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Killing
in the name of
Some
of those that work forces,
are
the saints that burn crosses
Now
ya do what they told ya
Don't
you die or justify
You're
wearin the badge, and your chosen
white
You
justify those that died
By
wearin the badge and your chosen
white
Some
of those that work forces,
are
the saints that burn crosses
Killing
in the name of...
Now
ya do what they told ya
Your
under control
Now
ya do what they told ya
Those
who die, are justified,
for
wearing a badge and their clothes in
white
You
justify those that died
By
wearin the badge and your chosen
white
Come
on...
Fuck
you, I won't do what ya tell me...
Mutha
fucker
|
Uccidere
per conto di qualcuno!
Alcuni
di quelli che sono stati obbligati,
sono
gli stessi che imbracciano i fucili
E
ora fai quello che ti dicono
Non
morite o giustificatevi,
per
aver indossato l'emblema della nazione, siete i bianchi eletti
Tu
giustifichi quelli che sono morti
indossando
l'emblema della nazione, sono i bianchi eletti
Alcuni
di quelli che sono stati obbligati,
sono
gli stessi che imbracciano i fucili
Uccidere
per conto di qualcuno!
E
ora fai quello che ti dicono
Sei
sotto controllo,
ora
fai quello che ti dicono
Quelli
che sono morti sono giustificati,
per
aver indossato l'emblema della nazione, sono i bianchi eletti
Tu
giustifichi quelli che sono morti
indossando
l'emblema della nazione, sono i bianchi eletti
Andiamo
Fottiti,
non farò quello che mi dici!
Figlio
di puttana!
|
..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
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giovedì 5 febbraio 2015
Rage Against The Machine - Killing in The Name Of
domenica 1 febbraio 2015
Violenza rivoluzionaria
Mentre la maggior parte di noi tenta di
ottenere un'esistenza pacifica e armoniosa con i propri simili e con il resto
delle vite, è importante riconoscere il contesto all'interno del quale noi
viviamo attualmente. La maggior parte della popolazione mondiale vive in
condizioni deplorevoli, non perché non è diventata civilizzata o modernizzata,
ma perché è obbligata ad essere la manodopera del cosiddetto potere del primo
mondo. Alcuni di noi vivono nel primo mondo soffrendone, con estrema
alienazione, deterioramento fisico, distorsione psicologica, e vuoto
spirituale, non ci sono dubbi che siamo tutti diretti in un percorso
unidirezionale verso la sorte avversa. Inutile dire che ci troviamo
indubitabilmente sull'orlo del collasso ecologico. Sapendo questo, è importante
per noi prendere in mano la situazione e agire ora... poiché sappiamo che il
tempo a disposizione è poco!
Nell'essere anarchici si è
automaticamente rivoluzionari, o comunque atti a promuovere l'insurrezione a
scopo di liberazione. Questo può avvenire in diverse forme, ma la riforma dei
sistemi di dominazione non sono punti di vista anarchici. Mentre molte azioni
anarchiche possono essere considerate non violente, non esiste limite da porre
alla nostra resistenza. Come anarchici, dobbiamo rifiutare i limiti ideologici
e filosofici mentre scegliamo come resistere. L'interazione fisica con
l’autorità necessita di andare oltre la passività e i simboli. Infatti, molti
anarchici adottano la violenza rivoluzionaria come reazione naturale e
necessaria all'oppressione. Se noi guardiamo ovunque nel mondo naturale,
osserviamo che l'auto-difesa fa parte dell’istinto umano.
È importante mettere
in discussione le limitazioni ideologiche che provengono da luoghi di estremo
privilegio. Molte persone della Terra non hanno la possibilità di decidere
quale sia la risposta più giusta alla dominazione, e spesso devono scegliere
fra la vita e la morte. Non è questione di riflessione personale o di
perfezionismo ideologico; è agire o morire. Questo non significa che tutto deve
essere collegato alla resistenza violenta, ma piuttosto, sapendo che esiste,
ammettere che è giustificata (in molte situazioni), e che non deve essere
condannata. La violenza rivoluzionaria, nelle sue varie forme, è una risposta
necessaria alla violenza istituzionale del sistema, ed è necessaria per la
continuazione di tutte le forme di vita. Sì, noi dobbiamo guarire le ferite
causate da questo pessimo viaggio che chiamiamo civilizzazione, ma il processo
di guarigione può andare avanti soltanto se siamo capaci di fermare
l'inflizione di queste ferite da parte degli oppressori. Perché siamo tutti
sotto il tiro di un'arma e, dobbiamo rispondere con l'autodifesa e per la
liberazione.
venerdì 30 gennaio 2015
Rom e sinti. La memoria che non c’è - Dai campi di sterminio ai campi della democrazia
Pochissimi in Europa conoscono la parola
Porrajmos. Eppure ricorda una delle pagine più terribili della memoria di quei
popoli che tanti continuano a chiamare “zingari” o “nomadi”.
Porrajmos è la parola che nelle lingue
sinte e rom definisce il “divoramento” subìto tra il 1934 e il 1945. L’Europa
nazista e fascista fu teatro dell’annientamento di almeno la metà dell’intera
popolazione rom e sinta europea. Cinquecentomila uomini, donne e bambini
perseguitati, imprigionati, uccisi, deportati nei lager e seviziati, vittime
degli orrendi esperimenti medici nazisti, sterminati nelle camere a gas e nei
forni crematori.
Nei processi ai nazisti colpevoli di
crimini contro l’umanità che seguirono la guerra, primo tra tutti quello di
Norimberga, Rom e Sinti non ebbero spazio. Le loro sofferenze vennero
seppellite da un silenzio, più pesante dei muri di Auschwitz. Solo nel 1980 il
governo tedesco, in seguito ad una iniziativa della Verband Deutscher Sinti und
Roma, riconobbe ufficialmente che i Rom e i Sinti durante la guerra avevano
subito una persecuzione razziale. La persecuzione razziale subita dai Rom e dai
Sinti è per lo più rimossa o, persino, negata.
In Italia per lunghi decenni
persecuzioni razziali subite dai rom e dai sinti durante la dittatura fascista
non hanno mai avuto parola. La Legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce
il Giorno della Memoria non ricorda esplicitamente lo sterminio subito dalle
popolazioni sinte e rom.
Nel dopoguerra i rom e i sinti vennero
destinati ai “campi di transito” nonostante non fossero più nomadi. Lo stigma
nei loro confronti è forte e radicato. Sono considerati stranieri, anche se
spesso discendono da gruppi arrivati nella penisola oltre 700 anni fa.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati
gli attacchi e le violenze fisiche e verbali. Le cronache narrano di sgomberi
violenti, continui controlli di polizia, persecuzioni, insulti, botte. Nemmeno
i bambini sfuggono agli attacchi.
In questi mesi, a Mirafiori (Torino), un
gruppo di profughi bosniaci, apolidi di fatto, sono finiti nel mirino dei
fascisti di Forza Nuova, Casa Pound e Fratelli d’Italia. Pochi anni fa alle
Vallette, alla testa del corteo che finì con il pogrom della Continassa, c’era
l’allora segretaria provinciale ed oggi onorevole del PD, Bragantini.
Rom e sinti sono costretti a vivere ai
margini delle nostre città, in baracche fatiscenti, tra topi e fango.
Nel luglio del 2008 un gruppo di
famiglie rom rumene decise di farla finita con il campo di via Germagnano ed
occuparono uno stabile dell’Enel abbandonato da anni. Per sgomberarli i
poliziotti fecero irruzione mascherati spaccando tutto. Un pullman della GTT li
deportò in via Germagnano. Il comune di Torino collaborò a riportare nel campo
abusivo, uomini, donne e bambini, la cui stessa vita è considerata abusiva.
Ogni tanto la furia razzista brucia i
campi, i campi della democrazia.
giovedì 29 gennaio 2015
La memoria tradita
Ricordare è un modo per non tradire
un passato che non vorremmo che torni? Basta la memoria degli orrori a
impedirne la ripetizione?
Difficile da credere di fronte alla lunga teoria di massacri del
secolo breve. Massacri etnici, politici, sociali. Massacri programmati e
realizzati con metodo e macellerie brutali ma senza un luogo, uno spazio.
I lager nazisti stupiscono per la
loro fisicità. I muri, le baracche, i trasporti, i mucchi di denti, capelli,
scarpe, abiti, le divise di stracci. Umano, sin troppo umano, il sistematico
ridurre a cosa uomini, donne, bambini.
La giornata della memoria, che
cristallizza in un momento la storia dei lager nazisti, è davvero un viatico
per il ricordo o è già, essa stessa, tradimento?
Il 27 gennaio è il giorno in cui
l’armata rossa entrò ad Auschwitz e mostrò al mondo l’orrore dei campi? Fu
davvero una “scoperta”? Oggi sappiamo che tanti sapevano ma non dissero né
fecero nulla.
A Churchill venne chiesto di
bombardare Auschwitz ma non lo fece.
Tante testimonianze dai campi prima
di quel 27 gennaio restarono inascoltate. Il 27 gennaio non segna l’inizio
della memoria ma il primo giorno del suo tradimento. Le immagini di Auschwitz
diventano la prova vivente della cattiveria del “nemico”. Il nazista cristallizzato
da tanta filmografia dei vincitori, che quasi subito lo distinguono dal popolo
tedesco, che non sapeva, dagli alleati che non potevano immaginare quanto
feroce, disumano fosse il mostro che combattevano.
Un mondo dipinto in bianco e nero
diventa il fondale perfetto per il quadro del male assoluto, il male che come
un cancro si annida in un corpo sano, che lo amputa e se ne libera per sempre.
Ottima propaganda, pessimo esercizio
di memoria.
Non per caso restano sullo sfondo le
vicende dei tantissimi che non passarono subito per il camino, quelli che
vennero sterminati con il lavoro forzato in fabbriche i cui nomi conosciamo
bene: Siemens, Krupp, Bayer. Il sogno capitalista del lavoro che non costa
nulla, nemmeno il mantenimento dello schiavo, usato sino alla distruzione, poi
gettato via e sostituito con uno nuovo.
I sette operai che a Torino sono
bruciati vivi alla Thyssenkrupp, l’acciaieria destinata a chiudere senza
sicurezza, perché la vita di sette lavoratori vale meno di un estintore, ci
racconta come la memoria di Auschwitz, Dachau, Ravensbruck sia stata tradita
sin dal primo giorno, sin da quel 27 gennaio del 1944.
I campi rom che bruciano nelle
periferie del nostro paese ci narrano di una memoria che non c’è. Ci raccontano
della lunga notte di oblio che ha avvolto il porrajmos, lo sterminio di 500.000
rom e sinti europei. Ci raccontano una banalità.
La memoria viva, la memoria che fa
argine all’orrore, è quella di chi si batte per estirpare le radici del
razzismo, della discriminazione, del fascismo, della logica feroce del
profitto.
Nella consapevolezza che quello che è
successo torna e torna ancora in altre forme e altre latitudini.
Occorre vedere il
nostro presente per non tradire la memoria del passato.
martedì 20 gennaio 2015
La gelosia
La gelosia è uno degli strumenti con cui
si costruisce la prigione.
La gelosia nasce soprattutto
dall’umiliazione che ciascuno di noi ha subito nei primi anni della propria
vita quando è stato messo in ginocchio, piangente, di fronte a una qualsiasi
immagine dell’autorità. Questa stessa immagine-fantasma è l’antagonista occulto
che ci accompagna, angelo custode all’aspetto di Frankestein, pronto a
rinnovare la sua impresa spezzandoci nuovamente nell’umiliazione; ed ha come
alleato la parte di noi che, per avere già acconsentito, sa di poter cedere
nuovamente. In questo senso la vera paura celata dalla gelosia è quella del
tradimento di noi stessi, non già di quello altrui. Ancora, essa nasce
dall’immagine culturale, patriarcale e cristiana in particolare, della donna
come proprietà da difendere e della sua (per il tutto una parte) vulva come
ricettacolo passivo. In questa logica noi raffiguriamo noi stessi come i soli
autorizzati allo stupro: dagli altri temiamo lo stesso stupro che noi immaginiamo
di poter compiere legalmente.
Così ancora una
volta si umiliano il corpo e l’amore, e si rinnega prima di tutto in sé e poi
negli altri il fuoco che accende di vita il corpo e gli dona tutta la grazia
della divinità.
Nella visione
pornografica cristiana dello stupro e del sesso, inteso come peccato e cosa
immonda, sta la chiave della nostra avarizia prima di tutto nei nostri
confronti e poi in quelli degli altri.
Insomma, la
gelosia umilia chi è geloso doppiamente: prima di tutto perché lo inginocchia
di fronte ad un fantasma del passato, ripetendo così una esperienza traumatica
infantile; e poi perché avvilisce l’oggetto d’amore così che, tradito l’amore,
si trasformerà in oggetto di disprezzo.
domenica 18 gennaio 2015
Tutte le bandiere nazionali contiengono un'idea di razzismo
Immaginate le
lotte del popolo contro i latifondisti, immaginate ad esempio la strage di
Portella della Ginestra, avvenuta un 1° maggio, non una festa, ma la giornata
internazionale contro i padroni, immaginate tutti quei contadini che per secoli
hanno coraggiosamente alzato la testa contro il ricco latifondista... oggi quei
contadini si chiamano anche operai, insegnanti, impiegati, casalinghe,
migranti, negozianti, artigiani, insomma... siamo tutti noi. Ma c'è una
differenza: se i contadini hanno anche saputo lottare (e morire) per
emanciparsi dalla schiavitù, per un ideale di libertà, oggi il popolo difende
il suo padrone, lo elegge, si lascia ammansire dalla propaganda nazionalista.
La bandiera è il vessillo della prigione del popolo (cara, adorata prigione).
Ed è in nome di quella bandiera (e non della propria emancipazione) che il
popolo soffre e muore, ma lo fa sventolando orgoglioso la bandiera! Vuoi
mettere, morire per la patria? In palio c'è anche la medaglietta. Meraviglioso.
In fondo è giusto, dite, al di là del confine ci sono altri popoli che adorano
un'altra bandiera. Quelli sono popoli che, dite, in nome di quella loro
bandiera sarebbero pronti a uccidere se solo il loro sovrano -uguale al vostro-
glielo ordinasse. Voi pensate di essere nel giusto (ma anche loro), voi pensate
di essere migliori (ma anche loro), noi siamo noi e loro non sono un cazzo:
questo è quello che intimamente vi insegna lo Stato e la sua bandiera! Bisogna
essere imboniti a dovere per non capire questo. Poi ci sono anche quelli che
dicono persino “è così, non ci si può fare niente”, e lo dicono sempre
sventolando la bandiera. No comment.
Così il
popolo festeggia la propria schiavitù. Anziché ribellarsi e progredire, il
popolo garrisce la bandierina, come fosse in adorazione mistica delle proprie
catene. E infatti lo Stato è diventato una religione, un dogma. É come vedere
quei contadini di Portella della Ginestra che, anziché marciare contro i
latifondisti, stendono un tappeto dorato ai piedi dei loro sfruttatori. Peggio,
è come vederli adagiati per terra, a quella terra a cui sono stati incatenati,
stesi a mo' di tappeto per pulire le suole merdose dei loro padroni e
ringraziare al loro passaggio, sempre con la bandierina in mano.
No, signori
miei, queste non sono parole di un blogger, questi sono concetti che da sempre
l'ideale anarchico diffonde per far prendere coscienza dello Stato di schiavitù
in cui siamo costretti. Non è propaganda, ma realismo. E l'ideale anarchico è
talmente grande da non poter proprio considerare concetti piccoli come le
vostre singole nazioni, l'anarchia è in campo per l'unità di tutti i popoli del
mondo, liberi dai confini e dagli Stati, dalle bandiere e dai padroni. E se
qualcuno di voi non è in grado di pensare in grande, quantomeno, per favore,
non siate tanto ipocriti da abbracciare cause internazionali di fratellanza e
di solidarietà (tanto per sembrare impegnati e fratelli. Fratelli di chi?). Se
non siete capaci di immaginare un mondo con un unico grande popolo, non dite
mai di odiare il razzismo, perché con le vostre catene e con le vostre piccole
bandiere, siete voi i primi razzisti. Prima di ogni guerra, sappiatelo, gli
Stati preparano sempre il popolo fomentando il razzismo, alimentando l'odio,
adducendo giustificazioni tese a condannare l'altro, usando mirabilmente la
propaganda nazionalista e populista (“Quando lo Stato si prepara ad assassinare
si fa chiamare patria” - F.Durrematt). Ora rispondete onestamente solo alla
vostra coscienza: quando scoppia una guerra, pensate che la colpa sia davvero
dei popoli che non aspettano altro di morire o uccidere?martedì 13 gennaio 2015
Riprendiamoci la città
Se, il tessuto urbano concentra
dinamiche di trasformazione e di conflitto sociale, altrettanto determina
tattiche che concretamente oppongono spazialità non più soggette ai criteri del
mercato e del consumo. Proprio tali dispositivi di contro-cultura intervengono
nel sistema città come luoghi non certo utopici, bensì come zone effettive e
compiute di contro-dominio che sfuggono, seppure per un tempo limitato, alle
regole del controllo biopolitico. Sono frammenti occupati che non possono
essere interpretati dunque come spazi etero topici, secondo il concetto
foucaultiano, perché s’inseriscono come luoghi radicali per culture e
interazioni attive capaci di formulare un produttivo e processuale diritto alla
vita urbana. Per quanto episodici o addirittura temporanei, questi posti
occupati ribaltano il valore mercificato dello spazio metropolitano attuale, in
valore d’uso congruente con un vivere ed un abitare autonomo lontano dagli
ordinamenti neoliberisti. Costruiscono piuttosto nuove modalità di scambio
culturale e di interrelazione sociale, stabilendosi, malgrado la loro
disseminazione rizomatica, come organismi propulsivi di contro-cultura o più
precisamente come bacini produttivi che compongono e diffondono non
semplicemente modalità diverse del vivere, ma contingenti stili di vita
radicati entro i tessuti della città globalizzata.
La capacità di interferire nel programma
o nell’ordinamento del territorio neoliberale esprime una rivendicazione alla
vita urbana in grado altresì di opporre percorsi di cultura e comunicazione non
assoggettati a criteri economici dettati dal mercato. Non più quindi la
riduzione e semplici esperienze contingenti e locali, piuttosto
l’assimilazione, tramite tali pratiche di appropriazione e partecipazione, che
il diritto alla città prerogativa assoluta per collettività e culture
spontanee, libertarie, autonome, ed universalmente urbane.
lunedì 12 gennaio 2015
La città è del cittadino
Nelle città la maggior parte delle
persone non riesce a vivere come vuole; l’ambiente urbano, così com’è, non
permette che nascano e si sviluppino le loro personalità; è inadatto a
soddisfarne i bisogni, organizzato com’è a vantaggio di qualcos’altro.
L’attività di ognuno, che sia lavoro, uso del tempo libero, dormire, cucinare,
studiare, eccetera, è di norma organizzata in spazi che solo in minima parte
possono essere creati, modificati e gestiti da chi li abita. Gli ambienti sono
concepiti in modo tale che l’abitare sia funzionale non alla vita di ciascuno,
ma agli interessi di persone estranee ad essa. Così la scuola è costruita
primariamente per educare alla disciplina, la fabbrica o l’ufficio per creare
profitto, i condomini per spezzare la socialità, il cubo in cui viviamo per
ammansirci; difficilmente possono essere modificati. Se si vuole cambiare
qualche cosa nella propria casa si deve chiede il permesso a qualche autorità. Regolamenti
edilizi e burocrazie di ogni genere hanno criminalizzato ogni intervento
creativo all’esterno, ma anche all’interno delle abitazioni.
Nell’intimo delle mura domestiche la
possibilità di gestire lo spazio si limita a poche cose, per lo più intese a
isolare all’interno delle quattro mura le persone che ci abitano.
L’unico ambito in cui si ha il permesso
di organizzare la propria casa è confinato alla disposizione dei mobili, alla
tinteggiatura delle pareti: tutto il resto è precluso, dove si abita e come si
abita sono sotto stretto controllo.
Per cambiare tutto ciò, l’individuo deve
evolversi, liberarsi dalla delega, diventare cittadino a tutti gli effetti fino
a trovare il proprio posto e mettere le radici. Questo cambiamento spetta a
coloro che nel territorio vivono, non a coloro che ci investono, e l’unico
ambito in cui ciò è possibile è quello offerto dall’autogestione territoriale
generalizzata, cioè la gestione del territorio da parte dei suoi abitanti attraverso
assemblee comunitarie. La città deve generare un’aria che renda liberi gli
abitanti che la respirano.
domenica 11 gennaio 2015
Era da tempo che Charlie Hebdo non faceva più ridere, oggi fa piangere
“Se non state attenti,
i massmedia vi faranno odiare
le persone oppresse
e amare quelle che opprimono”.
Malcom X
Ça faisait longtemps que Charlie Hebdo ne faisait plus
rire, aujourd’hui il fait pleurer.
Il est minuit moins le quart dans le siècle. Nous sommes à un point de
bascule historique sur l’islamophobie et le déchaînement du racisme en France
et plus largement en Europe. La lecture simplifiée à l’extrême par les
médias de cette journée du 7 janviers 2015 va se résumer et s’imprimer
dans de nombreux cerveaux « par l’attaque meurtrière contre un journal
« de Gauche » par des Musulmans. Cela va déstabiliser et retourner
des positionnements politiques. La Peur, la colère, la tétanie,
l’incompréhension, la panique morale vont chez certains laisser largement
place à la Haine.
Au-delà des paramètres d’opportunité militaire qui ont pu justifier le
choix de ce journal par ce commando cette attaque correspond à une logique et
à une vision politique des tak-taks : précipiter l’affrontement et
la radicalisation de fractions importantes de la population. Charlie Hebdo
bénéficie d’un capital symbolique encore important à gauche : il est
encore considéré comme antiraciste et incarnant la liberté d’expression par
de nombreuse personnes. Ce n’est pas Minute ou le Figaro qui ont été visés.
Les tak-tak savent que si la digue antiraciste de gauche saute, alors
c’est toute l’Europe qui bascule dans le déchaînement d’une violence raciste
symbolique et physique dont les musulmans sont les premières proies. Dans ce
scenario les guerriers tak-taks qui se fantasment en défenseurs de l’Islam
espèrent que les populations musulmanes alors violemment opprimées viendront
trouver protection derrière eux. Un peu comme les sionistes toujours
prêts a instrumentaliser les vagues d’antisémitisme pour justifier
l’existence de l’état d’Israël en refuge des populations juives opprimées,
les tak-taks ont besoin de l’oppression de l’Islam pour conquérir les cœurs
des croyants.
Ne soyons pas hypocrites, Charlie Hebdo n’est pas un ami politique. Depuis
des années, il a basculé dans le camp de la pensée dominante et participe au
développement d’une islamophobie de gauche. Pourtant personne ne peut ni ne
doit se réjouir de l’exécution de ses journalistes. Rien ne peut justifier
cet acte dans le contexte actuel de la France. Mais cette attaque ne doit pas
faire taire non plus les critiques à l’encontre de Charlie Hebdo et de la
presse en général sur sa ligne rédactionnelle et humoristique islamophobe.
Aujourd’hui, porter la guerre dans la salle de presse de Charlie hebdo
c’est comme poser une bombe à la gare de Bologne. C’est un acte de
terreur pour désorienter.
Sur cet acte, complotisme et islamophobie vont prospérer. L’attaque
contre Charlie Hebdo permet la prise en otage de millions de personnes de
confession musulmane en France et en Europe.
Les seuls gagnants de cette attaque sont les réactionnaires de tous bords,
islamophobes en tête. En face, les tak-taks qui veulent le repli sur elle
d’une communauté musulmane hétérogène se frottent les mains. Cette attaque,
c’est un verrou qui est mis en place pour nous bloquer entre le marteau des
takfirs et l’enclume du néo-libéralisme.
Les multiples sensibilités présentes dans les quartiers vont faire face à
la sommation de choisir l’embrigadement à la Cause nationale ou la
marginalisation et la criminalisation.
Les conditions permettant l’arrivée d’une telle catastrophe étaient
réunies, nous le craignions.
Le PS a liquidé durant des années toute opposition à gauche, et
surtout celle qui tentait de se construire dans les quartiers
populaires. Cela a contribué à laisser le terrain libre à ce qui peut se
faire de pire en matière de nihilisme. Parce qu’au delà de la ligne
réactionnaire, ce qui marque ce genre d’action c’est l’impasse politique
économique et sociale dans laquelle l’Europe se retrouve à chaque crise
économique. Le nihilisme d’une partie des nôtres prospère sur la misère que
sèment les gouvernements capitalistes en Europe.
Ce qui s’est passé ce 7 janvier, c’est la possibilité offerte par les
tak-taks à ceux qui nous oppriment de couper des liens de solidarité et de
détruire une communauté de destin entre croyants et non croyants. C’est la
possibilité de condamner à l’avance n’importe qui en fonction de sa croyance
ou de son faciès.
Les analyses biaisées servant de propagande aux pires réactionnaires, les
appels à l’ordre républicain, à l’unité nationale, à la laïcité, à la liberté
d’expression, à la démocratie parlementaire comme rempart face à la barbarie
de l’ennemi intérieur nous tombent dessus comme une déferlante. Dans ce
contexte la ritournelle sur «l’angélisme» dont la «gauche coupable» a fait
preuve envers l’immigration et les Musulman.e.s risque de faire basculer bien
des personnes raisonnables dans le camp de la haine de l’autre.
La population vivant en France se retrouve coincée dans ce contexte de
crise économique entre l’enclume néolibérale qui ne donne pas de solution
autre qu’individuelle et le marteau réactionnaire qui met les origines
culturelles ou biologiques des classes populaires en compétition. La seule
chose à faire est de tenir la ligne qui permette de nous sortir de ce
piège : se battre collectivement pour la justice économique et sociale. Pris
entre le marteau et l’enclume nous devons stopper le forgeron. Dans cette
période sombre nous devons nous inspirer de ce qui se passe ailleurs dans le
monde comme au Kurdistan coincé entre l’impérialisme occidental et
les réactionnaires de Daesh. Ici comme ailleurs, nous avons la possibilité de
créer les conditions de notre libération.
|
È mezzanotte
meno un quarto nel secolo. Siamo ad un punto di ribaltamento storico
nell'islamofobia e nello scatenarsi del razzismo in Francia e più largamente
in Europa. La lettura semplificata all'estremo dai media di questa giornata
del 7 gennaio 2015 andrà a riassumersi e imprimersi in numerose menti come
“l'attacco assassino contro un giornale "di sinistra" da parte di
Musulmani”. Questo destabilizzerà e rovescerà dei posizionanti politici. La
Paura, la collera, lo sbigottimento, l'incomprensione, il panico morale
lasceranno in alcuni ampiamente spazio all'Odio.
Al di là dei
parametri di opportunità militare che hanno potuto giustificare la scelta di
questo giornale dal commando, l’attacco corrisponde a una logica e a una
visione politica dei Tak-taks: precipitare lo scontro e la
radicalizzazione di frazioni importanti della popolazione. [Nota: Un takfiri
è un musulmano che accusa un altro musulmano di apostasìa. (Apostaṡìa: Ripudio,
rinnegamento della propria religione per seguirne un’altra). Il Takfirismo
considera miscredente tutta la società mussulmana e definisce eretici tutti i
mussulmani che non condividono il suo punto di vista. L’assassinio di questi
ultimi, per tale ragione, viene considerato lecito.] Charlie Hebdo gode
ancora di un capitale simbolico importante a sinistra: è ancora considerato
da numerose persone come antirazzista e incarnante la libertà d'espressione.
Non sono Minute o le Figaro che sono stati presi di mira. I tak-tak sanno che
se la diga antirazzista di sinistra salta, allora è tutta l'Europa che si
riversa nello scatenarsi d'una violenza razzista simbolica e fisica di cui i
musulmani sono le prime vittime. In questo scenario, i guerrieri tak-tak che
s'immaginano in difensori dell'Islam sperano che le popolazioni musulmane,
allora violentemente oppresse, verranno a trovare protezione dietro di loro.
Un po’ come i sionisti sempre pronti a strumentalizzare le ondate di
antisemitismo per giustificare l'esistenza dello stato d'Israele come rifugio
delle popolazioni ebraiche oppresse, i tak-tak hanno bisogno che l'Islam sia
oppresso per conquistare i cuori dei credenti.
Evitiamo
d'essere ipocriti, Charlie Hebdo non è un amico politico. Da anni, è finito
nel campo del pensiero dominante e partecipa allo sviluppo di un'islamofobia
di sinistra. Ma nessuno può nè deve rallegrarsi dell'esecuzione dei suoi
giornalisti. Niente può giustificare quest’atto nel contesto attuale della
Francia. Quest’attacco però non deve neanche far tacere le critiche su
Charlie Hebdo e sulla stampa in generale circa la sua linea redazionale
umoristica islamofoba.
Oggi portare
la guerra nella sala stampa di Charlie Hebdo è come mettere una bomba alla
stazione di Bologna. È un atto di terrore per disorientare. Su quest’atto,
complottismo e islamofobia prospereranno. L'attacco contro Charlie Hebdo
permette di prendere in ostaggio milioni di persone di confessione musulmana
in Francia e in Europa.
I soli
vincitori in quest’attacco sono i reazionari di ogni sponda, islamofobi in
testa. Davanti a loro i tak-tak, che vogliono che una comunità musulmana
eterogenea si chiuda su sé stessa, si fregano le mani. Quest’attacco, è un
lucchetto messo lì per bloccarci tra il martello dei takfir e l'incudine del
neo-liberalismo.
Le molteplici
sensibilità presenti nei quartieri affronteranno l'ingiunzione tra lo
scegliere l'arruolamento alla Causa nazionale o la marginalizzazione e
criminalizzazione.
Temiamo che le
condizioni che hanno permesso l'arrivo di una tale catastrofe fossero
riunite. Il Partito Socialista ha liquidato per anni ogni opposizione di
sinistra, soprattutto quelle che cercavano di costruirsi nei quartieri
popolari. Questo ha contribuito a lasciare terreno libero a ciò che di peggio
si può fare in materia di nichilismo. Perché al di là della linea
reazionaria, ciò che caratterizza questo genere d'azioni è l'impasse
economica e sociale nella quale si ritrova l'Europa ad ogni crisi economica.
Il nichilismo di una parte dei nostri prospera nella miseria che seminano i
governi capitalisti in Europa.
Ciò che è
successo questo 7 gennaio è la possibilità offerta dai tak-tak a coloro che
ci opprimono di recidere ogni legame di solidarietà e di distruggere una
comunità di destino tra credenti e non credenti. È la possibilità di
condannare in anticipo chiunque in funzione del suo credo o del suo aspetto.
Le analisi
faziose che servono da propaganda ai peggiori reazionari, gli appelli
all'ordine repubblicano, all'unità nazionale, alla laicità, alla libertà
d'espressione, alla democrazia parlamentare come bastione davanti alla
barbarie del nemico interno ci cascano addosso come un'onda frangente. In
questo contesto il ritornello sul “buonismo” di cui “la sinistra colpevole”
ha dato prova nei confronti dell'immigrazione e i musulmani rischia di far
entrare molte persone ragionevoli nel campo dell'odio verso l’altro.
La popolazione
che vive in Francia si trova incastrata, in questo contesto di crisi
economica, tra l'incudine neo-liberale che non dà altra soluzione che quella
individuale e il martello reazionario che pone le origini culturali o
biologiche delle classi popolari in competizione tra loro. Presi tra
l'incudine e il martello dobbiamo fermare il fabbro. In questo periodo scuro
dobbiamo ispirarci con ciò che succede altrove nel mondo come in Kurdistan,
bloccato tra l'imperialismo occidentale e i reazionari di Daesh. Qui come lì,
abbiamo la possibilità di creare le condizioni della nostra liberazione.
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Traduzione da http://quartierslibres.wordpress.com/
a cura della redazione d’infoaut
venerdì 2 gennaio 2015
La perfezione dello Stato
Lo Stato è un sistema perfetto nella sua
struttura e nei suoi meccanismi, si è perfezionato nel corso dei secoli e i
vizi che potevano esserci ai suoi albori oggi sono tutti eliminati. Una
macchina atrocemente perfetta che ha un solo scopo: generare se stesso. Per
raggiungere questo scopo lo Stato deve anzitutto esistere, ma per esistere
serve una struttura gerarchica, senza quest'ultima lo Stato non avrebbe ragione
e motivo di esistere. Ma che cos'è la gerarchia? È una scomposizione della
società in ceti, classificati e posti in una scala di valori secondo un ordine
prestabilito e regolato su base prevalentemente economica: al vertice della
piramide c'è l'istituzione sovrana (nel nostro caso il parlamento e i suoi apparati
di comando), mentre nell'ultima fascia in basso c'è il popolo. Non è cambiato
niente dai tempi degli antichi egizi o dei babilonesi. Il popolo deve generare
ricchezza per poter mantenere in vita lo Stato, ma le ricchezze non sono mai
equamente distribuite. Questo è logico, se le ricchezze fossero equamente
distribuite non ci sarebbe gerarchia, quindi neppure lo Stato. Perciò lo Stato
ha tutto l'interesse di mantenere le sperequazioni e le ingiustizie. Come dire:
tolte le ingiustizie, addio Stato. Viceversa: tolto lo Stato, benvenuta
uguaglianza e vera giustizia.
Cosa vuol dire oltrepassare la linea
della perfezione? Vuol dire che lo Stato distrugge i suoi equilibri e eccede
nella sua prerogativa principale che è quella di inghiottire ricchezze e cacare
leggi. E come fa lo Stato a ingozzarsi a tal punto da superare se stesso? Dalla
richiesta di pecunia e di sacrifici fatta al popolo, lo Stato è passato a
depauperare persino le milizie, cioè una parte fondamentale di se stesso,
quella parte che gli serve per difendersi dagli eventuali attacchi del popolo,
dalle rivoluzioni, dalle proteste. È autocannibalismo.
Le proteste della sbirraglia contro il
governo sono gli effetti di una bulimia statale che va oltre ogni
immaginazione. Quando mai s'è vista una polizia che protesta contro il governo?
Questo può succedere (ed è successo) solo quando le persone che indossano una
divisa gallonata si accorgono che il popolo ha
ragione, e ad esso si unisce per lottare
e per ottenere lo smantellamento del sistema. Quando uno Stato colpisce persino
la polizia, negandole ad esempio un salario decente, allora quello Stato deve
stare molto attento, quello Stato è gestito da persone malate. Ed ecco il
punto. A noi sembra del tutto normale che questo Stato sia giunto a far protestare
persino la polizia, i carabinieri, i vigili del fuoco... Ed è normale perché
chi detiene oggi il potere possiede un ego talmente sproporzionato da volerlo
espandere a dismisura, fino a mordere il proprio braccio armato. Siamo di
fronte ad una smania di potere inaudita, egocentrica, spasmodica e molto
pericolosa (anche per lo stesso Stato).
Dirò adesso qualcosa che può sembrare
sconvolgente: noi anarchici vogliamo bene allo Stato, soprattutto a questo
Stato, quello italiano attuale. Non siamo ammattiti, ragioniamo per paradosso,
è ovvio, il nostro è un “amore interessato”: più lo Stato è autoritario, più
l'anarchia vive, è presente e vibrante (la coscienza anarchica degli italiani
sta lievitando e non sapete quanto). Siamo contenti di questo Stato e del suo
disastro in atto, perché questi ultimi governi sta portando allo scoperto tutta
la schifezza, fa toccare con mano le ignobili prerogative dello Stato, della
gerarchia che compie violenza sulle fasce più deboli. È uno Stato che si
autodenuncia come mai è accaduto prima, questo è meraviglioso! Siamo passati da
un governo ad un altro, da Berlusconi a Renzi (attraverso Monti), è cambiato il
colore ma la sostanza è la stessa. Con altre persone al comando, le atrocità
berlusconiane sono continuate, anche se abilmente nascoste, indorandole con le
solite menzogne (democrazia, libertà, costituzione, diritti...). Osserviamo
bene allora tutto, guardiamo bene in faccia la democrazia, questa bella parola
che non ha mai avuto senso se non quello di mistificare retoricamente le fauci
fameliche dello Stato. Osserviamo la costituzione, questa collezione di
articoli scritti dallo stesso ordine costituito e che qualsiasi persona al
potere può aggirare, questa carta che permette ai folli e ai fascisti di
governare e che è zeppa di limiti, di subordinazioni ad altre leggi, di rimandi
alle più varie restrizioni, codici e codicilli. Osserviamo bene la legge,
guardiamola davvero, mai come adesso appare chiaro che la legge non è mai stata
uguale per tutti. Provate a fare causa a Renzi, se vi riesce, ma anche solo al
vostro sindaco. Non possiamo cadere ancora in questi tranelli, li vediamo tutti
molto bene grazie ai nostri governanti e alla loro arroganza, alla loro
inesperienza e alla loro smania di potere, talmente esagerata che non si cura
neppure di tenere nascosti i canini dello Stato, come hanno fatto sempre i loro
predecessori.
Perciò avanti così, avanti tutta verso
lo sfacelo totale, che lo Stato divori tutto: polizia, burocrati, tecnocrati,
economi, giudici, costituzioni, clero, banche... E a quel punto, quando avremo
più di un motivo vitale per ribellarci, quando non ci interesserà davvero più
la tv, né il telefonino nuovo, saremo allora pronti per la nostra rivoluzione
(l'importante è non ricostituire lo Stato, poi, l'errore di sempre).
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