..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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lunedì 22 dicembre 2025

I Pirati e la Repubblica corsara di Salé

 

 

La Repubblica corsara di Salé, in Marocco composta da corsari, confraternite sufi, pederasti, "irresistibili" donne moresche, piratesse, schiavi, avventurieri, ribelli irlandesi, ebrei eretici, spie inglesi, eroi radicali proletari e altri ancora è la forma politica più evoluta tra le comunità di pirati del periodo (tra il XVI e il XIX). La storia ha teso vedere quella dei rinnegati come priva di significato, un semplice contrattempo nell'inevitabile progredire senza scosse della cultura europea verso il dominio mondiale. I pirati non erano istruiti, ma poveri e marginalizzati, e quindi (si suppone) non avrebbero potuto avere vere idee o intenzioni. Vengono visti come particelle insignificanti, spazzate via dal flusso principale della storia da uno strano mulinello o da un vortice d'irrazionalità esotica. Migliaia di conversioni verso la fede dell'Altro non significano nulla, secoli di resistenza all'egemonia cristiano-europea non significano nulla. Nessuno storico (forse) ha mai presupposto una connessione tra l'islamofilia intellettuale dei Rosacroce, l'Illuminismo e il bizzarro fenomeno dei rinnegati. Nessuno ha mai interpretato la loro; conversione all'Islam come una specie di forma definitiva di ranterismo, o anche quale mezzo di fuga da (e di vendetta contro) una civiltà d'infelicità economica e sessuale, da una cristianità "rispettabile", basata sulla schiavitù, la repressione e il privilegio delle élite. L'apostasia dei rinnegati quale autoespressione, l'apostasia di massa quale espressione di classe, i rinnegati come una sorta "avanguardia" protoproletaria. L'"avanguardia" ha fallito, i rinnegati sono svaniti, e l'iniziale cultura di resistenza evapora con loro. Ma la loro esperienza non è stata senza senso, né merita d'essere sepolta nell'oblio. Qualcuno dovrebbe rendere omaggio alloro fervore insurrezionale e alla loro "zona autonoma temporanea" sulle rive del fiume Bou Regreg in Marocco. Lasciamo che i rinnegati facciano di nuovo il loro ingresso nei sogni agitati della civiltà.

giovedì 18 dicembre 2025

La Strategia eversiva e i suoi responsabili

 

Apparentemente, la strategia eversiva sarà condotta sul terreno da un coacervo di forze di destra civili, settori dell'economia, strutture militari e paramilitari e vere centrali terroristiche come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale — che ne saranno gli effettivi bracci armati — ma non mancheranno addentellati con la mafia, sempre vicina ai servizi americani. Vere coordinatrici e promotrici della strategia si riveleranno però alcune organizzazioni politico-militari, formalmente clandestine ma con altissimi livelli di copertura politica e cospicui mezzi economici. Si tratta di strutture eversive ufficialmente non istituzionali, ma di fatto para-istituzionali, parastatali si potrebbe dire, avendo al loro interno funzionari ed esponenti di spicco delle realtà economiche, politiche, istituzionali e militari. Questi organismi controllano ingenti depositi di armi e centri di addestramento attrezzati per operazioni clandestine e di sabotaggio e fanno capo direttamente o indirettamente a una più vasta rete "coperta" e ramificata, creata negli anni '50 in ambito Nato-Cia, nota come Stay Behind Net, "la rete che sta dietro", una rete in origine pensata per essere attivata in caso di invasione sovietica, ma che avrebbe potuto tornare utile anche in caso di vittoria o possibile vittoria elettorale di partiti comunisti, e/o qualora ci fosse la necessità di ristabilire un ordine sociale. Fa parte formale della rete, fin dal lontano 1956, la Gladio, struttura paramilitare "coperta" coordinata dal Ministero della Difesa, mentre vi si riferiscono in modo non formale altre strutture più recenti, dai nomi ormai noti. composte sia da civili che da militari, fra le quali l'"Aginter Presse", la loggia massonica "P2", l'organizzazione "Rosa dei venti", il "Movimento azione rivoluzionaria" (Mar), l'"Anello" noto anche come "Sid parallelo" o 'Noto servizio", i "Nuclei di difesa dello Stato" ed altri gruppi minori. Dietro e/o dentro queste organizzazioni si muovono oltre ai servizi "di capi di governo, Ministri (di Interno e Difesa in particolare), politici di primo piano (della Dc, del Psdi e del Msi in primis), pezzi di magistratura e molti alti funzionari dell'esercito, della finanza, della polizia e dei carabinieri — specifico di questi ultimi è nel 1964 il famoso "Piano solo" — oltre a giornalisti, spie, giornalisti-spia, cani sciolti, ex repubblichini e nuovi fascisti, in un reticolo di connessioni, complicità e ricatti i cui intrecci, nonostante le numerose inchieste giudiziarie, rimangono in gran parte avvolti da una spessa nebbia. Consultando i documenti dell'UAAR si rimane sconcertati dalla quantità di gruppi e organizzazioni, dichiaratamente fasciste e più o meno colluse con strutture istituzionali, sulle quali i burattinai dell'eversione e il "partito americano" potevano contare e che potevano agevolmente manipolare. Certamente i servizi di sicurezza e i loro settori segreti e supersegreti, nazionali e non, vi giocarono un ruolo primario, ma ricordiamo sempre che nessuno di loro giocava in modo autonomo come si è poi cercato di far credere. I fantomatici servizi deviati avevano tutti, direttamente o no, un referente istituzionale, che in molti casi era lo stesso Presidente del Consiglio in carica. "Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l'Anello", ha detto in una intervista nel 2011 il capo della P2 Licio Gelli. È ormai risaputo che le supposte deviazioni rispondevano in realtà a vertici politico-istituzionali ed a esigenze di ordine sovrannazionale (leggi Nato, Cia...) legate alla logica dei blocchi, alle quali questa Repubblica era sottomessa. Dopo il fallimento della strategia della tensione e delle stragi, tanto i "fascisti" quanto i "servizi deviati" saranno il comodo alibi dello Stato e dei suoi apparati.

(Tratto da “La finestra è ancora aperta” Gabriele Fuga - Enrico Maltini)

lunedì 15 dicembre 2025

Giuseppe Pinelli e la questura di Milano

 

Testimonianza di Pasquale Valitutti

Io sottoscritto Pasquale Valitutti dichiaro che: giunto in questura all'ufficio politico verso le ore 11 di sabato 13 dicembre, sono rimasto due o tre ore in sala d'attesa. Spostato quindi nel salone seguente quello dove vi è la macchina del caffè ho visto Pinelli seduto vicino ad Eliane Vincileone.

In seguito, da informazioni datemi da Sergio Ardau e dallo stesso Pinelli ho saputo che Pinelli era stato fermato venerdì sera e interrogato lungamente nella stessa serata di venerdì. Nella notte di venerdì non aveva dormito. Pinelli mi è parso seccato e stanco, ma in condizioni normali. Mi ha parlato del suo alibi e mi è apparso sicuro. Più tardi gli è stata fatta una sfuriata da parte di un agente, che saprei riconoscere, perché aveva gettato della cenere per terra (numerosi i testimoni) e lui si è chinato a raccoglierla.

Più tardi, a sera inoltrata, per ordine di Calabresi siamo stati divisi nella stanza in tavoli diversi, mentre Pinelli e Moi sono stati fatti mettere nella stanza del caffè.

Verso le 24 sono stati fatti andare via tutti gli altri e siamo rimasti io, l'Eliane e Lorenzo. In seguito io e Lorenzo siamo stati portati in cella di sicurezza: non ho più visto Pinelli fino alla domenica dopo pranzo, mi ha detto che lo avevano interrogato la notte di sabato e fatto riposare qualche ora in camera di sicurezza nella giornata di domenica. Nel frattempo io ero stato interrogato e mi avevano portato nel mio abbaino per una perquisizione. Domenica pomeriggio ho parlato con Pino e con Eliane e Pino mi ha detto che facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi ha anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e che aveva paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si è arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che è adiacente all'ufficio del Pagnozzi: ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte. Di notte il Pinelli è stato portato in un'altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso. Mi è parso molto amareggiato. Siamo rimasti tutti il giorno nella stessa stanza, quella del caffè e abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto signicative. Io gli ho detto: "Pino, perché ce l'hanno con noi?" e lui molto amareggiato mi ha detto: "Si, ce l'hanno con me". Sempre nella serata di lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha detto di no. Verso le otto è stato portato via e quando ho chiesto ad una guarda dove fosse mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente il più pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.

Dopo un po', penso verso le 11.30, ho sentito dei rumori sospetti come di una rissa e ho pensato che Pinelli fosse ancora lì e che lo stessero picchiando. Dopo un po' di tempo c'è stato il cambio di guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l'uscita, gridando "si è gettato". Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli; mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi hanno detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto Calabresi non è assolutamente passato per quel pezzo di corridoio.



domenica 14 dicembre 2025

Anarchia al polo sud: Santiago Sierra pianta la bandiera nera per distruggere tutti i confini.

"Viaggio molto", dice l'artista spagnolo Santiago Sierra, noto per la performance art e l'arte delle installazioni, “ma entrare in un paese è come andare in prigione. I confini mi disgustano – come idea e come esperienza personale. Questo lavoro nega tutto questo". È un'osservazione tipicamente schietta di Santiago Sierra, che una volta ha causato tumulto pompando monossido di carbonio in un'ex sinagoga in Germania, quindi invitando i visitatori a indossare maschere antigas per entrare in questa camera della morte simulata. Così parlò Sierra della sua installazione, inaugurata al Dundee Contemporary Arts. Chiamata Black Flag, documenta i suoi tentativi di far piantare il simbolo dell'anarchismo ai poli nord e sud. Qual è stato il motivo del progetto? “Per occupare il mondo, suppongo. Piantare una bandiera nazionale in un luogo finora sconosciuto non è mai stato un gesto innocente"...

Il tentativo di Sierra di occupare il mondo è iniziato sei anni fa quando ha inviato una spedizione nella remota isola norvegese delle Svalbard. Da lì, i suoi collaboratori si sono recati alla base russa di Barneo che, poiché si trova su un lastrone di ghiaccio alla deriva, deve essere ricostruita ogni anno per servire i turisti in arrivo. Da lì, il team di Sierra si è avventurato al vicino polo nord e, il 14 aprile 2015, ha piantato una bandiera nera, oltre a catturare il paesaggio in audio e video. Otto mesi dopo, il 14 dicembre, esattamente 104 anni dopo che il norvegese Roald Amundsen aveva battuto il capitano britannico Robert Falcon Scott per diventare la prima persona a raggiungere il polo sud, gli scagnozzi di Sierra ne piantarono un altro al polo sud geografico. Le due bandiere nere sono state entrambe lasciate sul posto, in parte come un rimprovero, come la vede Sierra, ai nazionalisti che hanno insozzato le estremità altrimenti incontaminate della Terra con i loro simboli nazionali fuori posto. Il progetto suona come un incubo logistico, ma Sierra esita. "Non ci sono state battute d'arresto di alcun tipo", dice Sierra, parlando al telefono da Madrid, dove ha sede. “È relativamente semplice poiché esiste un servizio di elicotteri per il turismo d'élite. Se puoi pagare a modo tuo, puoi andare a entrambi i poli".

Sierra non ha preso parte, scegliendo di organizzare il progetto dal suo studio. "La mia presenza potrebbe solo causare problemi e duplicare i costi", afferma, e aggiunge: “Piantare una bandiera nazionale in un luogo finora sconosciuto non è mai stato un gesto innocente. È così che iniziano sempre i processi coloniali”. Sierra alla domanda: "Sei, o sei mai stato, un anarchico?" "Considero l'anarchismo come una filosofia politica e comportamentale con la quale mi identifico pienamente", risponde. “Tuttavia, l'anarchismo è, prima di tutto, moralità e implica uno stile di vita senza concessioni. In questo senso non lo sarei tanto perché la mia vita è lontana da quella di qualsiasi militante anarchico».

venerdì 12 dicembre 2025

Un fatto di cronaca

 

Nel 1973 quando era in prima media, Claudia Pinelli, la minore delle due figlie di Licia e Pino, raccontò la sua versione dei fatti in un compito in classe.

Tema: Un fatto di cronaca

Svolgimento

Erano verso le h. 4 del pomeriggio, a un tratto echeggiò una esplosione, molta gente accorse dove si era sentito il boato; davanti a loro stavano le macerie di una banca distrutta e qua e là corpi straziati. Così avvenne quella che noi ora definiamo: La strage di Piazza Fontana. La polizia non sapeva dove mettere le mani, così decise di addossare la colpa agli anarchici. Li vennero a prendere per portarli in questura. In quelle tragiche notti perse la vita il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli fermato dalla polizia come tanti altri suoi compagni. La moglie (Licia Pinelli) ora si sta battendo per scoprire la verità sulla morte del marito, perché lei è convinta con le sue figlie, che Giuseppe Pinelli non si è suicidato, ma sia stato ucciso. La polizia, vedendo la reazione della moglie, si affrettò subito a dire che Pinelli era un bravuomo e che il giorno seguente lo dovevano liberare. Ma alla vedova Pinelli non bastavano le loro assicurazioni; ora era sola e doveva provvedere al mantenimento delle sue due bambine, Silvia di 9 anni e Claudia di 8. Intanto per la strage di Piazza Fontana era stato accusato Valpreda. Sono passati tre anni dalla strage di Piazza Fontana e Valpreda è stato rilasciato in libertà provvisoria senza un vero processo (ben due processi sono stati rinviati). Speriamo che il terzo processo sia quello che faccia trionfare la giustizia liberando gli innocenti e imprigionando i veri colpevoli.

martedì 9 dicembre 2025

La strage di Piazza Fontana

 

La strage di p.za Fontana non ci è giunta del tutto inattesa. Da molto tempo prevedevamo e temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica dei fatti. Era nella logica dell’escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione, per seminare la giusta dose di panico, per motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l'esecrazione pubblica ci voleva del sangue. E il sangue c'è stato. Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da “democratica” tutela dell'ordine contro gli opposti estremisti ha continuato la sua marcia. Solo noi anarchici sembravamo accorgercene. Per mesi abbino gridato nelle piazze, scritto sui muri, sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l'inizio. E sulle pane ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più ignorati dai marx-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che polizia magistratura stampa se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione si è estesa, con igliaia di denunce a operai, centinaia di fermi, perquisizioni ecc. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del Movimento Studentesco (quelli anarchici erano stati sempre dispersi brutalmente)... Anche un cieco avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero finalmente a capire. E invece no. Eccoli a gridare — facendo coro con la sinistra parlamentare, ben altrimenti interessata — che la repressione non passerà. Come se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica tutto quello che da qualche mese sta' succedendo, come se fosse normale routine democratica che i fermati dalla polizia “cadano” dal 4° piano della questura e diecimila operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extraparlamentari vengano incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice fascista... Come se fosse normale routine democratica che per gli attentati scopertamente reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione del poliziotto dr. Calabrese) e fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto) militanti della sinistra extraparlantentare e 12 fascisti (rilasciati per primi dopo essere stati trattati con ogni riguardo)... A quanto pare i nostri scientificissimi “cugini” marxisti riconoscono la repressione ed il fascismo solo quando porta il fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente). In questo bollettino non abbiamo potuto raccogliere per mancanza di tempo e spazio tutta la documentazione sull'estendersi della repressione (già del resto ampiamente documentata dalla stampa). Ci siamo limitati al campo anarchico, trovando in esso non solo la nostra specifica funzione di Crocenera, ma anche purtroppo sufficiente materiale. Perché la repressione si è estesa, ma continua a colpire sempre e pesantemente gli anarchici. Anarchico era Pinelli, la prima vittima prescelta della repressione (dopo i morti di Avola e Battipaglia, vittime “casuali”); anarchico è Valpreda, capro espiatorio della montatura provocatoria; anarchici in larga parte i fermati ed i perquisiti (oltre settanta solo a Milano); anarchico il movimento politico scelto come primo più facile bersaglio della calunnia dei pennivendoli...

(da Crocanera n. 5, febbraio 1970)

sabato 6 dicembre 2025

6 dicembre 2005 – Venaus

Squilla il telefono: “Stanno arrivando!”.

Abbiamo poco tempo. Ecco le luci e le sirene blu in lontananza, l’atmosfera è surreale.

Sotto i fari accecanti saliamo sulla barricata per capire cosa sta succedendo, c’è una ruspa della polizia! Ma che fa?! Avanza! Urliamo per fermarli per avvisare che c’è gente sulle barricate, ma nulla.

Intanto ai lati, partono due squadre di carabinieri e polizia. Si sentono legni spezzarsi, la paura sale, le grida sono più forti, la ruspa sta sfondando la barricata, la gente cade, si appende a ciò che trova ma il mezzo non si ferma. Sopra c’è il vice questore che continua ad urlare con gli occhi fuori dalle orbite “SCHIACCIATELI, AMMAZZATELI!”.

Arriviamo fino al Presidio e a calci alcuni celerini ci dicono di andare alla baracca, altri ci spingono sul prato. Lo spintonamento continua, si divertono, alcuni ridono e nel mentre ci filmano.

Chi è rimasto al presidio se l’è vista peggio: la polizia è arrivata dai campi e ha massacrato chiunque fosse presente, senza curarsi di nulla: anziani, ragazze, donne inermi e chi dormiva nelle tende.

Li hanno poi chiusi nel presidio. Lo spazio era troppo piccolo per la gente che c’era e li han sbattuti contro i vetri della baracca, volevano farli passare attraverso le finestre, alcune si sono rotte e la gente è caduta dentro. Intanto altre squadre si davano da fare per spaccare tutto, questi erano gli ordini che si sentivano gridare, e così han fatto. Hanno rotto le tende e le strutture presenti, hanno massacrato a manganellate chi dormiva. Quel poco che avevamo lasciato (zaini, documenti, portafogli, oggetti personali) è stato spazzato via.

 Questo fu quello che accadde in Valle, il 6 dicembre del 2005.

Affinché Nessuno dimentichi.

Affinché tutti sappiano che NESSUNO DI NOI - chi era presente e chi non lo era - PERDONA.



mercoledì 3 dicembre 2025

La vita addomesticata

 

L’addomesticamento è il processo usato dalla civiltà per indottrinare e controllare la vita secondo la sua logica. Questi meccanismi di subordinazione collaudati nel tempo comprendono: la doma, l’allevamento selezionato, la modificazione genetica, l’addestramento, l’imprigionamento, l’intimidazione, la coercizione, l’estorsione, la speranza, il controllo, la schiavizzazione, il terrorismo, l’assassinio... l’elenco continua e comprende quasi tutte le interazioni sociali del mondo civile. Questi meccanismi e i loro effetti si possono osservare e percepire nell’intera società, e sono imposti attraverso istituzioni, riti e costumi. L’addomesticamento è anche il processo attraverso il quale popolazioni umane precedentemente nomadi passano a un’esistenza sedentaria tramite l’agricoltura e la zootecnia. Questo tipo di addomesticamento comporta un rapporto totalitario sia con la terra che con le piante e gli animali da addomesticare. Se allo stato selvatico tutte le forme di vita condividono le risorse e competono per adoperarle, l’addomesticamento distrugge questo equilibrio. Il paesaggio addomesticato (per esempio i terreni tenuti a pascolo, i campi coltivati e, in minor misura, l’orticoltura e il giardinaggio) esige la fine della libera condivisione delle risorse che esisteva in precedenza: ciò che una volta “era di tutti”, adesso è “mio”. Nel suo romanzo Ishmael, Daniel Quinn spiega questa trasformazione dalla condizione dei Leavers (coloro che accettavano ciò che la terra offriva) a quella dei Takers (coloro che pretendevano dalla terra ciò che volevano). Questa nozione di appropriazione gettò le fondamenta per la gerarchia sociale con la comparsa della proprietà e del potere. Non solo l’addomesticamento trasforma l’ecologia da ordine libero a ordine totalitario, ma schiavizza anche tutte le specie addomesticate. In generale, quanto più un ambiente è controllato, tanto meno è sostenibile. L’addomesticamento degli stessi esseri umani richiede molte contropartite rispetto al modo di vita nomade basato sulla raccolta di ciò che si trova in natura. Merita rilevare che gran parte dei passaggi dal modo di vita nomade all’addomesticamento non sono avvenuti autonomamente, ma sono stati imposti con la lama della spada o la canna del fucile. Se solo 2000 anni fa la maggioranza della popolazione mondiale era costituita da raccoglitori-cacciatori, oggigiorno la cifra è scesa allo 0,01%. La traiettoria dell’addomesticamento è una forza colonizzatrice che ha portato con sé una miriade di patologie per le popolazioni conquistate e per gli stessi iniziatori della pratica. Tra i vari esempi si possono citare il declino della salute per carenze nutritive dovute all’eccessivo ricorso a diete non diversificate, quasi 40-60 malattie trasmesse e integrate nelle popolazioni umane per ogni animale addomesticato (l’influenza, il comune raffreddore, la tubercolosi, eccetera), la comparsa di un surplus che si può usare per nutrire una popolazione sbilanciata e che invariabilmente comporta la proprietà e la fine della condivisione incondizionata.

domenica 30 novembre 2025

I primi passi verso l’a-normalità

 

Come psichiatrizzati in lotta abbiamo compreso che il tutto sociale ha per fulcro la Norma. La relazione dei soggetti con questa comincia durante i primi anni di vita e non solo attraverso le istituzioni della scuola e della famiglia, ogni giorno la medicalizzazione con psicofarmaci è più precoce: non è affatto raro vedere medici prescrivere tranquillanti come fossero caramelle ai bambini più “rivoltosi”. Senza dubbio, sappiamo che esiste un punto chiave (che frequentemente si produce intorno all’adolescenza, ma che necessariamente non deve essere sempre così) quando gran parte delle persone si rendono conto che c’è qualcosa nella Realtà che non li convince fino in fondo. Spesso si giunge a questa situazione coll’osservare i propri genitori… Ciò suole mostrare che questo mondo non è così stupendo, che la vita non è necessariamente questo dono così meraviglioso come tante volte ci hanno ripetuto. Quando il dubbio va prendendo forma a suon di schiaffoni, di sofferenze varie, disillusioni, mazzate e disperazione, solitamente si aprono due strade: da una parte l’autodistruzione con tutte le sue varianti (droghe, suicidio, ostracismo volontario, ecc.), dall’altra l’immersione nella rete del Sistema di Salute Mentale. Così ti ritrovi, senza renderti conto come, in un ambulatorio della pubblica sanità, nello studio di qualche terapeuta tra i mille tipi che offre il mercato o direttamente legato a una barella nella sezione psichiatrica di qualche ospedale. Arrivato qui, possono succedere due cose: o uno viene sottomesso con la medicina e torna a incorporarsi nel funzionamento sociale come se quasi nulla fosse accaduto (il che suole essere più difficile quanto più duro è stato lo scontro con la Norma), oppure uno si introduce in quella spirale cronica (come abitualmente si incaricano di ricordarci i medici: “date le sue caratteristiche, non dovremmo ossessionarci col parlare di doversi curare, ma piuttosto di poter raggiungere un livello di vita il più gradevole possibile”) di cadute-ricadute, medicazioni e ricovero volontario. Quandoun soggetto che è arrivato fino a questo punto decide di fare la guerra alla società e al suo tiranno concetto di normalità, quando uno psichiatrizzato si dichiara a sé stesso - senza il beneplacito di nessun pastore rivoluzionario - psichiatrizzato in lotta, scontrandosi con i farmaci, con gli ordini giudiziari, o con la sporca autorità scientifica, si afferma come soggetto rivoluzionario in questo deserto di omogeneità e disincanto. La situazione in cui si trova lo psichiatrizzato in lotta è quella di essere contraddizione ambulante davanti all’ingranaggio. È colui che dice: i padroni a volte si sbagliano, i loro pronostici e le loro scientifiche teorie non valgono un cazzo: sono qui, non sono morto né drogato, ho vissuto e vivo l’inferno della Macchina e voglio aggiustare qualche conto in sospeso. Qui il sistema ha perso la sua aria di innocenza e ormai è impossibile che possa recuperarla. Ormai non ha più nulla con cui sedurre qualcuno. 

giovedì 27 novembre 2025

Cafiero e Malatesta in giro per Roma

 

Nel corso degli anni Settanta dell’Ottocento, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta furono più volte a Roma al fine di allargare alla neo capitale del regno la rete organizzativa dell’Associazione internazionale dei lavoratori (AIL), svolgendovi un ruolo di educazione e organizzazione tale da caratterizzare in senso libertario gli sviluppi futuri del socialismo romano. Un primo passaggio di Cafiero in città è segnalato nel novembre 1871 durante i lavori del XII congresso nazionale delle Società operaie affratellate. In questa occasione, egli non entrò in contatto diretto con il nascente movimento sindacale capitolino ma, attraverso i rapporti stabiliti durante l’assise con alcuni esponenti della sinistra repubblicana (Cesare Sterbini e Salvatore Battaglia), contribuì alla rottura tra le associazioni economiche cittadine e gli ambienti moderati fino ad allora prevalenti. Il cambio di orientamento fu segnato dalla nascita, avvenuta il mese successivo, di un primo raggruppamento d’area internazionalista, la Società della democrazia sociale, che contò fin da subito un centinaio di aderenti “tutti appartenenti alle infime classi”. Nella capitale, Cafiero tornò a metà giugno dell’anno seguente, in preparazione del congresso fondativo dell’AIL in Italia, che si sarebbe svolto a Rimini in agosto. Qui partecipò ad alcuni incontri con i garibaldini reduci della battaglia dei Vosgi tra cui Osvaldo Gnocchi Viani, il quale si fece promotore della prima sezione internazionalista cittadina, la Lega operaia d’arti e mestieri industriali, sorta il mese successivo.

In questo periodo, Cafiero sembrava intenzionato a trasferirsi in città per seguire più da vicino lo sviluppo dell’AIL nella capitale, ma il suo proposito fu vanificato dall’azione repressiva del prefetto che decretò lo scioglimento della Lega operaia e l’arresto di pressoché tutta la direzione, Viani compreso. Nuovi incontri si svolsero tra la primavera e l’inizio dell’estate del 1874 in vista dei moti di agosto cui, insieme a Cafiero, parteciparono anche Andrea Costa ed Errico Malatesta. Dopo alcune riunioni, fu quest’ultimo a seguire gli internazionalisti capitolini, con i quali organizzò un colpo di mano che, nell’ambito della preannunciata sollevazione, prevedeva di impossessarsi di 3.000 fucili della guardia nazionale custoditi all’Aracoeli e altri 400 custoditi in un deposito ai Castelli. L’esproprio delle armi fu tuttavia impedito dall’azione preventiva della pubblica sicurezza; ciò nonostante, le attività di Malatesta contribuirono a una maggiore definizione in chiave anarchica e insurrezionale del socialismo romano, con una prima presa di distanza all’impostazione evoluzionista caldeggiata da Viani.

Insieme a Emilio Covelli, Cafiero e Malatesta tornarono nell’Urbe all’inizio del 1876 con lo scopo di trasferirvisi in maniera definitiva avendo in animo di organizzare in città un convegno nazionale dell’AIL e costituirvi il centro del Comitato italiano per la rivoluzione sociale. Ospitati dapprima nell’abitazione dell’antiautoritario Emilio Borghetti, in via dei Pontefici, Malatesta si trasferì poi in via dell’Impresa, tra Montecitorio e Palazzo Chigi, mentre Cafiero si spostò all’inizio della Cassia, per stabilirsi infine nella centrale via del Pellegrino, trovando lavoro come bibliotecario alla Biblioteca “Vittorio Emanuele” per una paga di 3 lire al giorno (grossomodo quella di un muratore). Durante il loro soggiorno, entrambi – ma soprattutto Malatesta – si mossero per la possibile unificazione con i garibaldini e la parte più radicale del movimento repubblicano, ipotesi tuttavia vanificata dalla netta opposizione della massoneria, contraria alla fusione dei democratici con i socialisti. Rotta la possibilità di una collaborazione tra gli ambienti sovversivi, Malatesta partecipò alla costituzione del Circolo operaio, un raggruppamento distinto dalla proposta di Viani fino a quel momento prevalente, che giocò un certo ruolo nelle lotte dei disoccupati scoppiate in quei mesi. Le attività dei due esponenti sollevarono le apprensioni della pubblica sicurezza, oltremodo preoccupata per il possibile radicamento dell’anarchismo nella capitale politica del regno. La loro permanenza durò infatti assai poco: in seguito a una serie di arresti, Cafiero fu costretto a partire il 30 maggio, mentre Malatesta lasciò la città in fretta e furia il 18 giugno, mantenendo comunque i rapporti con gli ambienti romani che lo delegarono al congresso internazionale di Berna di fine ottobre. Cafiero e Malatesta tornarono a Roma all’inizio dell’anno successivo in vista dell’iniziativa insurrezionale del Matese prevista per la primavera seguente. Malatesta partecipò a una serie di riunioni riservate che si svolsero nelle campagne e nelle osterie fuori Porta Maggiore, all’epoca estrema periferia della città.

Le discussioni non furono affatto facili; egli dové infatti affrontare le perplessità che serpeggiavano tra gli ambienti romani che, in seguito al fallimento dei moti del 1874, pur confermando la loro adesione alla linea antiautoritaria si mostrarono in un primo momento poco disponibili a nuove sortite sediziose. Superati gli indugi, sotto la supervisione di Cafiero e Malatesta venne infine organizzato un gruppo armato che avrebbe dovuto raggiungere gli insorti del Matese, ma le cose andarono male: la spedizione fu intercettata dalla polizia all’uscita dalla città con l’arresto dei suoi componenti. Fu un duro colpo per i socialisti capitolini che, solo in novembre, poterono riorganizzarsi dando vita al Circolo internazionalista di Roma, un organismo dal carattere esplicitamente anarchico. Quello del 1877 fu un passaggio delicato, che si risolse in una più piena e convinta adesione dell’insieme dell’internazionalismo romano alla proposta libertaria. Negli anni seguenti, le altre correnti sorte in seno all’AIL, come quella socialista rivoluzionaria di Costa o quella operaista di Gnocchi Viani, trovarono infatti serie difficoltà a radicarsi nel tessuto sociale cittadino non riuscendo mai ad aprire una propria sezione locale. Grazie al lungo lavorìo di Cafiero e Malatesta, l’anarchismo continuò invece ad allignare tra il proletariato capitolino rappresentandone una tensione culturale, ancor prima che politica, che negli anni successivi si sarebbe rivelata lungamente egemone e chiaramente riconoscibile.