..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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lunedì 4 aprile 2022

4 aprile 1968: assassinio di Martin Luter King

4 aprile 1968: un proietile calibro 30-60 sparato da un fucile di precisione colpisce alla testa il leader nero Martin Luther King, uccidendolo sul colpo.

Nella stanza dell'albergo Lorrain Motel di Menphis, Tenessee, veniva così ucciso uno dei leader storici del movimento contro la segregazione e per i diritti dei neri.

King ,attivista e pastore protestante, dedicò la sua intera vita alla causa dei diritti civili della popolazione di colore. Rappresentò e fu di fatto la guida di tutta quella l'area del movimento nero che abbracciava il metodo della non violenza e del riformismo, che da sempre si era opposta al resto del movimento che si poneva l'obbiettivo di una rivoluzione armata per la liberazione del popolo afro-americano contro il razzismo.

Nonostante la sua appartenenza all'area più moderata e istituzionale del movimento, collaborò con le organizzazioni comuniste giovanili statunitensi, e con il resto del movimento afro-americano.

Di fatto King e tutta l'area pacifista rappresentarono e furono una sponda per le istituzioni bianche del governo degli Stati Uniti: l'appoggio dei Kennedy e dei riformisti bianchi consacravano l'appartenenza di King alla piccola borghesia nera e tutta quella parte di afroamericani che non avevano interessi in un'insurrezione armata dei neri e delle altre minoranze.

Il rifiuto della violenza, contestualizzato nel movimento di quegli anni, fu uno strumento utilizzato dai riformisti per arginare la lotta messa in atto dalla stragrande maggioranza dei neri. Infatti negli anni '50, '60 e '70 furono numerosissime le esperienze di difesa armata dei ghetti neri, di attacco ai commissariati e alla polizia, il saccheggio dei negozi dei bianchi e gli attacchi ai quartieri benestanti.

Criticare la scelta storica della nonviolenza da parte di King, vuol dire restituire la giusta dignità spesso rubata dal revisionismo storico, alla lotta dei rivoluzionari neri che si offrirono in prima persona per riscattare la loro gente da più di quattrocento anni di sfruttamento e violenze da parte della borghesia bianca statunitense. Il governo americano, in particolare l'amministrazione Kennedy, sfruttarono King e l'area pacifista del movimento per controllare indirettamente il movimento insurrezionale nero.

Nei giorni seguiti all'assassinio il presidente degli Stati Uniti si appellò al buon senso delle persone di colore, perché non fosse la violenza la risposta all'omicidio compiuto dal razzista James Earl Ray. Di tutta risposta il movimento afro rispose con duri scontri nei ghetti, assalti ai quartieri benestanti bianchi, e attacchi alla polizia.

La rielaborazione storica della figura di King è stata strumentale a far apparire tutta la lotta afro-americana come pacifica e fatta di marce e sit-in, per cercare di relegare l'uso diffuso dello scontro e della violenza ad un'area minoritaria e "deviata" del movimento. Aldilà delle rivisitazioni di comodo di chi è rimasto di fatto al potere e della borghesia nera che negli anni si è integrata bene nel sistema capitalista e consumista degli USA, quello che è sicuro è che il movimento nero e l'insurrezione degli afroamericani sono stati attraversati da una potente scossa di violenza manifestatasi in varie forme, e molte volte capace di essere strumento fondamentale per la lotta.

domenica 27 agosto 2017

Quella non è una carezza1

Lasciamo che le parole appartengano ai loro luoghi e ai loro momenti. Restituiamo le carezze alla spensieratezza della complicità. Alcune le lasceremo tra i nostri ricordi infantili, altre le potremo portare sulla pelle d’oca delle lenzuola. Accarezzate chiunque vogliate nel mondo, usatele, queste mani, per esprimere l’affetto e la curiosità che scuotono le nostre giornate. Ma non strappiamo le parole dai loro significati. Perché le mani di quell’uomo sul volto di Genet erano tutto tranne che una carezza.
Sono state usate e abusate già così tante parole su questo gesto, che urge tornare agli strumenti necessari per riconoscere la violenza, soprattutto laddove si cela dietro mani diverse. Le manganellate sono sì dolorose, e chi ha assaggiato almeno una volta la gelida potenza di un idrante conosce l’arroganza con cui si impone. Ma le mani di un uomo sul corpo di una donna, quando non richieste, non possono essere l’espiazione per queste violenze. Non c’è contraddizione né discontinuità tra il razzismo e gli abusi della celere in piazza Indipendenza e quel gesto che in tanti, troppi, hanno chiamato conforto. Non c’è alcuna mela sana qui, è il terreno da cui l’intero frutteto si è nutrito ad essere marcio. Purtroppo non possiamo lasciar correre, perché un paese intero si sta lavando la coscienza sul corpo di una donna e sulla sua rituale mediatizzazione.
Prima dell’obiettivo dell’Ansa, prima di Repubblica e dei giornalisti che citano l’eros e thanatos di Freud, già in origine quel gesto non era confortevole, né naturale, né neutro. Sono neutre le mani di uno sconosciuto che ci tocca nel centro di una piazza? Sono forse neutre le mani di un uomo su una donna? Certo esse possono esprimere dolcezza, stimolo, passione, e allora non saranno neutre. Ma altrettanto non lo possono essere quando controllano, impongono, soffocano. E sono mai state neutre le mani di un poliziotto su un corpo indifeso? Le mani di una guardia su un corpo in lotta? Quelle di un europeo su di un africano? Il potere irrompe sui nostri corpi, li piega, li allontana, li plasma, li fa cozzare, a volte li tocca con mano diretta. La violenza dell’imposizione, del paternalismo e della pietà (nella più disincantata delle accezioni) con cui quell’uomo ha messo le mani sul volto di Genet è proporzionale all’irruenza dell’alba infame che si accompagna ad uno sgombero spietato.
Quelle mani rinchiudono il volto di Genet, la chiudono nel suo ruolo sociale di creatura fragile, bisognosa perché donna, lasciando fuori la dignità del suo lottare. La compassione dell’uomo costringe le lacrime ad essere ammissione di sofferenza, negando la rabbia delle urla appena uscite dalla bocca della donna. L’allegoria è immediata: ecco l’uomo che tocca la donna e la salva dalla sua isteria. Poi la prende per mano e la porta via, verso la calma.
E per rispettare la nostra ritualità l’hanno sbattuta in prima pagina, volto senza voce e senza storia dell’ennesimo capitolo di storia scritto su un corpo femminile. L’unico spazio mediatico previsto per una donna (africana, povera, per giunta in lotta) è quello delle mani non richieste del poliziotto bianco su di lei. Spazio per il suo racconto non ne rimane. La donna nera è pubblicamente riabilitata dalla mano dell’uomo bianco e in una catarsi collettiva la sporcizia della sua pelle è contaminata dalla purezza del white man, così esistenzialmente consapevole del peso del suo compito di redenzione. La nazione festeggia sulle sue prime pagine, perché la donna è ora presentabile, sopita e ripulita, tra quelle due parentesi bianche. È la luce, è la pace! E anche questa sera si può evitare di porsi domande.
Genet la voce l’ha esaurita in piazza Indipendenza, i giornali si sono presi solo l’utile opportunità del colore della sua pelle nel momento giusto, ma chi ha voce e occasione deve ricostruire la storia. Quanti soldati italiani hanno toccato donne eritree durante il colonialismo? Quante donne africane nei secoli sono state toccate da mani bianche e si sono sentite dire “dai non piangere”? Quante donne africane continuano a essere toccate da mani bianche ogni notte? Mai che queste mani abbiano chiesto il consenso...
La storia che ci impegniamo a raccontare noi non è semplice e lineare come quella degli scribacchini da clickbait. Non c’è alcuna catarsi e lasciamo Freud ad occuparsi della piccola Dora. Noi raccontiamo delle donne che si ribellano e combattono, in Italia come in Eritrea, ovunque nel mondo esse si trovino, per essere libere da violenze ed ingiustizie. Donne che stanno in prima fila non per assenza degli uomini, ma perché nulla vieta - uomini o meno - che una donna voglia e possa stare in prima fila, con coraggio, a fronteggiare un esercito mandato a distruggere.
Ricordiamoci di raccontare queste storie e di farlo in tanti, perché saranno troppi i riflettori che vorranno costruire una versione a loro più utile. Raccontiamole ogni giorno, affinché diventi pratica abituale riconoscere l’oppressione dietro ogni maschera, anche la più magnanima. Perché ogni giorno sia una lotta per non farci vincere dal dilagante patetismo paternalistico. Perché io davanti a quella foto non mi commuovo, sento le viscere contorcersi e mi incazzo. Quella non è una carezza, è lo sfregio del potere sulla pelle di una donna. Ed è una violenza.

sabato 26 agosto 2017

Roma, la resistenza dei rifugiati allo sgombero di Via Curtatone

Ancora una volta blindati a Piazza Indipendenza per le operazioni di sgombero dell'immobile di via Curtatone. Centinaia di famiglie in emergenza abitativa stanno resistendo dentro e fuori lo stabile.
La mattina del 23 luglio sono ricominciate le operazioni di sgombero dello stabile di via Curtatone, iniziate il 19 scorso all'alba. Era stato dato l'ultimatum per uscire dall'immobile. Decine di blindati hanno nuovamente bloccato l'intera zona. Questa volta però le famiglie si sono organizzate per resistere: dentro tanti e tante si sono barricate sui tetti e sui balconi, fuori un presidio di diverse centinaia di persone intona cori e fronteggia la polizia. Senza paura e con energia i rifugiati sono pronti a resistere per ore.
La questura è in evidente difficoltà e sta cercando di allontare giornalisti e solidali. Il comune si dimostra assolutamente incapace nel trovare soluzioni accettabili e dignitose. La proposta di sistemazione prevede lo smembramento dei nuclei familiari. Ancora una volta le istituzioni in questa città operano uno sgombero senza offrire alternative.
Le persone sgomberate sono circa un migliaio e vengono quasi tutte dall'Eritrea e dalla Somalia. Dai balconi vengono calati striscioni con scritto "Siamo rifugiati, non terroristi".
Anche oggi a Roma sarà un'altra giornata di lotta e di resistenza per chi ha bisogno di un tetto sopra la testa, anche oggi continua a consumarsi un'altra pagina vergognosa delle istituzioni di questa città e di questo paese.
Cosa è successo in piazza Indipendenza a Roma?
Il 19 agosto un ingente dispiegamento delle forze dell’ordine si è presentato a piazza Indipendenza per sgomberare un palazzo occupato dal 2013 in cui avevano trovato casa centinaia di nuclei familiari sfrattati o senza soluzione abitativa. Le istituzioni predispongono però lo sgombero ma nessuna soluzione alternativa, al punto che la sera stessa la polizia è obbligata a far tornare ai primi piani dell’immobile un centinaio di persone, fra le più “fragili”. Alle altre centinaia persone viene semplicemente detto di accamparsi nei pressi della piazza, non esistendo alcuna soluzione alternativa. Nel pomeriggio del 23 agosto la polizia, arrogante e dilettantesca, si ripresenta in Piazza Indipendenza e tenta di sgomberare di nuovo gli sgomberati, pretendendo di spostarli come fossero bestiame. Incontra però la resistenza decisa degli occupanti: “siete voi che ci avete detto di restare qui, che questo era il piano B… e ora ci dite di andarcene?”. La mattina seguente (24 agosto) la polizia arriva all’alba e aziona gli idranti contro le persone ancora infagottate nelle proprie coperte, al primo segno di resistenza le carica fin dentro a stazione Termini. Un funzionario di polizia, furtivamente ripreso da una telecamera, incita i suoi uomini: “devono sparire peggio per loro, se tirano qualcosa spaccategli un braccio”.
Chi sono quelli che “devono sparire”?
Si tratta per la maggior parte di rifugiati etiopi ed eritrei, cittadini, quindi, di due ex colonie italiane. Sono quindi “quelli che hanno il diritto di restare”, il paravento dietro cui si nascondono i vari razzisti per dire che non sono razzisti… indovinate un po’ ? Anche questa volta si invocano ruspe e crociere per tornare a casa! Peccato che la casa degli sgomberati di Piazza Indipendenza sia proprio qui. Perché sono qui da anni, perché qui hanno i loro affetti, qui mandano qui i figli a scuola, qui lavorano, spesso ipersfruttati e sottopagati nell’industria turistica come tanti italiani.
Cos'è il palazzo di via Curtatone?
Il Palazzo è stato occupato nel 2013 dai movimenti per il diritto all’abitare di Roma per sopperire alla latitanza dell’istituzioni verso le persone senza casa. Grazie all’occupazione centinaia di persone che non avevano letteralmente un tetto sopra la testa hanno potuto trovare una sistemazione dignitosa senza levare niente a nessuno. Il palazzo è infatti la ex-sede di Federconsorzi, uno dei peggior esempi di mangioneria affaristico mafiosa tipicamente italica, chiusa nel 1991 per bancarotta fraudolenta. 
Chi sono gli attuali proprietari?
L’immobile è stato poi ceduto a un fondo di speculazione immobiliare, Idea Fimit SGR, che lo ha inserito nel suo pacchetto Omega e lo ha lasciato per anni all’abbandono. Idea Fimit è tra le maggiori Società di gestione risparmi in Italia, con un patrimonio attuale stimato a 9 miliardi di euro così diviso: il socio di maggioranza è De Agostini con il 64,3%, poi INPS con il 27,3% e Carispezia con il 6%. De Agostini holding gestisce, oltre a Idea FIMIT, anche la concessione esclusiva del gioco del Lotto in Italia e sta oggi massicciamente investendo nei cosiddetti Non performing loans, i crediti deteriorati che hanno poi generato il fallimento di diversi istituti di credito in Italia. Interessante che tra le altre rendite della De Agostini ci sia anche quella sui migranti. Idea Fimit è infatti in realtà piuttosto ben disposta verso i futuri rifugiati, purché rappresentino un business. Il 14 marzo scorso la Prefettura di Roma ha comunicato di aver individuato proprio in uno stabile del suo fondo Alfha un'interessante soluzione per uno dei nuovi hub di schedatura dei migranti previsto per circa cinquecento persone.
Ma è vero che agli sgomberati sono state proposte soluzioni alternative?
A (una piccolissima parte) degli sgomberati è stato permesso soprattutto di rientrare dentro il famoso circuito dell’accoglienza. Per 80 persone è prevista la sistemazione provvisoria in uno SPRAR come se fossero appena arrivati in Italia. L’attuale locatario dell’immobile di piazza Indipendenza ha invece proposto per qualche altra decina di persone un breve ricollocamento a Rieti a non si sa quali condizioni (e con quale tornaconto…). Per il resto (stiamo parlando di centinaia di famiglie!) nessuna soluzione all’orizzonte, neanche la strada visto che sono stati cacciati anche da lì.
A dire il vero, davanti all’inerzia delle istituzioni, una soluzione gli sgomberati l’avevano trovata da sé, organizzandosi dal basso per prendersi un diritto fondamentale come la casa. Ora invece si prefigura un nuovo giro dentro meccanismi pelosi di “buoni samaritani” che non sono né tanto buoni né tanto samaritani.
E le bombole del gas?
Il 23 agosto durante il tentativo di “sgomberare gli sgomberati” un gruppo di donne, disperate alla vista degli agenti, si è barricato su un terrazzo minacciando di aprire le bombole del gas e ammazzarsi. Un gesto estremo come troppi se ne vedono quando si perde tutto e che per fortuna non è stato portato a compimento. La mattina del 24 sembra che una bombola del gas sia stata lanciata dalla finestra con alcuni agenti di polizia si trovavano a decine di metri di distanza. È importante sapere che le bombole sono ormai l’unica soluzione per scaldarsi e cucinare nelle occupazioni abitative visto che l’art. 5 del Piano casa di Renzi vieta di allacciare regolari utenze negli stabili occupati, aumentando ancora il disagio di persone che si trovano già in situazione precaria. Ci sembra ci sia poco da stupirsi del lancio di oggetti vari. Se provano a sbattere fuori di casa te e la tua famiglia, se ti umiliano e ti trattano come un animale ti difendi con cosa hai sottomano: voi non fareste così? In ogni caso questo gesto sembra aver particolarmente impressionato i professionisti dell’ordine. La Questura di Roma ha diramato un comunicato stampa che è stato acriticamente copia-incollato da tutti i giornalisti (alla faccia del quarto potere!) senza neanche interpellare gli sgomberati o movimenti per il diritto all'abitare.
Che cosa succede ora?
I movimenti per il diritto all’abitare hanno convocato una manifestazione sabato 26 agosto alle 16 a Piazza dell’Esquilino con lo slogan “Roma città aperta: italiani e migranti mai più senza casa, diritti, dignità”. Ora la facciamo noi una domanda: riusciremo per una volta a non fare distinzioni che fanno solo il gioco del sistema e stare dalla parte di chi decide di lottare riprendendosi ciò che gli spetta?

domenica 8 maggio 2016

L'invenzione della razza umana

La razza umana è una sola, i popoli che la compongono sono tantissimi. Questa diversità va salvaguardata in un quadro generale di fraternità e relazioni improntate alla solidarietà e al mutuo appoggio. Le lingue, le culture, le esperienze dei popoli sono la forza vitale che fa ricco l’uomo e l’umanità tutta, uniformarle sarebbe un delitto mostruoso. La storia umana ci insegna oltretutto che sin dall’epoca quaternaria quando i primi ominidi progenitori nostri sono andati via dall’Africa per colonizzare il mondo intero, continuando poi con l’Homo erectus e con l’Homo sapiens, nativi sempre in territorio africano, i popoli non sono mai stati fermi ma si sono sempre messi in movimento, o perché costretti da avvenimenti climatici e fenomeni collegati alle politiche di dominio degli stati (guerre, persecuzioni), o perché costretti dal fabbisogno alimentare e di terra, o per semplice attitudine al cambiamento. I popoli di oggi, fatte pochissime realtà in territori come le foreste amazzoniche o aree similari dell’Africa e dell’Asia, sono il prodotto finale di innumerevoli contaminazioni linguistiche, culturali e fisiche, e questo fenomeno non è mai cessato, come mostrano gli attuali flussi migratori dal Sud del mondo verso i paesi ricchi occidentali. Ogni contaminazione arricchisce e fa fiorire esperienze e realtà sempre nuove e sempre diverse.. Ma la diversità non giustifica affatto l’esistenza delle frontiere.
Le frontiere sono un’invenzione delle istituzioni autoritarie che governano i popoli. I confini naturali dovrebbero sostituirle: laghi, fiumi, catene montuose, mari, ognuno dovrebbe essere libero di varcarli e di raggiungere le terre che stanno dall’altra parte. Nel futuro utopico a cui tendiamo la libertà di movimento e di circolazione sarà garantita a chiunque, addirittura auspicata, poiché solo la conoscenza, l’incontro, l’esperienza in comune porta alla morte delle differenze reciproche, all’apertura verso l’altro, allo scambio e alla contaminazione, tutti fattori che fanno crescere più sano e robusto l’albero umano.
Si è vero, questa diversità può provocare contrasti insanabili, ma è un rischio che bisogna correre. Meglio far fronte ad eventuali contrasti che accettare divisioni a tavolino. Non si costruirà del resto un mondo nuovo dall'oggi al domani, sarà il frutto di sperimentazioni e sperimentazioni, di tentativi su tentativi, di errori anche, e guai se non lo fosse. Dagli esperimenti e dagli errori si impara a migliorare e migliorarsi. Eliminando uno degli elementi della discordia (il patriottismo, ma abbiamo visto che ne esistono molti altri, la proprietà privata in primo luogo) sostituito con l'amore del proprio territorio vissuto come rispetto per la terra (a partire da quella in cui viviamo), si toglierà di mezzo la causa dei contrasti insanabili che insanguinano l'umanità.
E poi, lasciatemelo dire, che cosa dovrebbe contrariare un contadino siciliano rispetto ad uno cinese? Per quale motivo dovrebbero odiarsi, combattersi? Per quale più alto valore, rispetto a quello dato dalla tranquilla e libera vita di campagna assieme ai propri cari, dovrebbero scegliere di lasciare affetti e attività per scannarsi a vicenda? Tutte le volte che questo è accaduto è stato per l'odio trasmesso loro dagli Stati, inculcato dalle religioni, imposto dai ricatti dei padroni e dei ricchi borghesi. Non fosse stato così, ognuno avrebbe vissuto la propria vita, avrebbe pensato all'altro come ad un essere simile; e se mai si fossero incontrati, la lingua differente non avrebbe rappresentato elemento di incomprensione insormontabile, ma fattore di curiosità e di avvicinamento. Con una zappa in mano e davanti ad un pezzo di terra, entrambi si sarebbero compresi benissimo.

domenica 18 gennaio 2015

Tutte le bandiere nazionali contiengono un'idea di razzismo

Come si fa a non capire che il concetto di unità nazionale non è altro che l'idea di un recinto costruito appositamente per contenervi sudditi e schiavi? Le nazioni, queste regioni artificiali del mondo, volute da despoti ma difese soltanto dal popolo, il quale viene mandato a morire per difendere confini e separazioni che la Natura non ha creato... Le nazioni -dicevamo- rappresentano, in scala più grande, il deleterio concetto da sempre combattuto di proprietà privata terriera. La nazione è un latifondo, una contea appartenente a “signori“ arroganti e sempre fascisti, sfruttatori del popolo, beneficiari di ogni ricchezza e di ogni privilegio. E se questi “signori“ sono i proprietari terrieri, ecco dunque cos'è il popolo: uno stuolo di contadini sudditi, schiavi imboniti che regalano al padrone i frutti del loro immenso sacrificio, talmente convinti di fare la cosa giusta da difendere persino sia il padrone, sia il recinto, sia la bandiera posta sul confine. Il popolo è felice di servire, l'importante è che il padrone si mostri ogni tanto in abito bianco e che sul suo bastone sia leggibile la parola 'democrazia'. Il popolo ci casca sempre.
Immaginate le lotte del popolo contro i latifondisti, immaginate ad esempio la strage di Portella della Ginestra, avvenuta un 1° maggio, non una festa, ma la giornata internazionale contro i padroni, immaginate tutti quei contadini che per secoli hanno coraggiosamente alzato la testa contro il ricco latifondista... oggi quei contadini si chiamano anche operai, insegnanti, impiegati, casalinghe, migranti, negozianti, artigiani, insomma... siamo tutti noi. Ma c'è una differenza: se i contadini hanno anche saputo lottare (e morire) per emanciparsi dalla schiavitù, per un ideale di libertà, oggi il popolo difende il suo padrone, lo elegge, si lascia ammansire dalla propaganda nazionalista. La bandiera è il vessillo della prigione del popolo (cara, adorata prigione). Ed è in nome di quella bandiera (e non della propria emancipazione) che il popolo soffre e muore, ma lo fa sventolando orgoglioso la bandiera! Vuoi mettere, morire per la patria? In palio c'è anche la medaglietta. Meraviglioso. In fondo è giusto, dite, al di là del confine ci sono altri popoli che adorano un'altra bandiera. Quelli sono popoli che, dite, in nome di quella loro bandiera sarebbero pronti a uccidere se solo il loro sovrano -uguale al vostro- glielo ordinasse. Voi pensate di essere nel giusto (ma anche loro), voi pensate di essere migliori (ma anche loro), noi siamo noi e loro non sono un cazzo: questo è quello che intimamente vi insegna lo Stato e la sua bandiera! Bisogna essere imboniti a dovere per non capire questo. Poi ci sono anche quelli che dicono persino “è così, non ci si può fare niente”, e lo dicono sempre sventolando la bandiera. No comment.
Così il popolo festeggia la propria schiavitù. Anziché ribellarsi e progredire, il popolo garrisce la bandierina, come fosse in adorazione mistica delle proprie catene. E infatti lo Stato è diventato una religione, un dogma. É come vedere quei contadini di Portella della Ginestra che, anziché marciare contro i latifondisti, stendono un tappeto dorato ai piedi dei loro sfruttatori. Peggio, è come vederli adagiati per terra, a quella terra a cui sono stati incatenati, stesi a mo' di tappeto per pulire le suole merdose dei loro padroni e ringraziare al loro passaggio, sempre con la bandierina in mano.
No, signori miei, queste non sono parole di un blogger, questi sono concetti che da sempre l'ideale anarchico diffonde per far prendere coscienza dello Stato di schiavitù in cui siamo costretti. Non è propaganda, ma realismo. E l'ideale anarchico è talmente grande da non poter proprio considerare concetti piccoli come le vostre singole nazioni, l'anarchia è in campo per l'unità di tutti i popoli del mondo, liberi dai confini e dagli Stati, dalle bandiere e dai padroni. E se qualcuno di voi non è in grado di pensare in grande, quantomeno, per favore, non siate tanto ipocriti da abbracciare cause internazionali di fratellanza e di solidarietà (tanto per sembrare impegnati e fratelli. Fratelli di chi?). Se non siete capaci di immaginare un mondo con un unico grande popolo, non dite mai di odiare il razzismo, perché con le vostre catene e con le vostre piccole bandiere, siete voi i primi razzisti. Prima di ogni guerra, sappiatelo, gli Stati preparano sempre il popolo fomentando il razzismo, alimentando l'odio, adducendo giustificazioni tese a condannare l'altro, usando mirabilmente la propaganda nazionalista e populista (“Quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria” - F.Durrematt). Ora rispondete onestamente solo alla vostra coscienza: quando scoppia una guerra, pensate che la colpa sia davvero dei popoli che non aspettano altro di morire o uccidere?

venerdì 10 ottobre 2014

Unioni omosessuali. Il pomodoro schiacciato sparge i suoi semi

Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha annunciato l’invio di una circolare ai prefetti, affinché invitino formalmente i sindaci a cancellare le trascrizioni delle nozze gay contratte all’estero, ed è subito rivolta tra i primi cittadini: da Bologna a Napoli, da Roma a Grosseto, i sindaci non ci stanno e invitano alla disobbedienza. La maggioranza di governo si spacca, fra Ncd che sostiene Alfano e Pd e Sel che lo invitano a lasciar fare al Parlamento.
In realtà non si tratta che di propaganda.
Nel nostro paese due persone dello stesso sesso non si possono sposare, l’iscrizione in un registro delle nozze contratte all’estero, non da alcun diritto, è solo un atto simbolico.
La mossa di Alfano è un passo per mantenere la presa sull’elettorato cattolico più conservatore, che è il maggior serbatoio di voti del Nuovo Centro Destra, il partito nato dalla costola di Silvio Berlusconi, ma sedotto dalla mela di Matteo Renzi.
La partita sul matrimonio dimostra quanto profondamente sia permeata dall’influenza della Chiesa Cattolica la politica istituzionale. Oggi più che ai tempi della Democrazia Cristiana, la Chiesa pianta i propri denti nella carne viva delle relazioni sociali, senza alcuna opposizione reale.
Se la Democrazia Cristiana fosse stata un pomodoro, la sua fine è un pomodoro schiacciato che ha sparso ovunque i suoi semi, facendo crescere ovunque la propria malapianta.
Il Partito Democratico aveva promesso durante la campagna elettorale il registro delle unioni civili per tutt*. L’alleanza con il NCD di Alfano ha mandato in soffitta ogni possibile percorso in tale direzione.
D’altra parte sono trascorsi circa 25 anni da quando un Massimo D’Alema al centro dell’agone politico aprì un’interlocuzione con il fondatore del Movimento per la vita Carlo Casini, esponente di punta dell’oltranzismo cattolico. L’assunto di D’Alema era che i valori cattolici hanno un fondamento universale e sono alla base dei valori costituenti della nostra civiltà. Più che un assist all’avversario, un buovo matrimonio di interessi, che ha dato uno stop all’impetuoso processo di laicizzazione delle istituzioni, innescato dalle lotte di libertà di donne e omosessuali.
Il fatto che nella concretezza delle relazioni umane la “morale” cattolica sia divenuta una moneta fuori corso spiega le “aperture” di Bergoglio nei confronti di divorziati e coppie di fatto. Nessuna modifica dottrinale ma un atteggiamento di paterna comprensione è la cifra di un papa che ha rinfoderato la spada di Ratzinger per riuscire a recuperare il terreno perduto.

domenica 9 febbraio 2014

Omofobia. Luci e ombre

Negli ultimi anni la condizione materiale delle persone GLBT è cambiata molto, grazie anche alle lotte che hanno saputo incidere nel tessuto materiale e simbolico di molte società.
In alcuni casi sono mutate anche le leggi. Se le norme sono la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza, che segnano una data società, è innegabile che in molte aree del pianeta il riconoscimento formale di alcuni diritti alle persone GLBT, è indice di una capacità di mutare di segno uno stigma duro a morire.
In alcuni paesi tuttavia le cose sono peggiorate sensibilmente. Dalla Russia putiniana all’India, nel segno di un’identità nazionale vissuta nel segno della “tradizione”, sono state riportate in auge leggi discriminatorie e repressive contro le persone di orientamento sessuale diverso dalla norma etero.
Nella stessa Francia dei matrimoni omosessuali, qualche giorno fa il presidente Hollande ha ritirato una proposta di legge sul diritto di famiglia, più inclusiva nei confronti delle persone GLBT.
La decisione è stata presa dopo una marcia organizzata dal centro destra in difesa della famiglia tradizionale.
Luci ed ombre in un panorama nel quale è difficile scorgere una prospettiva chiara.

venerdì 18 ottobre 2013

Danza macabra

A Torino, senza pudore, i leghisti hanno compiuto la loro danza macabra nel centro cittadino. Qualche centinaio di metri di corteo, poche migliaia di persone hanno sfilato in un verde metallico che nulla ha della tenerezza dell’erba. Intorno a loro un dispositivo militare senza pari. Centinaia di poliziotti e carabinieri hanno paralizzato il centro, chiudendo in una morsa d’acciaio la manifestazione leghista.
Nonostante l’imponente dispositivo la manifestazione è stata contestata da più parti: non violenti in piazza CLN, No Tav in via Nizza, un migliaio di antirazzisti in corteo hanno assediato per ore i tristi padani. Gli antirazzisti hanno attraversato il centro cittadino, cercando di raggiungere la stazione. La polizia ha fatto leggere ma frequenti cariche per impedire al corteo di avvicinarsi ai leghisti.
Per loro i morti di Lampedusa sono una festa. Come dimenticare i manifesti, che incitavano a fermare l’invasione? Come dimenticare la presidente leghista della Camera Irene Pivetti che nel 1997 esortava la Marina Militare a speronare le barche degli immigrati? Il 28 marzo la corvetta Sibilla mandò a picco la Kater i Rades piena di albanesi. Vennero recuperati solo 81 corpi. Gli altri restarono tra le braccia del Mediterraneo.
Il figlio del Senatur qualche anno dopo è andato proprio in Albania ad acquisire una laurea.
La presidente ultracattolica della Camera passò dal modello Vandea a quello sado maso, restando così coerente con se stessa.
I democratici, da vent’anni al governo della città, hanno scelto di stare al coperto. Un silenzio fragoroso.
Nelle stesse ore a Roma i sinceri democratici sfilavano per la Costituzione, come se l’astrattezza dei principi potesse fare argine alla concreta ferocia del nostro tempo.
Il boia delle Ardeatine ha sempre negato le camere a gas, i forni che smaltivano quel che restava dei corpi in eccesso.
I boia democratici rendono omaggio alle loro vittime.

lunedì 14 ottobre 2013

Lampedusa, strage di Stato



Ancora morti nel Mediterraneo, due stragi in dieci giorni con circa 400 morti annegati. Nel ventre del motopeschereccio affondato davanti all’isola dei Conigli, poco più di uno scoglio accanto a Lampedusa, ci sono ancora decine di altri cadaveri, come pure in quello affondato nelle acque maltesi.
Per chi si occupa di immigrazione, i fatti di Lampedusa non costituiscono una novità. Da quando, nella concezione di chi ci governa, i flussi migratori sono diventati una questione di ordine pubblico, le tragedie del mare scandiscono una “normalità” alla quale molti si erano praticamente assuefatti. Chi lotta per un miglioramento delle normative vigenti o per una loro radicale revisione, ha sempre posto una questione risolvente: se non fosse così difficile entrare legalmente in Italia (e in Europa), verrebbero meno le condizioni che stanno alla base di questi eventi luttuosi.
La logica proibizionista, d’altra parte, funziona così: un divieto assoluto alimenta la clandestinità e la speculazione affaristica. Basti pensare al proibizionismo degli alcolici negli Stati uniti nel secolo scorso, che fece le immense fortune di mafiosi e gangster; o all’attuale proibizionismo in fatto di consumo di droghe, che consente alla mafia e agli spacciatori di ingrassarsi, alle carceri di riempirsi all’inverosimile, e allo stato di esercitare una sua presunta superiorità morale.
Nel caso dell’immigrazione, ancora più brutalmente, la “merce” proibita sono gli esseri umani. Il proibizionismo imposto alla libera circolazione delle persone serve al capitalismo per garantirsi un serbatoio di manodopera ricattabile e a basso costo; serve agli stati per dare in pasto all’opinione pubblica l’idea che non siamo tutti uguali e che gli stranieri sono potenzialmente pericolosi; serve alle mafie per fare lucrosi affari sui traffici di esseri umani che si affidano ai viaggi della speranza.
La notte tra il 2 e il 3 , e il 12 ottobre scorso, è successo quello che è successo tante altre volte, al largo di Lampedusa, o di Malta, o a pochi metri dalla battigia di una qualunque spiaggia siciliana. In questo caso, le proporzioni del primo disastro sono state talmente grandi da suscitare un disagio che, in questi tempi di bulimia informativa ed emotiva, sembrava non esistesse quasi più. Le immagini delle bare allineate, tantissime, tutte uguali, in un hangar dell’aeroporto di Lampedusa, si commentano da sole, e non c’è alcun bisogno di fare retorica, almeno non su questo blog.
Vale la pena riferire qualcosa a proposito dei soccorsi, all’alba del 3 ottobre, a largo di Lampedusa.
Fonti più che attendibili (l’associazione agrigentina Borderline Sicilia) rivela che quando sono arrivati sul posto i mezzi della Guardia costiera, i diportisti che avevano chiamato i soccorsi avevano già salvato 47 persone, tutte vive. Drammatiche le fasi del salvataggio: gli immigrati erano tutti intrisi di gasolio, scivolavano dalle mani dei loro soccorritori, erano sfiniti. Eppure, dall’S.O.S.. all’arrivo delle autorità, sono passati almeno tre quarti d’ora. Davvero troppo per un’isola ipermonitorata da chi di dovere, e che si circumnaviga nel giro di un quarto d’ora. Durante le concitate fasi del salvataggio, uno dei diportisti ha chiesto ai militari il trasbordo veloce dalla sua barca al gommone della Guardia costiera fatto apposta per questo tipo di operazioni, ma gli è stato detto di no: «Dobbiamo rispettare i protocolli» ha chiarito – imperturbabile – un uomo in divisa.
Questa risposta, fredda e disumana, riassume perfettamente il senso delle cose. Di fronte a un’umanità in fuga da guerre e miseria, di fronte al bisogno umano di spostarsi e di vivere, si erge una burocrazia insensibile ed estranea. È questa burocrazia che uccide gli immigrati, ancor prima degli episodi singoli che provocano materialmente le tragedie.
Basti pensare che i superstiti del naufragio, appena qualche giorno dopo dal disastro, sono stati inscritti nel registro degli indagati per il reato di immigrazione clandestina. Un atto dovuto, hanno spiegato alla Procura di Agrigento, in virtù della legge Bossi-Fini. Ecco come funziona lo stato, ecco come funzionano le sue leggi. Quelle stesse leggi che innescano paure e ritrosie anche nei lavoratori del mare, i pescatori che, tante volte, incrociando nelle loro rotte le carrette cariche di immigrati, preferiscono lanciare l’allarme guardandosi bene dal prestare alcun tipo di soccorso per non incorrere nell’odiosa accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e nel conseguente sequestro del peschereccio, unico e insostituibile strumento di lavoro. 
Non si vuole, qui, né generalizzare né puntare il dito. In moltissime occasioni, infatti, pescatori e diportisti siciliani hanno salvato vite umane senza derogare all’universale e atavica legge del mare che impone il mutuo soccorso al di là di ogni confine. Quello che sottolineo è la funzione terroristica delle attuali norme sull’immigrazione e, soprattutto, la maniera terroristica con la quale esse vengono applicate. Persino i trattati internazionali obbligano il salvataggio in mare, e il reato di favoreggiamento è comunque subordinato soltanto a determinate fattispecie, e dovrebbe essere segnalato nel corso degli appositi pattugliamenti predisposti dalle autorità competenti. Invece, questa minaccia viene fatta incombere sulle persone indiscriminatamente, a prescindere dai contesti concreti.
Non sappiamo nemmeno se sia il caso di riferire sulle dichiarazioni degli esponenti politici di tutti gli schieramenti all’indomani della tragedia. Grande dolore, grande commozione, grande indignazione, da destra a sinistra. Perfino il capo dello stato ha suggerito, bontà sua, la necessità di rivedere le norme sull’immigrazione in Italia. Peccato però che si tratti dello stesso Giorgio Napolitano che firmò nel 1998 – insieme a Livia Turco – la prima famigerata legge che istituì i centri di detenzione per immigrati e sulla quale fu impostato l’impianto normativo della Bossi-Fini, che tutti – oggi – criticano da sinistra. Dall’altra parte, gli esponenti di quel che resta del Popolo della Libertà cadono letteralmente dalle nuvole, difendono la Bossi-Fini, e scaricano ogni responsabilità sull’Unione europea che «dovrebbe fare di più, e non dovrebbe lasciarci soli». Quello che non si dice è che la Bossi-Fini risponde a un’esigenza che discende direttamente dalla concezione politica ed economica dei confini che delimitano la “fortezza Europa”. In Italia, queste esigenze di dominio sono state declinate tecnicamente, e cavalcate politicamente, da personaggi dell’ultradestra razzista e fascista, con il contorno di un pressapochismo tutto italiano che rende le cose ancora più intollerabili: nessuna idea di accoglienza, gestione perennemente emergenziale dei fenomeni sociali, miopia politica ai limiti del dilettantismo.
Dopo la strage di Lampedusa è il momento del dolore, senza dubbio. Ma il nostro dolore esiste da moltissimi anni, ed è lo stesso, insopportabile dolore che proviamo tutte le volte che sappiamo di una morte, di una mutilazione, di uno stupro, di una violenza che si producono nel contesto della repressione sugli immigrati.
L’unica certezza, che può alleviare il profondo malessere che ci opprime il cuore, sta nella consapevolezza che questa situazione non può durare all’infinito. Le leggi sull’immigrazione sono così antistoriche e disfunzionali, di fronte agli eventi planetari del tempo in cui viviamo, che – prima o poi – dovranno essere profondamente modificate, se non spazzate via. Noi europei siamo senz’altro più fortunati degli “altri”, ma sono moltissimi i segnali che ci fanno capire quanto poco sia destinata a durare questa nostra “fortuna”. La miseria e l’oppressione che oggi bussano alle nostre porte sotto le spoglie di immigrati e profughi sono, per molti versi, delle lugubri presenze che condizionano già adesso le nostre vite di precari, di sfruttati, di senza futuro.
Ci sono due modi per affrontare la questione. Uno è quello irrazionale, egoistico, razzista: gli “altri” non sono come me, che stiano al loro posto, che muoiano. L’altro è quello razionale, squisitamente umano, antirazzista: gli “altri” sono come me, e sono vittime – come me – di quelli che rendono possibile questo scempio attraverso la politica e l’economia.

venerdì 1 marzo 2013

Contro il razzismo di stato

Non è facile vivere in Italia se sei immigrato. La legge attuale ti rende la vita impossibile.
Per entrare legalmente in questo paese ci vuole il permesso di soggiorno, ma per ottenerlo devi dimostrare di avere già un lavoro in Italia: cosa semplicemente impossibile per chi emigra proprio alla ricerca di un’occupazione! Dunque, se non hai il permesso di soggiorno sei “clandestino”. E se sei clandestino, vieni rinchiuso per sei mesi in un Centro d’Identificazione ed Espulsione. Finisci dietro le sbarre solo perché non hai i documenti. E poi ti rimandano al tuo paese, dove magari c’è la guerra o la miseria più nera. Può anche darsi che ti lascino andare con un foglio di via, ma se ti ribeccano in giro ti sbattono in galera, perché la clandestinità è un reato penale. Puoi diventare clandestino anche dopo anni di lavoro regolare: ti eri fatto una famiglia, una vita, gli amici, ma la crisi morde e i padroni sono spietati. Il permesso di soggiorno ce l’hai finché hai un contratto di lavoro. Se ti licenziano, perdi il permesso e rischi di essere arrestato e deportato dopo anni di sacrifici.
A che serve tutto questo?
Serve ai padroni innanzitutto. Quando sei clandestino non esisti e non hai diritto a niente. Lavori come uno schiavo e devi stare zitto per paura di essere denunciato. Nei campi, nelle fabbriche, nei cantieri, l’Italia va avanti grazie al sudore e al sangue degli immigrati. La clandestinità si traduce, di fatto, in un potere di ricatto nelle mani di chi sfrutta i lavoratori
A che serve tutta questa repressione?
Serve ai politici, per scaricare sui più deboli le loro responsabilità, per terrorizzare la gente facendo credere che tutto va male per colpa degli stranieri, per alimentare il razzismo inducendo un ossessivo bisogno di sicurezza, per abituare le persone a livelli sempre più bassi di tutele e diritti, per scatenare guerre tra poveri che fanno solo il gioco di chi siede sulle poltrone del potere.
E a noi che importa?
Ci importa eccome! Ci importa perché la libertà degli immigrati è la nostra libertà, perché i diritti di uno sono i diritti di tutti, a prescindere dal colore della pelle o dal posto in cui si è nati. Il razzismo di stato serve a plasmare una società sempre più impaurita e sempre meno libera, fondata sulla discriminazione e sullo sfruttamento: una società umanamente insostenibile.
Sono anni che lottiamo contro tutto questo, e non smetteremo mai finché non saranno abolite le leggi razziste, finché non saranno chiusi i centri di detenzione per immigrati, finché non saranno distrutte le frontiere fisiche e culturali che dividono le donne e gli uomini del mondo.
Non può e non deve essere una lotta di pochi, perché in gioco c’è la libertà di tutti!

giovedì 31 gennaio 2013

Crepe nella fortezza Europa: assolti per legittima difesa

Si chiamava Yassine, era tunisino, e aveva 23 anni. Si tratta del migrante che è annegato nel corso dello sbarco di Capodanno nell’arenile tra Capo Granitola e Tre Fontane, costa Sud della provincia di Trapani. La dinamica della tragedia non ha niente a che fare con le avverse condizioni meteo. In questo caso, come in molti altri casi analoghi, gli scafisti hanno buttato a mare gli immigrati che erano a bordo del peschereccio utilizzato per la traversata. Dovevano alleggerirsi per sfuggire ai controlli. Poi, gli scafisti sono stati arrestati ugualmente ma per Yassine, che forse non sapeva nuotare o che, forse, era troppo stanco, non c’è stato niente da fare. Un altro ragazzo è ancora disperso. Yassine è stato identificato dai carabinieri attraverso le impronte digitali. Dagli accertamenti è risultato, infatti, che Yassine era già stato in Italia e che nel 2011 era stato espulso dal questore di Ravenna perché clandestino.
Qualche giorno prima, ma su un altro versante della Fortezza Europa, a metà dicembre, un’imbarcazione carica di immigrati, salpata dalla costa turca, si è rovesciata a causa del maltempo nei pressi dell’isola greca di Mitilene. Bilancio della tragedia: venti persone affogate, tutte tra i venti e i quarant’anni.
Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 18.673 persone.
Il dato è aggiornato al 10 novembre 2012 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 24 anni (fonte: fortresseurope.blogspot.it).
Una strage lenta e inesorabile le cui responsabilità gravano interamente sull’Unione europea (premio Nobel per la pace!) e sui governi che con le loro politiche, i loro accordi bilaterali, i loro pattugliamenti congiunti, hanno eretto un muro contro l’umanità che fugge da crisi, conflitti, guerre, povertà.
Il 2012 non è stato migliore. A novembre ha suscitato una certa attenzione
la lettera aperta scritta dal nuovo sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, e indirizzata simbolicamente all’Unione europea: «Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore (…) Quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?».
Nicolini, che viene da Legambiente, si indigna per l’assuefazione alle stragi di migranti e non è lontana da un’analisi condivisibile laddove ammette «che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente». Certo, si tratta pur sempre del sindaco di Lampedusa, e le sue critiche alle politiche europee possono arrivare fino a un certo punto di compatibilità con il suo ruolo istituzionale. Ma in confronto al suo predecessore, De Rubeis, Nicolini è una campionessa di cultura democratica e progressista.
Certo è che il fronte della repressione nei confronti dei migranti rimane sempre molto caldo. I centri di identificazione ed espulsione continuano ad assolvere al loro ruolo terroristico nei confronti di chi vi viene trattenuto, ma forse mai come in questo 2012 appena trascorso si sono verificate così tante rivolte e fughe dai Cie di tutta Italia. Segno questo dell’aumentata capacità dei migranti di organizzarsi e affrontare scontri anche molto duri con le forze dell’ordine che, spesso, si trovano davvero in difficoltà nell’arginare la determinazione dei reclusi.
Solo pochi giorni fa il tribunale di Crotone ha emesso una sentenza davvero storica e, in un certo senso, sorprendente. Tre immigrati (un tunisino, un marocchino e un algerino) che a ottobre avevano partecipato a una rivolta all’interno del Cie di Isola Capo Rizzuto, sono stati assolti dalle accuse di danneggiamento e resistenza aggravata. I tre, insieme ai loro compagni di sventura, avevano divelto suppellettili e avevano scagliato oggetti contundenti contro le guardie che presidiavano il centro di detenzione. L’assoluzione si è basata sul concetto che la loro difesa è stata proporzionata all’offesa, ed è stata ricavata dall’articolo 15 della direttiva europea 115 del 2008 nel quale si sancisce che il trattenimento all’interno di un Cie dovrebbe essere l’“extrema ratio” nella “gestione” di un immigrato irregolare.
I provvedimenti di trattenimento dei tre imputati erano privi di motivazione, e pertanto mancava «l’indicazione delle ragioni specifiche in forza delle quali non era stato possibile adottare una misura coercitiva meno afflittiva del trattenimento presso il Cie». Il giudice ha anche considerato le pessime condizioni di vita nel Cie di Crotone, una struttura «al limite della decenza» e assolutamente inadatta all’accoglienza di esseri umani. Quindi, gli imputati sono stati vittima di «offese ingiuste», alle quali hanno opposto una «legittima difesa». In questo senso, il valore della dignità umana e della libertà personale è stato riconosciuto dal tribunale di gran lunga superiore al valore dei beni materiali distrutti durante la rivolta.
Una volta tanto, la legge riconosce quello che è immediatamente comprensibile da ogni essere umano dotato di buon senso. La sentenza di Crotone potrebbe rappresentare la classica eccezione che conferma la regola. Oppure potrebbe significare un cambio di prospettiva e, soprattutto, un importante precedente.
È chiaro che, se le cose dovessero migliorare, il merito non sarà del pur coraggioso e civile giudice di Crotone, ma di tutti gli immigrati che in questi anni si sono rivoltati, sono stati ammazzati, hanno lottato, hanno sofferto e non si sono mai arresi.