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martedì 27 gennaio 2026
Il giorno di quale memoria?
giovedì 25 dicembre 2025
Il corpo umano: la nuova frontiera del capitale
Fin dalle prime
spedizioni capitalistiche occidentali la civilizzazione è stata rappresentata
come una categoria purificante, una categoria che libera il culturalmente
diverso dalle condizioni profane e immonde del vivere selvaggio e barbaro. Il
processo inizia con il rimodellamento del territorio dell’altro attraverso i
segni della civilizzazione: metodi di produzione, merci, gestione delle risorse
e tutta la schiera di relazioni sociali che accompagnano questi processi e
questi materiali sotto le insegne della provvidenza o del progresso. Il
progresso assicura che l’avvento di questo ordine simbolico sia presentato come
sommamente positivo e insindacabile nella sua generosità, mentre i segni dei
regimi indigeni sono derisi, ridicolizzati, assimilati o distrutti. Si tende a
classificare quelli che rifiutano l’assimilazione e/o resistono al proprio
collocamento nel sistema appena introdotto come eccessi disfunzionali, pronti
per essere eliminati. Che si usi il modello tradizionale dell’intervento
militare o il più recente modello della richiesta di prodotti associata alle
pressioni del mercato globale (sostituto dei moschetti e degli arieti), il
risultato non cambia: la separazione tra primo e terzo mondo è mantenuta, la
commistione culturale è strutturata per il vantaggio materiale e sociale del
«civilizzato». Per quanto questa formula di imperialismo economico/culturale
possa essere efficace e vincente, vi sono dei limiti che rendono ancora
imperfetto il sistema. Innanzi tutto la frontiera terrestre è spazialmente
limitata, e sta per esaurirsi. Al momento non c’è alcun luogo non soggetto
all’invasione del capitalismo. Tutto quello che rimane sono, in verità, delle
zone di contestazione (come nelle culture islamiche o maoiste). Il corpo invece
non può essere adattato per riflettere i segni della civilizzazione, la carne
in sé non è pienamente razionalizzata per approssimare al meglio le richieste
ideali del capitale, in termini di adattabilità ed efficienza del mercato. Di
conseguenza, relativamente a quest’ultima difficoltà, a partire dalla fine del
XIX secolo il capitale ha posto una grande enfasi sul costruire un apparato che
produca corpi congeniali ai suoi bisogni e alle sue priorità.
mercoledì 3 dicembre 2025
La vita addomesticata
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L’addomesticamento è il processo usato
dalla civiltà per indottrinare e controllare la vita secondo la sua logica. Questi
meccanismi di subordinazione collaudati nel tempo comprendono: la doma, l’allevamento
selezionato, la modificazione genetica, l’addestramento, l’imprigionamento, l’intimidazione,
la coercizione, l’estorsione, la speranza, il controllo, la schiavizzazione, il
terrorismo, l’assassinio... l’elenco continua e comprende quasi tutte le interazioni
sociali del mondo civile. Questi meccanismi e i loro effetti si possono osservare
e percepire nell’intera società, e sono imposti attraverso istituzioni, riti e
costumi. L’addomesticamento è anche il processo attraverso il quale popolazioni
umane precedentemente nomadi passano a un’esistenza sedentaria tramite l’agricoltura
e la zootecnia. Questo tipo di addomesticamento comporta un rapporto totalitario
sia con la terra che con le piante e gli animali da addomesticare. Se allo stato
selvatico tutte le forme di vita condividono le risorse e competono per adoperarle,
l’addomesticamento distrugge questo equilibrio. Il paesaggio addomesticato (per
esempio i terreni tenuti a pascolo, i campi coltivati e, in minor misura, l’orticoltura
e il giardinaggio) esige la fine della libera condivisione delle risorse che esisteva
in precedenza: ciò che una volta “era di tutti”, adesso è “mio”. Nel suo romanzo
Ishmael, Daniel Quinn spiega questa trasformazione dalla condizione dei Leavers
(coloro che accettavano ciò che la terra offriva) a quella dei Takers (coloro
che pretendevano dalla terra ciò che volevano). Questa nozione di appropriazione
gettò le fondamenta per la gerarchia sociale con la comparsa della proprietà e
del potere. Non solo l’addomesticamento trasforma l’ecologia da ordine libero
a ordine totalitario, ma schiavizza anche tutte le specie addomesticate. In generale,
quanto più un ambiente è controllato, tanto meno è sostenibile. L’addomesticamento
degli stessi esseri umani richiede molte contropartite rispetto al modo di vita
nomade basato sulla raccolta di ciò che si trova in natura. Merita rilevare che
gran parte dei passaggi dal modo di vita nomade all’addomesticamento non sono
avvenuti autonomamente, ma sono stati imposti con la lama della spada o la canna
del fucile. Se solo 2000 anni fa la maggioranza della popolazione mondiale era
costituita da raccoglitori-cacciatori, oggigiorno la cifra è scesa allo 0,01%.
La traiettoria dell’addomesticamento è una forza colonizzatrice che ha portato
con sé una miriade di patologie per le popolazioni conquistate e per gli stessi
iniziatori della pratica. Tra i vari esempi si possono citare il declino della
salute per carenze nutritive dovute all’eccessivo ricorso a diete non diversificate,
quasi 40-60 malattie trasmesse e integrate nelle popolazioni umane per ogni animale
addomesticato (l’influenza, il comune raffreddore, la tubercolosi, eccetera),
la comparsa di un surplus che si può usare per nutrire una popolazione sbilanciata
e che invariabilmente comporta la proprietà e la fine della condivisione incondizionata. |
giovedì 20 novembre 2025
Gemere Gridare Pregare
La sopravvivenza
è un campo di coerenze, lo stile di vita un campo di risonanze. Il linguaggio
economizzato partecipa del primo, la vivacità poetica del secondo. L'era della
creazione abolisce il lavoro. Il lavoro è la forma che inaugura lo sfruttamento
dell'uomo da parte dell'uomo. È l'atto fondatore di una civiltà, dove il
soggetto che trasforma la manna terrestre in merce diventa esso stesso un
oggetto mercantile. Durante le guerre, apparse verso la fine del Neolitico, i
vinti sfuggivano al massacro solo quando servivano come schiavi dei vincitori.
A partire da quel tempo, la sopravvivenza è sempre stata il prezzo di una morte
differita. C'è stato un tempo in cui il dinamismo commerciale salvaguardava una
parte di creatività utile al suo processo d'innovazione. Le libertà furtive del
libero scambio trasmettevano lo spirito separato e disturbavano il
conservatorismo dei regimi agrari. Per quanto scarsa ed emarginata fosse, la
passione di creare rendeva attraenti dei lavori la cui utilità sociale sembrava
indiscutibile. Sappiamo come le innovazioni originate dal capitalismo in fase
d'industrializzazione abbiano alimentato il mito di un progressismo prometeico.
La graduale diserzione del settore produttivo a favore di quello dei consumi ha
ridotto il lavoro alla necessità di un salario da dilapidare nelle oasi dei
supermercati. Il lavoro socialmente utile ha ceduto poco a poco il posto a un
lavoro parassitario che, come negli ospedali, avvantaggia una gestione della
redditività e rovina l'efficacia sanitaria con il pretesto di migliorarne i
servizi. Il capitalismo è entrato in una fase di tagli finanziari, dove si
arroga il diritto di rendere redditizia la sua morte programmando la nostra.
Non abbiamo altra scelta che proteggere, difendere, ricreare la nostra vita e
con essa, le risorse naturali che sono allo stesso tempo offerte e distrutte
sotto i nostri occhi. Le questioni ambientali vengono affrontate solo a livello
globale e statisticamente - con i risultati che conosciamo - solo perché ci
disinteressiamo di affrontarli alla base, a livello locale e regionale. Eppure
è nel villaggio e nei quartieri che l'inquinamento, l'avvelenamento, la
distruzione dell'insegnamento, degli ospedali, dei trasporti perpetuano i loro
misfatti e dove un intervento diretto è possibile. Gemere, gridare, pregare
sono ugualmente ridicoli e rimarranno tali fino a quando l'audacia d'innovare
non sarà riapparsa insieme con quella di vivere, finalmente.
lunedì 10 novembre 2025
Per un'autodifesa energetica
Nel corso del
suo sviluppo, il capitalismo industriale aveva favorito il fiorire di nuove
invenzioni (elettricità, macchina a vapore, ferrovia). Quel che restava di
ricerca indipendente è ormai sottomesso all'esteso controllo degli interessi di
mercato che gestiscono i bilanci. Il capitalismo finanziario produce un vuoto
della scienza e della coscienza. Questo vuoto "di cui la natura ha
orrore", rivela altre vie possibili, incoraggia l'esplorazione di un
sapere originato dalla vita e non più dalla sopravvivenza com'è stato finora.
Fisica, biologia, arte, medicina sono in cerca di una rifondazione radicale.
Mentre gli ambienti scientifici, sotto lo choc del coronavirus, hanno perso
credibilità per la loro incompetenza, le loro menzogne e la loro arroganza, la
curiosità e il gusto della ricerca sono in cerca di un nuovo dinamismo. Tenuti
al margine dalle lobbie scientifiche, molti ricercatori aspirano alla libertà
di pescare nella vita inesplorata quel che può migliorare la nostra esistenza
quotidiana e il suo ambiente.
a) Le
collettività locali e regionali devono sostenere progetti che contribuiscano
alla gratuità dell'elettricità e del riscaldamento. Solo l'ingegnosità e
l'ostinazione permetteranno di soppiantare l'egemonia delle mafie verde-dollaro
sulle energie rinnovabili.
b) Lo stesso
vale per l'autorganizzazione della mobilità che richiede la messa a punto di
trasporti gratuiti e non inquinanti. Non tocca forse alle collettività locali
il compito di reinventare quel che lo Stato e le mafie petrolifere hanno
distrutto?
c) Non c'è
nessun bisogno di visioni apocalittiche per capire che siamo nel cuore di una
mutazione di civiltà. Se tutto cambia di base, ciò significa anche che le
decisioni da prendere in materia di ambiente dipendono esclusivamente dalle
assemblee comunali e regionali, tralasciando referendum patrocinati dallo Stato
inquinatore.
venerdì 7 novembre 2025
L’ordine dominante
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Nello sforzo di ottenere il controllo totale
d’ogni aspetto dell’esistenza, l’ordine dominante ha iniziato ad accelerare lo
sviluppo di tecnologie che manipolano la materia su scala nanometrica. Si tratta
di milionesimi di millimetro. A questo livello, quello degli atomi e delle molecole,
delle proteine, dei composti di carbonio, del DNA e simili, la differenza tra
vivente e non vivente può iniziare a farsi confusa e molte proposte riguardanti
questa tecnologia si basano su questa confusione. La nanotecnologia crea nuovi
prodotti con la manipolazione di molecole, atomi e particelle subatomiche. Mentre
la biotecnologia manipola la struttura del DNA per creare nuovi organismi attraverso
la ricombinazione dei geni, la nanotecnologia va oltre spezzando la materia in
atomi che poi possono essere ricombinati per creare nuovi materiali che sono,
nel vero senso della parola, creati atomo per atomo. Al momento si stanno concentrando
sull’atomo del carbonio, ma gli scienziati vorrebbero avere sotto controllo ogni
singolo elemento della Tavola Periodica, per disporne a piacimento. Questo permetterebbe
loro di combinare le caratteristiche (colore, resistenza, punto di fusione, ecc.)
in modi sinora sconosciuti. La nanotecnologia crea le più minuscole mostruosità
capaci degli orrori più grandi, poiché sono capaci di portare il sistema del controllo
sociale direttamente nei nostri corpi. In alcuni luoghi le mostruosità prodotte
da queste tecnologie saranno forse provviste di un’etichetta, affinché ci sia
sempre la possibilità di scelta. Non possiamo far finta che ci sia uno spazio
per un dialogo. Questa è la dimostrazione evidente da parte dei padroni del mondo
del fatto che il mantenimento della pace sociale è un atto di guerra contro ogni
essere sfruttato e spossessato. Per quelli tra noi che desiderano creare la propria
vita secondo i propri modi di vedere, per chi desidera rimanere un individuo umano
capace di ogni sorta di azione autonoma, è necessario agire in modo distruttivo
contro l’intero sistema del controllo sociale, contro la totalità di questa civilizzazione
nella quale le macchine cavalcano le persone e le persone si trasformano lentamente
in macchine. Noi dobbiamo riconoscere questi sviluppi per quello che sono, un’altra
rapina delle nostre vite, un attacco ad ogni nostra residua capacità d’autodeterminazione. |
sabato 1 novembre 2025
Due parole sul concetto di autorità
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La politica consiste nell’esercizio del
potere dello Stato, oppure nel tentativo di influire su questo potere. Quando
si parla di filosofia politica, perciò, a rigor di termini si intende la filosofia
dello Stato. Se vogliamo sapere qual è il contenuto della filosofia politica e
se questa esiste, dobbiamo partire dal concetto di Stato. Lo Stato è un gruppo
di persone che possiede ed esercita l’autorità suprema all’interno di un territorio.
In senso stretto potremmo dire che uno Stato è un gruppo di persone che esercita
l’autorità suprema all’interno di un dato territorio o su una data popolazione.
All’interno di una tribù di nomadi può manifestarsi la struttura autoritaria di
uno Stato finché i suoi soggetti non vengono a trovarsi sotto l’autorità superiore
di uno Stato territoriale1. Lo Stato può comprendere tutte le persone che si trovano
sotto la sua autorità, come avviene nello Stato democratico secondo i suoi teorici;
può anche consistere esclusivamente di un solo individuo dal quale dipendono tutti
gli altri. Ci permettiamo di dubitare che sia mai veramente esistito uno Stato
fatto di una sola persona, anche se Luigi XIV la pensava evidentemente così quando
diceva «l’état c’est moi». La caratteristica peculiare dello Stato è l’autorità
suprema, o ciò che i filosofi politici solevano chiamare «sovranità». Perciò si
parla di «sovranità popolare», che è la teoria secondo la quale il popolo è lo
Stato, e naturalmente l’uso del termine «sovrano» nel significato di «re» rispecchia
il presupposto che l’autorità suprema sia concentrata in una monarchia. L’autorità
è il diritto di comandare e, di converso, il diritto di essere obbediti. Essa
va distinta dal potere, che è la capacità di imporre l’obbedienza con la forza,
o con la minaccia della forza. Quando do il mio portafoglio a un ladro che mi
punta contro una pistola, lo faccio perché ciò di cui mi minaccia il ladro è peggiore
della perdita di denaro che devo subire. Riconosco che egli ha qualche potere
su di me, ma difficilmente gli riconoscerei un 'autorità, cioè che egli ha diritto
a pretendere i miei soldi e che io ho il dovere di darglieli. Quando invece lo
Stato mi presenta la cartella delle tasse, pago (di solito) ciò che mi chiede,
anche se non ne ho voglia e perfino se penso che potrei evitare di pagare. Si
tratta dopo tutto dello Stato legittimo e perciò esso ha il diritto di tassarmi.
Esso possiede autorità su di me. Naturalmente, di tanto in tanto, mi capita di
imbrogliare lo Stato, ma anche in questo caso riconosco la sua autorità. Chi parla
mai di «imbrogliare» un ladro? Rivendicare autorità significa rivendicare il diritto
di essere obbedito. Avere autorità, allora, che cosa significa? Può voler dire
avere questo diritto, oppure veder riconosciuta questa pretesa e vederla accettata
da parte di quelli cui è diretta. Il termine «autorità» è ambiguo poiché ha entrambi
i significati: quello descrittivo e quello normativo. Anche nel suo significato
puramente descrittivo, esso si riferisce a norme e obblighi, naturalmente, ma
si limita a descrivere ciò che gli uomini credono di dover fare e non afferma
che essi debbano farlo. Ai due significati del termine autorità corrispondono
due concetti di Stato. Su un piano descrittivo, lo Stato può essere definito un
gruppo di persone a cui viene riconosciuta l’autorità suprema all’interno di un
territorio - riconosciuta cioè da coloro nei cui confronti viene affermata questa
autorità. Lo studio delle forme, delle caratteristiche, delle istituzioni e del
funzionamento degli Stati de facto, come possiamo definirli, costituisce l’ambito
delle scienze politiche. Se invece usiamo il termine nel suo significato normativo,
lo Stato è costituito da un gruppo di persone che ha il diritto di esercitare
l’autorità suprema all’interno di un territorio. |
mercoledì 29 ottobre 2025
La consapevolezza che strappa l’essere al sembrare
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Il processo rivoluzionario non potrà avere
mai più i tratti esclusivi della guerra civile, i tratti della Comune di Parigi
o della Mackhnovicina. Ma è sempre più probabile che la produzione «in vitro»
della guerra civile, lo spettacolo speciale pirotecnico e sensazionale del terrorismo
teleguidato, ottenga un relativo successo, e di conseguenza un relativo coinvolgimento
di una parte del proletariato rivoluzionario nella sua pratica alienata. E proprio
attraverso l'esperienza vissuta di questa alienazione, apparirà sempre più chiaro
il necessario passaggio alla fase ultimativa del processo: la disgregazione attivamente
perseguita, la liquidazione «armata (con tutte le anni necessarie) dell'universo
concreto in cui il capitale assolutamente dominante realizza la propria valorizzazione.
La vera guerra civile si scatena a partire dall'interno di ogni essere: nella
maturazione accelerata «di una consapevolezza che strappa l’essere al sembrare,
il vero all'apparente, la realtà in processo alla rappresentazione in dissolvimento,
una consapevolezza che rifiutando insieme l'essenza selvaggia della guerra e l'essenza
mortifera della «civiltà» superi entrambe nell'affermazione «incivile» della propria
assoluta estraneità al mondo delle apparenze, e che lo combatte per liquidarlo
concretamente una volta per sempre. La lotta sarà armata, perché si seppelliscano
per sempre gli strumenti di morte. Distinguere i rivoluzionari armati dai sicari
della falsa guerra sembrerà talvolta difficile, ma lo sembrerà soltanto, e non
alla dialettica radicale: il corpo proletario della specie si è riconosciuto istantaneamente
nei fatti di Detroit, di Danzica, di Stettino, e altrettanto istantaneamente si
riconoscerà nei tratti inconfondibili delle insurrezioni vitali. (Cesarano-Collu:
Apocalisse e rivoluzione 1973) |
giovedì 23 ottobre 2025
Il tempo è denaro
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Nell’esatto momento in cui la rivoluzione
industriale ha richiesto una maggiore sincronizzazione del lavoro, nasce l’esigenza
dell’orologio. Il piccolo congegno che regola i nuovi ritmi della vita industriale
rappresenta allo stesso tempo uno dei bisogni più urgenti tra quelli indotti dal
capitalismo per stimolare il proprio progresso. Così scopriamo, il senso del tempo
nel suo condizionamento tecnologico e con il calcolo del tempo, il mezzo di sfruttamento
del lavoro. Con la divisione del lavoro, la sorveglianza della manodopera, le
multe, le campane e gli orologi, gli incentivi in denaro, le prediche e l’istruzione,
la soppressione delle feste e degli svaghi, vengono plasmate le nuove abitudini
di lavoro e viene imposta la nuova disciplina del tempo. E allorché viene imposta
la nuova “disciplina del tempo”, gli operai iniziano a combattere non contro il
tempo, ma intorno ad esso. La prima generazione di operai di fabbrica viene istruita
dai padroni sul valore del tempo; la seconda generazione forma le commissioni
per la riduzione d’orario nell’ambito del movimento delle dieci ore; la terza
generazione sciopera per lo straordinario come tempo retribuito in modo maggiorato
del 50 per cento. Gli operai hanno accettato le categorie dei propri padroni e
hanno imparato a lottare all’interno di esse. Hanno appreso la lezione: “il tempo
è denaro”. |
martedì 23 settembre 2025
Albert Camus - L'uomo in rivolta
Che cos'è un
uomo in rivolta? Un uomo che dice di no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia:
è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi.
In questa
costante e perenne oscillazione fra il no e il sì, l'uomo in rivolta di Camus
si differenzia profondamente dal pensiero rivoluzionario ed ancor più dal
concetto di rivoluzione. Se le rivoluzioni moderne non hanno fatto altro che
instaurare degli stati e legittimare il potere del terrore, per l'autore
dell'Uomo in rivolta è impossibile avere dubbi: o si accettano le conseguenze
della rivoluzione, e quindi la paura, il sangue, lo Stato; oppure
inevitabilmente vi si è contrari, non rinunciandovi ma riaffermando la
possibilità della rivolta. Ma qual è, in pratica, la differenza tra rivoluzione
e rivolta? Sulle prime sembrerebbe che Camus scelga il concetto di rivolta,
dandone un'interpretazione positiva rispetto alla negatività della rivoluzione,
poiché l'uomo che dice no è l'eroe titanico che, affrontando il tiranno, il
Potere, con il solo e unico gesto di rivolta si autorealizza emancipandosi. Per
Camus la chiave interpretativa, e metodica sta nella possibile (possibile, non
"vera") differenza; rivoluzione è intesa come totale negazione del
reale, come un movimento che, superando lo status quo, lo nega in tutti i suoi
aspetti perché li riconosce estranei; la rivolta, al contrario, è un moto che,
pur superando le condizioni presenti, le accetta perché sono le uniche
passibili di mutamento.
Se la rivolta
potesse fondare una filosofia, questa sarebbe al contrario una filosofia dei
limiti, dell'ignoranza calcolata e del rischio. Chi non può sapere tutto, non
può tutto uccidere.
Camus è un
convinto assertore di questa filosofia, contrapponendosi duramente ed
aspramente ad ogni concezione e interpretazione del mondo che assolutizzando
qualsiasi concetto metafisico, come materialista, lo ponga e si ponga al di
sopra del reale, perché, come già detto, la realtà non è né ragionevole né
irragionevole, ma ciò che si può dire ed ancor più ciò che si può cambiare.
Camus individua un minimo comune multiplo: il nichilismo, qui inteso come
degradazione, asservimento della realtà presente a favore di un immaginato
futuro di verità cui poter donare la propria sofferenza in questa vita
alienata. Grande ammiratore di Nietzsche - il quale paradossalmente è l'unico
ad essere salvato dall'accusa di nichilista - non può che far risalire la
negazione della natura e del corpo alla nascita del cristianesimo: con
l'avvento del cristianesimo, nel pensiero occidentale si insinua il concetto di
peccato e di espiazione, che successivamente inquinerà perfino il pensiero
laico e rivoluzionario di Karl Marx. La storia del pensiero occidentale è la
storia della sconfitta della natura e dell'umiliazione del corpo per la
vittoria dell'ideologia e della teologia, entrambe false coscienze che, in nome
del futuro, hanno negato, condannato il presente. La domanda camusiana è dunque
la seguente: quale motivo spinge l'uomo ad uccidere per dei valori astratti,
delle ideologie? E ancora: perché, in nome della giustizia e della libertà,
possono essere commesse le ingiustizie più atroci ed avvalorate le misure più
repressive, totalitarie ed autoritarie?
La libertà
assoluta coincide con il diritto, per il più forte, di dominare. Essa mantiene
dunque i conflitti che avvantaggiano la ingiustizia. La giustizia assoluta
passa attraverso la soppressione di ogni contraddizione: essa distrugge la
libertà. La rivoluzione per la giustizia mediante la libertà finisce col farle
insorgere l'una contro l'altra.
mercoledì 17 settembre 2025
Rimettere in discussione continuamente
Oggi la specie
umana è posta di fronte alla questione della sopravvivenza della specie stessa.
Il modo di vita conosciuto col nome di civiltà occidentale è su un cammino di
morte sul quale la sua cultura non ha risposte vitali da dare. Messi di fronte
alla realtà della loro stessa distruzione, essi non possono che andare ancor
più lontano verso una distruzione totale. L’apparizione del plutonio su questo
pianeta è il segno più chiaro che la nostra specie è in pericolo. È un segnale
che la maggior parte degli occidentali ha deciso di ignorare. I nostri antichi
insegnamenti ci anticiparono che se l’uomo interferisce con le leggi naturali
tutto ciò si avvererà fatalmente. Quando l’ultimo soffio del modo di vita
naturale sarà estinto, tutta la speranza della sopravvivenza umana se ne andrà
con lui. La distruzione delle culture dei popoli nativi appartiene allo stesso
processo che ha distrutto e distrugge ancora la vita su questo pianeta. La
maggior parte del mondo non trova le sue radici nella cultura o nelle tradizioni
occidentali. La maggior parte del mondo ha le sue radici nel mondo naturale, ed
è il mondo naturale, con le sue tradizioni, che deve prevalere se vogliamo
sviluppare delle società veramente libere ed egualitarie. È necessario,
attualmente, cominciare un’analisi critica della storia dell’occidente,
ricercando le forme attuali delle condizioni di sfruttamento e oppressione
subite dall’umanità. Nello condizioni di sfruttamento e oppressione subite
dall’umanità. Nello stesso tempo in cui noi cominceremo a comprendere questo
processo, dovremo reinterpretare questa storia per il popolo del mondo. È il
popolo occidentale, alla fine dei conti, il più oppresso e sfruttato. Esso è
schiacciato da secoli di razzismo, di sessismo e d’ignoranza che hanno reso se
stesso insensibile alla vera natura della propria vita. Noi dobbiamo rimettere
in discussione continuamente e accuratamente ogni modello, ogni programma, ogni
metodo che l’occidente prova a imporci.
lunedì 15 settembre 2025
Cominciamo a parlare dell’acqua
Il processo di
mercificazione dell’acqua è diverso a seconda delle regioni climatiche e degli
usi ai quali, nel corso della storia, è stato destinato il liquido elemento
dagli esseri umani. In primo luogo, grazie al sole e all’acqua piovana la
fotosintesi colora di verde boschi e praterie, montagne e valli; tutte le
specie vegetali insomma sono di vitale importanza per l’alimentazione dei
mammiferi e degli uccelli che ossigenano il pianeta – non a caso la foresta
amazzonica è chiamata il polmone della Terra. Questa acqua che non conta come
fattore di produzione, nemmeno nelle più ingegnose contabilità ministeriali,
manca di prezzo; non è mai stata mercificata per il fatto che, fino ad oggi, la
pioggia è sfuggita al controllo della società tecnologica. L’acqua di qualità
non ha mai avuto un prezzo nelle regioni a clima mediterraneo. Nella penisola
iberica le leggi sull’acqua, cristiane e islamiche, tenevano conto dell’uso di
acqua potabile per le persone e per gli animali in modo che, per l’accesso alle
fonti e agli abbeveratoi anche quando si trovavano in terreni privati, i
signori della terra dovevano rispettare il diritto di passaggio affinché la
gente potesse saziare la sete e gli animali domestici abbeverarsi. D’altro
canto, l’acqua naturale immagazzinata in cisterne o estratta dalla fonte e da
pozzi vicini o all’interno dei nuclei urbani conservò nei secoli una buona
qualità per essere bevuta. Tutto ciò cambiò a partire dalla seconda metà del
XIX secolo con la rivoluzione industriale, la crescita delle città e,
successivamente, con l’industrializzazione dell’agricoltura che portarono alla
devalorizzazione dell’acqua naturale convertendola in un elemento scarso e
accessibile solo a prezzi alti. È bastato un secolo e mezzo perché la maggior
parte della popolazione delle regioni mediterranee (così come di quasi tutto il
mondo) dovesse pagare per l’acqua di qualità, della quale ha bisogno
obbligatoriamente per vivere.
martedì 9 settembre 2025
Diventare il produttore del film della propria vita
Occorre di
mettersi di taglio alla costellazione della miseria delle democrazie formali.
Infrangere lo spettacolo delle ideologie nelle teste di legno della società
opulenta. Bisogna tenere sempre presente che le istituzioni non sono sorte per
caso, ma per compensare la debolezza di chi vi partecipa. E in questo assolvono
una funzione storica. Ma ogni istituzione si fonda sul sacrificio dei suoi
membri, si nutre di vita umana. Si tratta quindi di porgere un invito a
mordere, incamminarsi verso i giorni della gioia dove ogni individuo potrà
sfoderare il proprio sogno nei colpi di ritorno contro i potentati che tengono
le briglie e i giochi del proletariato arreso. Occorre muoversi nei percorsi
accidentati del contrasto e andare a produrre un disordine linguistico/figurale
dell’ordine apparente.
Diventare il
produttore del film della propria vita.
Il rifiuto di
essere schiavo è ciò che veramente cambia il mondo.
Né dei né miti.
La persona che si ribella e che poi tende al rivoluzionamento lo fa, come causa
prima, in risposta ad esigenze ed emozioni in origine del tutto personali e di
stretta contingenza alla sua condizione. Solo in un successivo, secondo tempo le
sue medesime esigenze ed emozioni, incontrandosi, integrandosi, completandosi
con analoghe situazioni reclamanti altre necessità e scaturenti da altrettante
motivazioni, daranno luogo alla collettivizzazione dell’atto, che da rivoltoso
si tramuterà così in rivoluzionario. È un discorso che si sviluppa contro il
certo, l’ideale, l’alchimia della politica e il terrorismo della Borsa. Il
gesto estremo, a volte disperato dei ribelli, coglie nel coraggio di minoranze
bastonate, carcerate, uccise, le tracce di una differente esistenza. La rivolta
si apre al rischio di vivere pericolosamente il rapporto tra idea e azione.
giovedì 21 agosto 2025
La buona e la cattiva reputazione
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Se l’opinione ti giudica simpatico,
bello, intelligente, vivresti meglio? Se essa ti stima stupido, squallido,
infame, vivresti peggio? Nel caso affermativo, bisogna, di fatto, che ti
preoccupi degli altri perché tu esisti per loro, gli appartieni, hai bisogno
di sedurre, di opprimere, di ubbidire, di sfuggirti. Se no, lascia correre e
che si appannino le immagini prefabbricate della tua buona e cattiva
reputazione. Non sarà più necessario mentirti se non ti preoccuperai più di
apparire, di metterti in posa per la famiglia e per la storia, di tremare
davanti a questo riflesso che è solo la tua rappresentazione estranea.
L’opinione ha i suoi assassini e le sue prigioni? Quando cominceremo ad
abbattere le prigioni interiori e gli assassini imboscati del super-io,
quelli esterni cadranno come la Bastiglia. Si arriva a tutto se non si dubita
di niente. Non sono unico per sempre che in me e per me. La vostra fretta a
decifrarmi maneggia con troppa facilità lo scalpello dell’autopsia e della
disinibizione. Non c’è migliore curiosità della mia stessa curiosità verso di
me. E anche se la tua tenerezza mi aiuta a vedere più chiaramente non sono
ancora il solo che può tirar fuori qualche luce dall’ombra? Niente mi piace
di più che vedere gli esseri e le passioni armonizzarsi in me e intorno a me.
Aspiro a delle affinità che si legano e si slegano senza rotture, secondo il
ritmo capriccioso dei desideri, sfuggendo nella gratuità più assoluta ai tics
ombrosi della volontà di potenza, e senza che il riflesso della frustrazione
imponga la sua grinfia di amarezza sull’assenza di una persona cara. Che
ognuno conservi i suoi gusti e i suoi disgusti, i suoi accordi e i suoi
disaccordi, o che li cambi, poco importa, purché regni l’esuberanza della
vita e non la morte che si annuncia da tutte le separazioni. |
sabato 16 agosto 2025
L’uomo come essere astratto
A differenza
dell’animale che conosce d’istinto il mondo materiale che gli appartiene e che
gli è necessario – così l’uccello migratore conosce il Sud, e la vespa conosce
la sua preda – l’uomo non prevede il proprio mondo. Ne possiede solo un a
priori formale. L’uomo non è fatto per nessun mondo materiale, non può
anticiparlo nella sua determinazione, deve piuttosto imparare a conoscerlo
“après coup”, a posteriori, ha bisogno dell’esperienza. La sua relazione con
una determinazione fattuale del mondo è relativamente fragile, egli si trova
nell’attesa del possibile e del qualunque. Nessun mondo gli è effettivamente
imposto (come, viceversa, a qualsiasi animale è imposto un ambiente specifico),
al contrario, egli trasforma il mondo e, con mille varianti storiche e come una
sorta di sovrastruttura, vi edifica ora un “secondo mondo”, ora un altro.
Infatti, per offrirne una definizione paradossale, l’artificialità è la natura
dell’uomo e la sua essenza è l’instabilità. Le costruzioni pratiche dell’uomo,
così come le sue facoltà teoriche di rappresentazione, testimoniano della sua
astrazione. Non solo deve, ma può anche fare astrazione dal fatto che il mondo
è così com’è: poiché lui stesso è un essere “astratto”: non è solo parte del
mondo (è di questo aspetto che si occupa il materialismo), ma è anche “escluso”
da esso, “non di questo mondo”. L’astrazione – vale a dire, la libertà di
fronte al mondo, il fatto di essere tagliato per la generalità e
l’indeterminato, il ritiro dal mondo, la pratica e la trasformazione di questo
mondo – è la categoria antropologica fondamentale, che rivela la condizione
metafisica dell’uomo e, insieme, il suo ?????, (parola , discorso) la sua
produttività, la sua interiorità, il suo libero arbitrio, la sua storicità.
venerdì 8 agosto 2025
Utilizzo del territorio come pratica di resistenza
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L’urbanismo unitario prevedeva un
utilizzo del territorio come pratica di resistenza ed opposizione alle
strategie di pianificazione dell’urbanismo razionalista considerato
colpevole, agli occhi dei situazionisti, di costruire città alienanti per
l’individuo e la società. L’urbanismo unitario era un vero e proprio
programma di guerriglia, estetica, funzionale e politica, che coinvolgeva e
sconvolgeva il tessuto urbano. Rispetto ad un fare tecnocratico, di
manipolazione degli esseri umani come cose, realizzato dalla pianificazione
degli urbanisti razionalisti che guardavano e progettavano strategicamente la
città “dal di fuori”, i situazionisti lavoravano sulla città tatticamente
“dall’interno”. I situazionisti negavano i valori pratici dell’urbanistica
razionalista (gli spazi progettati come pre-determinati all’uso) a favore di
una valorizzazione ludica, di libero gioco e di libero utilizzo della città
preferendo gli spazi d’uso semi-determinati e informali. Questa
valorizzazione portava ad un congiungimento del soggetto con il suo oggetto
di valore che dava luogo, a sua volta, ad una valorizzazione utopica degli
spazi urbani, ovvero ad una costruzione di una nuova società attraverso
l’unione realizzata tra città e abitanti: da qui il termine urbanismo unitario.
Tale unione avrebbe dovuto portare ad un cambiamento radicale e irreversibile
della loro identità comune. Come diceva un celebre slogan situazionista
scritto sui muri di Parigi durante i giorni del Maggio francese: “niente
sarebbe stato più come prima”. Gli studi sul nomadismo e sugli accampamenti
degli zingari furono un preludio fondamentale sia alla nascita stessa
dell’Internazionale Situazionista, sia al progetto di New Babylon, la città
situazionista progettata da Constant. New Babylon era per i situazioni la
realizzazioni di un nuovo modello di città, la concretizzazione delle loro
teorie sull’urbanismo unitario. New Babylon, nelle intenzioni dei
situazionisti sarebbe stata una città composta da parti mobili, modulari,
ricombinabili. Una sorta di enorme sovrastruttura abitativa, una enorme rete,
un rizoma, che avrebbe ricoperto l’intera sfera terrestre con delle
megastrutture ludiche. Si trattava, per Costant e per i situazionisti, di
creare un labirinto dinamico in perpetua trasformazione. |
lunedì 4 agosto 2025
I Viventi e la Terra
Ci hanno
rimpinzato di menzogne fino a farci scoppiare. Pieni da non poterci più
muovere, è giunta l'ora di digerire la passività che ci fa dire: “le cose
stanno così, non possiamo farci niente!” La perdita della libertà dei semi è
solo una delle ultime maglie di una catena di afflizioni che ci attanaglia da
lungo tempo: la terra è di proprietà, privata della nostra azione, sottratta
alle nostre cure; l'aria ormai irrespirabile e infestata di veleni, le fonti
d'acqua spariscono e la poca che resta accaparrata e sperperata da processi
agricoli e industriali assurdi e dannosi; un cibo impoverito, nocivo e schifoso
– anche se talvolta “di qualità” – ingozza una civiltà di obesi ammalati a
scapito di milioni di malnutriti; e i rapporti interpersonali e con l'ambiente
circostante, invece di essere improntati al reciproco arricchimento, una
sequela ininterrotta di soprusi e devastazioni. «Gli agricoltori moderni hanno
bisogno di un pesticida per eliminare un insetto divenuto sterminatore perché
le piante avventizie, grazie alle quali l'insetto si nutriva e poteva vivere,
sono state eliminate dagli erbicidi, i quali sono stati introdotti per
sopprimere la sarchiatura meccanica, la quale non è più possibile a causa
dell'aumento della densità delle piantagioni, le quali sono state accresciute
perché le piante sono state selezionate per la loro produttività ad alta
densità, la quale permette di avere il massimo beneficio dall'uso massiccio dei
fertilizzanti a basso prezzo, i quali rendono le piante ancora più appetitose
per gli insetti sterminatori, e così di seguito. Ad ogni passo la ricerca
interviene, alleviando l'agricoltore dalla contraddizione immediata del sistema
di produzione che lo incatena, e naturalmente ogni soluzione provvisoria apre
nuovi mercati per le sementi, i fertilizzanti, le macchine, i diserbanti, i
pesticidi...» (J.-P. Berlan)
venerdì 25 luglio 2025
L’orologio
Il Sonno è un
seduttore straordinario, e questo spiega la macchina terrificante che abbiamo
inventato per combatterlo. Intendo la sveglia. Santo Cielo! Quale genio
malvagio ha riunito questi due nemici giurati dell’ozio – l’orologio e
l’allarme – in un unico dispositivo? Ogni mattina in tutto il mondo occidentale
persone che sognano felici vengono rudemente strappate al sonno da uno squillo
che spacca i timpani da un insistente bip elettronico. La sveglia è il primo
stadio dell’orribile metamorfosi che ci costringiamo a sopportare la mattina,
da spensierati sognatori in beatitudine a sgobboni tormentati dall’ansia,
oppressi da responsabilità e doveri. Ma la cosa davvero incredibile è che
compriamo le sveglie di nostra volontà. Non è assurdo spendere i soldi che ci
siamo guadagnati con fatica per uno strumento che fa cominciare ogni giorno
della nostra vita nel modo più spiacevole possibile e che in realtà è utile soltanto
al datore di lavoro a cui vendiamo il nostro tempo? È vero, ci sono anche
sveglie che ci dispensano dall’allarme per destarci invece con il bla bla bla
dei dj delle trasmissioni radiofoniche mattutine, ma queste sveglie sono forse
migliori? La soffocante gaiezza del dj ha lo scopo di metterci di buon umore in
vista della giornata che ci aspetta, o di distoglierci dalla nostre afflizioni
con delle battute idiote. Io lo trovo semplicemente irritante. Non c’è niente
di peggio del vuoto cinguettio di un altro essere umano quando siamo in uno
stato di meditazione profonda, pesante, esistenziale. Come dice un mio amico,
l’uomo più pigro del mondo, quando sua moglie tenta di svegliarlo: ”Mi alzerò
quando ci sarà qualcosa per cui valga la pena di alzarsi”.
Gli slogan al potere
Tra gli aspetti
più creativi del ’68 Francese va annoverata anche una proliferazione di slogan,
alcuni dei quali sono divenuti frasi-simbolo dell’epoca. Qui di seguito
segnaliamo quelli più famosi e significativi, taluni più politici altri più
poetici, ma anche quelli a nostro avviso più divertenti, di sapore decisamente
surrealista. Tra parentesi, dove possibile, è segnalato il luogo in cui lo
slogan ha visto i natali.
Soyez
réalistes, demandez l’impossible - Siate realisti chiedete l’impossibile
(Censier)
Interdit
d’interdire - Vietato vietare
L’imagination
prend le pouvoir - L’immaginazione al potere (Scienze politiche)
Révolution je t’aime - Rivoluzione, ti amo (Nanterre)
Dessous les pavés c’est la plage - Sotto il selciato la spiaggia (Sorbonne)
La barricade ferme la rue mais ouvre la voie - La barricata sbarra la strada ma apre la via (Censier)
Le rêve est
realité - Il sogno è realtà (Censier)
La poésie est dans la rue - La poesia è nelle strade (Odéon)
Mettez un
flic sous votre moteur - Mettere un poliziotto sotto il vostro motore (Censier)
Je décrète
l’état de bonheur permanent - Io proclamo lo stato di felicità permanente
(Scienze politiche)
J’ai quelque
chose à dire mais je ne sais pas quoi - Ho qualcosa da dire ma non so cos’è
(Censier)
Exagérer
c’est commencer d’inventer - Esagerare vuol dire cominciare a inventare
(Censier)
Un flic dort en chacun de nous. Il faut le
tuer - Un poliziotto dorme in ognuno di noi. Uccidiamolo (Censier)
Tout pouvoir abuse Le pouvor absolue abuse absolument - Ogni potere abusa Il potere assoluto abusa
assolutamente (Nanterre)
Ne me libère
pas Je m’en charge - Non liberatemi, lo faccio da me (Nanterre)
L’action ne
doit pas être une reaction mais une création - L’azione non deve essere una reazione
ma una creazione (Censier)
Je ne suis au
service de personne (pas même du peuple et encore moins de ses dirigeants) - Io non sono
al servizio di nessuno (nemmeno del popolo e ancor meno dei suoi dirigenti)
(Censier)
Nous sommes tous des juifs allemands - Siamo tutti ebrei tedeschi (Sorbonne)
Nous sommes tous “indesirables” - Siamo tutti indesiderabili (Beaux Arts)
Le pouvoir est au bout du fusil (Mao) Est-ce que le fusil
est au bout du Pouvoir? - Il potere è sulla canna del
fucile (Mao) Il fucile è sulla canna del potere? (Nanterre)
La politique se passe dans la rue - La politica si fa nelle strade (Scienze politiche)
Cour camarade, le vieux est derrière toi - Corri compagno, il vecchio è dietro di te (Sorbonne)
Camarades vous enculez les mouches - Compagni, state inculando le mosche (Nanterre)
Sexe - c’est bien, a dit Mao, mais pas trop souvent - Il sesso va bene, ha detto Mao, ma non troppo spesso
(Censier)
Je t’aime!!! Oh! dites-le avec des pavés - Ti amo!!! Oh! Ditelo coi sampietrini (Nanterre)
sabato 6 luglio 2024
Ricercare sempre una nuova definizione di libertà
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Quotidianamente il potere viene
percepito come un’entità esterna al corpo sociale. Esso viene percepito come
qualcosa da conquistare per coloro che lo bramano, convinti che grazie a esso
potranno affrancarsi dal dovere di obbedire a qualcuno e poter finalmente
comandare. Per quelli che non amano essere comandati, ma nemmeno comandare,
il potere è invece il leviatano da sconfiggere, il palazzo da abbattere. Il
mondo si divide così, semplicisticamente, fra chi lotta per il potere e chi
lotta contro il potere. Nel mezzo rimane chi passivamente il potere lo
subisce, così come subisce le lotte che lo circondano. Questa è però una
visione fittizia, è il prodotto di una cultura particolare, di una cultura
creata e strutturata da e per il dominio, è il prodotto della nostra cultura.
Se appena usciamo dalle classificazioni e dagli schemi che caratterizzano e
danno un senso al conflitto, così come lo percepiamo oggi, ci rendiamo conto
che il potere, lungi da essere un’entità malvagia e repressiva che opprime la
società, rappresenta una proprietà, una capacità intrinseca a ogni essere
umano e scorre all’interno del corpo sociale, non al di fuori di esso. Il
potere è la capacità che ogni essere umano ha di contribuire al complicato
processo di strutturazione dei soggetti e delle strutture sociali, attraverso
l’instaurazione continua e mutevole di rapporti con gli altri individui. In
questo senso il potere non è più, evidentemente, solo repressivo. A seconda
dei rapporti che instauriamo con gli altri individui, e di conseguenza a
seconda delle definizioni dei ruoli sociali, il nostro potere potrà essere
creativo e funzionale a pratiche di liberazione. Nel momento in cui, però, la
brama di veder realizzato a tutti i costi il nostro modello dei rapporti e
dei ruoli sociali prende il sopravvento, cerchiamo di escludere gli altri da
questo processo di definizione dell’esistente. Quando questa esclusione ha
successo, il potere verrà esercitato solo da alcuni individui, i quali si
arrogheranno il diritto e la capacità di definire ruoli e rapporti sociali di
tutti. In questo modo si concretizza il dominio dell’uomo sull’uomo, così
come dell’uomo sugli altri animali e sulla natura. Questo è il motivo per cui
è andata persa la consapevolezza di un potere creativo e la percezione quotidiana
è quella di un potere minaccioso e repressivo. Il problema vero è che una
definizione particolare dei ruoli sociali tenderà a fornire una visione
particolare del reale, funzionale a mantenere stabili tali ruoli. In altre
parole, la nostra società ha culturalmente consolidato il concetto per cui il
fondamento del legame sociale è l’obbligo politico, ossia il dovere di
obbedienza. Questa discriminante fondante ha prodotto uno spazio
dell’immaginario caratterizzato da regole proprie e incompatibile per definizione
con altri immaginari, altre rappresentazioni culturali che non postulino il
dovere di obbedienza come matrice dei rapporti sociali. Uno degli effetti più
immediati di questo spazio dell’immaginario sulle nostre “teste” è, per
esempio, l’ipotesi repressiva del potere da cui siamo partiti. Ma molto dei
significati che assegniamo alle cose, alle parole, ai rapporti che
costruiamo, è il prodotto di tale rappresentazione del reale che come
un’ameba cerca di occupare tutto lo spazio dell’esistente significante.
All’interno di questo panorama desolante le pratiche di autogestione si
propongono di scardinare, attraverso pratiche indipendenti e la conseguente
produzione di un pensiero autonomo, lo spazio dell’immaginario del dominio e
riconsegnare il potere di contribuire alla classificazione formale dei ruoli
sociali a ciascun individuo. Si propone di far riscoprire agli individui il
vero obbligo sociale contrapposto a quello politico. Si propone ossia di
ricordare l’obbligo che il genere umano ha, in quanto animale sociale, di
darsi delle norme di relazione interindividuali. Paradossalmente, da questo
obbligo nasce però la specifica libertà dell’uomo. La libertà di poter
scegliere le norme che regolano le relazioni sociali, di poter definire la
classificazione dei ruoli che meglio soddisfa le esigenze dei singoli
individui in una situazione data. Ma anche, e soprattutto, la libertà di
poter mettere in discussione e cambiare tali norme e tali classificazioni.
Importante è infatti ricordare sempre che ogni sistema di classificazioni
produrrà uno spazio dell’immaginario sovrastante che una volta sviluppatosi
renderà possibile la significazione dell’esistente con le enormi conseguenze
che questo comporta. Sarà fondamentale quindi evidenziare in ogni momento questo
collegamento per poter individuare, di volta in volta, il modo in cui i
rapporti che intratteniamo e i ruoli che definiamo influenzino la
determinazione dei soggetti e delle strutture sociali che costituiscono la
facciata visibile e percepibile del reale. Una società sarà allora uguale
quando tutti eserciteranno il loro potere e libera quando si rinuncerà a dare
una definizione valida sempre alla libertà. La libertà dell’uomo consiste
proprio nel poter ricercare sempre una nuova definizione di libertà. Qualsiasi
tentativo di definizione universale si risolverebbe necessariamente in una
forma di espropriazione, prevaricazione e oppressione. |
