..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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martedì 20 aprile 2021

La prossima rivoluzione

La prossima rivoluzione sarà una rivoluzione democratica e razionale, questa l'idea centrale del pensiero di Murray Bookchin. Partendo dalla lunga storia di militante anarchico ed ecologista Bookchin elabora una nuova idea politica e sociale che si adatta perfettamente alle sfide del XXI secolo. Ecologia sociale, comunalismo, municipalismo libertario, confederalismo sono i termini che Bookchin utilizza di volta in volta per spiegare le proprie idee e come realizzarle.

L'utopia realizzabile sviluppa il progetto di un nuovo modello sociale e politico per costruire un mondo razionale, egualitario e libertario, organizzato - a livello locale - in comuni e municipi autogestiti, la cui vita politica ed economica si fonda sulla democrazia diretta e le assemblee popolari. Infatti l'organizzazione politica e sociale che ha delineato è teorizzato nel corso di alcuni decenni di intensa produzione intellettuale e letteraria, progetta una democrazia decentrata e assembleare in cui la partecipazione diretta al governo locale rappresenta la base per lo sviluppo di una società caratterizzata da una organizzazione politica più libera, efficiente e complessa. Un modello che è stato realizzato in parte già realizzato nel Rojava, la zona autonoma del nord della Siria, abitate in maggioranza della popolazione curde che hanno liberato questo territorio prima dallo Stato Siriano e poi dall'Isis. Nel Rojava il progetto comunalista e confederalista democratico che prende vita da l'idea di Bookchin si è sviluppato da oltre 10 anni, realizzando una società caratterizzata da piccoli nuclei sociali composti da alcune centinaia di persone che condividono l'organizzazione politica, economica e sociale di un municipio o di una comune. Nonostante lo stato di guerra che caratterizza ancora il Rojava una parte dei membri di questi municipi (uomini e donne senza distinzione) lavorano regolarmente all'interno della comunità, in alcuni casi vere e proprie comuni, mentre altri sono impiegati insulti e militari e produttive esterne, con cui municipi mantengono i rapporti di interdipendenza.

Tutte le decisioni che riguardano il municipio o la comune vengono discusse all'interno delle assemblee popolari, in cui tutti hanno uguale diritto di voto e di parola. Nel caso dell'impossibilità di un accordo complessivo, le decisioni vengono prese a maggioranza,e la minoranza è tenuta ad accettare quanto approvato.

Le comunità fanno parte di una rete o confederazione di comuni e municipi che costruiscono aggregazioni più vaste da un punto di vista sia geografico che economico.

Le comuni e i municipi possono confederarsi tra di loro per governare in modo di condiviso aree urbane o rurali, ma possono anche gestire attività produttive e culturali come fabbriche, scuole, istituti di ricerca e produzione scientifica e tecnologica.

Alla base di tale progetto politico c'è l'idea, profondamente anarchica, che il genere umano sia in grado di autogovernarsi una società razionale e non autoritaria.

domenica 18 aprile 2021

150 anni fa … L’opera della Comune (parte 6)

 Il ruolo femminile: l'Unione delle donne

 

Le donne di Parigi cominciarono a svolgere un'attività importante già all'inizio della guerra con la Prussia, quando molti uomini furono impegnati al fronte e si crearono i comitati di quartiere e i club. Le donne parteciparono alle azioni più significative che precedettero la vittoria della Comune, quali quelle del 31 ottobre 1870, del 22 gennaio e del 18 marzo, quando furono le prime ad opporsi al colpo di mano tentato dai versagliesi a Montmartre.

Con la Comune venne ripreso il tema dell'emancipazione femminile: la sua messa in pratica passò attraverso il lavoro e così il 12 maggio 1871 venne inaugurata la prima scuola professionale femminile di arte industriale, mentre la scrittrice Marguerite Tinayre venne nominata ispettrice generale delle scuole parigine. Altre iniziative prese dalla Comune che riguardavano, direttamente o indirettamente, le donne, furono la proibizione dell'esercizio della prostituzione, l'organizzazione degli asili, l'abolizione, decretata il 17 maggio, della distinzione tra figli legittimi e illegittimi, la concessione di un'indennità alle mogli, o conviventi, delle guardie nazionali.

Un’associazione chiamata «Unione delle donne» era stata fondata durante l'assedio di Parigi, strutturata nei comitati di quartiere e con un comitato centrale.

Poco dopo l'attacco condotto dalle forze di Versailles a Neully, l'11 aprile apparve sul Journal Officiel un «Appello alle cittadine di Parigi», redatto l'8 aprile e firmato «Un gruppo di cittadine», nel quale, preso atto che la guerra con le forze di Versailles era iniziata e che bisognava «vincere o morire», si tracciavano le linee di un programma rivolto espressamente alle donne: «Niente doveri senza diritti, niente diritti senza doveri. Vogliamo il lavoro, ma per conservarne il prodotto. Non più sfruttatori né padroni. Lavoro e benessere per tutti. Autogoverno del popolo [...]». S'invitavano infine le cittadine parigine a riunirsi quella sera al Grand Café de la Nation in rue du Temple 79.

Qui fu fondata l'Union des Femmes pour la Défense de Paris et les soins aux blessés - Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti. Quest'associazione assorbì una precedente Unione delle donne, e aprì proprie sezioni nei diversi rioni di Parigi.

Nello statuto, le aderenti, che si distinguevano nell'abito indossando una sciarpa e un bracciale rosso, si impegnavano a riunirsi tutti i giorni e di presentare un rapporto scritto degli avvenimenti della giornata. Si prevedeva anche l'uso delle armi in caso di necessità, l'acquisto di petrolio (da qui l'appellativo di petroleuses dato a molte Comunarde), il rifornimento per i combattenti delle barricate e l'assistenza ai feriti. Molte furono le donne che combatterono in prima fila sulle barricate.

Ma l'Unione e in generale le donne di Parigi si occuparono soprattutto dei problemi sociali e politici: il 3 maggio una petizione, firmata da 85 operaie e indirizzata alla commissione lavoro della Comune, chiese di lavorare in ottemperanza della circolare della stessa commissione, datata 10 aprile, che prevedeva l'apertura in ogni arrondissement di una fabbrica espressamente adibita al lavoro femminile.

Il 21 maggio, quando l'esercito di Versailles entrò a Parigi e tutti furono impegnati nei combattimenti: “parecchie donne combattevano in trincea, alcune vestite anche con la divisa della Guardia Nazionale. Non si contavano le vivandiere. Si sa di una diecina uccise in battaglia”. Un giornalista del Vengeur, assistendo il 24 maggio ai combattimenti della «Settimana sanguinante», scriveva di aver già visto “tre rivoluzioni, ma per la prima volta vedo donne e bambini combattere. Sembra che questa rivoluzione sia proprio la loro e lottando, esse lottano per il proprio avvenire”. Infatti, anche ragazzi dai 12 ai 15 anni combatterono sulle barricate: ne saranno arrestati 651 e inviati per lo più in case di correzione.

Le Comunarde furono molto impegnate nelle lotte per le conquiste sociali e per l'emancipazione femminile. Esse rivendicavano la piena uguaglianza dei sessi: «Qualsiasi diseguaglianza e qualsiasi antagonismo tra i sessi costituisce una delle basi del potere delle classi dominanti [...] Uguaglianza dei salari, diritto al divorzio per le donne, diritto all'istruzione laica ed alla formazione professionale per le ragazze». Molte di loro furono arrestate, processate e detenute nelle prigioni francesi. Un documento racconta le condizioni di vita di una Comunarda francese detenuta in carcere, l'insegnante Celeste Hardouin: denunciata in modo anonimo, fu fermata il 7 luglio 1871 e liberata il 17 ottobre dello stesso anno, dopo il pagamento di una cauzione. La sua «colpa» fu quella di avere assistito due volte alle riunioni del club della rivoluzione sociale nella chiesa Saint-Michel del Batignolles.

Le donne del popolo videro nella Comune la loro alleata naturale, la rivendicatrice dei loro diritti, combatterono con essa e per essa eroicamente. Basti citare Louise Michel, di cui gli stessi, che non ne approvavano le idee e i sentimenti, ammirarono pur tuttavia il carattere, la fermezza, l’abnegazione e la forza magnanima di sacrificio.

Ecco una proclamazione della Michel:

– Cittadine – dicevano le rivoluzionarie federate della Comune, indirizzandosi alle donne di Parigi – sopporteremo noi più a lungo che la miseria e l’ignoranza facciano dei nostri figli dei nemici, che padre contro figlio, fratello contro fratello, vengano ad uccidersi fra loro sotto i nostri occhi pel capriccio dei nostri oppressori?

Cittadine, noi vogliamo essere libere!

Che le madri, che le donne, le quali, si dicono «che m’importa del trionfo della nostra causa se debbo perdere coloro che amo?» si persuadano finalmente che il solo modo di salvare coloro che hanno cari – il marito, in cui vedono il loro sostegno – il figlio, in cui mettono la loro speranza – è quello di prendere una parte attiva al combattimento impegnato per far cessare finalmente una lotta fratricida, che ricomincerà in un prossimo avvenire, se il popolo non trionfa.

Guai alle madri, se una volta ancora il popolo soccombesse! Questa disfatta sarebbe pagata dai loro piccoli figli!

Cittadine, tutte risolute, tutte unite, vegliamo alla sicurezza della nostra causa!

E se gl’infami, che fucilano i prigionieri ed assassinano i nostri capi, mitraglieranno una folla di donne inermi, tanto meglio!

L’orrore e l’indignazione della Francia e del mondo compieranno ciò che noi abbiamo incominciato!

venerdì 16 aprile 2021

La dimensione positiva della libertà

Dunque la dimensione positiva della libertà è eminentemente collettiva; il suo ruolo, però, consiste nel potenziare la libertà individuale, non nell’indicare all’uomo le direzioni e il senso ultimo della sua azione, la cui natura rimane irriducibilmente soggettiva e perciò immune da ogni codificazione di senso proveniente da fonte esterna. Di qui una delineazione radicale del rapporto tra libertà individuale e contesto sociale, tra impulso esistenziale ed etica pubblica. Poiché, infatti, “la libertà individuale e collettiva è l’unica creatrice dell’ordine umano”, ne deriva che da essa nasce “l’assoluto diritto di ogni uomo o donna adulti di non cercare per le proprie azioni altre conferme che quelle della propria coscienza e della propria ragione, di non determinarle che per mezzo della propria volontà e di esserne quindi, prima di tutto responsabili solo verso se stessi e poi nei confronti della società di cui fanno parte, ma solo in quanto consentono liberamente di farne parte. 

"Non divengo veramente libero se non attraverso la libertà altrui, così che più numerosi sono gli uomini liberi – e più profonda e più ampia è la loro libertà -, più estesa, più profonda e più ampia diviene la mia libertà. Si realizza la libertà illimitata di ognuno per mezzo della libertà di tutti. Confermata dalla libertà di tutti, la mia libertà si estende all’infinito”.

(Michail Bakunin)

 

giovedì 15 aprile 2021

150 anni fa … L’opera della Comune (parte 5)

 La politica religiosa

 

Nel conflitto tra governo di Versailles e Comune, naturalmente la Chiesa cattolica si schierò subito a fianco del primo. Istituzione profondamente reazionaria fin da quando stabilì una stretta alleanza con l'Impero romano garantendogli l'indottrinamento delle masse in cambio della propria sopravvivenza prima e della propria espansione poi, gestita da una gerarchia di aristocratici, intollerante per la natura dogmatica dei suoi principi, nella sua storia fu sempre al fianco dei regimi autoritari e costituì a sua volta un regime, quello dello Stato pontificio, nel quale la miseria della popolazione era pari solo alla sua ignoranza.

Al tempo della Comune regnava ancora Pio IX, tenuto per venti anni sul trono grazie all'appoggio di Napoleone III il quale, nel 1850, con la legge Falloux aveva garantito alla Chiesa pressoché il monopolio dell'istruzione. Con il decreto del 3 aprile 1871 il Consiglio della Comune abrogò il Concordato napoleonico e affermò che «la libertà è il principio basilare della Repubblica francese» e «la libertà di coscienza è la prima delle libertà», rilevava come «il clero è stato complice dei crimini della monarchia contro la libertà». Proclamava all'articolo 1 la separazione dello Stato dalla Chiesa, all'articolo 2 la soppressione del bilancio dei culti, e all'articolo 3 stabiliva che «i cosiddetti beni di manomorta (mobili o immobili) appartenenti alle congregazioni religiose» fossero dichiarati «proprietà nazionale».

L'8 aprile fu deciso di dare il bando dalle scuole a tutti i simboli religiosi, immagini, dogmi, preghiere, insomma a tutto ciò che appartiene al campo della coscienza individuale.

Benché rimanesse garantita la libertà di culto, molti parroci abbandonarono le chiese, e questo fatto spinse i club rivoluzionari ad utilizzarle per le loro riunioni, facendo gridare al «sacrilegio» la stampa schierata contro la Comune. In altre chiese il culto poteva svolgersi la mattina, mentre la sera divenivano locali di riunioni dei club.

A Parigi vi erano 69 chiese cattoliche. Una dozzina furono chiuse con l'accusa di svolgervi attività contro-rivoluzionarie, come avvenne per la chiesa di Saint-Pierre, a Montmartre, che fu utilizzata come opificio dove 50 operaie confezionavano uniformi militari. Fu poi adibita a deposito di munizioni, come avvenne anche per Notre-Dame-de-la-Croix e per Saint-Ambroise, mentre quella di Saint-Pierre de Montrouge fu utilizzata come bastione e durante la Settimana sanguinante fu teatro di una battaglia accanita tra Federati e versagliesi, che fucilarono tutti i prigionieri.

Il passaggio dall'insegnamento confessionale a quello laico, benché auspicato, non si poté attuare per diversi motivi, primo fra tutti la mancanza di tempo, poi per una certa forza d'inerzia e per la resistenza del personale religioso.

lunedì 12 aprile 2021

La vita prima di tutto

Se il vecchio grido di "morte agli sfruttatori!" non risuona più nei quartieri popolari è perché lascia il posto ad un altro grido, venuto dall'infanzia e da una passione più serena: "la vita prima di tutto!" Lasciate che si propaghi non nelle teste ma nei cuori e non ci sarà più  da preoccuparsi dell'apatia in cui si arenano gli arcaismi della sottomissione  e dell'insubordinazione.

La gioia di appartenere all'incessante rinnovamento della natura è il migliore antidoto agli obblighi quotidiani dello sfruttamento e dello snaturamento. È il momento dell'innocenza in cui il bambino si rivela a se stesso, prima che l'educazione faccia pagare il piacere di nascere con l'obbligo di lavorare. In ciò sta il segreto che scioglie la catena dei rimorsi, sacrifici, malattie, frustrazioni e aggressività che il libero scambio dei sensi di colpa forgia anello per anello.

domenica 11 aprile 2021

150 anni fa … L’opera della Comune (parte 4)

 Sull'istruzione e la cultura

 

Fin da marzo era stata avanzata la questione dell'istruzione. La «Società per una nuova educazione» aveva richiesto alla Comune la separazione della scuola dalla Chiesa (nessuna istruzione religiosa e nessun oggetto di culto negli edifici scolastici) e l'istruzione obbligatoria, gratuita e impostata su basi scientifiche. La Comune si era dichiarata d'accordo e dal 21 aprile la Commissione istruzione si occupò del problema.

Il 19 maggio fu emanato il decreto sulla laicità della scuola. Nel suo manifesto del 18 maggio il commissario Édouard Vaillant aveva scritto che «il carattere essenzialmente socialista della rivoluzione comunale doveva poggiare su una riforma dell'insegnamento che garantisca a ciascuno la vera base dell'eguaglianza sociale, ossia l'istruzione integrale alla quale ogni cittadino ha diritto». Il 21 maggio furono raddoppiati gli stipendi dei maestri e a questi furono parificate le retribuzioni delle maestre.

Furono istituiti due nuovi istituti professionali, di cui uno femminile in rue Dupuytren. Alcuni municipi di rione avevano già anticipato il decreto del Consiglio. Il 3° arrondissement istituì un asilo per 94 bambini, laicizzò tre scuole dirette da congregazioni religiose e, per realizzare in parte il principio della gratuità dell'istruzione, fornì gratuitamente i materiali scolastici. Il 5° arrondissement rese laica la scuola elementare di rue Rollin, il 13° arrondissement quella del faubourg Saint-Martin.

Parigi era da decenni all'avanguardia, in Europa e perciò nel mondo, in campo artistico. Furono i pre-impressionisti della Scuola di Barbizon, poi gli impressionisti come Manet e i realisti come Courbet che s'incaricarono di regolare definitivamente i conti con la vecchia pittura accademica e retorica cara al Regime, che infatti non accettava le loro opere nelle esposizioni ufficiali dei Salon.

Il 25 marzo 1871 la Comune decise di riaprire i musei, rimasti chiusi durante l'assedio, incaricandone il pittore Gustave Courbet, eletto in un'assemblea presidente della Federazione degli artisti di Parigi. La Comune s'impegnò a favorire la libera espansione dell'arte, senza porre tutele, e a garantirne l'insegnamento.

Il nome di Courbet è rimasto legato all'episodio dell'abbattimento della colonna Vendôme. Di questa colonna, imitazione della colonna Traiana, fatta erigere da Napoleone I nel 1810 a celebrazione di se stesso e della Grande Armée, si era già chiesto da molti l'abbattimento fin dal settembre del 1870, alla caduta dell'Impero e alla conseguente proclamazione della Repubblica e Courbet era solo uno dei tanti che la considerava un odioso simbolo di un passato deprecato e da cancellare, in quanto “un monumento di barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, un'affermazione del militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attentato perpetuo a uno dei tre grandi principi della Repubblica francese, la Fraternità”. Nel Journal Officiel della Comune di Parigi aveva scritto: “Considerato che la colonna Vendôme è un monumento privo di qualsiasi valore artistico e tendente a perpetuare attraverso la sua espressione le idee di guerra e di conquista esistenti nella dinastia imperiale, riprovate dal sentimento di una nazione repubblicana, [il cittadino Courbet] fa voto che il governo di Difesa nazionale voglia autorizzarlo ad abbattere questa colonna”. Il governo ignorò la proposta, ma quel progetto fu ripreso dalla Comune che lo votò il 12 aprile 1871, mettendolo in esecuzione l'8 maggio. Era prevista la vendita a 4 franchi al chilo del materiale, stimato in 200 tonnellate. Il pomeriggio del 16 maggio, mentre ogni energia sarebbe dovuta essere rivolta a combattere i versagliesi, la Comune mobilitò uomini e mezzi per demolire la famosa colonna; gli argani lavorano dalle tre alle sei del pomeriggio. Fu organizzata una cerimonia festosa che iniziò al suono della Marsigliese, quando la colonna si abbatté al suolo e la statua di Napoleone rotolò lontano, la folla inneggiò alla «fine del militarismo» cantando a squarciagola, intrecciando danze e sturando bottiglie. Aimè, non sapevano che di la a cinque giorni sarebbe iniziata la «Settimana sanguinante». Il governo pseudo-repubblicano, succeduto alla repressione della Comune, rimise in piedi la colonna imperiale addebitando spese e risarcimenti per 330.000 franchi al pittore, già arrestato il 7 giugno, che peraltro morì prima di pagare la prima rata dell'assurda somma addebitatagli.

La Comune si occupò anche della gestione dei teatri. Nella seduta del 19 maggio il Consiglio della Comune si rifece alla legge del 17 germinale dell'anno II della I Repubblica (il 6 marzo 1793) che aveva affidato il controllo dei teatri alla commissione della pubblica istruzione, sottraendolo alle iniziative private degli impresari.

Nel decreto, alla cui base vi è l'idea che il teatro sia un istituto di istruzione collettiva, il Consiglio stabilì che «i teatri sono trasferiti sotto la competenza della delegazione all'insegnamento. Viene soppressa qualunque sovvenzione e monopolio dei teatri. La delegazione è incaricata di far cessare per i teatri il regime dello sfruttamento tramite un direttore e una società, e di sostituirvi al più presto il regime dell'associazione». Il decreto fu pubblicato il 21 maggio, il giorno in cui le truppe di Thiers entravano in Parigi per la battaglia decisiva.

sabato 10 aprile 2021

10 aprile 1919: assassinio di Emiliano Zapata

Il 10 aprile 1919 moriva assassinato presso l'hacienda di Chinameca, il leader della rivoluzione messicana, Emiliano Zapata.

Nato l'8 agosto del 1879 nel villaggio di Anenecuilco , nello stato di Morelos, Emiliano è il penultimo dei dieci figli di una delle tante famiglie impoverite dalle haciendas, le grandi aziende agricole divoratrici di terre che sono l'asse della modernizzazione promossa dal dittatore Porfirio Díaz.

Emiliano riceve l'istruzione elementare fino a quando, rimasto orfano all'età di 16 anni, comincia a lavorare distinguendosi ben presto come buon agricoltore. Dotato di una mente inquieta e di una natura indipendente, non tarda a conquistarsi una posizione di prestigio all'interno della comunità.

All'inizio del secolo conosce due personaggi che giocheranno un ruolo importante nella sua vita: Pablo Torres Burgos e Otilio Montaño. Entrambi sono maestri di scuola.Il primo gli mette a disposizione la propria biblioteca dove vi può leggere anche "Regeneración", la rivista clandestina dei fratelli Flores Magòn. Il suo battesimo politico avviene nel 1909 quando eletto sindaco di Anenecuilco appoggia il candidato governatore Patricio Leyva. La vittoria dell'aspirante ufficiale, Pablo Escandón, provoca ad Anenecuilco dure rappresaglie e nuove perdite di terre. Dopo aver cercato di risolvere i problemi del pueblo (contadini) per via legale nella seconda metà del 1910 Zapata e i suoi iniziano ad occupare e a distribuire le terre. é a questo punto che si lancia definitivamente nella lotta armata diventando, dopo la morte di Torres Burgos, il capo indiscusso della rivoluzione nel Sud. Appoggiato dai pueblos, riesce a tenere in scacco le truppe governative fino alla rinuncia del dittatore nel maggio del 1911. Nel frattempo il neo presidente Madero, che aveva promesso gli adeguamenti di terre per i contadini, si mostra invece insensibile ai problemi del pueblo. La rottura è inevitabile e Zapata e i  suoi riprendono le armi lanciando il Plan de Ayala dove si definisce Madero un traditore e si decreta la restituzione delle terre.

Scrive Zapata al suo futuro successore Gildardo Magaña, " sono disposto a lottare contro tutto e tutti".Ha inizio una guerra lunga e difficile, prima contro Madero, poi contro Huerta e infine contro Carranza. I soldati dell'Ejército Libertador del Sur combattono in unità mobili di due o trecento uomini comandati da un ufficiale con il grado di "colonnello" o "generale". Applicando la tecnica della guerriglia, colpiscono i distaccamenti militari per poi abbandonare la carabina 30/30 e scomparire nel nulla. Invano, i federales mettono il Morelos a ferro e fuoco: gli zapatisti sono inafferrabili.

Verso la fine del 1913, grazie anche alle spettacolari vittorie di Villa al nord, l'antico regime traballa. Dopo la fuga di Huerta (15 luglio), nell'autunno 1914 si celebra ad Aguascalientes una Convenzione tra le differenti frazioni rivoluzionarie che però non riescono a trovare l'accordo. Tra la costernazione dei presenti, il delegato zapatista, Antonio Díaz Soto y Gama, strappa la bandiera nazionale proclamando la necessità di "farla finita con tutte le astrazioni che opprimono il popolo".

In dicembre, in seguito alla rottura con Carranza, che rappresenta la borghesia agraria del nord, le truppe contadine di Villa e Zapata entrano trionfanti a Città del Messico inalberando i vessilli della vergine della Guadalupe, patrona dei popoli indigeni. Gli abitanti della capitale hanno paura dell'Attila del Sud, però i rivoluzionari non commettono saccheggi né atti di violenza. In un gesto poi diventato famoso, Zapata rifiuta l'invito a sedere sulla poltrona presidenziale: "non combatto per questo. Combatto per le terre, perché le restituiscano". E torna nel Morelos, territorio libero dopo la fuga dei proprietari terrieri e dei federales.

Nel 1915 prende forma la comune di Morelos, dove gli zapatisti distribuiscono terre e promulgano leggi per restituire il potere ai pueblos affiancati da giovani artisti ed intellettuali provenienti da Città del Messico.

Dopo qualche anno di declino della rivoluzione, nel 1919 Emiliano Zapata viene attirato in un imboscata e assassinato.

Zapata non ha mai smesso di cavalcare insieme agli indigeni messicani per la libertà e contro lo sfruttamento. L'abbiamo rivisto verso la fine del 1900 riprendere in spalla il fucile per i più poveri, per il suo popolo.

 

giovedì 8 aprile 2021

150 anni fa … L’opera della Comune (parte 3)

 Decreto sulla soppressione delle multe sui salari operai

 

Dallo stesso 27 aprile venne stabilita la soppressione del lavoro notturno nelle panetterie: a seguito della resistenza dei proprietari dei forni, l'entrata in vigore del decreto fu spostata al 3 maggio, confiscando i prodotti di quelle panetterie che continuarono ad ignorare il provvedimento.

Il 12 maggio si stabilì che nelle gare di appalto si privilegino le corporazioni operaie e che i prezzi vengano stabiliti in accordo tra le corporazioni, l'intendenza e la commissione lavoro. Nello stesso decreto, considerando che «durante l'assedio alcuni funzionari e benestanti hanno goduto degli stessi redditi fruiti in tempi normali», si impose il versamento degli interessi nelle casse municipali.

L'8 aprile fu decretata l'erogazione di una pensione a tutti i feriti, e il 10 aprile agli orfani e alle vedove delle guardie nazionali cadute in combattimento, senza fare distinzioni tra mogli legittime o «illegittime» e tra figli legittimi o naturali (“Versailles si incaricò, con le condanne di morte, di quelle pensioni” - Louise MichelLa Comune).

Fu stabilito anche che la donna, che, poggiandosi su prove inarrestabili, avesse chiesto la separazione di corpo contro il proprio marito, aveva diritto alla pensione alimentare.

Il 23 aprile l'unione dei meccanici e l'associazione dei metallurgici invitarono le altre corporazioni operaie a nominare propri delegati alla commissione d'inchiesta, mentre davano ai propri delegati il mandato di agire per «porre fine allo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo» e per «organizzare il lavoro mediante associazioni che posseggono collettivamente un capitale inalienabile».

domenica 4 aprile 2021

Disobbedire

Obbedire quasi sempre vuol dire rinunciare a se stessi, dire sempre sì all’altro da sé e rinunciare sempre a se stessi: non voglio noie, non voglio vedere, capire, ascoltare, sentire; non voglio chiedere perché ho paura di quello che potrei scoprire, delle possibili conseguenze in termini di carriera, ruolo, posizione sociale, mi è comodo seguire l’onda del perbenismo, mi gratifica  la considerazione di chi esercita il potere.

Disobbedire è qualcosa di più che non obbedire, perché l’azione del non obbedire e talvolta spontanea, immediata, di pelle, non presuppone un articolato ragionamento. Disobbedire, infatti significa assumere in toto  paternità di un’azione di non obbedienza e farla diventare un comportamento visibile e consapevole, quindi trasformare un moto spontaneo in una scelta politica. 

Diventa importante capire che essere liberi vuol dire prima di tutto voler essere liberi. Essere liberi dal liberarsi dal desiderio di obbedire, estirpare la tendenza alla docilità, non pensare che sia sufficiente lavorare da soli per emanciparsi dall’obbedienza.

Ma per volere essere liberi è indispensabile capire che non siamo responsabili perché siamo liberi, ma siamo liberi perché siamo responsabili. Se non comprendiamo questo, si continua a giustificare sostanzialmente la sottomissione, si cerca pervicacemente, attraverso la delega a qualcosa o qualcuno, di spiegare, che diventa in questo modo un giustificare, ogni forma di sottomissione. Essere responsabili significa dunque assumersi il compito di interrogare sistematicamente il nostro comportamento, le nostre relazioni, alla luce di una visione che alimenti ogni forma di liberazione possibile.

La radice più profonda del dominio non sta tanto in chi lo esercita ma soprattutto in chi lo subisce per comodità per abitudine, per interesse, per codardia e via dicendo, dunque per irresponsabilità. Disobbedire vuol dire esercitare ogni forma di lotta radicale e di critica alla delega e alle spiegazioni giustificative che troppo spesso mettiamo in campo per assolverci all’imperativo categorico che abbiamo assimilato con l’obbedienza.

150 anni fa … L’opera della Comune (parte 2)

 La politica sociale

La Comune non ebbe il tempo materiale per organizzare un coerente programma di riforme sociali e dovette affrontare solo i problemi più urgenti del momento.

Il problema degli alloggi era certamente uno dei più importanti per una città che aveva subito un lungo assedio. Il 30 marzo 1871 si decretò che per tre trimestri, dal 1° ottobre 1870 al 30 giugno del 1871, gli affitti non erano dovuti (si trattò dunque di un'esenzione e non di un rinvio dei pagamenti degli affitti) in quanto «è giusto che anche la proprietà sopporti la sua parte di sacrifici». Il 25 aprile si requisirono gli alloggi sfitti per assegnarli alle famiglie le cui abitazioni erano state danneggiate dai bombardamenti delle truppe di Thiers.

Il problema del pagamento delle cambiali in scadenza, problema particolarmente sentito da artigiani e piccoli commercianti messi in difficoltà dal crollo dei consumi verificatosi durante l'assedio, fu preso in considerazione dal 19 marzo con l'emanazione di un decreto di rinvio delle scadenze, e il 18 aprile fu stabilito che i pagamenti dovevano essere effettuati dal 15 luglio, in tre anni e senza interessi.

Quello del pignoramento degli oggetti depositati al Monte di Pietà era un altro problema che assillava gran parte della popolazione che, vivendo in generale povertà, era far uso impegnare le poche cose di valore nei momenti di particolare difficoltà. Il direttore del Monte di Pietà aveva annunciato, il 20 marzo, la vendita all'asta, a partire dal 1° aprile, degli oggetti pignorati. Sulla questione ci furono delle divisioni tra coloro che volevano abolire immediatamente il Monte di Pietà «sia per l'immoralità del principio che li regge, sia per l'assoluta inefficacia del loro funzionamento economico». Dopo un decreto di sospensione delle aste, emanato il 29 marzo, fu deciso il 7 maggio di concedere la restituzione gratuita degli oggetti impegnati di prima necessità di un valore pari o inferiore ai 20 franchi: la Comune si assumeva l'onere di rimborsare il Monte, per una spesa che superava i 300.000 franchi.

Per affrontare il problema della disoccupazione, aumentata a seguito della fuga da Parigi dei proprietari di aziende grandi e piccole, il 16 aprile la commissione lavoro istituì una commissione d'inchiesta, a cura delle camere sindacali, che fece un elenco delle officine e laboratori inattivi, inventariò i loro beni e provvide a costituire cooperative di lavoratori che ne presero possesso. Un tribunale arbitrale avrebbe poi commisurato l'entità degli indennizzi spettanti ai proprietari.

Il 27 aprile un decreto stabilì la soppressione delle multe sui salari operai (un'abitudine del padronato del Secondo Impero) e impose la restituzione di quelle inflitte dopo il 18 marzo.