..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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martedì 11 marzo 2014

Una bandiera No Tav per l’ANPI

Sabato 8 marzo. Sulla cancellata di ingresso della sede della sezione ANPI “Renato Martorelli” di via Poggio è stato appeso nella notte uno striscione con la scritta “No Tav liberi”, accanto è stata issata una bandiera No Tav.
Un anonimo reporter di passaggio nel cuore di Barriera di Milano ha scattato qualche foto.
Facile intuire le ragioni di un gesto che parla da solo. Il giorno prima proprio da quella sezione ANPI era partita l’iniziativa di una serata in cui si mescolavano la mafia, il terrorismo e il movimento No Tav. Ospiti d’onore l’ex Procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli e l’ex parlamentare del Partito Comunista Italiano Dino Sanlorenzo. Un esponente di punta del “nuovo corso” della sinistra dopo la caduta del muro di Berlino e un anziano stalinista.
Quella stessa sera circa 150 No Tav hanno fatto un presidio rumoroso a pochi metri dalla sala di via Leoncavallo, dove, circondati da camionette e poliziotti in tenuta antisommossa, parlavano Caselli e Sanlorenzo.
Il presidio è poi diventato corteo nelle vie limitrofe.
L’arresto di quattro No Tav in carcere da tre mesi con l’accusa di “attentato con finalità di terrorismo” è stato il sigillo finale della carriera di Caselli. Un curriculum vitae che culmina con la missione di attaccare con inaudita violenza il movimento No Tav. La facciata del “democratico” che persegue i “fatti” e non le idee si infrange nel mare di carte processuali che dimostrano un fatto solo: la volontà di trasformare usuali pratiche di lotta in reati gravissimi. L’accusa di terrorismo per un compressore danneggiato è solo la punta di un iceberg. Nella neolingua di Caselli e dei suoi tutto cambia di segno: un blocco stradale si trasforma in violenza privata, un banale sabotaggio diventa terrorismo, la resistenza ad uno sgombero un atto eversivo.
Di Sanlorenzo è sufficiente ricordare il famigerato questionario anonimo, che invitava alla delazione per scovare i “terroristi”. Erano gli anni Settanta e, con il pretesto della lotta armata, quelli come Sanlorenzo tentarono ogni mezzo, persino quelli più vili, per tappare la bocca ai tantissimi, specie nelle periferie operaie come Barriera, lottavano per un mondo senza padroni, sfruttamento, dominio.
Pochi lo sanno. Proprio negli anni Settanta il circolo Risorgimento di via Poggio, lo stesso che ospita la sezione ANPI “Renato Martorelli”, venne commissariato dai vertici del Partito Comunista.
Oggi come trent’anni fa offre l’immagine di un centro sociale frequentato soprattutto da anziani, tra caffè, vino, gioco delle bocce.
Nessuno avrebbe oggi potrebbe immaginare che in quel circolo sonnacchioso, dove si ritrovavano anche tanti partigiani, negli anni Settanta qualcuno avesse osato discutere la linea del Partito, sostenendo che le insorgenze sociali di quegli anni fossero legate con un filo rosso alla guerriglia partigiana.
Ogni 25 aprile proprio da quel circolo un drappello sempre più sparuto di anziani con la banda e i gagliardetti esce per un breve giro nelle strade vicine.
A volte chi conserva la memoria è il primo a tradirla.
L’auspicio è che la bandiera No Tav offerta all’ANPI questa notte, una bandiera di lotta e di Resistenza, ricordi che la lotta partigiana era lotta di ribelli, fuorilegge, banditi.
Chi ricorda oggi la Barriera delle barricate elettrificate del 1917, quella degli scioperi di mesi, le casse di mutuo appoggio e i bambini mandati in campagna in una rete di solidarietà che permetteva ai loro genitori di resistere meglio sapendoli nutriti?
Chi ricorda gli operai della Fiat Ricambi – adesso di chiama IVECO – che bloccavano le strade, la produzione in scioperi senza regole né lacci?
Chi ricorda che mettere qualcosa nell’ingranaggio, sabotare la produzione, magari solo per riposare un’oretta e fare due chiacchiere, era normale in lungo Stura Lazio?
Chi ricorda una Barriera dove la gente, anche quella che non sapeva di barricate e sabotaggi, sapeva però sempre da che parte stare?
Lo ricordano quelli che oggi, in questo quartiere, in Val Susa, in ogni dove, quella memoria la fanno propria nella lotta.


giovedì 27 febbraio 2014

22 febbraio. Il vento sta cambiando

Un sabato con il sapore della primavera anticipata. Impossibile fare il conto esatto delle città attraversate dalla giornata di lotta del 22 febbraio. Tra cortei, presidi, punti info, azioni simboliche l’intero paese è stato attraversato da iniziative grandi e piccole: decine di migliaia di persone sono scese in piazza contro il Tav e la repressione.
Nelle stesse ore Matteo Renzi prende la campanella dalle mani di un Enrico Letta ancora stordito per la rapida congiura di Palazzo, che gli aveva sfilato la poltrona in meno di due settimane. Renzi sale al trono, Letta prende la via dell’esilio.
In Ucraina, dopo cento morti, il parlamento decreta la cacciata dell’autocrate e miliardario Yanucovich e apre le porte della galera della sua antagonista, condannata per aver favorito gli interessi russi, la miliardaria oligarca Timoshenko. Mentre l’uno scappava nella Crimea filorussa, l’altra arringava una folla di gente, accolta come un’eroina.
Due brutti film. Uno ci racconta dell’Italia che continua a cambiare testimonial, sperando di trovare quello con la faccia giusta, con il piglio adatto per contendere gli spazi al Cavaliere delle mille risorse. Una tristissima commedia.
L’altra pellicola, tra le divise improvvisate e truci, il fumo nero dei roghi, i liquami scuri che si mescolano al sangue e alle bandiere, ci raccontano dell’ennesima follia identitaria che frantuma il cuore dell’Europa, che mette a nudo la paura dei poveri, gente che lotta e muore tra preti e fascisti, sperando che i muri d’Europa li possano proteggere. O, forse, illudendosi che le strade dell’emigrazione siano più facili da solcare. Tinte fosche come nei “Giovani leoni”, ma con scene da “Apocalipse now”.
Difficile non pensare alla distanza infinita, culturale, politica di pratica e di esempi tra le piazze No Tav del 22 febbraio e le feroci battaglie di potere che di giocavano nelle stesse ore a Roma e Kiev.
Nelle piazze che si sono strette intorno a Chiara, Claudio, Nicolò, Mattia c’era la forza di chi passo dopo passo ha imparato a camminare con le proprie gambe, a non delegare ai professionisti della politica il proprio futuro. Non solo. Le piazze che da Chiomonte a Caltanissetta hanno risposto all’appello del movimento No Tav sono la rappresentazione migliore del fallimento delle strategie del governo, dei media, della magistratura.
Hanno fallito se speravano di seminare la paura, di indurre i più al mugugno silente del bar sport, all’invettiva tra le mura di casa.
L’utilizzo di una fattispecie di reato che colpisce quattro attivisti per ammonirne cento, ha prodotto un effetto boomerang.
Di fronte alla criminalità di una classe politica che sistematicamente depreda le risorse pubbliche per fini del tutto privati, di fronte a chi non esita ad avvelenare la terra e chi ci vive, di fronte a chi saccheggia e devasta, a chi abbandona al degrado le scuole e i treni locali, a chi risparmia sulla nostra salute per arricchirsi, è chiaro chi sono i terroristi. Siedono nei consigli di amministrazione della CMC e della Rocksoil e delle tante ditte che lucrano sulle grandi opere inutili e dannose, siedono sui banchi del governo di turno, siedono sugli scranni dei giudici e sulle poltrone del Procuratori della Repubblica. Sempre più persone sanno che di fronte alla criminalità del potere, non basta la testimonianza, occorre mettersi in mezzo, agire concretamente per inceppare il dispositivo disciplinare nel quale stringono interi territori.
Non era un esito scontato. Chi in questi tre anni ha spinto sul pedale che accelera la repressione, chi rende sempre più dura l’occupazione militare, chi ricatta la materialità stessa delle nostre vite, sperava che un simile dispiegamento di violenza fermasse le lotte.
Le piazze del 22 febbraio sono la dimostrazione di quanto si sbagliassero.
In valle, ma non solo in valle, i vari governi hanno sperato che questi lunghi e difficili anni di lotta spaccassero il movimento, rompessero quell’unità nella diversità che ne ha cementato la forza.
Come dimenticare la marea di menzogne che certa sinistra gettò sulle giornate del luglio 2001 a Genova? Come dimenticare la miriade di becchini che si avventarono sul nascente movimento antiglobalizzatore nel nostro paese, annegandolo in una marea di melassa?
Quel movimento pagò il proprio scarso radicamento, una radicalità del fare che si esprimeva in maniera sostanzialmente simbolica, l’illusione che l’altro mondo possibile potesse sostituire in maniera fluida ed indolore quello che contestava.
Venne frantumato, fatto a pezzi da certa sinistra di governo, da chi, come la CGIL, ambiva a farsene un bel fiore da portare all’occhiello. La denuncia sulle violenze della polizia, sulle torture di Bolzaneto venne depotenziata dalla presa di distanza dal blocco nero, dai manifestanti più radicali.
I governi di turno hanno operato perché la Val Susa offrisse uno scenario simile a quello genovese. Si sono sbagliati. La sinistra civilizzata, istituzionale, la sinistra del meno peggio è affogata nelle tristi avventure di governo. Quel poco che ne resta non ha potuto che mettersi in coda ai cortei del 22 febbraio, cortei in cui si sono espressi i tanti movimenti di lotta che stanno crescendo nel nostro paese.
Tanta gente, gente comune rifugge la violenza e vorrebbe più giustizia sociale e più libertà politica, tanta gente non è rivoluzionaria, ma considera le pratiche più radicali una risposta necessaria alla violenza di Stato, all’occupazione militare, alla ferocia nei confronti di chi resiste.
Sabato 22 febbraio questa gente è scesa in piazza in sostegno di quattro anarchici, nemici dello Stato e del capitalismo, accusati di aver attaccato il cantiere/fortino della Maddalena con bombe carta e molotov.
Il vento sta cambiando. È un vento teso, forte, che ci racconta di un paese dove tanti, troppi, fanno fatica a vivere, dove tanti non sono più disposti a chinare la testa.
Nei prossimi mesi occorrerà mantenere ferma la rotta, per rompere le catene nelle quali stanno stringendo le vite di quattro No Tav, per moltiplicare le iniziative, per far sì che la radicalità delle lotte si innesti nel radicamento territoriale.


domenica 9 febbraio 2014

Omofobia. Luci e ombre

Negli ultimi anni la condizione materiale delle persone GLBT è cambiata molto, grazie anche alle lotte che hanno saputo incidere nel tessuto materiale e simbolico di molte società.
In alcuni casi sono mutate anche le leggi. Se le norme sono la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza, che segnano una data società, è innegabile che in molte aree del pianeta il riconoscimento formale di alcuni diritti alle persone GLBT, è indice di una capacità di mutare di segno uno stigma duro a morire.
In alcuni paesi tuttavia le cose sono peggiorate sensibilmente. Dalla Russia putiniana all’India, nel segno di un’identità nazionale vissuta nel segno della “tradizione”, sono state riportate in auge leggi discriminatorie e repressive contro le persone di orientamento sessuale diverso dalla norma etero.
Nella stessa Francia dei matrimoni omosessuali, qualche giorno fa il presidente Hollande ha ritirato una proposta di legge sul diritto di famiglia, più inclusiva nei confronti delle persone GLBT.
La decisione è stata presa dopo una marcia organizzata dal centro destra in difesa della famiglia tradizionale.
Luci ed ombre in un panorama nel quale è difficile scorgere una prospettiva chiara.

mercoledì 5 febbraio 2014

Kronstadt 1921

Gli anarchici hanno dato ampio contributo allo sviluppo della Rivoluzione in Russia perché da politica si trasformasse in sociale.
Eppure a Pietrogrado, nella primavera del 1921, lo stato d’assedio continuava ed era quasi impossibile aggirarsi per le strade. Pietrogrado sembrava una città morta; circolavano soltanto soldati e operai armati. Non si trovava un solo anarchico in libertà. solo a Mosca qualche gruppo viveva di vita stentata: la Federazione anarchica, il gruppo anarco-sindacalista Golos Truda, quello degli Universitari. Si vedevano qualche volta i militanti più famosi, come Emma Goldman appena giunta dagli Stati Uniti che l’avevano messa al bando, Aleksandr Berkman e altri che non facevano parte di nessun gruppo: ma erano sorvegliatissimi. Molti di questi anarchici avevano collaborato fino a quel momento col governo bolscevico. Che cosa era dunque successo? Due eventi storici gravissimi: la repressione in Ucraina contro i Maknovisti e la distruzione del Soviet dei marinai di Kronstadt, in cui erano rappresentati comunisti, anarchici e altre forze rivoluzionarie.
La città fortezza di Kronstadt, principale base della flotta russa nel Baltico, posta a difesa della capitale Pietrogrado, fu costruita nel 1710 da Pietro il Grande. Lungo tutta la storia del movimento rivoluzionario russo, e in particolare negli eventi che portarono alla vittoria la rivoluzione sovietica, la guarnigione di Kronstadt ebbe funzione di guida e di esempio. I marinai di Kronstadt, onore e gloria alla rivoluzione, come li aveva definiti Trotzki nel 1917, testimoni appassionati del logoramento dello spirito rivoluzionario e della fame terribile di cui pativano le masse lavoratrici russe, insorgono nel tentativo di restaurare la democrazia operaia diretta nel partito. La rivolta dura dal 28 febbraio al 18 marzo 1921 e viene spietatamente repressa dall’Armata Rossa.
Con la parola d’ordine liberi Soviet i marinai della base navale del golfo di Finlandia si ribellarono contro il governo bolscevico, che pure avevano aiutato a conquistare il potere, e fondarono una comune rivoluzionaria che sopravvisse 18 giorni, prima di soccombere di fronte alle truppe inviate contro di loro attraverso il ghiaccio. I marinai avrebbero potuto difendersi bombardando e spezzando il ghiaccio, ma non lo fecero. La battaglia fu, comunque lunga e selvaggia e le perdite gravi da entrambe le parti.
Gli anarchici scampati al massacro sostengono che si tratta della prima gravissima manifestazione di terrore di tipo staliniano ai danni della sinistra rivoluzionaria, e sottolineano il fatto che gli stessi bolscevichi autori diretti o indiretti della repressione finiranno vittime della controrivoluzione stalinista.
E così decine e decine di vecchi bolscevichi, nomi noti e meno noti che accorsero a battersi contro i rivoltosi di Kronstadt convinti di difendere la rivoluzione, mentre in realtà aprivano la strada alla dittatura staliniana, che si impadroniva del partito approfittando della fame, dell’arricchimento dei contadini, della morte dei veri rivoluzionari nella guerra civile, e soprattutto delle condizioni in cui versava la Russia, sola e arretrata.

domenica 2 febbraio 2014

Nestor Makhno il contadino

Chi era in realtà Nestor Makhno? Contadino che si era emancipato fino a diventare rivoluzionario, operaio e organizzatore politico. Non era mai stato un maestro di scuola, come si diceva. A sedici anni non ancora compiuti era entrato nel movimento rivoluzionario; prese parte alla prima rivoluzione del 1905 e nel 1908, in seguito a un attentato, fu arrestato e condannato a morte. Solo in considerazione della giovane età la pena fu commutata nei lavori forzati a vita. È in prigione che Makhno studia e diventa anarchico. In prigione conosce Arsinov, che avrà una parte di primo piano nella lotta partigiana e che diverrà in seguito biografo di Makhno e della makhnovcina. In prigione Makhno si ammala di tubercolosi (la malattia che lo stroncherà ancora giovane a Parigi nel 1934, dove esule camperà facendo l’operaio).
Sarà liberato solo dall’insurrezione del marzo 1917.
Nell’agosto del 1921, ferito alla testa da una pallottola durante l’ultimo combattimento, si rifugia in Romania ove viene subito internato. Dopo qualche mese riesce a fuggire dal campo di concentramento e penetra in Polonia ma viene di nuovo catturato e rinchiuso in un lager ancora più infame. Fugge di nuovo e aiutato dai suoi seguaci che si trovano in Germania, raggiunge Berlino. Riunitosi ai vecchi compagni, riprende la lotta, questa volta con la penna.  Da Berlino passa a Parigi, ove conduce un’esistenza più calma ma di grande miseria materiale. Comincia a scrivere le sue memorie, che la morte prematura interrompe al periodo 1917-18, all’inizio del movimento che prese il suo nome.
“La makhnovcina non è anarchismo. L’armata makhnovcina non è un’armata anarchica, non è formata da anarchici. L’ideale anarchico di felicità e uguaglianza generale non può essere raggiunto attraverso lo sforzo di una qualsiasi armata, anche se formata esclusivamente di anarchici. L’armata rivoluzionaria, nel migliore dei casi, potrebbe servire alla distruzione del vecchio e aborrito regime; nel lavoro costruttivo, nell’edificazione e nella creazione, qualunque armata, che logicamente non può che fondarsi sulla forza e il comando, sarebbe completamente impotente e persino nociva.
Perché la società anarchica diventi possibile, è necessario che in ogni luogo, in ogni città, in ogni villaggio, si risvegli tra i lavoratori il pensiero anarchico; è necessario che gli stessi operai nelle fabbriche e gli stessi contadini nei loro paesi e villaggi, si pongano alla costruzione della società anti-autoritaria, senza attendere da alcuna parte i decreti-legge. Né le armate anarchiche, né gli eroi isolati, né i gruppi, né la Confederazione anarchica, creeranno per gli operai e i contadini una vita libera. Soltanto i lavoratori stessi, con sforzi coscienti, potranno costruire il loro benessere senza Stato né padrone".

mercoledì 29 gennaio 2014

La Makhnovcina

Il filone reazionario della presenza contadina nella storia russa è spezzato dalla makhnovcina, la rivoluzione libertaria ucraina che prende nome da Nestor Makhno e che affonda le sue radici nella tradizione dei ribelli e della comune agricola. Nato a Gulae-Pole nel 1889, da poverissima famiglia contadina, Nestor Makhno era stato successivamente custode di vacche, lavoratore agricolo e operaio. Nella prigione Butirky di Mosca divenne amico di Piotr Arsinov, un vecchio operaio metallurgico ed ex bolscevico convertitosi all’anarchismo, il quale fece conoscere al giovanissimo ribelle le idee di Kropotkin e Bakunin. Liberato nel febbraio 1917, Nestor ritornò al paese natale per organizzare un’associazione di contadini di Gulae-Pole.
Gulae-pole era allora una cittadina di circa 30.000 abitanti, con diverse fabbriche. Un certo sviluppo della produzione e del commercio dei cereali aveva fatto sì che in questa zona scarsamente popolata si affermasse l’uso di manodopera salariata e di macchine al posto dei servi.
L’associazione dei contadini di Gulae-Pole s’impadronì delle terre dei latifondisti locali e le distribuì tra i contadini poveri. Vennero fondate comuni a partecipazione volontaria con 100-300 membri. Gli operai gestirono le piccole fabbriche e i cereali vennero scambiati con i manufatti delle città.
Per difendere questa piccola società anarchica, Makhno organizzò unita guerrigliere a cavallo capaci di grande mobilità e dotate di mitragliatrici montate su piccoli carri trainati da cavalli (tacanki). Si trattava di guerriglieri che potevano riunirsi con grande rapidità e disperdersi altrettanto rapidamente tra i contadini che li avvertivano in caso di attacchi controrivoluzionari. I comandanti erano in maggioranza contadini, ma non mancavano gli operai.
Alla fine del 1919, momento di maggior diffusione del movimento makhnovista, gli effettivi qi questa armata anarchica superarono le cinquantamila unità, che disponevano di armi strappate al nemico, compresi cannoni, treni e autoblinde. Dal 1917 al 1921 la bandiera nera dell’anarchia sventolò libera al vento proteggendo i lavoratori liberati dal lavoro salariato: la makhnovcina, forza di combattimento autonoma, funzionava come una repubblica di tacanki. Essa si rifiutò di accettare la cessione dell’Ucraina all’Austria - Ungheria e ai suoi alleati ucraini, che i bolscevichi avevano dovuto subire col trattato capestro di Brest – Litovsk.
In diverse occasioni Makhno aveva collaborato con i bolscevichi per respingere l’invasione dei russi bianchi, e nell’autunno del 1919 aveva dato un contributo fondamentale alla sconfitta del generale Denikin che avanzava al nord. Ma profonde restavano le differenze di metodo, di ideologia, di pratica politica e sociale. Trotzki, il fondatore e capo dell’Armata Rossa, era impegnato nella costruzione di un saldo potere rivoluzionario centrale, e aveva definito banditi i seguaci di Makhno. Né Trotzki né Lenin potevano ammettere l’esistenza di una forza alternativa organizzata. Il governo aveva messo in giro informazioni deformate su Makhno e nell’intera URSS bastava essere tacciato di makhnovista per rischiare la fucilazione.
Nel 1921 al primo congresso dei Sindacati Rossi, il leader bolscevico Bukharin intervenne per difendere le misure repressive del governo, accusando tutti gli anarchici di essere dei banditi che avevano lottato armi alla mano contro il governo di Mosca.





venerdì 24 gennaio 2014

La Resistenza e la difesa della terra e del territorio

Per noi, popoli del Mondo, la terra è la madre, la vita, la memoria ed il riposo di nostri antenati, la casa della nostra cultura e del nostro modo. La terra è la nostra identità. In lei, da lei e per lei siamo. Senza lei moriamo, anche se ancora vivi.
La terra per noi non è solamente il suolo che calpestiamo, seminiamo e sul quale crescono i nostri discendenti. La terra è anche l'aria che, fatta vento, scende e sale per le nostre montagne; l'acqua che come sorgenti, fiumi, lagune e piogge, si fa vita nelle nostre semine; gli alberi e le foreste che creano frutti ed ombra; gli uccelli che ballano nel vento e cantano tra i rami; gli animali che con noi crescono, vivono e si alimentano. La terra è tutto ciò che viviamo e moriamo.
La terra per noi non è una merce, nello stesso modo in cui non sono merce né gli esseri umani né i ricordi né i saluti che diamo e riceviamo dai nostri morti. La terra non ci appartiene, apparteniamo a lei. Abbiamo ricevuto l'incarico di essere suoi guardiani, di averne cura, di proteggerla, così come lei ci ha curato e protetto in questi anni di dolore e resistenza.
Noi siamo guerrieri. Non per vincere e soggiogare il diverso, che vive in un altro luogo, che ha altri modi. Siamo guerrieri per difendere la terra, nostra madre, la nostra vita. Per noi questa è la battaglia finale. Se la terra muore, noi moriamo. Non c'è domani senza la terra. Chi vuole distruggere la terra è tutto un sistema. Questo è il nemico da vincere. "Capitalismo" si chiama il nemico.
Noi pensiamo che non è possibile vincere questa battaglia se non ci accompagniamo nella lotta con gli altri popoli, se non lottiamo insieme agli altri che hanno altri colori, tempi e modi, ma soffrono anch'essi degli stessi dolori. Per questo camminiamo, con l'udito ed il cuore aperti, per gli angoli del nostro paese. Per cercare e trovare quelli che dicono o vogliono dire "Basta!", quelli che hanno scoperto che il nome del loro nemico è lo stesso che ci uccide e fa soffrire.
Noi pensiamo che non basta più solo resistere ed aspettare l'attacco, uno dopo l'altro, del prepotente e del denaro. Crediamo che la forza ora necessaria per sopravvivere, sia sufficiente per farla finita con le minacce. È l'ora.
Né all'albero né al bosco. Noi, per capire e sapere che cosa fare, guardiamo in basso. Non in segno di umiltà, non per consegnare la nostra dignità, ma per leggere ed apprendere quello che non è scritto, per cui non ci sono parole ma sentimenti, per vedere nella terra le radici che sostengono, là in alto, le stelle.


martedì 21 gennaio 2014

Dichiarazione universale dei diritti della madre terra

Preambolo
Noi, i popoli e le nazioni della Terra: Tenendo presente che facciamo parte di Madre Terra, una comunità indivisibile, viva, di creature in relazione e interdipendenti tra loro, con un destino comune; nel riconoscere con gratitudine che Madre Terra è la fonte della vita, del nutrimento e dell'apprendimento e che ci fornisce tutto l'occorrente per vivere bene; nel riconoscere che il sistema capitalista e tutte le forme di saccheggio, sfruttamento, abuso e contaminazione hanno provocato grande distruzione, degrado e sconvolgimento della Madre Terra, mettendo a rischio la vita per come la conosciamo oggi attraverso fenomeni quali i cambiamenti climatici; convinti che non è possibile, in una comunità viva e interdipendente, riconoscere solo i diritti degli esseri umani senza provocare uno squilibrio con la Madre Terra; nell'affermare che per garantire i diritti umani è necessario riconoscere e difendere i diritti della Madre Terra e di tutte le sue creature e che esistono culture, pratiche e leggi che fanno questo; consapevoli dell'urgenza di intraprendere un'azione collettiva risolutiva per trasformare le strutture e i sistemi che provocano il cambiamento climatico e le altre minacce alla Madre Terra; proclamiamo questa
Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra
e ne chiediamo l'adozione all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite come modello di realizzazione per tutti i popoli e tutte le nazioni del mondo, al fine che ogni individuo e ogni istituzione si assuma la responsabilità di promuovere il rispetto dei diritti riconosciuti in questa Dichiarazione, attraverso l'insegnamento, l'educazione e la presa di coscienza, per affermare, con misure e meccanismi nazionali e risoluti e illuminati, il loro riconoscimento universale ed efficace e il loro rispetto tra tutti i popoli e gli Stati del mondo.

domenica 5 gennaio 2014

Nessun burattino, nessun burattinaio

Nessuno potrà tirare nessun filo alla rivolta.
Nessuno potrà dire quel che è giusto o quello che è sbagliato.
Il nostro solco è la lotta, la rivolta per il nuovo mondo di cui nemmeno noi conosciamo i contorni.
Basta con i burattinai, basta con i tromboni dalle frasi fatte.
Il futuro sarà solcato dall'ombra delle nostre figure in un giorno assolato come in nella notte piovosa.
Non c'è nessun comunismo, nessun anarchismo, nessuna libertà nel nostro futuro se questo è un dogma, questa è roba da figli di puttana normati e borghesi.
Il nostro supposto è quello che sarà, qualcosa di diverso, che ancora non conosciamo, ma che già tracciamo con il nostro sangue.
Certo abbiamo dei riferimenti degli individui, donne e uomini come noi, che stimiamo ma non idolatriamo.
La dialettica non insegna se dobbiamo ricordare ripetendo beceramente (storico), non è forse vero che dobbiamo capire insieme agli altri che anche noi cambiamo? (dialettica)
... Tanti anni fa, all'uomo venne in mente un'idea degna del suo intelletto: quella di spiegare i fenomeni per lui incomprensibili affidandoli alle mani di un burattinaio, che potesse esercitare un supremo controllo sull'umanità.
Questo burattinaio in principio era diviso in varie persone, per poi col tempo venir considerato come unico essere, passando da iroso ed autoritario ad essere misericordioso e giusto.
Lo si chiami Giove, o Allah, o Javè, o Dio, il concetto resta immutato.
Questa materializzazione di un pensiero astratto che è l'origine delle cose, si è manifestata con la creazione di un'entità dalle fattezze umane che vigila da "dietro le quinte".
L'obiettivo che tristemente assilla ogni donna, ogni uomo è uno solo, ed è la verità.
Questa verità, che tutti cercano, che per alcuni rappresenta uno scopo di vita, e che per altri è secondaria perché irraggiungibile, ha portato le menti più illustri del nostro passato ad interrogarsi ed a imprimere le loro riflessioni.
È la continua ricerca, che spinge tutti noi ad evolversi a capire ed insieme ad altri ad apprezzare.
Non è una religione laica la nostra idea, ma bensì una profana bestemmia all'abitudine degli schemi dei fronti, delle democrazie progressive, passo dopo passo.
Come può il nuovo essere catalogato ancor prima di combattere per esso?
Quindi basta religioni e chi le professa, di ingiustizia e misericordia ne abbiamo piene le tasche.
Ma ancora le persone credono in essa.
Questo perché, se da un lato il "progresso scientifico" è riuscito a sostanziare uno pseudo progresso, dall'altro non è riuscito a spiegare abiura a cui tutti noi siamo costretti quotidianamente a soggiogare.
In effetti, i catto-comunisti prolificano abbondantemente ancora tra noi (così come altre religioni) perché risulta essere abbastanza modaiolo essere il grillo parlante al fine di poter essere professata/o.
La paura dell'ignoto, questo è la palla al piede che ci teniamo, la voglia di poter dare una spiegazione a tutto.
L'alternativa è il rifugiarsi nell'accettazione dell'esistenza "del paradiso e dell'inferno".
Quindi è la pigrizia, insieme alla paura, sembrerebbero essere la spiegazione razionale al perché ancora ha fede nel burattinaio.
Qual è la verità?
La risposta che parlando con franchezza più mi piace, è che non ci sono risposte.
Non siamo tenuti a sapere quale sia la verità, e dobbiamo vivere accettando la nostra ignoranza.
So che questo va abbastanza in conflitto con lo spirito di conoscenza che ci muove, ma questa potrebbe essere una grande prova di resistenza.
L'anarchia delle idee.