voce di Bakunin, e l'agitazione dell'Internazionale ebbe un effetto avvincente su di noi...» (Memorie di un rivoluzionario). Bakunin influì decisamente sul movimento radicale russo. Sebbene durante la sua vita non sia nata nessuna organizzazione specificatamente bakuninista, egli «...ispirò uno spirito rivoluzionario in Russia... in Bakunin i populisti russi cercavano — e trovavano — non tanto una organizzazione, quanto piuttosto una concezione del mondo che ebbe un effetto profondo e duraturo sul movimento rivoluzionario nel suo insieme...». (Si veda il pionieristico Il populismo russo, di Franco Venturi).

Il pamphlet di Bakunin dal titolo Alcune parole ai miei giovani fratelli in Russia, che anticipava Ai giovani di Kropotkin, si rivolgeva agli intellettuali dell'alta e media borghesia incitandoli a vivere con il popolo e lottare insieme per la sua liberazione: «...per cui, miei giovani amici, abbandonate questo mondo che muore, queste università, queste accademie in cui ora siete rinchiusi e permanentemente separati dal popolo. UNITEVI AL POPOLO...». UNITEVI AL POPOLO! diventò la parola d'ordine del movimento Narodnik (populista). Vi è in effetti una rassomiglianza sorprendente tra le idee di Bakunin e le tendenze libertarie che emersero dal movimento populista. L'essenza del populismo (come indica il termine stesso) consiste nella fede costante nella capacità creativa e rivoluzionaria della gente "comune". In contrasto con Marx, i populisti sostenevano che la condizione primaria per un cambiamento sociale stava nella volontà dell'uomo e non già nel modo di produzione. Inoltre, il capitalismo non costituiva la precondizione progressiva indispensabile per la transizione al socialismo e lo stato non era la conseguenza bensì la causa dell'ineguaglianza e dell'oppressione «...sostenevano che era possibile evitare i mali del capitalismo, il dispotismo di un'economia centralizzata o di un governo centralizzato, adottando una struttura federale composta da unità di produttori e consumatori autogestite...». Il potenziale per una tale società esisteva di già nella comune contadina russa Mir, una federazione di comuni autogestite che si basavano sul pensiero del socialista-anarchico francese Proudhon».

mercoledì 8 marzo 2023

Bakunin e l’anarchismo russo - parte prima

L'anarchismo russo - sintesi del comunalismo e del sindacalismo - trasse il proprio orientamento dalle idee di Bakunin. Le comuni rurali furono considerate idonee per far fronte al problema di rivoluzionare l'economia contadina in un paese dove i contadini oppressi e scontenti costituivano, all'epoca di Bakunin, lo strato più vasto della popolazione. Le comuni urbane (talvolta denominate “città libere”) insieme ai sindacati industriali furono considerati come gli organi più adatti per occuparsi dei problemi derivanti dal processo di industrializzazione della Russia, avvenuto verso la fine del diciannovesimo secolo, problemi che divennero ancora più complessi con l'emergere di una nuova classe proletaria priva di radici. Il coordinamento dell'economia doveva essere raggiunto attraverso un sistema comunicante di federazioni - locali, distrettuali, regionali e nazionali - di comuni e sindacati. Kropotkin si considerava un discepolo di Bakunin: «...gli aspetti teoretici dell'anarchismo nella forma in cui cominciavano ad essere espressi nella Federazione del Jura - in modo particolare la critica bakuniniana del socialismo di stato, il timore del dispotismo economico, mi colpirono profondamente... ». Nella sua opera La scienza moderna e l'anarchia, Kropotkin affermò inoltre che «...in una serie di brillanti trattati Bakunin formulò quelli che furono i principi fondamentali dell'anarchismo...». In linea di massima l'anarchismo di Kropotkin, come anche quello di Bakunin, univa il comunalismo (Kropotkin ebbe a dire che Bakunin era "sostanzialmente comunista") ed il sindacalismo («...comuni indipendenti per l'organizzazione territoriale e federazioni dei sindacati a seconda delle loro funzioni...») integrati da associazioni volontarie di ogni genere, per l'organizzazione economica.

Il programma dell'anarco-sindacalismo russo comprendeva dunque sia le idee di Bakunin che quelle di Kropotkin. Tutta la letteratura anarco-sindacalista nonché la dichiarazione di principi dell'Internazionale Anarco-Sindacalista tenutasi a Berlino nel 1922 pongono in rilievo tale fatto. Le idee di Bakunin penetrarono in Russia attraverso gli esuli (perlopiù in Svizzera) che si tenevano in stretto contatto con il movimento rivoluzionario clandestino. In Svizzera i profughi russi - che aderirono alla sezione russa dell'Internazionale . stampavano e distribuivano (tramite il movimento clandestino) la letteratura propagandistica anarchica quale, ad esempio Stato ed anarchia di Bakunin, Lo sviluppo storico dell'Internazionale, L'anarchismo secondo Proudhon, ecc. A dimostrazione dell'alta stima di cui godeva Bakunin, una dichiarazione, in cui si protestava per la diffamazione di Bakunin da parte di Marx, affermava: «...per quanto concerne la Russia, possiamo rassicurare il signor Marx che il nome di Bakunin è troppo noto e stimato per poter essere toccato da calunnie... ». La protesta recava le firme dei noti e stimati rivoluzionari russi V. Ozerov, N. Ogarèv, B. Zaitsev, Armand Ross (M. Sagin), Z. Ralli, A. Oelnitz e V. Smirnov.

mercoledì 1 febbraio 2023

Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte terza

Ma anche gli zar muoiono. Quando Nicola I scompare, nel 1855, l'ascesa al trono di  Alessandro II fa  sperare in  un regime più tollerante. La madre di Mikhail  torna alla carica. Il prigioniero si fa  promettere da un fratello che gli porterà il  veleno se la supplica non avrà successo. Ma non ci fu bisogno del veleno: dopo 6 anni di fortezza Bakunin venne liberato, a patto che se ne andasse in esilio per sempre. Per un tipo come Bakunin la  libertà è una medicina miracolosa. Che importa se lo scorbuto ha fatto cadere tutti i denti, se la dieta zarista ha fiaccato le ossa? La fede non crolla. Un lontano congiunto di idee decabriste, governatore della Siberia orientale, gli procurò un lavoro in una società commerciale che  gli permetteva di viaggiare. Dopo quattro anni Bakunin era uccel di bosco. Il «romanzo» aveva ripreso a funzionare nell'esistenza del rivoluzionario. La fantasia ha la meglio sulle distanze immense, sull'occhiuta polizia. Bakunin convince nella primavera del 1861 un mercante siberiano a pagargli le spese di viaggio fino alle foci  del fiume  Amur. Si era fatto fare  una lettera per i comandanti dei battelli in navigazione sul fiume. E qui Bakunin realizzò un altro dei suoi capolavori: riuscì a convincere capitani e funzionari, e di  battello in  battello raggiunse Yokohama. Di là un piroscafo americano lo  portò a San Francisco. Il fascino personale del rivoluzionario continuava a esercitare la sua  influenza su chiunque. Un sacerdote inglese con cui  aveva fatto amicizia a bordo gli prestò trecento dollari. Ed ecco  Bakunin attraversare Panama e raggiungere New York. A New York scrisse a Aleksandr Herzen, che si trovava a Londra, pregandolo di inviargli del denaro. Alla fine di  novembre Mikhail raggiungeva Londra. Con una frase felice Herzen disse che Bakunin tornò in Europa come i decabristi reduci dall'eslio, più giovani   dopo la galera che i giovani rimasti a casa a subire l'oppressione zarista. Aggiunge Herzen che sofferenze e prigionia sembrano avere preservato anziché distrutto Bakunin.

In effetti, egli non  aveva vissuto,  come  i rivoluzionari occidentali, la reazione internazionale degli anni 1850-1860.  Essa aveva prostrato gli esuli di Londra, mentre negli occhi di Bakunin erano rimaste le rivolte del fiammeggiante biennio 1848-1849. Non appena era scoppiata l'insurrezione polacca (1863), egli era stato in grado di organizzare una legione russa (per l'ostilità di vari elementi non poté portare a termine l'impresa). Sono gli anni in cui la polemica con Marx per la guida dell'Internazionale sta emergendo ma non è ancora scoppiata. Bakunin accorre in Svezia, Italia e Svizzera, ovunque una causa rivoluzionaria si profili. Ma è nell'Italia meridionale che il suo cuore ardente trova un ambiente congeniale. E ormai maturato dai giorni in cui aveva voluto soccorrere i polacchi pur di mettere in imbarazzo la Russia (i polacchi nazionalisti sono altrettanto reazionari dello zar). Ora Bakunin è convinto che la rivoluzione deve essere sociale, e che per essere sociale deve essere internazionale. Nel 1867 fa inserire nel programma per gli «Stati Uniti  d'Europa» della Lega per la Pace e la Libertà (organizzazione di intellettuali borghesi che cerca di strumentalizzare) un paragrafo a sostegno della liberazione delle classi operaie e   per l'eliminazione della condizione sociale più sfruttata e emarginata: il proletariato.

giovedì 26 gennaio 2023

Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte seconda

Carcere Pietroburgo 

Il trattamento che ricevette qui avrebbe distrutto una fibra meno solida della sua. Gli vennero negati  ogni assistenza legale e il permesso di scrivere e ricevere lettere. Poteva disporre soltanto di mezz'ora di “aria” al giorno, durante la quale passeggiava su e giù per il corridoio guardato a vista da sei uomini armati di fucile. Non poteva neppure raggiungere il cortile per l'aria, perché le autorità temevano che con la sua  oratoria ormai leggendaria egli potesse convincere gli animi e suscitare sommosse. Ma neppure queste inumane persecuzioni tranquillizzano le autorità. Dopo nove mesi di questo trattamento si sparge la voce che gli amici del rivoluzionario hanno un piano per liberarlo. Di conseguenza Bakunin viene trasferito alla fortezza di Olmiitz e incatenato al muro. Due mesi dopo, un tribunale militare Io condanna per alto tradimento. Ancora una volta il potere cerca di disfarsi di Mikhail Bakunin: la condanna è all'impiccagione. Ma ancora una volta avviene qualcosa che  rimanda l'appuntamento con la morte. Bakunin era un ufficiale russo: e lo zar lo richiese perché voleva ammazzarlo lui. Gli austriaci lo accompagnarono alla frontiera e lo  consegnarono ai russi, che lo caricarono di catene ancora più pesanti. L'eroe giovanile e romantico si avvia a diventare un martire. Lo zar lo fece rinchiudere nella fortezza Pietro e Paolo di Pietrogrado, e la tortura gli estorse una di quelle «confessioni» di cui sono specialiste le polizie segrete e di cui il potere si serve per umiliare gli avversari politici. Verso il 1840, Bakunin aveva scoperto il socialismo e l'anarchismo francesi, all'incirca un paio d'anni prima di Marx; e come Marx, a contatto delle idee francesi aveva ripudiato l'ideologia tedesca. Ora vuole «la Chiesa universale e autenticamente democratica della  libertà», paradigma dell'aspirazione rivoluzionaria del suo secolo. Ma dopo l'isolamento, la catena, la tortura, la galera, tutto ciò, insomma, che gli ha fatto cadere i capelli e i denti, ha un solo problema: riacquistare la libertà personale per continuare la lotta. Non vuole più marcire nell'umida gabbia che non gli consente neppure di stare diritto in piedi. La sua confessione allo zar Nicola I ha dunque un carattere strumentale: ingannare il tiranno, uscire di galera. Ma Bakunin non è un uomo capace di mentire: in lui anche il calcolo, il cinismo politico si colorano di una patetica vena di autenticità, come quando ammette che aveva potuto credere alla rivoluzione finale «solo con uno sforzo sovrannaturale e doloroso, soffocando a forza la  voce intima che mi  sussurrava l'assurdità delle mie speranze». «Ora auspico una  dittatura illuminata ma impietosa, esercitata per il popolo».

Davanti allo zar  Bakunin evoca il sogno di un impero slavo rivoluzionario. Il tono è ossequiente in modo palese, ostentato. Ma si tratta solo di doppio gioco per ingannare lo zar e riavere quella libertà che serve al rivoluzionario per ordire la caduta dello zarismo? Questa è la molla contingente e forse la fondamentale, ma Bakunin è un russo, e i suoi modelli politici sono quelli panslavi ereditati dalla tradizione, e rafforzati dalla forza di convincimento della galera e della tortura. Quando la sorella più amata andò a trovarlo, Bakunin le fece passare un  biglietto disperato: «Non potrai mai capire che cosa significa sentirsi sepolto vivo, dire a se stesso a  ogni momento del giorno e della notte: sono uno schiavo, sono annientato, ridotto all'impotenza a vita, udire nella propria cella i prodromi della prossima lotta che deciderà gli interessi più vitali del genere umano ed essere forzato a rimanere inattivo e silenzioso, essere ricco di idee, alcune delle quali, almeno, potrebbero essere belle, e non poterne attuare nemmeno una; sentire l'amore in petto, si, l'amore, a dispetto della pietrificazione esteriore, e non poterlo spendere per niente e per nessuno, sentirsi pieno di devozione e di eroismo verso una causa sacra e vedere il proprio entusiasmo che s'infrange contro quattro mura nude, uniche mie confidenti». Il doppio gioco, le suppliche della famiglia Bakunin non servirono. Lo zar aveva deciso: il rivoluzionario doveva morire. 

lunedì 23 gennaio 2023

Un'epoca rivoluzionaria, Mikhail Bakunin – parte prima

Mikhail Bakunin era nato l’8 maggio 1814 a Prjamuchino nella provincia di Tver, da una famiglia di proprietari terrieri. Aveva passato l'infanzia in una fattoria in cui vivevano cinquecento "anime", cioè servi. La grande casa settecentesca era rallegrata dalle risa e dai giochi dei fratelli e delle sorelle di Mikhail; sul davanti scorreva un fiume largo, maestoso: il paesaggio che il rivoluzionario russo ricorderà per tutta la vita. Come un personaggio di Turgheniev o di Cecov, il giovane Mikhail crebbe in un ambiente ricco di sottili emozioni, immerso nella grandezza della natura. Era il maggiore di dieci fratelli. Una vera banda, di cui lui era il capo. A tutti insegnò subito a ribellarsi alle autorità, a cominciare da quella paterna, come più avanti insegna loro come ribellarsi a corteggiatori, fidanzati e consorti. Un'inibizione sessuale di origine evidentemente incestuosa lo spinse per tutta la vita a ricercare la  compagnia di giovani donne, anche sposate, che poi invariabilmente “doveva” lasciare. All'età di quarantaquattro anni sposò in Siberia una ragazza di diciotto che ebbe due figli con un altro uomo pur continuando a convivere con Bakunin. Come Marx, Bakunin divenne in gioventù un idealista hegeliano. A 19 anni aveva assistito al fallimento della congiura decabrista in cui era implicata la famiglia di sua madre. A ventisei anni, nel 1840, si recò a Berlino per attingere alla fonte dell'hegelismo. Ma voleva anche raggiungere una sorella che aveva convinto a lasciare il marito e ad andarsene col bambino in Germania. A Berlino l'influenza dei giovani hegeliani lo spinse a sinistra. Da ribelle all'autorità paterna, il giovane russo si converti in ribelle all'autorità del super-padre, l'imperatore. La “piccola banda” dei fratelli, del resto, lo aveva abbandonato: la sorella s'era riconciliata col marito ed era tornata in Russia, un fratello che lo aveva raggiunto a Berlino se ne tornò a casa a fare il funzionario, e un'altra sorella, che Bakunin aveva teneramente amato, s'era innamorata dello scrittore Targheniev, e restava a casa anziché raggiungere il “capobanda” in Germania. Fu allora che  Bakunin scrisse la frase diventata famosa: «Il desiderio di  distruggere è anche un desiderio creativo», che diventerà un caposaldo della concezione anarchica fine secolo e che subirà una razionalizzazione da parte dei libertari operaisti nella formula: “La classe operaia può distruggere tutto, perché tutto ha costruito e tutto può ricostruire”. E comunque insensato voler attribuire  soltanto a tare psichiche o a contrasti familiari gli atteggiamenti di un grande rivoluzionario. La psiche di un uomo, certe esperienze formative - del resto comuni a gran parte degli uomini, che  però non hanno la lucidità e il coraggio di  ammetterlo —  possono spiegare tutt'al più le modalità di scelte altrimenti inspiegabili, non perché si diventa ribelli o conformisti. 

Era stato ufficiale di artiglieria in Russia, e sapeva come si conduce all'attacco una colonna e si organizza una difesa.Con la sua corporatura imponente, con la sua parola appassionatamente popolare, fa pensare a un “bandito” patriota come Garibaldi. Bakunin però non diventò un patriota russo, un eroe nazional-popolare,ma portò l'idea stessa della rivoluzione internazionalista in tutto il  mondo. Partecipò alle giornate di febbraio, nel 1848, con la Guardia Nazionale Operaia di Parigi, all'insurrezione di  Praga, di Dresda. In quest'ultima città fu in pratica l'unico che nel 1849  seppe organizzare la resistenza, e che si batte fino all'ultimo, anche se non aveva un grande interesse a questa rivolta cui aveva aderito dietro sollecitazione del musicista Richard Wagner, allora direttore dell'Opera di Dresda. Arrestato dai prussiani e condannato a otto anni di carcere, dopo tredici mesi passati in prigione a Dresda e nella fortezza di Kongstein, una notte lo trascinarono fuori dalla cella per decapitarlo: a sua insaputa era stato condannato a morte. All'ultimo momento la  pena venne commutata nell'ergastolo, ma fu consegnato all'Austria che ne aveva chiesto l'estradizione onde processarlo per la rivolta di Praga. Conclusione: Bakunin venne rinchiuso nella cittadella di Hradcin, dopo essere stato consegnato a Praga come prigioniero di guerra.

martedì 10 gennaio 2023

La rivoluzione di Michael Bakunin

L'obiettivo della rivoluzione è l'estirpazione del principio di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso religioso, metafisico e dottrinario alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario alla maniera giacobina, perché non ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa, monarchia, Stato costituzionale, repubblica borghese, oppure dittatura rivoluzionaria.

La rivoluzione ha come scopo la radicale dissoluzione di tutte le organizzazioni, e istituzioni religiose, politiche, economiche attualmente esistenti, in modo tale che non rimanga pietra su pietra, in Europa e nel resto del mondo, del presente ordine di cose fondato sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul dominio.

Bakunin intende la rivoluzione come un rivolgimento radicale, come la sostituzione di tutte senza eccezione le forme della vita europea contemporanea con altre nuove, completamente opposte.

Bakunin vuole distruggere tutti gli Stati e tutte le Chiese, con tutte le loro istituzioni e le loro leggi religiose, politiche, finanziarie, giuridiche, poliziesche, educative, economiche e sociali, cosicché milioni di esseri umani ingannati, tenuti in servitù, torturati, sfruttati, possano respirare in completa libertà.

Ponendo l'esclusione assoluta di ogni principio di autorità e di ragione di Stato, Bakunin mira per conseguenza alla abolizione delle classi, dei ceti, dei privilegi e di ogni specie di distinzione» e quindi, ancora una volta, all' abolizione,alla dissoluzione e alla bancarotta morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato tutelare, trascendente, centralista, doppione e alter ego della Chiesa.

venerdì 14 ottobre 2022

Bakunin e la rivoluzione del Febbraio 1848 a Parigi

La rivoluzione di Febbraio scoppiò. Non appena seppi che ci si batteva a Parigi, mi feci prestare, per far fronte ad ogni evenienza, un passaporto da una persona di mia conoscenza e mi misi in viaggio per Parigi. Ma il passaporto non serviva: «La Repubblica è proclamata a Parigi», tali furono le prime parole che abbiamo sentito alla frontiera. A questa notizia, sentii come un brivido; arrivai a piedi a Valenciennes, essendo stata distrutta la ferrovia; ovunque la folla, delle grida d'entusiasmo,  bandiere rosse in tutte le strade, in tutte le piazze e su tutti gli edifici pubblici. Fui costretto a fare un lungo giro, essendo la ferrovia impraticabile in molti punti, ed arrivai a Parigi il 26 febbraio, tre giorni dopo la proclamazione della Repubblica. Già lungo il mio cammino tutto mi entusiasmava. Questa città enorme, il centro della cultura europea, era improvvisamente diventata un Caucaso selvaggio: in ogni strada, quasi ovunque, delle barricate erette come montagne e che giungevano fino ai tetti; su queste barricate, tra i sassi ed i mobili ammucchiati, come dei Georgiani nelle loro gole, operai con divise pittoresche, neri di polvere e armati fino ai denti; dei grossi bottegai con la faccia inebetita dallo spavento, guardavano paurosamente dalle finestre; nelle strade, sui viali, non una sola vettura; scomparsi, tutti i vecchi mascalzoni, tutti gli odiosi damerini con l'occhialetto e la bacchetta e, al loro posto, i miei nobili operai, le masse entusiaste e trionfanti che brandivano le bandiere rosse, cantando canzoni patriottiche, inebriati dalla loro vittoria! 

Ed in mezzo a questa gioia senza limiti, a questa ebbrezza, tutti erano talmente dolci, umani, compassionevoli, onesti, modesti, educati, amabili e spirituali, che simili cose si possono vedere solo in Francia, anzi solo a Parigi. Successivamente, per più di una settimana, abitai con degli operai la caserma della rue de Tournon, a due passi dal Palazzo del Lussemburgo; questa caserma, prima riservata alla guardia municipale, era diventata allora, come molte altre, una fortezza repubblicana che serviva da accantonamento all'armata di Caussidière. Ero stato invitato a sistemarmi là da un mio amico democratico che comandava un distaccamento di cinquecento operai. Ebbi dunque così l'occasione di vedere gli operai e di studiarli dal mattino alla sera. Mai e da nessuna parte, in alcun'altra classe sociale, ho trovata tanta nobile abnegazione, né tanta onestà veramente commovente, tanta delicatezza di modi e tanta amabile allegria unita ad un simile eroismo, se non in questa gente semplice, senza cultura, che  è sempre valsa e che varrà sempre  mille volte di più dei suoi capi! Questo mese passato a Parigi fu un mese di ebbrezza per l'anima. Non ero io solo l'ebbro, ma lo erano tutti: gli uni per la folle paura, gli altri per la folle estasi, fatta di speranze insensate. Mi alzavo alle cinque o alle quattro del  mattino, mi coricavo alle due, rimanendo in piedi tutto il giorno, andando a tutte le assemblee, riunioni, circoli, cortei, passeggiate o dimostrazioni; in una parola, aspiravo con tutti i miei sensi e con tutti i miei pori l'ebbrezza dell'atmosfera rivoluzionaria. Era una festa  senza inizio e senza fine; vedevo tutti e non vedevo nessuno, in quanto ogni individuo si perdeva nella stessa folla innumerevole ed errante; parlavo a tutti senza ricordarmi né le mie parole né quelle degli altri, poiché l'attenzione era assorbita ad ogni passo da fatti e da oggetti nuovi, da notizie inattese.


mercoledì 5 ottobre 2022

Gli ultimi anni di Michail Bakunin

Il 1° settembre 1873 si apriva a Ginevra il sesto congresso generale dell'Internazionale: le Federazioni del Belgio, dell'Olanda, dell'Italia, della Spagna, della Francia, dell'Inghilterra, e del Giura svizzero vi erano rappresentate; i socialisti lassalliani di Berlino avevano mandato un telegramma di simpatia firmato da Hasenclever e  Hasselmann. Il congresso si occupò della revisione degli statuti dell'Internazionale; pronunciò la soppressione del Consiglio generale, e fece dell'Internazionale una libera federazione che non aveva più alla sua testa alcuna autorità dirigente: «Le Federazioni e Sezioni che compongono l'Associazione, dicono i nuovi statuti (articolo 3), conservano la loro completa autonomia, cioè il diritto di organizzarsi secondo la loro volontà, di amministrare i loro affari senza alcuna ingerenza esterna, e di decidere essi stessi la via che intendono  seguire per giungere all'emancipazione del lavoro». Bakunin era affaticato da una lunga vita di lotte; la prigione lo aveva fatto invecchiare prima del tempo, la sua salute era seriamente scossa, ed egli aspirava ora al riposo ed alla solitudine. Quando vide l'Internazionale riorganizzata con il trionfo del principio di libera federazione, pensò che era giunto il momento in cui poteva congedarsi dai suoi compagni, ed indirizzò ai membri della Federazione giurassiana una lettera (pubblicata il 12 ottobre  1873) per pregarli di voler accettare le sue dimissioni da membro della Federazione giurassiana e da membro dell'Internazionale, aggiungendo: «Non mi sento più le forze necessarie per la lotta: non saprei dunque  essere nel campo del proletariato che un ostacolo, non un aiuto. Mi ritiro dunque, cari compagni, pieno di riconoscenza per voi e di simpatia per la vostra grande e santa causa, la causa dell'umanità. Continuerò a seguire con fraterna ansietà  ogni vostro  passo, e saluterò con gioia ogni vostro nuovo trionfo. Fino alla morte, sarò dei vostri». Non aveva più che neppure tre anni di vita. Il suo amico, il rivoluzionario italiano Carlo  Cafiero, gli diede ospitalità in una villa che aveva acquistato vicino a Locarno. Là, Bakunin visse fino alla metà del 1874, esclusivamente assorbito, sembrava, da questo nuovo genere di vita, nel quale trovava infine la tranquillità, la sicurezza ed un benessere relativo. Tuttavia, egli non aveva cessato di considerarsi un soldato della Rivoluzione; i suoi amici italiani avevano preparato un movimento insurrezionale, ed egli si recò quindi a Bologna (luglio 1874) per prendervi parte: ma il movimento, mal organizzato, finì male, e Bakunin dovette ritornare in Svizzera, travestito. Bakunin non era più, nel 1875, che l'ombra di se stesso. Nel giugno 1876, nella speranza di trovare qualche sollievo ai suoi mali, lasciò Lugano per recarsi a Berna; arrivandovi, il 14 giugno, disse al suo amico il dottor Adolf Vogt: «Vengo qui perché tu mi rimetta in sesto, o per morirci». Spirò il 10  luglio, a mezzogiorno.

martedì 4 ottobre 2022

Chi sono io? – Michail Bakunin

Io non sono né un sapiente, né un filosofo, neppure uno scrittore di professione. Ho scritto molto poco nella mia vita e non l'ho mai fatto, per così dire, che a malincuore, e soltanto quando un'appassionata convinzione mi forzava a vincere la mia ripugnanza istintiva  verso qualsiasi  esibizione del mio io in pubblico. Chi sono io dunque, e cos'è che mi spinge ora a pubblicare questo lavoro? Io sono un cercatore appassionato della verità e un nemico non meno accanito delle malefiche funzioni di cui il partito dell'ordine, questo rappresentante ufficiale, privilegiato ed interessato a tutte le turpitudini religiose, metafisiche, politiche,  giuridiche, economiche e sociali, presenti e passate, pretende di servirsi ancora oggi per istupidire ed asservire il mondo. Io sono un  amante fanatico della  libertà, considerandola  come l'unico mezzo   in seno al quale possono svilupparsi e crescere l'intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; non di questa libertà tutta formale,   concessa, misurata e sottoposta a regolamento dallo Stato, menzogna eterna e che  in realtà non rappresenta mai nient'altro all'infuori del privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù di tutti; non di   questa libertà individualista, egoista, meschina e fittizia vantata dalla scuola di Rousseau, come da tutte le altre scuole del liberalismo borghese, e che considera quello che essa dice diritto di tutti, rappresentato dallo Stato, come il limite del  diritto di ognuno, ciò che tende necessariamente e sempre alla riduzione a zero del diritto di ognuno. No, io intendo la sola libertà che sia veramente degna di tale nome, la libertà che consiste nel pieno sviluppo di tutte le potenze materiali, intellettuali e morali le quali si trovano allo stato di facoltà latenti in ognuno; la libertà che non riconosce altre restrizioni all'infuori di quelle che ci sono tracciate dalle leggi della nostra stessa natura; in guisa che propriamente parlando non vi sono restrizioni, poiché tali leggi non ci sono imposte da qualche  legislatore dal di fuori, il quale si trovi sia accanto, sia al di sopra di noi; esse ci sono immanenti, inerenti e costituiscono la base stessa di tutto il nostro essere, tanto materiale che intellettuale e morale; invece dunque di trovare in esse un limite, noi dobbiamo considerarle come le condizioni reali e come la ragione effettiva della nostra libertà. Io intendo questa libertà di ciascuno, che lungi dall'arrestarsi come di fronte a un limite innanzi alla libertà altrui, vi trova al contrario la sua conferma e la sua estensione all'infinito; la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti, la libertà per la solidarietà, la libertà nell'uguaglianza; la libertà trionfante sulla forza brutale e sul principio di autorità che non fu mai nient'altro che l'espressione ideale di tale forza; la libertà, che dopo  aver abbattuto tutti gli idoli celesti e terrestri, fonderà e organizzerà un mondo nuovo, quello dell'umanità solidale, sulle rovine di tutte le  Chiese e di tutti gli Stati. Io sono un partigiano convinto dell'uguaglianza economica e sociale, perché so che al di fuori di tale uguaglianza, la libertà, la giustizia, la dignità delle nazioni non  saranno mai nient'altro che menzogne. Ma, pur essendo partigiano della libertà, questa condizione primaria dell'umanità, io penso che l'uguaglianza si debba stabilire nel mondo attraverso l'organizzazione spontanea del lavoro e della proprietà collettiva delle associazioni produttrici liberamente organizzate e federate nelle comuni e attraverso la federazione anch'essa spontanea delle comuni, ma non tramite l'azione suprema e tutelare dello Stato.

martedì 5 luglio 2022

Lo Stato il Capitale e la Rivoluzione

La dottrina dello Stato di Bakunin è ciò che differenzia, fin dalla loro formazione, le due correnti del socialismo ottocentesco e novecentesco. Lo Stato, per definizione di ambedue le fazioni, rappresenta quell'insieme di organi polizieschi, militari, finanziari ed ecclesiastici che permettono alla classe dominante (la borghesia) di rimanere in possesso dei suoi privilegi. La differenza si presenta però nell'utilizzo dello Stato durante il periodo rivoluzionario. Per i marxisti, infatti, si sarebbe dovuta presentare una situazione in cui lo Stato sarebbe stato arma in mano al proletariato per eliminare la controrivoluzione. Solo allora, con la dissoluzione dell'apparato statale si sarebbe passati all'assenza di classi. La posizione di Bakunin (e, con lui, di tutti gli anarchici) è che lo Stato, strumento prettamente in mano alla borghesia, non può essere usato che contro il proletariato: dato che l'intera classe sfruttata non può amministrare l'infrastruttura statale, ci vorrà una classe burocratica che lo amministri. Bakunin temeva l'inevitabile formazione di una "burocrazia rossa", padrona dello Stato e nuova dominatrice. L'ugualianza e quindi la libertà, secondo il pensatore Russo, non possono esistere nella società marxista. Lo Stato va quindi abbattuto in fase rivoluzionaria. Se lo Stato è l'aspetto politico dello sfruttamento della borghesia, il Capitale ne è quello economico. Qui le differenze del marxismo sono inesistenti (basti pensare che il primo libro de Il Capitale fu tradotto in Russo proprio da Bakunin). La differenza tra la concezione marxiana e quella bakuniana del Capitale, è che per Bakunin questo non è elemento fondante dello sfruttamento. Anche se non esplicitato, nella sua opera non viene fatto riferimento alcuno alla concezione materialistica della storia (che prevede l'aspetto economico della società come basilare per l'analisi della stessa). Un aspetto importante del pensiero di Bakunin è l'azione rivoluzionaria. Bakunin ha perseguito per tutta la vita questo scopo e, in alcune parti della sua opera, sono rintracciabili le linee guida della concezione rivoluzionaria del pensatore russo. In primo luogo la rivoluzione deve essere essenzialmente popolare: il senso di questa affermazione va ricercato ancora nel contrasto con Marx. I comunisti credevano in un'avanguardia che dovesse guidare le masse popolari attraverso il cammino rivoluzionario. Bakunin invece prevedeva una società segreta che avrebbe dovuto solamente sobillare la rivolta, la quale poi si sarebbe auto-organizzata dal basso. Altra differenza con il marxismo è l'identificazione del soggetto rivoluzionario. Se Marx vedeva nel proletariato industriale spina dorsale della rivoluzione (mettendolo in contrapposizione con una classe agricola reazionaria), Bakunin credeva nell'unione tra il ceto contadino e il proletariato l'unica possibilità rivoluzionaria. Marx, in alcuni suoi scritti, non nega la possibilità che il trionfo del proletariato possa giungere senza spargimenti di sangue. Bakunin è invece categorico su questo punto: la rivoluzione, essendo spontanea e popolare, non può essere altro che violenta.

domenica 31 ottobre 2021

La parola Autorità

Questa non deve arrivare che dalla ragione. Diventa abusiva se imposta, in qualsiasi maniera lo sia. Politica, legiferante, autoritaria, è la nemica. "Bisogna pensare che io respiro ogni autorità? lungi da me una simile idea. Se si tratta di stivali, mi adeguo all'autorità del calzolaio, per ogni scienza speciale mi rivolgo all'uno o all'altro scienziato. Ma non mi lascio imporre  dal calzolaio, né l'architetto, né lo scienziato. Li ascolto liberamente e con tutto il rispetto che la loro intelligenza merita, che merita il loro carattere, la loro scienza, riserbandomi però il mio incontestabile diritto di critica e di controllo. Non mi accontento di consultare una sola autorità specialista, ne consulto diverse; paragono le loro opinioni e scelgo quella che mi sembra la più giusta. Non mi fido di nessuno in maniera assoluta. Questa fiducia sarebbe fatale alla mia ragione, alla mia libertà, allo stesso successo della mia opera. Non penso che la società debba maltrattare le persone di genio come ha fatto finora. Ma non penso neppure che li debba ingrassare troppo, né accordare loro, soprattutto, dei privilegi o dei diritti esclusivi di qualunque tipo."

sabato 16 ottobre 2021

Due parole sulla libertà

Da quando è cominciata la pandemia da coronavirus non si fa altro che sentire parlare di libertà. Fin dal “lontano” marzo 2020: sacrificare la libertà in nome del bene più grande, far diminuire i contagi a costo di rinunciare alla libertà, limitazioni alla libertà di movimento e spostamento… insomma, la parola libertà ci è stata propinata in tutte le salse e in tutte le forme. In occasione della campagna di vaccinazione e di quell’aberrazione etica che è l’introduzione del “green pass“ il tema della libertà è diventato prassi del discorso politico, rivendicazione di partito, retorica demagogica. Non è ozioso dunque tentare un piccolo esercizio filosofico sul concetto di libertà.

Il concetto di libertà ha radici antiche quanto il mondo, tuttavia per quanto riguarda la sua accezione moderna possiamo identificare abbastanza agevolmente una data di nascita: il 1789. Si tratta di una data simbolica certo ma ci permette di indicare un prima e un dopo: a partire da quella data la libertà diventa un concetto fondante della nascente era borghese del mondo, faceva irruzione nella vita politica e ne determinava le scelte, usciva dai libri di filosofia per diventare parte integrante e fondamentale della complessa compagine sociale del mondo contemporaneo che vedeva la luce.

Marx, ne La Questione Ebraica, attacca punto per punto i capisaldi della Rivoluzione Francese. In merito alla libertà scrive: “La libertà è dunque il diritto di fare ed esercitare tutto ciò che non nuoce ad altri. Il confine entro il quale ciascuno può muoversi senza recare danno altrui, è stabilito per mezzo della legge, come il limite tra due campi è stabilito per mezzo di un cippo. Si tratta della libertà dell’uomo in quanto monade isolata e ripiegata su se stessa. (...) Ma il diritto dell’uomo alla libertà si basa non sul legame dell’uomo con l’uomo, ma piuttosto sull’isolamento dell’uomo dall’uomo. Esso è il diritto a tale isolamento, il diritto dell’individuo limitato, limitato a se stesso”. Innanzi tutto è interessante soffermarsi sull’inversione che opera Marx in relazione al concetto di libertà, egli ponendo l’accento sul concetto di limite mette in evidenza ciò che la libertà divide, piuttosto che ciò che essa unisce. E continua: ”La libertà individuale, come l’utilizzazione della medesima, costituisce il fondamento della società civile. Essa lascia che ogni uomo trovi nell’altro uomo non già la realizzazione, ma piuttosto il limite della sua libertà”.

In questo contesto sembrerebbe, dunque, che la libertà sia in realtà un qualcosa da cui guardarsi, un qualcosa che opererebbe come disgregante della società e come impulso alle spinte egoistiche ed individualistiche dell’uomo. E se si pensa al funzionamento intrinseco delle società capitalistiche non dovrebbe stupire molto questa conclusione: il concetto borghese di libertà sembrerebbe una giustificazione dell’egoismo, della prevaricazione, della competitività sociale e, in ultima istanza, una giustificazione della diseguaglianza.

Torniamo rapidamente a guardare la situazione attuale. Quali sono i partiti che, più assiduamente, si appellano alla libertà, criticando l’adozione del green pass, così come, in passato, le misure del contenimento dell’epidemia? Sono i partiti di destra che, seppur a forte tendenza conservatrice, come tutta la destra moderna sono intrisi di ideologia liberale.

La libertà del liberalismo classico, oggi appannaggio delle destre, è ben altra cosa dalla libertà reale e concreta dell’uomo. Come realizzare questa libertà è la più grande sfida che ogni vera forza rivoluzionaria e trasformatrice si trova ad affrontare.

Più di 150 anni fa, due pensatori anarchici – Pierre-Joseph Proudhon e Michail Bakunin – allo Stato padrone, che occupa ogni spazio di libertà, e all’individualismo borghese che lo difende dall’invadenza altrui, sostituirono il pensiero della comunità solidale. Non un sistema compiuto il loro, né un distillato di filosofie radicali, ma semplicemente un’intuizione che, rompendo con l’idealismo di Kant, di Hegel e dei loro seguaci, aveva osato porre in dubbio il precetto del liberalismo classico per cui “la libertà di ogni essere umano avrà come limite la libertà di tutti gli altri esseri umani”.

Scrive Bakunin: “Io posso dirmi e sentirmi libero solo in presenza degli altri uomini e in rapporto a loro ... Io stesso sono umano e libero solo quando tutti gli esseri umani, uomini e donne, sono ugualmente liberi. La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma ... Così che più numerosi sono gli uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà -, più estesa, più profonda e più ampia diviene la mia libertà”.

Trovandomi d’accordo con Bakunin (come potrei non esserlo) dico che "la libertà di ogni essere umano continua con la libertà di tutti gli altri esseri umani". 

Ecco una definizione più completa della libertà secondo il rivoluzionario russo: “La libertà consiste nel pieno sviluppo e nel completo godimento di tutte le facoltà e le potenzialità umane di ognuno attraverso la società, che è necessariamente precedente al sorgere del suo pensiero, della sua parola e della sua volontà; in quanto l’uomo realizza la sua umanità solo per mezzo degli sforzi collettivi di tutti i membri, passati e presenti, della società, base e punto d’avvio dell’esistenza umana”.

Quella di Bakunin è una libertà che si costruisce dal basso in alto, dalla periferia al centro, e cresce di forza e consapevolezza con le libertà di ognuno, graduandosi in tante idee concrete e particolari di libertà, in relazione al contesto in cui si sviluppa e alla comunità solidale che la accoglie.

È il mancato sacrificio della libertà propria che alimenta la libertà degli altri. Per tornare al caso concreto della pandemia in corso, ciò ci consente di distinguere tra la libertà di vaccinarsi e l’adozione del “green pass”. Il vaccinarsi contro il Covid 19, l’uso delle mascherine, il distanziamento ed ogni altra tipo di precauzione è, per un anarchico, un atto di libertà solidale, cosciente, nei confronti di chi, rischiando la vita con il contagio, rischia di perdere per sempre anche il gusto per la libertà. Come scrivono i compagni del “Gruppo di ricerca pandemico”: “Libertà si coniuga così con solidarietà, con salute, con sicurezza nel senso di garanzia di vivere una buona vita”.

L’obbligo del “green pass”, comunque mascherato, pone problemi del tutto differenti. Il “green pass” è uno strumento di controllo (al pari della carta d’identità o del passaporto) e di pressione (= ricatto) ma è soprattutto una fonte di discriminazione tra chi può e chi non può o non vuole, per i più svariati motivi, vaccinarsi. 

A costoro vanno garantiti libertà, diritti acquisiti e servizi essenziali. Non è il vaccinarsi ma è il “green pass” ciò che dovremmo oggi contestare. 

domenica 12 settembre 2021

Lo Stato astrazione distruttrice della comunità vivente

Lo Stato non è la società, ma una sua forma storica tanto brutale quanto astratta. È nato storicamente in tutti i paesi dal matrimonio tra la violenza, la rapina, il saccheggio, in breve la guerra, la conquista, e gli dei creati dalla fantasia teologica delle nazioni. Esso è la sanzione divina della forza bruta e dell’iniquità trionfante, la storica consacrazione di ogni dispotismo e privilegio, la ragione politica di ogni servitù economica e sociale, il centro e l’essenza stessa di ogni reazione. Come suprema impersonificazione del principio di autorità sulla terra, lo Stato è per natura ente assoluto, espressione intrinseca della sovranità tout-court. In quanto astrazione politica è la negazione generale della società e degli interessi positivi delle regioni, dei comuni, delle associazioni e del più gran numero degli individui. Esso è un’universalità divorante, un’astrazione distruttrice della comunità vivente e dunque un grande macello e un immenso cimitero, ove generosamente, serenamente, vengono a lasciarsi immolare e seppellire tutte le aspirazioni reali, tutte le forze vive di un paese.

Il rapporto tra Stato e società è dunque un rapporto alienato, che scaturisce precisamente dalla natura astratta dell’entità statale rispetto alla concretezza reale della vita sociale. In virtù di questo Logos intrinseco, lo Stato esprime la sua profonda vocazione nell’espansione interna ed esterna: interna verso la società, esterna verso gli altri Stati sovrani. Verso la società perché la domina e tende ad assorbirla completamente, verso gli altri Stati sovrani perché vorrebbe espandersi a spese loro, con la conseguenza di una permanente tensione di guerra. L’esistenza di uno Stato sovrano ed esclusivo presuppone infatti l’esistenza e, se necessario, provoca la formazione di altri Stati similari, poiché è ovviamente naturale che gli individui al di fuori di esso e da esso minacciati nella loro esistenza e nella loro libertà, si associno, a loro volta, contro di lui. Abbiamo così l’umanità divisa in un numero indefinito di Stati stranieri, tutti ostili e minacciosi tra loro, per cui si deve concludere che Lo Stato è la più flagrante, la più cinica, la più completa negazione dell’umanità. Esso frantuma la solidarietà universale di tutte le persone sulla terra e li spinge all’associazione al solo scopo di distruggere, conquistare e rendere schiavi tutti gli altri.  


mercoledì 18 agosto 2021

Bakunin e la rivoluzione

La rivoluzione ha come scopo la radicale dissoluzione di tutte le organizzazioni, e istituzioni religiose, politiche, economiche attualmente esistenti, in modo tale che non rimanga pietra su pietra, in Europa e nel resto del mondo, del presente ordine di cose fondato sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul dominio.

Noi intendiamo la rivoluzione come un rivolgimento radicale, come la sostituzione di tutte senza eccezione le forme della vita europea contemporanea con altre nuove, completamente opposte.

Noi vogliamo distruggere tutti gli Stati e tutte le Chiese, con tutte le loro istituzioni e le loro leggi religiose, politiche, finanziarie, giuridiche, poliziesche, educative, economiche e sociali, cosicché milioni di esseri umani ingannati, tenuti in servitù, torturati, sfruttati, possano respirare in completa libertà.

Ponendo l'esclusione assoluta di ogni principio di autorità e di ragione di Stato, noi miriamo per conseguenza alla abolizione delle classi, dei ceti, dei privilegi e di ogni specie di distinzione» e quindi, ancora una volta, all' abolizione,alla dissoluzione e alla bancarotta morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato tutelare, trascendente, centralista, doppione e alter ego della Chiesa.

L'obiettivo della rivoluzione dunque è l' estirpazione del principio di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso religioso, metafisico e dottrinario alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario alla maniera giacobina, perché non ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa, monarchia, Stato costituzionale, repubblica borghese, oppure dittatura rivoluzionaria.

venerdì 16 aprile 2021

La dimensione positiva della libertà

Dunque la dimensione positiva della libertà è eminentemente collettiva; il suo ruolo, però, consiste nel potenziare la libertà individuale, non nell’indicare all’uomo le direzioni e il senso ultimo della sua azione, la cui natura rimane irriducibilmente soggettiva e perciò immune da ogni codificazione di senso proveniente da fonte esterna. Di qui una delineazione radicale del rapporto tra libertà individuale e contesto sociale, tra impulso esistenziale ed etica pubblica. Poiché, infatti, “la libertà individuale e collettiva è l’unica creatrice dell’ordine umano”, ne deriva che da essa nasce “l’assoluto diritto di ogni uomo o donna adulti di non cercare per le proprie azioni altre conferme che quelle della propria coscienza e della propria ragione, di non determinarle che per mezzo della propria volontà e di esserne quindi, prima di tutto responsabili solo verso se stessi e poi nei confronti della società di cui fanno parte, ma solo in quanto consentono liberamente di farne parte. 

"Non divengo veramente libero se non attraverso la libertà altrui, così che più numerosi sono gli uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà -, più estesa, più profonda e più ampia diviene la mia libertà. Si realizza la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti. Confermata dalla libertà di tutti, la mia libertà si estende all’infinito”.

(Michail Bakunin)

 

mercoledì 6 gennaio 2021

L'obiettivo della rivoluzione di Michail Bakunin

L'obiettivo della rivoluzione è l'estirpazione del principio di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso religioso, metafisico e dottrinario alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario alla maniera giacobina, perché non ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa, monarchia, Stato costituzionale, repubblica borghese, oppure dittatura rivoluzionaria.

La rivoluzione ha come scopo la radicale dissoluzione di tutte le organizzazioni, e istituzioni religiose, politiche, economiche attualmente esistenti, in modo tale che non rimanga pietra su pietra, in Europa e nel resto del mondo, del presente ordine di cose fondato sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul dominio.

Noi intendiamo la rivoluzione come un rivolgimento radicale, come la sostituzione di tutte senza eccezione le forme della vita europea contemporanea con altre nuove, completamente opposte.

Noi vogliamo distruggere tutti gli Stati e tutte le Chiese, con tutte le loro istituzioni e le loro leggi religiose, politiche, finanziarie, giuridiche, poliziesche, educative, economiche e sociali, cosicché milioni di esseri umani ingannati, tenuti in servitù, torturati, sfruttati, possano respirare in completa libertà.

Ponendo l'esclusione assoluta di ogni principio di autorità e di ragione di Stato, noi miriamo per conseguenza all’abolizione delle classi, dei ceti, dei privilegi e di ogni specie di distinzione» e quindi, ancora una volta, all' abolizione,alla dissoluzione e alla bancarotta morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato tutelare, trascendente, centralista, doppione e alter ego della Chiesa.

domenica 3 gennaio 2021

La Libertà vista da Bakunin

Io posso dirmi e sentirmi libero solo in presenza degli altri uomini ed in rapporto a loro. Io stesso sono umano e libero soltanto nella misura in cui riconosco la libertà e l’umanità di tutti gli uomini che mi circondano. Sono veramente libero solo quando tutti gli esseri umani, uomini e donne, sono egualmente liberi. La libertà di ogni individuo è infatti soltanto il riflesso della sua umanità. La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. Non divengo veramente libero se non attraverso la libertà altrui, così che più numerosi sono gli uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà -, più estesa, più profonda e più ampia diviene la mia libertà. Si realizza la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti. Confermata dalla libertà di tutti, la mia libertà si estende all’infinito”.

Dunque la dimensione positiva della libertà è eminentemente collettiva; il suo ruolo, però, consiste nel potenziare la libertà individuale, non nell’indicare all’uomo le direzioni e il senso ultimo della sua azione, la cui natura rimane irriducibilmente soggettiva e perciò immune da ogni codificazione di senso proveniente da fonte esterna. Di qui una delineazione radicale del rapporto tra libertà individuale e contesto sociale, tra impulso esistenziale ed etica pubblica. Poiché, infatti, “la libertà individuale e collettiva è l’unica creatrice dell’orine umano”, ne deriva che da essa nasce “l’assoluto diritto di ogni uomo o donna adulti di non cercare per le proprie azioni altre conferme che quelle della propria coscienza e della propria ragione, di non determinarle che per mezzo della propria volontà e di esserne quindi, prima di tutto responsabili solo verso se stessi e poi nei confronti della società di cui fanno parte, ma solo in quanto consentono liberamente di farne parte. 


venerdì 14 agosto 2020

Libertà e rivoluzione

L'obiettivo della rivoluzione è l'estirpazione del principio di autorità, comunque esso si manifesti, sia esso religioso, metafisico e dottrinario alla maniera borghese, o perfino rivoluzionario alla maniera giacobina, perché non ci interessa che l'autorità si chiami Chiesa, monarchia, Stato costituzionale, repubblica borghese, oppure dittatura rivoluzionaria.

La rivoluzione ha come scopo la radicale dissoluzione di tutte le organizzazioni, e istituzioni religiose, politiche, economiche attualmente esistenti, in modo tale che non rimanga pietra su pietra, in Europa e nel resto del mondo, del presente ordine di cose fondato sulla proprietà, sullo sfruttamento e sul dominio.

Noi intendiamo la rivoluzione come un rivolgimento radicale, come la sostituzione di tutte senza eccezione le forme della vita europea contemporanea con altre nuove, completamente opposte.

Noi vogliamo distruggere tutti gli Stati e tutte le Chiese, con tutte le loro istituzioni e le loro leggi religiose, politiche, finanziarie, giuridiche, poliziesche, educative, economiche e sociali, cosicché milioni di esseri umani ingannati, tenuti in servitù, torturati, sfruttati, possano respirare in completa libertà.

Ponendo l'esclusione assoluta di ogni principio di autorità e di ragione di Stato, noi miriamo per conseguenza alla abolizione delle classi, dei ceti, dei privilegi e di ogni specie di distinzione» e quindi, ancora una volta, all'abolizione,alla dissoluzione e alla bancarotta morale, politica, burocratica e giuridica dello Stato tutelare, trascendente, centralista, doppione e alter ego della Chiesa.

lunedì 14 ottobre 2019

Principio rivoluzionario della libertà


Due sono i caratteri fondamentali della libertà: positivo e negativo.
La libertà positiva denota lo stato di godimento della libertà, la libertà negativa quello della lotta contro il suo massimo impedimento: il principio di autorità. La rivolta dell’individuo contro ogni autorità divina e umana, collettiva e individuale rimanda infatti proprio al principio di autorità: ogni autorità, infatti, non può altro che significare il principio di autorità. Contro di esso pertanto non può che ergersi il principio opposto, il principio rivoluzionario della libertà.
La libertà è rivoluzionaria non quando attacca un’autorità storicamente determinata, nella sua materiale e finita esistenza, ma quando ne demolisce il principio informatore, la cui natura non può che essere metafisico-universale in quanto essa, per l’appunto, è ravvisabile in ogni particolare concretezza storica. Il principio informatore, ovvero il concetto sottoteso dell’esistenza specifica di  ogni realtà storicamente data. Ecco perché Bakunin si pone contro i due massimi archetipi dell’autorità: l’archetipo divino e quello mondano, ovvero Dio e lo Stato. Essi non sono due entità ideali, ma due principi attivi, reali, sono le colonne sulle quali si regge l’ordine gerarchico che governa il mondo. Perciò solo assaltando il supremo principio metafisico del cielo e della terra diventa possibile demolire ogni sua fenomenologia materiale e dunque avviare la dissoluzione di tutte le organizzazioni e istituzioni religiose, politiche, economiche e sociali attualmente esistenti.