..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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martedì 27 gennaio 2026

Il giorno di quale memoria?

Anche quest’anno il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria.
Come ogni anno, la memoria europea si concentra su un evento che pur essendo di enorme importanza non è il solo Olocausto della storia. Si ricordano le sofferenze degli ebrei (e molto, molto meno le sofferenze subite dagli zingari, dagli omosessuali, dai prigionieri politici anch’essi/e rinchiusi/e nei vari campi di concentramento nazisti e fascisti), mentre non c’è una giornata dedicata a ricordare, per esempio, le sofferenze immense e prolungate degli africani, la tratta dei neri e lo schiavismo.
Non si parla delle grandi ondate di sterminio razzista: dello sterminio dei quattro quinti della popolazione indigena del Sud America da parte dei colonizzatori spagnoli. Del genocidio perfetto delle popolazioni indigene del Nord America. Non si parla del fatto che i colonizzatori inglesi del continente australiano fino a settant’anni fa potevano legalmente uccidere a fucilate un aborigeno. Non si parla delle vittime dell’inquisizione.
Ricordare l’Olocausto degli ebrei dovrebbe significare anche rinnovare la memoria di tutti coloro che, in ogni continente, hanno subito la violenza della razza sterminatrice, bianca, cristiana e occidentale.
Ricordare l’Olocausto dovrebbe significare onorare la memoria di coloro che sono stati vittime di genocidio.
Quindi dopo il genocidio di Gaza chiunque intenda celebrare (come è giusto fare) il giorno della memoria, deve ricordare che Hitler non è che uno dei tanti sterminatori di cui la storia moderna è gremita, e che Netanyahu è un antisemita come fu Hitler.
Nel suo Discorso sul colonialismo del 1951 Aimé Césaire scriveva:
Quel che gli europei non perdonano a Hitler non è il crimine in sé, il crimine contro l’umanità, l’umiliazione dell’umano in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, l’umiliazione dell’uomo bianco. Quel che non si perdona a Hitler è il fatto di avere applicato in Europa le tecniche coloniali accettate con gli arabi in Algeria, i coolies dell’India e i neri dell’Africa.
La Giornata della Memoria è un’impostura occidentalista, direi che sei milioni di ebrei uccisi dal nazismo hanno lo stesso valore dei non sappiamo quanti milioni di africani uccisi, deportati e violentati dai bianchi schiavisti portoghesi inglesi e americani.
Hanno lo stesso valore dei milioni di indigeni del centro e del sud America sterminati dai colonizzatori europei.
Hanno lo stesso valore dei milioni di pellerossa massacrati dagli yenkees americani.
Hanno lo stesso valore dei milioni di palestinesi che Israele ha cacciato, depredato, umiliato, incarcerato torturato e sterminato.
Hanno lo stesso valore degli africani uccisi dai militari schiavisti al servizio di Leopoldo re del Belgio, che secondo Mark Twain furono dieci milioni, e a cui nessuno ha dedica­to un Museo della Memoria.

giovedì 25 dicembre 2025

Il corpo umano: la nuova frontiera del capitale

 

Fin dalle prime spedizioni capitalistiche occidentali la civilizzazione è stata rappresentata come una categoria purificante, una categoria che libera il culturalmente diverso dalle condizioni profane e immonde del vivere selvaggio e barbaro. Il processo inizia con il rimodellamento del territorio dell’altro attraverso i segni della civilizzazione: metodi di produzione, merci, gestione delle risorse e tutta la schiera di relazioni sociali che accompagnano questi processi e questi materiali sotto le insegne della provvidenza o del progresso. Il progresso assicura che l’avvento di questo ordine simbolico sia presentato come sommamente positivo e insindacabile nella sua generosità, mentre i segni dei regimi indigeni sono derisi, ridicolizzati, assimilati o distrutti. Si tende a classificare quelli che rifiutano l’assimilazione e/o resistono al proprio collocamento nel sistema appena introdotto come eccessi disfunzionali, pronti per essere eliminati. Che si usi il modello tradizionale dell’intervento militare o il più recente modello della richiesta di prodotti associata alle pressioni del mercato globale (sostituto dei moschetti e degli arieti), il risultato non cambia: la separazione tra primo e terzo mondo è mantenuta, la commistione culturale è strutturata per il vantaggio materiale e sociale del «civilizzato». Per quanto questa formula di imperialismo economico/culturale possa essere efficace e vincente, vi sono dei limiti che rendono ancora imperfetto il sistema. Innanzi tutto la frontiera terrestre è spazialmente limitata, e sta per esaurirsi. Al momento non c’è alcun luogo non soggetto all’invasione del capitalismo. Tutto quello che rimane sono, in verità, delle zone di contestazione (come nelle culture islamiche o maoiste). Il corpo invece non può essere adattato per riflettere i segni della civilizzazione, la carne in sé non è pienamente razionalizzata per approssimare al meglio le richieste ideali del capitale, in termini di adattabilità ed efficienza del mercato. Di conseguenza, relativamente a quest’ultima difficoltà, a partire dalla fine del XIX secolo il capitale ha posto una grande enfasi sul costruire un apparato che produca corpi congeniali ai suoi bisogni e alle sue priorità.

mercoledì 3 dicembre 2025

La vita addomesticata

 

L’addomesticamento è il processo usato dalla civiltà per indottrinare e controllare la vita secondo la sua logica. Questi meccanismi di subordinazione collaudati nel tempo comprendono: la doma, l’allevamento selezionato, la modificazione genetica, l’addestramento, l’imprigionamento, l’intimidazione, la coercizione, l’estorsione, la speranza, il controllo, la schiavizzazione, il terrorismo, l’assassinio... l’elenco continua e comprende quasi tutte le interazioni sociali del mondo civile. Questi meccanismi e i loro effetti si possono osservare e percepire nell’intera società, e sono imposti attraverso istituzioni, riti e costumi. L’addomesticamento è anche il processo attraverso il quale popolazioni umane precedentemente nomadi passano a un’esistenza sedentaria tramite l’agricoltura e la zootecnia. Questo tipo di addomesticamento comporta un rapporto totalitario sia con la terra che con le piante e gli animali da addomesticare. Se allo stato selvatico tutte le forme di vita condividono le risorse e competono per adoperarle, l’addomesticamento distrugge questo equilibrio. Il paesaggio addomesticato (per esempio i terreni tenuti a pascolo, i campi coltivati e, in minor misura, l’orticoltura e il giardinaggio) esige la fine della libera condivisione delle risorse che esisteva in precedenza: ciò che una volta “era di tutti”, adesso è “mio”. Nel suo romanzo Ishmael, Daniel Quinn spiega questa trasformazione dalla condizione dei Leavers (coloro che accettavano ciò che la terra offriva) a quella dei Takers (coloro che pretendevano dalla terra ciò che volevano). Questa nozione di appropriazione gettò le fondamenta per la gerarchia sociale con la comparsa della proprietà e del potere. Non solo l’addomesticamento trasforma l’ecologia da ordine libero a ordine totalitario, ma schiavizza anche tutte le specie addomesticate. In generale, quanto più un ambiente è controllato, tanto meno è sostenibile. L’addomesticamento degli stessi esseri umani richiede molte contropartite rispetto al modo di vita nomade basato sulla raccolta di ciò che si trova in natura. Merita rilevare che gran parte dei passaggi dal modo di vita nomade all’addomesticamento non sono avvenuti autonomamente, ma sono stati imposti con la lama della spada o la canna del fucile. Se solo 2000 anni fa la maggioranza della popolazione mondiale era costituita da raccoglitori-cacciatori, oggigiorno la cifra è scesa allo 0,01%. La traiettoria dell’addomesticamento è una forza colonizzatrice che ha portato con sé una miriade di patologie per le popolazioni conquistate e per gli stessi iniziatori della pratica. Tra i vari esempi si possono citare il declino della salute per carenze nutritive dovute all’eccessivo ricorso a diete non diversificate, quasi 40-60 malattie trasmesse e integrate nelle popolazioni umane per ogni animale addomesticato (l’influenza, il comune raffreddore, la tubercolosi, eccetera), la comparsa di un surplus che si può usare per nutrire una popolazione sbilanciata e che invariabilmente comporta la proprietà e la fine della condivisione incondizionata.

giovedì 20 novembre 2025

Gemere Gridare Pregare

 

La sopravvivenza è un campo di coerenze, lo stile di vita un campo di risonanze. Il linguaggio economizzato partecipa del primo, la vivacità poetica del secondo. L'era della creazione abolisce il lavoro. Il lavoro è la forma che inaugura lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. È l'atto fondatore di una civiltà, dove il soggetto che trasforma la manna terrestre in merce diventa esso stesso un oggetto mercantile. Durante le guerre, apparse verso la fine del Neolitico, i vinti sfuggivano al massacro solo quando servivano come schiavi dei vincitori. A partire da quel tempo, la sopravvivenza è sempre stata il prezzo di una morte differita. C'è stato un tempo in cui il dinamismo commerciale salvaguardava una parte di creatività utile al suo processo d'innovazione. Le libertà furtive del libero scambio trasmettevano lo spirito separato e disturbavano il conservatorismo dei regimi agrari. Per quanto scarsa ed emarginata fosse, la passione di creare rendeva attraenti dei lavori la cui utilità sociale sembrava indiscutibile. Sappiamo come le innovazioni originate dal capitalismo in fase d'industrializzazione abbiano alimentato il mito di un progressismo prometeico. La graduale diserzione del settore produttivo a favore di quello dei consumi ha ridotto il lavoro alla necessità di un salario da dilapidare nelle oasi dei supermercati. Il lavoro socialmente utile ha ceduto poco a poco il posto a un lavoro parassitario che, come negli ospedali, avvantaggia una gestione della redditività e rovina l'efficacia sanitaria con il pretesto di migliorarne i servizi. Il capitalismo è entrato in una fase di tagli finanziari, dove si arroga il diritto di rendere redditizia la sua morte programmando la nostra. Non abbiamo altra scelta che proteggere, difendere, ricreare la nostra vita e con essa, le risorse naturali che sono allo stesso tempo offerte e distrutte sotto i nostri occhi. Le questioni ambientali vengono affrontate solo a livello globale e statisticamente - con i risultati che conosciamo - solo perché ci disinteressiamo di affrontarli alla base, a livello locale e regionale. Eppure è nel villaggio e nei quartieri che l'inquinamento, l'avvelenamento, la distruzione dell'insegnamento, degli ospedali, dei trasporti perpetuano i loro misfatti e dove un intervento diretto è possibile. Gemere, gridare, pregare sono ugualmente ridicoli e rimarranno tali fino a quando l'audacia d'innovare non sarà riapparsa insieme con quella di vivere, finalmente.

lunedì 10 novembre 2025

Per un'autodifesa energetica

 

Nel corso del suo sviluppo, il capitalismo industriale aveva favorito il fiorire di nuove invenzioni (elettricità, macchina a vapore, ferrovia). Quel che restava di ricerca indipendente è ormai sottomesso all'esteso controllo degli interessi di mercato che gestiscono i bilanci. Il capitalismo finanziario produce un vuoto della scienza e della coscienza. Questo vuoto "di cui la natura ha orrore", rivela altre vie possibili, incoraggia l'esplorazione di un sapere originato dalla vita e non più dalla sopravvivenza com'è stato finora. Fisica, biologia, arte, medicina sono in cerca di una rifondazione radicale. Mentre gli ambienti scientifici, sotto lo choc del coronavirus, hanno perso credibilità per la loro incompetenza, le loro menzogne e la loro arroganza, la curiosità e il gusto della ricerca sono in cerca di un nuovo dinamismo. Tenuti al margine dalle lobbie scientifiche, molti ricercatori aspirano alla libertà di pescare nella vita inesplorata quel che può migliorare la nostra esistenza quotidiana e il suo ambiente.

a) Le collettività locali e regionali devono sostenere progetti che contribuiscano alla gratuità dell'elettricità e del riscaldamento. Solo l'ingegnosità e l'ostinazione permetteranno di soppiantare l'egemonia delle mafie verde-dollaro sulle energie rinnovabili.

b) Lo stesso vale per l'autorganizzazione della mobilità che richiede la messa a punto di trasporti gratuiti e non inquinanti. Non tocca forse alle collettività locali il compito di reinventare quel che lo Stato e le mafie petrolifere hanno distrutto?

c) Non c'è nessun bisogno di visioni apocalittiche per capire che siamo nel cuore di una mutazione di civiltà. Se tutto cambia di base, ciò significa anche che le decisioni da prendere in materia di ambiente dipendono esclusivamente dalle assemblee comunali e regionali, tralasciando referendum patrocinati dallo Stato inquinatore.

venerdì 7 novembre 2025

L’ordine dominante

 

Nello sforzo di ottenere il controllo totale d’ogni aspetto dell’esistenza, l’ordine dominante ha iniziato ad accelerare lo sviluppo di tecnologie che manipolano la materia su scala nanometrica. Si tratta di milionesimi di millimetro. A questo livello, quello degli atomi e delle molecole, delle proteine, dei composti di carbonio, del DNA e simili, la differenza tra vivente e non vivente può iniziare a farsi confusa e molte proposte riguardanti questa tecnologia si basano su questa confusione. La nanotecnologia crea nuovi prodotti con la manipolazione di molecole, atomi e particelle subatomiche. Mentre la biotecnologia manipola la struttura del DNA per creare nuovi organismi attraverso la ricombinazione dei geni, la nanotecnologia va oltre spezzando la materia in atomi che poi possono essere ricombinati per creare nuovi materiali che sono, nel vero senso della parola, creati atomo per atomo. Al momento si stanno concentrando sull’atomo del carbonio, ma gli scienziati vorrebbero avere sotto controllo ogni singolo elemento della Tavola Periodica, per disporne a piacimento. Questo permetterebbe loro di combinare le caratteristiche (colore, resistenza, punto di fusione, ecc.) in modi sinora sconosciuti. La nanotecnologia crea le più minuscole mostruosità capaci degli orrori più grandi, poiché sono capaci di portare il sistema del controllo sociale direttamente nei nostri corpi. In alcuni luoghi le mostruosità prodotte da queste tecnologie saranno forse provviste di un’etichetta, affinché ci sia sempre la possibilità di scelta. Non possiamo far finta che ci sia uno spazio per un dialogo. Questa è la dimostrazione evidente da parte dei padroni del mondo del fatto che il mantenimento della pace sociale è un atto di guerra contro ogni essere sfruttato e spossessato. Per quelli tra noi che desiderano creare la propria vita secondo i propri modi di vedere, per chi desidera rimanere un individuo umano capace di ogni sorta di azione autonoma, è necessario agire in modo distruttivo contro l’intero sistema del controllo sociale, contro la totalità di questa civilizzazione nella quale le macchine cavalcano le persone e le persone si trasformano lentamente in macchine. Noi dobbiamo riconoscere questi sviluppi per quello che sono, un’altra rapina delle nostre vite, un attacco ad ogni nostra residua capacità d’autodeterminazione.

sabato 1 novembre 2025

Due parole sul concetto di autorità


La politica consiste nell’esercizio del potere dello Stato, oppure nel tentativo di influire su questo potere. Quando si parla di filosofia politica, perciò, a rigor di termini si intende la filosofia dello Stato. Se vogliamo sapere qual è il contenuto della filosofia politica e se questa esiste, dobbiamo partire dal concetto di Stato. Lo Stato è un gruppo di persone che possiede ed esercita l’autorità suprema all’interno di un territorio. In senso stretto potremmo dire che uno Stato è un gruppo di persone che esercita l’autorità suprema all’interno di un dato territorio o su una data popolazione. All’interno di una tribù di nomadi può manifestarsi la struttura autoritaria di uno Stato finché i suoi soggetti non vengono a trovarsi sotto l’autorità superiore di uno Stato territoriale1. Lo Stato può comprendere tutte le persone che si trovano sotto la sua autorità, come avviene nello Stato democratico secondo i suoi teorici; può anche consistere esclusivamente di un solo individuo dal quale dipendono tutti gli altri. Ci permettiamo di dubitare che sia mai veramente esistito uno Stato fatto di una sola persona, anche se Luigi XIV la pensava evidentemente così quando diceva «l’état c’est moi». La caratteristica peculiare dello Stato è l’autorità suprema, o ciò che i filosofi politici solevano chiamare «sovranità». Perciò si parla di «sovranità popolare», che è la teoria secondo la quale il popolo è lo Stato, e naturalmente l’uso del termine «sovrano» nel significato di «re» rispecchia il presupposto che l’autorità suprema sia concentrata in una monarchia. L’autorità è il diritto di comandare e, di converso, il diritto di essere obbediti. Essa va distinta dal potere, che è la capacità di imporre l’obbedienza con la forza, o con la minaccia della forza. Quando do il mio portafoglio a un ladro che mi punta contro una pistola, lo faccio perché ciò di cui mi minaccia il ladro è peggiore della perdita di denaro che devo subire. Riconosco che egli ha qualche potere su di me, ma difficilmente gli riconoscerei un 'autorità, cioè che egli ha diritto a pretendere i miei soldi e che io ho il dovere di darglieli. Quando invece lo Stato mi presenta la cartella delle tasse, pago (di solito) ciò che mi chiede, anche se non ne ho voglia e perfino se penso che potrei evitare di pagare. Si tratta dopo tutto dello Stato legittimo e perciò esso ha il diritto di tassarmi. Esso possiede autorità su di me. Naturalmente, di tanto in tanto, mi capita di imbrogliare lo Stato, ma anche in questo caso riconosco la sua autorità. Chi parla mai di «imbrogliare» un ladro? Rivendicare autorità significa rivendicare il diritto di essere obbedito. Avere autorità, allora, che cosa significa? Può voler dire avere questo diritto, oppure veder riconosciuta questa pretesa e vederla accettata da parte di quelli cui è diretta. Il termine «autorità» è ambiguo poiché ha entrambi i significati: quello descrittivo e quello normativo. Anche nel suo significato puramente descrittivo, esso si riferisce a norme e obblighi, naturalmente, ma si limita a descrivere ciò che gli uomini credono di dover fare e non afferma che essi debbano farlo. Ai due significati del termine autorità corrispondono due concetti di Stato. Su un piano descrittivo, lo Stato può essere definito un gruppo di persone a cui viene riconosciuta l’autorità suprema all’interno di un territorio - riconosciuta cioè da coloro nei cui confronti viene affermata questa autorità. Lo studio delle forme, delle caratteristiche, delle istituzioni e del funzionamento degli Stati de facto, come possiamo definirli, costituisce l’ambito delle scienze politiche. Se invece usiamo il termine nel suo significato normativo, lo Stato è costituito da un gruppo di persone che ha il diritto di esercitare l’autorità suprema all’interno di un territorio.

mercoledì 29 ottobre 2025

La consapevolezza che strappa l’essere al sembrare

 

Il processo rivoluzionario non potrà avere mai più i tratti esclusivi della guerra civile, i tratti della Comune di Parigi o della Mackhnovicina. Ma è sempre più probabile che la produzione «in vitro» della guerra civile, lo spettacolo speciale pirotecnico e sensazionale del terrorismo teleguidato, ottenga un relativo successo, e di conseguenza un relativo coinvolgimento di una parte del proletariato rivoluzionario nella sua pratica alienata. E proprio attraverso l'esperienza vissuta di questa alienazione, apparirà sempre più chiaro il necessario passaggio alla fase ultimativa del processo: la disgregazione attivamente perseguita, la liquidazione «armata (con tutte le anni necessarie) dell'universo concreto in cui il capitale assolutamente dominante realizza la propria valorizzazione. La vera guerra civile si scatena a partire dall'interno di ogni essere: nella maturazione accelerata «di una consapevolezza che strappa l’essere al sembrare, il vero all'apparente, la realtà in processo alla rappresentazione in dissolvimento, una consapevolezza che rifiutando insieme l'essenza selvaggia della guerra e l'essenza mortifera della «civiltà» superi entrambe nell'affermazione «incivile» della propria assoluta estraneità al mondo delle apparenze, e che lo combatte per liquidarlo concretamente una volta per sempre. La lotta sarà armata, perché si seppelliscano per sempre gli strumenti di morte. Distinguere i rivoluzionari armati dai sicari della falsa guerra sembrerà talvolta difficile, ma lo sembrerà soltanto, e non alla dialettica radicale: il corpo proletario della specie si è riconosciuto istantaneamente nei fatti di Detroit, di Danzica, di Stettino, e altrettanto istantaneamente si riconoscerà nei tratti inconfondibili delle insurrezioni vitali. (Cesarano-Collu: Apocalisse e rivoluzione 1973)

giovedì 23 ottobre 2025

Il tempo è denaro

 

Nell’esatto momento in cui la rivoluzione industriale ha richiesto una maggiore sincronizzazione del lavoro, nasce l’esigenza dell’orologio. Il piccolo congegno che regola i nuovi ritmi della vita industriale rappresenta allo stesso tempo uno dei bisogni più urgenti tra quelli indotti dal capitalismo per stimolare il proprio progresso. Così scopriamo, il senso del tempo nel suo condizionamento tecnologico e con il calcolo del tempo, il mezzo di sfruttamento del lavoro. Con la divisione del lavoro, la sorveglianza della manodopera, le multe, le campane e gli orologi, gli incentivi in denaro, le prediche e l’istruzione, la soppressione delle feste e degli svaghi, vengono plasmate le nuove abitudini di lavoro e viene imposta la nuova disciplina del tempo. E allorché viene imposta la nuova “disciplina del tempo”, gli operai iniziano a combattere non contro il tempo, ma intorno ad esso. La prima generazione di operai di fabbrica viene istruita dai padroni sul valore del tempo; la seconda generazione forma le commissioni per la riduzione d’orario nell’ambito del movimento delle dieci ore; la terza generazione sciopera per lo straordinario come tempo retribuito in modo maggiorato del 50 per cento. Gli operai hanno accettato le categorie dei propri padroni e hanno imparato a lottare all’interno di esse. Hanno appreso la lezione: “il tempo è denaro”.

martedì 23 settembre 2025

Albert Camus - L'uomo in rivolta

 

Che cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice di no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi.

In questa costante e perenne oscillazione fra il no e il sì, l'uomo in rivolta di Camus si differenzia profondamente dal pensiero rivoluzionario ed ancor più dal concetto di rivoluzione. Se le rivoluzioni moderne non hanno fatto altro che instaurare degli stati e legittimare il potere del terrore, per l'autore dell'Uomo in rivolta è impossibile avere dubbi: o si accettano le conseguenze della rivoluzione, e quindi la paura, il sangue, lo Stato; oppure inevitabilmente vi si è contrari, non rinunciandovi ma riaffermando la possibilità della rivolta. Ma qual è, in pratica, la differenza tra rivoluzione e rivolta? Sulle prime sembrerebbe che Camus scelga il concetto di rivolta, dandone un'interpretazione positiva rispetto alla negatività della rivoluzione, poiché l'uomo che dice no è l'eroe titanico che, affrontando il tiranno, il Potere, con il solo e unico gesto di rivolta si autorealizza emancipandosi. Per Camus la chiave interpretativa, e metodica sta nella possibile (possibile, non "vera") differenza; rivoluzione è intesa come totale negazione del reale, come un movimento che, superando lo status quo, lo nega in tutti i suoi aspetti perché li riconosce estranei; la rivolta, al contrario, è un moto che, pur superando le condizioni presenti, le accetta perché sono le uniche passibili di mutamento.

Se la rivolta potesse fondare una filosofia, questa sarebbe al contrario una filosofia dei limiti, dell'ignoranza calcolata e del rischio. Chi non può sapere tutto, non può tutto uccidere.

Camus è un convinto assertore di questa filosofia, contrapponendosi duramente ed aspramente ad ogni concezione e interpretazione del mondo che assolutizzando qualsiasi concetto metafisico, come materialista, lo ponga e si ponga al di sopra del reale, perché, come già detto, la realtà non è né ragionevole né irragionevole, ma ciò che si può dire ed ancor più ciò che si può cambiare. Camus individua un minimo comune multiplo: il nichilismo, qui inteso come degradazione, asservimento della realtà presente a favore di un immaginato futuro di verità cui poter donare la propria sofferenza in questa vita alienata. Grande ammiratore di Nietzsche - il quale paradossalmente è l'unico ad essere salvato dall'accusa di nichilista - non può che far risalire la negazione della natura e del corpo alla nascita del cristianesimo: con l'avvento del cristianesimo, nel pensiero occidentale si insinua il concetto di peccato e di espiazione, che successivamente inquinerà perfino il pensiero laico e rivoluzionario di Karl Marx. La storia del pensiero occidentale è la storia della sconfitta della natura e dell'umiliazione del corpo per la vittoria dell'ideologia e della teologia, entrambe false coscienze che, in nome del futuro, hanno negato, condannato il presente. La domanda camusiana è dunque la seguente: quale motivo spinge l'uomo ad uccidere per dei valori astratti, delle ideologie? E ancora: perché, in nome della giustizia e della libertà, possono essere commesse le ingiustizie più atroci ed avvalorate le misure più repressive, totalitarie ed autoritarie?

La libertà assoluta coincide con il diritto, per il più forte, di dominare. Essa mantiene dunque i conflitti che avvantaggiano la ingiustizia. La giustizia assoluta passa attraverso la soppressione di ogni contraddizione: essa distrugge la libertà. La rivoluzione per la giustizia mediante la libertà finisce col farle insorgere l'una contro l'altra.

mercoledì 17 settembre 2025

Rimettere in discussione continuamente

 

Oggi la specie umana è posta di fronte alla questione della sopravvivenza della specie stessa. Il modo di vita conosciuto col nome di civiltà occidentale è su un cammino di morte sul quale la sua cultura non ha risposte vitali da dare. Messi di fronte alla realtà della loro stessa distruzione, essi non possono che andare ancor più lontano verso una distruzione totale. L’apparizione del plutonio su questo pianeta è il segno più chiaro che la nostra specie è in pericolo. È un segnale che la maggior parte degli occidentali ha deciso di ignorare. I nostri antichi insegnamenti ci anticiparono che se l’uomo interferisce con le leggi naturali tutto ciò si avvererà fatalmente. Quando l’ultimo soffio del modo di vita naturale sarà estinto, tutta la speranza della sopravvivenza umana se ne andrà con lui. La distruzione delle culture dei popoli nativi appartiene allo stesso processo che ha distrutto e distrugge ancora la vita su questo pianeta. La maggior parte del mondo non trova le sue radici nella cultura o nelle tradizioni occidentali. La maggior parte del mondo ha le sue radici nel mondo naturale, ed è il mondo naturale, con le sue tradizioni, che deve prevalere se vogliamo sviluppare delle società veramente libere ed egualitarie. È necessario, attualmente, cominciare un’analisi critica della storia dell’occidente, ricercando le forme attuali delle condizioni di sfruttamento e oppressione subite dall’umanità. Nello condizioni di sfruttamento e oppressione subite dall’umanità. Nello stesso tempo in cui noi cominceremo a comprendere questo processo, dovremo reinterpretare questa storia per il popolo del mondo. È il popolo occidentale, alla fine dei conti, il più oppresso e sfruttato. Esso è schiacciato da secoli di razzismo, di sessismo e d’ignoranza che hanno reso se stesso insensibile alla vera natura della propria vita. Noi dobbiamo rimettere in discussione continuamente e accuratamente ogni modello, ogni programma, ogni metodo che l’occidente prova a imporci.

lunedì 15 settembre 2025

Cominciamo a parlare dell’acqua

 

Il processo di mercificazione dell’acqua è diverso a seconda delle regioni climatiche e degli usi ai quali, nel corso della storia, è stato destinato il liquido elemento dagli esseri umani. In primo luogo, grazie al sole e all’acqua piovana la fotosintesi colora di verde boschi e praterie, montagne e valli; tutte le specie vegetali insomma sono di vitale importanza per l’alimentazione dei mammiferi e degli uccelli che ossigenano il pianeta – non a caso la foresta amazzonica è chiamata il polmone della Terra. Questa acqua che non conta come fattore di produzione, nemmeno nelle più ingegnose contabilità ministeriali, manca di prezzo; non è mai stata mercificata per il fatto che, fino ad oggi, la pioggia è sfuggita al controllo della società tecnologica. L’acqua di qualità non ha mai avuto un prezzo nelle regioni a clima mediterraneo. Nella penisola iberica le leggi sull’acqua, cristiane e islamiche, tenevano conto dell’uso di acqua potabile per le persone e per gli animali in modo che, per l’accesso alle fonti e agli abbeveratoi anche quando si trovavano in terreni privati, i signori della terra dovevano rispettare il diritto di passaggio affinché la gente potesse saziare la sete e gli animali domestici abbeverarsi. D’altro canto, l’acqua naturale immagazzinata in cisterne o estratta dalla fonte e da pozzi vicini o all’interno dei nuclei urbani conservò nei secoli una buona qualità per essere bevuta. Tutto ciò cambiò a partire dalla seconda metà del XIX secolo con la rivoluzione industriale, la crescita delle città e, successivamente, con l’industrializzazione dell’agricoltura che portarono alla devalorizzazione dell’acqua naturale convertendola in un elemento scarso e accessibile solo a prezzi alti. È bastato un secolo e mezzo perché la maggior parte della popolazione delle regioni mediterranee (così come di quasi tutto il mondo) dovesse pagare per l’acqua di qualità, della quale ha bisogno obbligatoriamente per vivere.

martedì 9 settembre 2025

Diventare il produttore del film della propria vita

 

Occorre di mettersi di taglio alla costellazione della miseria delle democrazie formali. Infrangere lo spettacolo delle ideologie nelle teste di legno della società opulenta. Bisogna tenere sempre presente che le istituzioni non sono sorte per caso, ma per compensare la debolezza di chi vi partecipa. E in questo assolvono una funzione storica. Ma ogni istituzione si fonda sul sacrificio dei suoi membri, si nutre di vita umana. Si tratta quindi di porgere un invito a mordere, incamminarsi verso i giorni della gioia dove ogni individuo potrà sfoderare il proprio sogno nei colpi di ritorno contro i potentati che tengono le briglie e i giochi del proletariato arreso. Occorre muoversi nei percorsi accidentati del contrasto e andare a produrre un disordine linguistico/figurale dell’ordine apparente.

Diventare il produttore del film della propria vita.

Il rifiuto di essere schiavo è ciò che veramente cambia il mondo.

Né dei né miti. La persona che si ribella e che poi tende al rivoluzionamento lo fa, come causa prima, in risposta ad esigenze ed emozioni in origine del tutto personali e di stretta contingenza alla sua condizione. Solo in un successivo, secondo tempo le sue medesime esigenze ed emozioni, incontrandosi, integrandosi, completandosi con analoghe situazioni reclamanti altre necessità e scaturenti da altrettante motivazioni, daranno luogo alla collettivizzazione dell’atto, che da rivoltoso si tramuterà così in rivoluzionario. È un discorso che si sviluppa contro il certo, l’ideale, l’alchimia della politica e il terrorismo della Borsa. Il gesto estremo, a volte disperato dei ribelli, coglie nel coraggio di minoranze bastonate, carcerate, uccise, le tracce di una differente esistenza. La rivolta si apre al rischio di vivere pericolosamente il rapporto tra idea e azione.

giovedì 21 agosto 2025

La buona e la cattiva reputazione

 

Se l’opinione ti giudica simpatico, bello, intelligente, vivresti meglio? Se essa ti stima stupido, squallido, infame, vivresti peggio? Nel caso affermativo, bisogna, di fatto, che ti preoccupi degli altri perché tu esisti per loro, gli appartieni, hai bisogno di sedurre, di opprimere, di ubbidire, di sfuggirti. Se no, lascia correre e che si appannino le immagini prefabbricate della tua buona e cattiva reputazione. Non sarà più necessario mentirti se non ti preoccuperai più di apparire, di metterti in posa per la famiglia e per la storia, di tremare davanti a questo riflesso che è solo la tua rappresentazione estranea. L’opinione ha i suoi assassini e le sue prigioni? Quando cominceremo ad abbattere le prigioni interiori e gli assassini imboscati del super-io, quelli esterni cadranno come la Bastiglia. Si arriva a tutto se non si dubita di niente. Non sono unico per sempre che in me e per me. La vostra fretta a decifrarmi maneggia con troppa facilità lo scalpello dell’autopsia e della disinibizione. Non c’è migliore curiosità della mia stessa curiosità verso di me. E anche se la tua tenerezza mi aiuta a vedere più chiaramente non sono ancora il solo che può tirar fuori qualche luce dall’ombra? Niente mi piace di più che vedere gli esseri e le passioni armonizzarsi in me e intorno a me. Aspiro a delle affinità che si legano e si slegano senza rotture, secondo il ritmo capriccioso dei desideri, sfuggendo nella gratuità più assoluta ai tics ombrosi della volontà di potenza, e senza che il riflesso della frustrazione imponga la sua grinfia di amarezza sull’assenza di una persona cara. Che ognuno conservi i suoi gusti e i suoi disgusti, i suoi accordi e i suoi disaccordi, o che li cambi, poco importa, purché regni l’esuberanza della vita e non la morte che si annuncia da tutte le separazioni.


sabato 16 agosto 2025

L’uomo come essere astratto

 

A differenza dell’animale che conosce d’istinto il mondo materiale che gli appartiene e che gli è necessario – così l’uccello migratore conosce il Sud, e la vespa conosce la sua preda – l’uomo non prevede il proprio mondo. Ne possiede solo un a priori formale. L’uomo non è fatto per nessun mondo materiale, non può anticiparlo nella sua determinazione, deve piuttosto imparare a conoscerlo “après coup”, a posteriori, ha bisogno dell’esperienza. La sua relazione con una determinazione fattuale del mondo è relativamente fragile, egli si trova nell’attesa del possibile e del qualunque. Nessun mondo gli è effettivamente imposto (come, viceversa, a qualsiasi animale è imposto un ambiente specifico), al contrario, egli trasforma il mondo e, con mille varianti storiche e come una sorta di sovrastruttura, vi edifica ora un “secondo mondo”, ora un altro. Infatti, per offrirne una definizione paradossale, l’artificialità è la natura dell’uomo e la sua essenza è l’instabilità. Le costruzioni pratiche dell’uomo, così come le sue facoltà teoriche di rappresentazione, testimoniano della sua astrazione. Non solo deve, ma può anche fare astrazione dal fatto che il mondo è così com’è: poiché lui stesso è un essere “astratto”: non è solo parte del mondo (è di questo aspetto che si occupa il materialismo), ma è anche “escluso” da esso, “non di questo mondo”. L’astrazione – vale a dire, la libertà di fronte al mondo, il fatto di essere tagliato per la generalità e l’indeterminato, il ritiro dal mondo, la pratica e la trasformazione di questo mondo – è la categoria antropologica fondamentale, che rivela la condizione metafisica dell’uomo e, insieme, il suo ?????, (parola , discorso) la sua produttività, la sua interiorità, il suo libero arbitrio, la sua storicità.

venerdì 8 agosto 2025

Utilizzo del territorio come pratica di resistenza

L’urbanismo unitario prevedeva un utilizzo del territorio come pratica di resistenza ed opposizione alle strategie di pianificazione dell’urbanismo razionalista considerato colpevole, agli occhi dei situazionisti, di costruire città alienanti per l’individuo e la società. L’urbanismo unitario era un vero e proprio programma di guerriglia, estetica, funzionale e politica, che coinvolgeva e sconvolgeva il tessuto urbano. Rispetto ad un fare tecnocratico, di manipolazione degli esseri umani come cose, realizzato dalla pianificazione degli urbanisti razionalisti che guardavano e progettavano strategicamente la città “dal di fuori”, i situazionisti lavoravano sulla città tatticamente “dall’interno”. I situazionisti negavano i valori pratici dell’urbanistica razionalista (gli spazi progettati come pre-determinati all’uso) a favore di una valorizzazione ludica, di libero gioco e di libero utilizzo della città preferendo gli spazi d’uso semi-determinati e informali. Questa valorizzazione portava ad un congiungimento del soggetto con il suo oggetto di valore che dava luogo, a sua volta, ad una valorizzazione utopica degli spazi urbani, ovvero ad una costruzione di una nuova società attraverso l’unione realizzata tra città e abitanti: da qui il termine urbanismo unitario. Tale unione avrebbe dovuto portare ad un cambiamento radicale e irreversibile della loro identità comune. Come diceva un celebre slogan situazionista scritto sui muri di Parigi durante i giorni del Maggio francese: “niente sarebbe stato più come prima”. Gli studi sul nomadismo e sugli accampamenti degli zingari furono un preludio fondamentale sia alla nascita stessa dell’Internazionale Situazionista, sia al progetto di New Babylon, la città situazionista progettata da Constant. New Babylon era per i situazioni la realizzazioni di un nuovo modello di città, la concretizzazione delle loro teorie sull’urbanismo unitario. New Babylon, nelle intenzioni dei situazionisti sarebbe stata una città composta da parti mobili, modulari, ricombinabili. Una sorta di enorme sovrastruttura abitativa, una enorme rete, un rizoma, che avrebbe ricoperto l’intera sfera terrestre con delle megastrutture ludiche. Si trattava, per Costant e per i situazionisti, di creare un labirinto dinamico in perpetua trasformazione.

 

lunedì 4 agosto 2025

I Viventi e la Terra

 

Ci hanno rimpinzato di menzogne fino a farci scoppiare. Pieni da non poterci più muovere, è giunta l'ora di digerire la passività che ci fa dire: “le cose stanno così, non possiamo farci niente!” La perdita della libertà dei semi è solo una delle ultime maglie di una catena di afflizioni che ci attanaglia da lungo tempo: la terra è di proprietà, privata della nostra azione, sottratta alle nostre cure; l'aria ormai irrespirabile e infestata di veleni, le fonti d'acqua spariscono e la poca che resta accaparrata e sperperata da processi agricoli e industriali assurdi e dannosi; un cibo impoverito, nocivo e schifoso – anche se talvolta “di qualità” – ingozza una civiltà di obesi ammalati a scapito di milioni di malnutriti; e i rapporti interpersonali e con l'ambiente circostante, invece di essere improntati al reciproco arricchimento, una sequela ininterrotta di soprusi e devastazioni. «Gli agricoltori moderni hanno bisogno di un pesticida per eliminare un insetto divenuto sterminatore perché le piante avventizie, grazie alle quali l'insetto si nutriva e poteva vivere, sono state eliminate dagli erbicidi, i quali sono stati introdotti per sopprimere la sarchiatura meccanica, la quale non è più possibile a causa dell'aumento della densità delle piantagioni, le quali sono state accresciute perché le piante sono state selezionate per la loro produttività ad alta densità, la quale permette di avere il massimo beneficio dall'uso massiccio dei fertilizzanti a basso prezzo, i quali rendono le piante ancora più appetitose per gli insetti sterminatori, e così di seguito. Ad ogni passo la ricerca interviene, alleviando l'agricoltore dalla contraddizione immediata del sistema di produzione che lo incatena, e naturalmente ogni soluzione provvisoria apre nuovi mercati per le sementi, i fertilizzanti, le macchine, i diserbanti, i pesticidi...» (J.-P. Berlan)

venerdì 25 luglio 2025

L’orologio

 

Il Sonno è un seduttore straordinario, e questo spiega la macchina terrificante che abbiamo inventato per combatterlo. Intendo la sveglia. Santo Cielo! Quale genio malvagio ha riunito questi due nemici giurati dell’ozio – l’orologio e l’allarme – in un unico dispositivo? Ogni mattina in tutto il mondo occidentale persone che sognano felici vengono rudemente strappate al sonno da uno squillo che spacca i timpani da un insistente bip elettronico. La sveglia è il primo stadio dell’orribile metamorfosi che ci costringiamo a sopportare la mattina, da spensierati sognatori in beatitudine a sgobboni tormentati dall’ansia, oppressi da responsabilità e doveri. Ma la cosa davvero incredibile è che compriamo le sveglie di nostra volontà. Non è assurdo spendere i soldi che ci siamo guadagnati con fatica per uno strumento che fa cominciare ogni giorno della nostra vita nel modo più spiacevole possibile e che in realtà è utile soltanto al datore di lavoro a cui vendiamo il nostro tempo? È vero, ci sono anche sveglie che ci dispensano dall’allarme per destarci invece con il bla bla bla dei dj delle trasmissioni radiofoniche mattutine, ma queste sveglie sono forse migliori? La soffocante gaiezza del dj ha lo scopo di metterci di buon umore in vista della giornata che ci aspetta, o di distoglierci dalla nostre afflizioni con delle battute idiote. Io lo trovo semplicemente irritante. Non c’è niente di peggio del vuoto cinguettio di un altro essere umano quando siamo in uno stato di meditazione profonda, pesante, esistenziale. Come dice un mio amico, l’uomo più pigro del mondo, quando sua moglie tenta di svegliarlo: ”Mi alzerò quando ci sarà qualcosa per cui valga la pena di alzarsi”.

Gli slogan al potere

 

Tra gli aspetti più creativi del ’68 Francese va annoverata anche una proliferazione di slogan, alcuni dei quali sono divenuti frasi-simbolo dell’epoca. Qui di seguito segnaliamo quelli più famosi e significativi, taluni più politici altri più poetici, ma anche quelli a nostro avviso più divertenti, di sapore decisamente surrealista. Tra parentesi, dove possibile, è segnalato il luogo in cui lo slogan ha visto i natali.

Soyez réalistes, demandez l’impossible - Siate realisti chiedete l’impossibile (Censier)

Interdit d’interdire - Vietato vietare

L’imagination prend le pouvoir - L’immaginazione al potere (Scienze politiche)

Révolution je t’aime - Rivoluzione, ti amo (Nanterre)

Dessous les pavés c’est la plage - Sotto il selciato la spiaggia (Sorbonne)

La barricade ferme la rue mais ouvre la voie - La barricata sbarra la strada ma apre la via (Censier)

Le rêve est realité - Il sogno è realtà (Censier)

La poésie est dans la rue - La poesia è nelle strade (Odéon)

Mettez un flic sous votre moteur - Mettere un poliziotto sotto il vostro motore (Censier)

Je décrète l’état de bonheur permanent - Io proclamo lo stato di felicità permanente (Scienze politiche)

J’ai quelque chose à dire mais je ne sais pas quoi - Ho qualcosa da dire ma non so cos’è (Censier)

Exagérer c’est commencer d’inventer - Esagerare vuol dire cominciare a inventare (Censier)

Un flic dort en chacun de nous. Il faut le tuer - Un poliziotto dorme in ognuno di noi. Uccidiamolo (Censier)

Tout pouvoir abuse Le pouvor absolue abuse absolument - Ogni potere abusa Il potere assoluto abusa assolutamente (Nanterre)

Ne me libère pas Je m’en charge - Non liberatemi, lo faccio da me (Nanterre)

L’action ne doit pas être une reaction mais une création - L’azione non deve essere una reazione ma una creazione (Censier)

Je ne suis au service de personne (pas même du peuple et encore moins de ses dirigeants) - Io non sono al servizio di nessuno (nemmeno del popolo e ancor meno dei suoi dirigenti) (Censier)

Nous sommes tous des juifs allemands - Siamo tutti ebrei tedeschi (Sorbonne)

Nous sommes tous “indesirables” - Siamo tutti indesiderabili (Beaux Arts)

Le pouvoir est au bout du fusil (Mao) Est-ce que le fusil est au bout du Pouvoir? - Il potere è sulla canna del fucile (Mao) Il fucile è sulla canna del potere? (Nanterre)

La politique se passe dans la rue - La politica si fa nelle strade (Scienze politiche)

Cour camarade, le vieux est derrière toi - Corri compagno, il vecchio è dietro di te (Sorbonne)

Camarades vous enculez les mouches - Compagni, state inculando le mosche (Nanterre)

Sexe - c’est bien, a dit Mao, mais pas trop souvent - Il sesso va bene, ha detto Mao, ma non troppo spesso (Censier)

Je t’aime!!! Oh! dites-le avec des pavés - Ti amo!!! Oh! Ditelo coi sampietrini (Nanterre)

sabato 6 luglio 2024

Ricercare sempre una nuova definizione di libertà

Quotidianamente il potere viene percepito come un’entità esterna al corpo sociale. Esso viene percepito come qualcosa da conquistare per coloro che lo bramano, convinti che grazie a esso potranno affrancarsi dal dovere di obbedire a qualcuno e poter finalmente comandare. Per quelli che non amano essere comandati, ma nemmeno comandare, il potere è invece il leviatano da sconfiggere, il palazzo da abbattere. Il mondo si divide così, semplicisticamente, fra chi lotta per il potere e chi lotta contro il potere. Nel mezzo rimane chi passivamente il potere lo subisce, così come subisce le lotte che lo circondano. Questa è però una visione fittizia, è il prodotto di una cultura particolare, di una cultura creata e strutturata da e per il dominio, è il prodotto della nostra cultura. Se appena usciamo dalle classificazioni e dagli schemi che caratterizzano e danno un senso al conflitto, così come lo percepiamo oggi, ci rendiamo conto che il potere, lungi da essere un’entità malvagia e repressiva che opprime la società, rappresenta una proprietà, una capacità intrinseca a ogni essere umano e scorre all’interno del corpo sociale, non al di fuori di esso. Il potere è la capacità che ogni essere umano ha di contribuire al complicato processo di strutturazione dei soggetti e delle strutture sociali, attraverso l’instaurazione continua e mutevole di rapporti con gli altri individui. In questo senso il potere non è più, evidentemente, solo repressivo. A seconda dei rapporti che instauriamo con gli altri individui, e di conseguenza a seconda delle definizioni dei ruoli sociali, il nostro potere potrà essere creativo e funzionale a pratiche di liberazione. Nel momento in cui, però, la brama di veder realizzato a tutti i costi il nostro modello dei rapporti e dei ruoli sociali prende il sopravvento, cerchiamo di escludere gli altri da questo processo di definizione dell’esistente. Quando questa esclusione ha successo, il potere verrà esercitato solo da alcuni individui, i quali si arrogheranno il diritto e la capacità di definire ruoli e rapporti sociali di tutti. In questo modo si concretizza il dominio dell’uomo sull’uomo, così come dell’uomo sugli altri animali e sulla natura. Questo è il motivo per cui è andata persa la consapevolezza di un potere creativo e la percezione quotidiana è quella di un potere minaccioso e repressivo. Il problema vero è che una definizione particolare dei ruoli sociali tenderà a fornire una visione particolare del reale, funzionale a mantenere stabili tali ruoli. In altre parole, la nostra società ha culturalmente consolidato il concetto per cui il fondamento del legame sociale è l’obbligo politico, ossia il dovere di obbedienza. Questa discriminante fondante ha prodotto uno spazio dell’immaginario caratterizzato da regole proprie e incompatibile per definizione con altri immaginari, altre rappresentazioni culturali che non postulino il dovere di obbedienza come matrice dei rapporti sociali. Uno degli effetti più immediati di questo spazio dell’immaginario sulle nostre “teste” è, per esempio, l’ipotesi repressiva del potere da cui siamo partiti. Ma molto dei significati che assegniamo alle cose, alle parole, ai rapporti che costruiamo, è il prodotto di tale rappresentazione del reale che come un’ameba cerca di occupare tutto lo spazio dell’esistente significante. All’interno di questo panorama desolante le pratiche di autogestione si propongono di scardinare, attraverso pratiche indipendenti e la conseguente produzione di un pensiero autonomo, lo spazio dell’immaginario del dominio e riconsegnare il potere di contribuire alla classificazione formale dei ruoli sociali a ciascun individuo. Si propone di far riscoprire agli individui il vero obbligo sociale contrapposto a quello politico. Si propone ossia di ricordare l’obbligo che il genere umano ha, in quanto animale sociale, di darsi delle norme di relazione interindividuali. Paradossalmente, da questo obbligo nasce però la specifica libertà dell’uomo. La libertà di poter scegliere le norme che regolano le relazioni sociali, di poter definire la classificazione dei ruoli che meglio soddisfa le esigenze dei singoli individui in una situazione data. Ma anche, e soprattutto, la libertà di poter mettere in discussione e cambiare tali norme e tali classificazioni. Importante è infatti ricordare sempre che ogni sistema di classificazioni produrrà uno spazio dell’immaginario sovrastante che una volta sviluppatosi renderà possibile la significazione dell’esistente con le enormi conseguenze che questo comporta. Sarà fondamentale quindi evidenziare in ogni momento questo collegamento per poter individuare, di volta in volta, il modo in cui i rapporti che intratteniamo e i ruoli che definiamo influenzino la determinazione dei soggetti e delle strutture sociali che costituiscono la facciata visibile e percepibile del reale. Una società sarà allora uguale quando tutti eserciteranno il loro potere e libera quando si rinuncerà a dare una definizione valida sempre alla libertà. La libertà dell’uomo consiste proprio nel poter ricercare sempre una nuova definizione di libertà. Qualsiasi tentativo di definizione universale si risolverebbe necessariamente in una forma di espropriazione, prevaricazione e oppressione.