La disobbedienza civile o selvaggia è la sola risposta a tutto quanto si configura come potere... gli imbecilli regnano, ma non governano... la stragrande maggioranza di questi cretini non vale il lavoro di un cavatore di pietre, del tacco di cuoio tagliato a mano di un ciabattino o del bullone alla catena di montaggio di un operaio... lo sanno bene... non sono in grado nemmeno di prendere il tram, accendere il fornello del gas o distinguere una lampadina da una pignatta esplosiva... sono dei saprofiti della politica che sanno però imbrogliare i loro elettori e orchestrare connivenze con mafie d’ogni sorta... chi non è con loro è contro di loro e così si fanno complici di assassinii di magistrati onesti, giornalisti non prezzolati, ragazzi che manifestano nelle piazze il loro dissenso... sono il cancro della democrazia dello spettacolo e solo quando saranno estirpati dal corpo comunitario, si conoscerà finalmente la faccia pulita della giustizia sociale. La disobbedienza comporta una filosofia della ribellione e l’odio affilato contro la società organizzata in despoti e servitori... le dittature dell’odio (le democrazie del consenso e i comunismi di facciata) allevano schiere di abatini serventi e riservano loro le briciole dei banchetti del potere... gli uomini della disobbedienza non demordono però dai loro intenti di sovvertimento di questa pianificazione della storia e si prendono il diritto di manifestare il loro dissenso di fronte a qualsiasi accusa di sovversione contro i poteri dello stato... con tutti i rischi che questo comporta, compreso quello di rimetterci la pelle.
..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
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mercoledì 18 settembre 2013
lunedì 16 settembre 2013
I 40 anni di Larks’ Tongues In Aspic
Se vogliamo fissare l’anno di nascita del Rock Progressivo, possiamo dire che il 1969 è quello giusto. In quell’anno nascono i King Crimson, che hanno dato il battesimo al genere, dopo di loro altri gruppi si sono affacciati sulla stessa scena: Genesis, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant, Pink Floyd (che nel frattempo hanno abbandonato la psichedelica), Yes, Emerson Like & Palmer …
Il 1970 e il 1971 sono stati il biennio di definizione del linguaggio, il 1972 l’anno dei capolavori; il 1973 si presenta come l’anno dei trionfi ma anche dei punti di non ritorno, della grandeur ma anche della stanchezza e delle disillusioni. Da una parte un buon numero di queste bands, come le ultime due citate, condiscono la loro musica con variazioni sul tema del rock sinfonico, ma è l’aria che tira in quel momento, del resto anche in non progressivi Jethro Tull e Deep Purple lo hanno fatto, dall’altro lato alcune formazioni isolate si danno alla fuga come i rinnovati King Crimson che prendono un’altra direzione.
Gli indiscussi innovatori ripartono da zero, con nuove energie e altra ambizioni, ora più che mai distanti dai colleghi e pronti a dimostrare la propria alterità. Fripp ha in mente una drastica deviazione rispetto al rock sinfonico inventato nel ’69 e seguito da tanti imitatori, puntando alle possibilità offerte offerte dall’improvvisazione. Dopo la rottura con Pete Sinfield, il chitarrista aggrega quattro grandi talenti: trova un nuovo Greg Lake nell’ex Family John Wetton, introduce il violino del giovane David Cross, mette al centro una speciale sezione ritmica con Bill Bruford e il visionario percussionista Jamie Muir, figura straordinaria di sciamano del ritmo proveniente dall’are free jazz. L’idea di base è lasciare alla band dominio strumentale, i limitati spazi cantati vengono colmati con i testi di Richard Palmer-James, membro esterno.
A marzo la prima prova in studio Larks’ Tongues In Aspic è un album rivoluzionario, familiare per la tensione tutta crimsoniana tra raptus e languide melodie ma diverso per la febbrile elettricità che lo percorre, la potenza delle percussioni, la scomparsa dei fiati in favore del violino, la corposa componente improvvisativi, la connessione di rock e musica colta sostiene la critica cogliendo in pieno la visione frippiana del ’73. Le due versione dei brani che danno il titolo all’LP e le crepuscolari Exiles e Book Of Saturday sono tra le migliori proposte del 1973, anno del declino del Rock Progressivo.

martedì 10 settembre 2013
La voce del cannone
I venti di guerra sono tornati a
soffiare, riportando l’attenzione su un Medio Oriente dove la guerra non è mai
cessata, e non solo per la vicinanza di Afghanistan, Iraq e Yemen, ma per il
genocidio del popolo palestinese, che procede nel silenzio più assordante. Di
Siria si parla da molti mesi; il clichè è il solito: dittatori che hanno fatto
affari con tutti, che sono stati amici e garanti anche delle potenze
occidentali, ora vengono additati come sanguinari assassini. Fin quando ciò lo
sostenevano gli oppositori o le vittime, era solo un vociare insignificante; ma
quando è la più grande potenza mondiale ad alzare i toni, tutti devono
allinearsi.
La guerra civile siriana non è, da
tempo, uno scontro fra regime e popolo resistente; si è trasformata rapidamente
in un campo di battaglia tra un regime militare totalitario e spietato e gruppi
di varia provenienza anche estera, in gran parte fondamentalisti, interessati a
far divampare quell’incendio da cui potranno scaturire nuovi regimi integralisti
e militaristi. Da qui le difficoltà degli USA ad entrare direttamente nel
conflitto, mascherate dall’attesa di prove o da passaggi democratici. Ma c’è
anche il contesto: Israele da un lato e Iran dall’altro, a non fornire nessuna
certezza sulle conseguenze di un’esplosione.
Nonostante il martellamento, è difficile
trovare tifosi per questa guerra. Sembra di assistere al solito braccio di
ferro tra grandi potenze; quella dialettica del terrore utile a definire o
consolidare le gerarchie internazionali.
Quando mai gli americani hanno avuto
bisogno di prove? Quando lo hanno voluto, se ne sono inventate di false per
tuffarsi in guerre infinite, da dove ora hanno difficoltà a tirarsi fuori,
lasciando più macerie (materiali, economiche, culturali e morali) di quante ne
abbiano trovate. Il regime siriano possiede armi chimiche, come le possiedono
gli USA, la Russia o la Cina; chi ha aiutato gli Assad a costruirsele sono
stati un po’ tutti, dalla Cina alla Corea del Nord, dalla Russia alla Francia
alla Germania. I ribelli stessi ne hanno usate, portandosele da Afghanistan o
Cecenia, o recuperandole all’esercito siriano, e a dichiararlo è stato il
giudice Carla Del Ponte (maggio 2013), o il sito di opposizione nonviolenta
Syriatruth.
Ma la guerra innalza il PIL; le
principali industrie occidentali produttrici di armamenti premono per il loro
utilizzo; le forze armate, addestrate a uccidere, fremono ovunque, stanche di
troppe pause. Ecco che una prova di forza in Siria potrebbe partire da un
giorno all’altro, magari dalla durata breve, salvo scenari di
incontrollabilità, comunque evitando di rovesciare un regime che – a modo suo –
assicura stabilità nell’area.
L’Italia non è da meno in queste
logiche, nonostante gli equilibrismi della Bonino; Letta con l’elmetto in
Afghanistan ci dice proprio questo. E non solo: pensiamo all’incremento delle
spese militari, mentre l’argomento tasse è all’ordine del giorno; quest’anno
alla Difesa andranno 14,4 miliardi, contro i 13,6 dello scorso anno; fondi
destinati allo sviluppo economico, stanno confluendo copiosi nelle spese
militari; persino fondi destinati all’università e alla ricerca; tutti
guardiamo l’assurdo acquisto degli F-35 (circa 9 miliardi), mentre si
acquistano gli intercettori supersonici Eurofighter Typhoon per oltre 21
miliardi; tutti i settori delle forze armate sono in preda a spese folli.
La Sicilia, con le sue basi USA-Nato di
Sigonella, Trapani Birgi (con i loro droni), Augusta e Niscemi è già allo stato
di massima allerta e farà da prima linea, con le basi cipriote e turche, in
questa nuova aggressione. Ogni guerra americana è per noi un salto verso una
maggiore militarizzazione.
Purtroppo il clima non è quello dei
tempi dell’intervento nel golfo; troppe distrazioni affliggono i movimenti;
solo la ripresa della mobilitazione, assieme al movimento NO MUOS che sta
crescendo rapidamente, può recuperare il gap esistente e ridare spinta a una
forte opposizione alla guerra, alle spese militari, alla presenza di basi
Nato-miricane sul nostro territorio.
Pippo Gurrieri
NO ALLA GUERRA
domenica 8 settembre 2013
Gli orrori del profitto
Le devastazioni provocate dalla crescita economica sono tali che la società capitalista moderna si caratterizza più per quello che distrugge che per quello che crea. Nessuna opera può ormai essere paragonata alle rovine create dalle sue esigenze. Questo significa, ovviamente, che la sete di benefici che guida il sistema produttivo e per tanto il modo di vivere che esso comporta viene spenta malgrado la valanga di danni per la popolazione, che vanno dai rischi per la salute (l'inquinamento provoca un quarto delle malattie) fino ai disastri ambientali. La distruzione ha raggiunto un livello talmente elevato che il contrasto tra interessi privati e danni pubblici diventa visibile anche ai più ritardati. E'a questo punto che dalle alte sfere del potere parlano di conflitto ambientale e territoriale, di cultura del no e di governance interattiva. E' da un po' di tempo che i problemi legati al lavoro hanno smesso di essere fonte di preoccupazione per i dirigenti, come dimostra il fatto che più del 40% dei lavoratori guadagni meno di 1000 euro al mese: questo grazie al fatto che, sotto la minaccia di precarietà e di esclusione, i meccanismi di controllo e di integrazione funzionano perfettamente. Non è così in altri casi dato che il fallimento dell'ecologismo politico ha fatto emergere la questione sociale, espulsa dai quartieri e dalle fabbriche, nelle lotte chiamate a torto ambientali e in particolare nella difesa del territorio, senza ruolo di contenimento e dispersione della "democrazia partecipativa". Nonostante tutto, questo emergere non è stato così tanto travolgente da produrre un fenomeno di coscienza generalizzato e alle lotte resta ancora tanta strada da fare.
lunedì 26 agosto 2013
I have a dream; il signo di Martin Luther King
Martin Luther King, nato Michael King (Atlanta, 15 gennaio 1929 – Memphis, 4 aprile 1968), è stato un pastore protestante, politico e attivista statunitense, leader dei diritti civili.
Estremamente celebre è rimasto il discorso che Martin Luther King tenne il 28 agosto 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al Lincoln Memorial di Washington e nel quale pronunciò più volte la fatidica frase "I have a dream" (Io ho un sogno) che sottintendeva la (spasmodica) attesa che egli coltivava, assieme a molte altre persone, perché ogni uomo venisse riconosciuto uguale ad ogni altro, con gli stessi diritti e le stesse prerogative, proprio negli anni in cui - per dirla con le parole di Bob Dylan - i tempi stavano cambiando e solo il vento poteva portare una risposta.
28 Agosto 1963:
“Sono felice di unirmi a voi oggi in quella che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra simbolica ci leviamo oggi, firmò la Proclamazione per l' Emancipazione. Questo fondamentale decreto arrivò come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati nelle fiamme di questa raggelante ingiustizia. Arrivó come una gioiosa aurora dopo una lunga notte della loro schiavitú.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora dolorosamente paralizzata dai ferri della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro vive su un’isola solitaria di povertà in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Cosí siamo venuti qui oggi a denunciare una condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli artefici della nostra repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni americano era garante. Questa cambiale era la promessa che tutti gli uomini, sia, l'uomo negro tanto quanto l'uomo bianco, avrebbero avuto garantiti i diritti inalienabili della vita, della libertà, e al perseguimento della felicità.
È ovvio oggi che l'America è venuta meno a questa promessa per quanto riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo sacro obbligo, l'America ha dato alla gente negra un assegno a vuoto; un assegno che è tornato indietro con il timbro fondi insufficienti. Ma noi ci rifiutiamo di credere che la Banca della Giustizia sia fallita. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano fondi sufficienti nelle grandi casseforti dell'opportunità di questo paese. E allora siamo venuti a incassare quest'assegno, l'assegno che ci darà a richiesta le ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia. Inoltre siamo venuti in questo luogo sacro per ricordare all'America l'urgenza impetuosa del momento presente. Questo non è il momento di raffreddarsi o prendere i tranquillanti della gradualità. Ora è il momento di realizzare le promesse di Democrazia; ora è il momento di uscire dall'oscura e desolata valle della segregazione verso il cammino illuminato della giustizia razziale; ora è il momento di tirar fuori il nostro paese dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale sul terreno solido della fraternità; ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio. Sarebbe fatale per la nazione passar sopra l'urgenza di questo momento. Quest'estate soffocante per il malcontento legittimo del Negro non terminerà fino a quando non venga un autunno vigoroso di libertà e uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un principio. E coloro che speravano che il Negro avesse bisogno di sfogarsi per essere contento, avranno un duro risveglio se il paese ritornerà alla solita situazione. Non ci sarà riposo né tranquillità in America fino a quando al Negro non verranno garantiti i suoi diritti di cittadino. Il turbine della ribellione continuerà a scuotere le basi della nostra nazione fino a che non sorgerà il giorno splendente della giustizia.
Ma c'è qualcosa che io debbo dire alla mia gente, che sta sulla soglia logora che conduce al palazzo di giustizia. Nel processo di conquista del posto che ci spetta, non dobbiamo essere colpevoli di azioni ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla tazza del rancore e dell'odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che le nostre proteste creative degenerino in violenza fisica. Ancora una volta dobbiamo elevarci alle altezze maestose dell'incontro tra forza fisica e forza dell'anima. La nuova meravigliosa militanza, che ha inghiottito la comunità negra, non dovrà condurci a diffidare di tutta la gente bianca. In quanto parecchi dei nostri fratelli bianchi, come oggi si vede dalla loro presenza qui, si sono resi conto che il loro destino è legato al nostro. E si sono resi conto che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra. Non possiamo camminare soli. E camminando, dobbiamo fare la promessa che marceremo sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono coloro che stanno chiedendo ai devoti dei Diritti Civili, <<Quando sarete soddisfatti?>> Non potremo mai essere soddisfatti finché il negro sarà vittima degli orrori indescrivibili della crudeltà dalla polizia. Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, pesanti per la stanchezza del viaggio, non potranno riposare negli alberghi delle autostrade e delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente. Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò oggi vi dico, amici miei, che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano,
Io ho un sogno, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.
Io ho un sogno, oggi!.
Io ho un sogno, che un giorno in Alabama, con i suoi razzisti immorali, con un Governatore dalle labbra sgocciolanti parole d'interposizione e annullamento, un giorno, là in Alabama, piccoli Negri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come sorelle e fratelli.
Io ho un sogno, oggi!.
Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
E quindi lasciate risuonare la libertà dalle cime dei prodigiosi monti del New Hampshire. Lasciate risuonare la libertà dalle poderose montagne di New York.
Lasciate risuonare la libertà dalle altitudini degli Alleghenies della Pennsylvania. Lasciate risuonare la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado. Lasciate risuonare la libertà dalle coste tortuose della California. Ma non solo.
Lasciate risuonare la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Lasciate risuonare la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Lasciate risuonare la libertà da ogni collina e montagna del Mississippi, da ogni lato della montagna lasciate risuonare la libertà.
E quando questo accadrà, e quando lasceremo risuonare la libertà, quando la lasceremo risuonare da ogni villaggio e da ogni casale, da ogni stato e da ogni città, saremo capaci di anticipare il giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e cristiani, protestanti e cattolici, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual negro: <<Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente>>".
domenica 25 agosto 2013
Globalizzazione
Il termine schiavitù evoca un mondo di oppressione, di violenza, di degrado e di resistenza. Il razzismo vile e ingannevole di chi nel Diciannovesimo secolo faceva l'apologia dello schiavismo è inequivocabile dal nostro punto di vista del Ventunesimo secolo; ma quanti considerano la forma di schiavitù del nostro secolo sotto una luce altrettanto rivelatrice?
Nel nome del progresso, lo sviluppo su scala mondiale e l'impero stanno schiavizzando l'umanità e distruggendo la natura, dappertutto. Il rullo compressore noto come globalizzazione ha assorbito quasi ogni opposizione, schiacciando la resistenza per mezzo di un sistema capitalistico e tecnologico implacabile e universalizzante. Un senso di fatalità prossimo al nichilismo viene accettato come risposta inevitabile alla modernità.
Ma le ragioni che stanno dietro al cambiamento globale si palesano agli occhi di chi voglia esaminarne i presupposti fondamentali. Il degrado della vita, che avanza a pieno ritmo in ogni ambito, deriva dalle dinamiche della civilizzazione stessa. L'addomesticamento degli animali e delle piante, un processo vecchio di appena diecimila anni, ha pervaso ogni centimetro quadrato del pianeta. Il risultato è l'eliminazione dell'autonomia e della salute individuale e comunitaria, oltre alla distruzione dilagante e accelerata, del mondo naturale. La globalizzazione non è una novità. La divisione del lavoro, l'urbanizzazione, la conquista, l'esproprio e le diaspore sono state parte integrante e fardello della condizione umana sin dall'inizio della civilizzazione. Ma la globalizzazione spinge il processo di addomesticamento a nuovi livelli. Adesso il capitale mondiale vuole sfruttare tutta la vita a disposizione; questo è uno dei tratti caratteristici e originali della globalizzazione. Agli albori del Ventesimo secolo, alcuni osservatori constatarono l'instabilità e la frammentazione che necessariamente accompagnavano la modernizzazione. Queste diventano ancora più evidenti nella fase attuale, molto probabilmente quella terminale. Il progetto di integrazione attraverso il controllo planetario provoca ovunque disintegrazione: maggior sradicamento, ripiegamento, inutilità... e nulla di tutto questo è comparso nel volgere di una notte.
sabato 24 agosto 2013
Una definizione di Potere, Autorità e Dominio
Usare la dizione critica del principio
di autorità è effettivamente il criterio più coerente dal punto di vista
anarchico proprio perché l’anarchismo non critica un determinato potere, un
determinato Stato, una determinata autorità, un determinato dominio, ma
critica, il principio che legittima la loro riproposizione in qualunque
contesto-spazio-temporale questa si attui.
Il potere è l’esercizio collettivo della
produzione e l’applicazione di norme e di sanzioni; un insieme inteso,
complessivamente, quale funzione regolativa sociale. Essa è necessaria
all’esistenza della società, della cultura e dell’uomo stesso. In questa
funzione sociale regolativa volta alla produzione di norme necessarie per il
funzionamento della società, il potere deve essere visto quale esercizio
neutrale. Per autorità si deve intendere una situazione di asimmetria tra
soggetti interagenti, che si dispiega come influenza nel caso di relazioni
personali e come autorità vera e propria nel caso di relazioni funzionali.
L’autorità può essere applicata nel caso di competenze e facoltà decisionali
professionali specifiche, che comunque non implicano quasi mai una asimmetria
permanente (ad esempio: sono un avvocato e ho bisogno del medico perché ho mal
di pancia). Intesa in questo senso, l’autorità non ha una vera e propria
valenza di dominio. È invece con quest’ultimo termine, dominio, che deve essere
indicata una condizione anarchicamente inaccettabile. Si definisce una
situazione di dominio quella che vede il potere espropriato da una minoranza a
danno della stragrande maggioranza, indipendentemente dal fatto che questa
minoranza utilizzi il potere per i propri privilegi (anche se quasi sempre
avviene così). Vale a dire che siamo in una situazione di dominio quando il
potere, cioè la funzione regolatrice della produzione di norme necessarie per
il funzionamento della società, diventa possesso privilegiato di pochi a danno
di più. Di qui le relazioni tra ineguali in termini di potere. Questo fenomeno
è simile al possesso privilegiato dei mezzi di produzione materiale. Si vede
così che la definizione di dominio è universale: può essere infatti
utilizzata-applicata beninteso, nell’età moderna e contemporanea, sia per gli
assetti capitalistici come per gli assetti collettivistici, siano essi di
destra o di sinistra.
Per concludere, il potere è il neutro
confine fra la libertà e il dominio: il poter fare definisce l’ambito della
libertà, il poter far fare definisce l’ambito del dominio; naturalmente se
questo poter far fare si esplica attraverso l’attivazione di mezzi coercitivi e
ultimativi. Osserviamo anche che il termine potere, sempre in questa accezione,
designa l'esercizio collettivo della libertà nel senso del suo incrocio con
l'eguaglianza: un uguale accesso di tutti i membri di una società al potere è,
dunque, prima ineludibile condizione di una uguale libertà per tutti.
condizione necessaria a una libertà eguale.
mercoledì 21 agosto 2013
A Palermo crolla l'università
Giorno 19 pomeriggio, in una Palermo svuotata dalle ferie estive, crolla un soffitto di circa 200mq : è il tetto del Collegio San Rocco, sede della locale facoltà di Scienze Politiche. Per fortuna l'edificio era vuoto e quindi il fatto non ha causato nessun danno alle persone. Ma questo crollo riporta alla luce immediatamente l'attuale condizione in cui versa l'Università pubblica italiana, e l'ateneo palermitano in questo caso. I tagli drastici di questi anni si traducono così in un netto peggioramento delle condizioni strutturali delle facoltà su cui pesano mancanza di fondi e dunque di interventi. Il quadro ovviamente si fa tragico se allarghiamo lo sguardo anche alla situazione che riguarda didattica e ricerca ed in generale alle prospettive tragiche cucite dai governi bipartisan sulla pelle della formazione pubblica italiana.
Porta rabbia, non certo sollievo, che ieri si sia sfiorata una tragedia. anni di dura lotta degli studenti medi e degli universitari hanno posto con forza questo tema a cui però le uniche risposte della politica (di destra e di sinistra) sono state ulteriori tagli ai fondi e utilizzo del denaro pubblico del paese per il finanziamenti di opere inutili (vedi Tav) o di missioni ed equipaggiamenti militari.
C'è da credere però, e per fortuna, che anche questo inverno gli studenti non staranno a guardare e subire tutto questo.
Di seguito il comunicato del Cua e del LabAut di Palermo.
Crollo alla Facoltà di Scienze Politiche: pretendiamo cambiamenti
Ieri pomeriggio, al Colleggio San Rocco (via Maqueda), sede della Facoltà di Scienze Politiche di Palermo, si è verificato il crollo di quasi trenta metri di soffitto. Le capriate del terzo piano dello storico edificio hanno ceduto per un "puntello" difettoso. Per fortuna la facoltà era chiusa e quindi vuota causa ferie estive
Come studenti della facoltà in questione e dell'ateneo palermitano non ci stiamo però a derubricare tale fatto tra la consueta cronaca metropolitana; e non soltanto in quanto un simile fatto avrebbe potuto avere conseguenze tragiche se fosse avvenuto a distanza di qualche giorno. I fatti di ieri infatti sono solo l'ennesima e non necessaria dimostrazione di quali siano le pietose condizioni strutturali in cui versano i nostri atenei, le nostre facoltà. Edifici precari per un'università sempre più precaria. Saremmo miopi se non collegassimo ciò che ieri è avvenuto (o che sarebbe potuto avvenire in altri momenti e con ben altre conseguenze) con le politiche locali e nazionali di tagli alla formazione pubblica. La mancanza di fondi si traduce necessariamente nella mancanza di investimenti, oltreché su didattica e ricerca, anche sul miglioramento e controllo delle strutture in cui studiamo. Con rischi enormi per l'incolumità degli studenti.
Nell'apprendere simili notizie il pensiero va immediatamente ai crolli di questi anni in varie scuole del paese (che, in quei casi, purtroppo, hanno anche causato giovani vittime) e alla totale assenza di risposte alle sollecitazioni portate avanti dagli studenti delle scuole e da noi universitari in questi anni di forti mobilitazioni e proteste.
Dovremmo forse sottolineare che "l'avevamo detto!" ma ci limiteremo a ribadire, ancora una volta, che senza un cambio di rotta radicale questa università è destinata a crollare! Il crollo di ieri a Palermo è paradigmatico di una situazione complessivamente allo sbando e diventa quindi l'emblema di una politica fallimentare e distruttiva…da tutti i punti di vista.
Collettivo Universitario Autonomo
Laboratorio per l'autoformazione – LabAut ScienzePolitiche Palermo
giovedì 15 agosto 2013
Rivoluzione e rivolta secondo Max Stirner
Rivoluzione e Rivolta non devono essere presi per sinonimi. La prima consiste in un rovesciamento dello stato di cose esistente, dello statuto dello Stato o della Società; essa è dunque un atto politico o sociale. La seconda, pur comportando inevitabilmente una trasformazione dell'ordine costituito, non ha in questa trasformazione il suo punto di partenza. Essa deriva dal fatto che gli uomini sono scontenti di se stessi e di ciò che li circonda. Essa non è una levata di scudi, ma un sollevamento di individui, una ribellione che non si preoccupa assolutamente delle istituzioni che potrà produrre. La rivoluzione ha come obiettivo delle nuove istituzioni. La rivolta ci porta a non lasciarci più amministrare ma ad amministrare da soli. La rivolta non attende le meraviglie delle istituzioni future. Essa è una lotta contro ciò che esiste. Una volta riuscita, ciò che esiste crolla da solo. Essa non fa che liberare il mio Me dallo stato di cose esistente, il quale, dal momento in cui me ne congedo, viene meno e cade in putrefazione!
La rivoluzione mira ad un'organizzazione nuova; la ribellione ci porta a non lasciarci più organizzare, ma ad organizzarci da soli come vogliamo, e non ripone fulgide speranze nelle "istituzioni" ... Se il mio scopo non è rovesciare un ordine costituito ma innalzarmi al di sopra di esso, il mio proposito e le mie azioni non sono politici e sociali, ma egoistici. La rivoluzione ci comanda di creare istituzioni nuove; la ribellione ci domanda di sollevarci o innalzarci.
Max Stirner
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venerdì 9 agosto 2013
I figli della patria
In questo tipo di società un neonato non può diventare un individuo, deve diventare ingranaggio del sistema, un essere omologato ed efficiente per la macchina militare, capitalista, sfruttatrice. Sul neonato grava il peso di un disegno prestabilito: essere società, questo tipo di società, non un'altra. Il neonato verrà precettato e introdotto nei corridoi della normalizzazione coatta. In primo luogo la famiglia tradizionale, dove assorbirà per imprinting quei primi ruoli gerarchici e di genere che sono i prototipi di quelli utilizzati dal sistema, ovunque; imparerà quei ruoli e li copierà, ci si affezionerà, li proporrà, in essi si identificherà totalmente: rappresentano il primo modello di riferimento per le relazioni sociali, modello piramidale gerarchico, chi vale di più, chi di meno. Sappiamo tutti quanto sia difficile, poi, incrinare ciò che si apprende via imprinting.
Per il neonato la famiglia è composta da soli adulti, in quanto tali sono già normalizzati, divenuti ingranaggi perfetti, e sono i genitori che, per primi, pedagogizzano i figli adattandoli ad un modo di pensare e di agire 'conveniente' per la società, questo tipo di società, non un'altra. Attraverso la scuola i bambini proseguono il percorso della normalizzazione e della deresponsabilizzazione, si scontrano con altri divieti, altre paure, altre ansie da prestazione, imparano a competere, ad attuare astuzie e vendette, a obbedire e a dipendere dalle decisioni di quegli adulti estranei che li giudicano e li valutano secondo standard e griglie, rimangono per anni sotto il continuo ricatto del premio e della punizione, ogni loro libera scelta viene repressa dai regolamenti, sempre per essere ben aderenti alla società, questo tipo di società, non un'altra. (“La scuola è l'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com'è” - I. Illich).
L'individuo che la natura aveva creato non è più, è diventato qualcosa che altri hanno pensato. Famiglia, scuola, parrocchia, media, società, non insegnano al bambino a essere, ma a dover essere. Completamente deresponsabilizzato e privato dell'autostima, nonché dell'autonomia, questo bipede abituato a dipendere da altri, dalle autorità, si troverà molto presto catapultato nel mondo che altri hanno disegnato per lui, e non potrà fare a meno di ripetere quel mondo, persino di insegnarlo, additando come sovversive tutte quelle persone che gli mostrano altre realtà, altre società, altri modi di pensare e di agire. Agli scolarizzati non parlate di anarchia, è stato detto loro che 'è cacca', gliel'hanno detto le autorità, e a quelle sono abituate a credere ciecamente. I risultati si vedono.
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