..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 17 novembre 2013

Una volta

Una volta, le strutture di base del patriarcato era la famiglia nucleare e a chiedere la sua abolizione è stata una richiesta radicale. Ora le famiglie sono sempre più frammentate: nonostante questo, quanto, di fondo, si è ampliato il potere delle donne o l’autonomia dei bambini?
Una volta, si poteva parlare di una cultura sociale e culturale tradizionale e la stessa sottocultura pareva sovversiva. Ora, per i nostri capi la diversità è un bene prezioso, e la sottocultura un motore essenziale della società dei consumi: quante più identità, tanti più mercati.
Una volta, la gente cresceva nella stessa comunità di genitori e nonni, e viaggiare poteva essere considerato una forza destabilizzante, capace di interrompere configurazioni sociali e culturali statiche. Oggi la vita è caratterizzata da un costante movimento nel quale la gente lotta per stare al passo con le richieste del mercato; al posto di configurazioni repressive, abbiamo una transitorietà permanente e l’atomizzazione universale.
Una volta, i lavoratori si fermavano per anni o decenni nel solito impiego, sviluppando legami sociali e punti di riferimento comuni tali da rendere possibili i sindacati vecchio stile. Oggi, l’occupazione è sempre più temporanea e precaria, e sempre più lavoratori passano dalle fabbriche alla flessibilità obbligatoria  e i sindacati al settore dei servizi.
 Una volta, il lavoro salariato era una sfera distinta della vita, era facile riconoscerlo e ribellarsi contro i modi in cui veniva sfruttato il nostro potenziale produttivo. Ora, ogni aspetto dell’esistenza sta diventando lavoro, nel senso di attività che produce valore per l’economia capitalistica: guardando il proprio account di posta elettronica si aumenta il capitale di coloro che vendono pubblicità. Al posto di ruoli distinti e specializzati nell’economia capitalistica, vediamo sempre più la produzione collettiva e flessibile di capitale, in gran parte non pagata.
Una volta, il mondo era pieno di dittature nelle quali il potere era dichiaratamente esercitato dall’alto e poteva essere contestato in quanto tale. Ora stanno cedendo il passo a democrazie che sembrano includere più persone nel processo politico, legittimando così i poteri repressivi dello Stato.
Una volta, l’unità essenziale del potere statale era la nazione, e le nazioni competevano tra loro per far valere i propri interessi individuali. Nell’era della globalizzazione capitalista, gli interessi del potere statale trascendono i confini nazionali e il modello dominante di conflitto non è la guerra, ma il controllo poliziesco. A volte viene utilizzato contro le nazioni canaglia, ma è attuato continuamente nei confronti delle persone.
Il punto non è condannare il corso della storia o lagnarsi del fatto che ci hanno rubato le invenzioni, ma capire come alcune delle nostre stesse forme di resistenza siano diventate parte del mondo che cerchiamo di cambiare.

sabato 2 novembre 2013

4 novembre 1918 non festa ma lutto

Quasi un secolo fa a Villa Giusti l'Austria si arrendeva all'Italia. Era la vittoria! La guerra era finita!
Una guerra non voluta dai lavoratori e imposta con la forza dallo stato italiano.
Chi si ricorda in questi giorni che nel 1915 a Milano, Roma, Torino e altre località ci furono manifestazioni di massa contro la guerra? Che a Torino 100mila operai in sciopero si scontrarono con la polizia e le truppe in una lotta durata due giorni?
Era chiaro che i lavoratori non volevano essere carne da cannone, non intendevano pagare i costi di una guerra imposta dalla borghesia, dagli industriali, dalle alte gerarchie dell'esercito.
Eppure chi dirà in questi giorni che durante la guerra ci furono un milione di processi per diserzione, 4mila arresti per manifestazioni contro la guerra?
Che a Torino nel 1917 i proletari insorsero ancora per 7 giorni contro l'aumento dei prezzi e per il pane e per la pace?
In questi giorni si festeggia la vittoria: una vittoria pagata con 680.000 morti, due milioni tra feriti, mutilati e prigionieri, tutti lavoratori mandati al macello contro altri lavoratori di altri paesi; alla fine il totale sarà di 15 milioni di proletari uccisi. Proletari a cui avevano detto di combattere per le loro patrie: e così furono ingannati. Invece di spararsi a vicenda, avrebbero dovuto sparare sui governanti, sui capitalisti e sui generali; perché questi erano e sono i veri NEMICI.
In questi giorni lo stato italiano festeggia la vittoria con discorsi, commemorazioni, parate militari, visite ai cimiteri di guerra, elogi al valore dei soldati italiani morti per la patria. Le parole commosse e le false lacrime di uomini di governo e militari non ci devono ingannare, soldati, la patria è un'invenzione per farci fare il servizio militare e difendere i padroni da scioperi e rivoluzioni; lavoratori, le medaglie non fanno risorgere i morti e non restituiscono le tasse che paghiamo per le spese militari. Quella guerra (come tutte le altre) fu scatenata dai padroni di tutto il mondo per i loro interessi.
Oggi ci parlano di pace, ma non stanno tranquilli. Non c'è pace che tiene, un'altra "guerra" continua; la "guerra" degli sfruttati che va avanti da molto tempo, che è lotta di classe contro i padroni, contro lo Stato, contro l'esercito e il militarismo, che è Lotta di Classe per l'ORGANIZZAZIONE AUTONOMA DELLA CLASSE SFRUTTATA, VERSO UNA SOCIETA' SENZA CLASSI E INTERNAZIONALISTA".

Pubblichiamo di seguito la lettera spedita a casa da un soldato italiano, semi-analfabeta, che morì nel tremendo massacro che fu la Prima Guerra Mondiale. Vale più di qualsiasi conferenza universitaria:

«Maestà, inviamo a V.M. questa lettera per dirvi che finite questo macello inutile. Avete ben da dire voi, che e’ glorioso il morire per la Patria. E a noi sembra invece che siccome voi e i vostri porchi ministri che avete voluto la guerra che in prima linea potevate andarci voi e loro. Ma invece voi e i vostri mascalzoni ministri, restate indietro e ci mandate avanti noi poveri diavoli, con moglie e figli a casa, che ormai causa questa orribile guerra da voi voluta soffrono i poverini la fame! Vigliacchi, spudorati, Ubriaconi, Impestati, carnefici di carne umana, finitela che è tempo. Li volete uccidere tutti? Al fronte sono stanchi, nell’interno soffrono la fame, dunque cosa volete? Vergognatevi, ma non vedete che non vincete, ma volete che vadino avanti lo stesso per ucciderli. Non vedete quanta strage di giovani e di padri di famiglia avete fatto, e non siete ancora contenti? Andateci voi o vigliacchi col vostro corpo a difendere la vostra patria, e poi quando la vostra vita la vedete in pericolo, allora o porchi che siete tutti concluderete certamente la pace ad ogni costo. Noi per la patria abbiamo sofferto abbastanza, e infine la nostra patria è la nostra casa, è la nostra famiglia, le nostre mogli, i nostri bambini. Quando ci avete uccisi tutti siete contento di vedere centinaia di migliaia di bambini privo di padre? E perché? per un vostro ambizioso spudorato capriccio».



lunedì 28 ottobre 2013

Lou Reed


Lou Reed è morto. Lo annuncia la rivista Rolling Stone. Il poeta dei Velvet Underground era nato a Brooklyn il 2 marzo 1942. La rivista scrive che la causa della morte non è stata comunicata, ma a maggio aveva subito un trapianto di fegato. Ci lascia così uno dei più grandi artisti di questi anni. Poeta, musicista e cantautore, con una carriera alle spalle capitanando i Velvet Underground prima, e una ancor più splendida carriera da solista poi.
Lou Reed era il soprannome di Lewis Allan Reed, nato da una famiglia ebraica e benestante a New York. Narrano le cronache intorno a lui che abbia subito un elettroshock per “curare” la sua presunta bisessualità all’età di 14 anni. Appassionatosi alla musica ascoltando la radio, imparò a suonare la chitarra e sviluppò un forte interesse per il rock and roll e il rhythm and blues, e durante gli anni delle scuole superiori suono’ in vari gruppi studenteschi Dopo un inizio da musicista e autore, crea nel 1966 i Velvet Underground insieme al polistrumentista John Cale, a Sterling Morrison e alla batterista Mo’ Tucker. Il gruppo entra a far parte della factory di Andy Warhol, promotore e finanziatore del primo album, famoso per la sua copertina che ritrae una fallica banana disegnata dallo stesso Warhol e che nella prima edizione del disco poteva essere sbucciata.
Il disco è un capolavoro di rara bellezza, in cui brillano composizioni come Sunday Morning, Femme Fatale, Waiting for the Man. Ma a colpire è la terribile Heroin, in cui Lou racconta della sua dipendenza dalla droga.
Il disco è uno spettacolo spettrale grazie alla voce della cantante Nico, che canta in alcuni brani e dona al gruppo una verve in più. I Velvet Underground diventa il gruppo più in della scena artistica e musicale di New York.
Il successivo LP, White Light/White Heat, contiene il capolavoro della title-track, una lunga suite come Sister Ray e segna l’addio dello sperimentalista John Cale al gruppo, che inciderà altri album di discreto successo, compreso l’ultimo Loaded che ci permette di ascoltare Sweet Jane e Rock’n'Roll, che con il tempo diventeranno suoi classici.


Il primo prodotto dell’era da solista del poeta newyorkese è l’album intitolato semplicemente “Lou Reed”, che però non è annoverato tra i suoi capolavori. Subito dopo, con l’aiuto e la produzione di un altro astro nascente come David Bowie, arriva il capolavoro Transformer. L’intero album contiene molti dei suoi capolavori: dall’iniziale Vicious, si dice dedicata allo stesso Bowie, a Perfect Day, continuando con Satellite of Love e Walk on The wild side, omaggio alle transessuali che battevano nelle vie che frequentava e rimasto famoso per il coro del du du du.
Walk on the wild side è la sua canzone più popolare, non certo la più bella.

Walk on The wild side
Passeggia sul lato selvaggio
Holly venne da Miami, Florida,
viaggiò a modo suo con l’autostop attraverso gli USA.
Strada facendo si rase le sopracciglia,
si depilò le gambe e divenne una lei
Lei diceva “Hey baby, fai una passeggiata sul lato selvaggio”
Candy arrivò da fuori sull’isola:
nella stanza sul retro faceva la carina con tutti
Ma non perse mai la testa,
neanche quando si faceva spompinare,
lei diceva “Dai bello cammina sul lato selvaggio”
Diceva “Hey bimbo, vieni a passeggiare dalla parte selvaggia”
E le ragazze di colore fanno “Do do do do do do do do”

Il piccolo Joe non lo regalava neppure una volta:
tutti dovevano pagare e pagare
Rimorchia qui e rimorchia là,
New York è il posto dove si dice:
“Hey baby, fai una passeggiata sul lato selvaggio”
Io dicevo “ Hey Joe, cammina dalla parte selvaggia ”
Sugar Plum Fairy venne a battere le strade:
cercava cibo spirituale e un posto in cui mangiare
Andò all’Apollo. Avreste dovuto vedere come andava
Dicevamo “Hey Sugar, fai un giretto sul lato selvaggio”
Io dicevo “Dai baby, cammina dalle parte selvaggia”
Tutto bene
Jackie sta proprio flippando via:
pensava di essere James Dean per un giorno
Allora io sospettai che stesse per crollare,
il valium avrebbe potuto evitare quel colpo
Lei diceva “Hey baby fai un giretto dalla parte selvaggia”
Io dicevo “ Tesoro, cammina sul lato selvaggio”
E le ragazze di colore fanno “ Do do do do do do do do.”

Come lo spieghi Lou Reed? Come? La risposta è semplice: non lo spieghi. Ascoltatevi “Transformer“, ascoltatevi “Berlin“, dischi che hanno creato solchi profondissimi nella musica, che l’hanno squarciata, rivelata, segnata. Solchi come le sue rughe che segnavano un viso sempre vivido, per non dire dei suoi occhi che parlavano e della sua voce che stendeva.

sabato 26 ottobre 2013

Chi intercetta chi. Il segreto di Pulcinella

Un segreto che sanno tutti, ma deve restare segreto, non è un divertimento per bambini, ma il gioco di quegli adulti che siedono sulle poltrone dei potenti.
Tutti sanno che i governi fanno la spia, altrimenti non si capirebbe a cosa servano i tanti servizi di intelligence alle dirette dipendenze dall’esecutivo di turno.
Ogni governo sa o sospetta di essere spiato dal vicino, che a sua volta è registrato, ascoltato, fotografato.
Lo scandalo suscitato dalle rivelazioni di Edward Snowden, il dipendente della National Security Agency, esule in Russia, dopo aver vuotato il sacco sulle orecchie lunghe dell’agenzia per cui lavorava, non è il fatto in se, ma il fatto che la grande potenza statunitense si sia fatta pizzicare con le mani nel sacco.
Naturalmente oggi tutti recitano la propria parte, tra indignazione ed imbarazzi, ambasciatori convocati e vertici di fuoco, ma la pervasività del controllo, con la quale ognuno di noi deve fare ogni giorno i conti, tra telecamere, microspie, satelliti, badge elettronici, è sotto gli occhi di tutti. Il segreto di Pulcinella.

giovedì 24 ottobre 2013

Dal Kurdistan alla Kabilia. Itinerari di libertà


Negli ultimi anni si sono sviluppati movimenti di lotta che sia nelle modalità organizzative, sia negli obiettivi hanno modi libertari. Partecipazione diretta, costruzione di reti solidali su base locale, mutazione culturale profonda che investe le relazioni di dominio che attraversano il corpo sociale ne sono il segno distintivo, oltre alla durezza dello scontro con le istituzioni statali e religiose che controllano i vari territori.
La caratteristica importante di questi movimenti è il radicarsi in aree del pianeta dove negli ultimi quindici anni si sono sviluppati movimenti reattivi all’occidentalizzazione forzata di stampo religioso.
È il caso della Kabilia, la regione berbera dell’Algeria, è il caso del Curdistan turco e, più di recente, di quello siriano, dove ampi strati di popolazione si sono schierati contro il regime e contro gli islamisti, costruendo al contempo un’esperienza di autonomia non statale sui loro territori.
Ma l’elenco potrebbe essere più lungo, attraversando il pianeta dal Messico all’India.

sabato 19 ottobre 2013

Chi vince e chi perde oltre la retorica sulla crisi

Il termine crisi è stato tanto usato da apparire logoro. Un semplice rumore di sottofondo che accompagna qualsiasi discorso politico. Un rumore che si manifesta ogni volta che il governo attua tagli ai servizi e alle assunzioni, aiuti alle aziende, aumenti delle imposte.
È il rumore che ha accompagnato tutti i discorsi sulla flessibilità pretesa ed imposta ai lavoratori, la riduzione delle tutele, il taglio delle pensioni, la precarietà permanente, la disoccupazione cronica, la retorica dei giovani e la retorica dei vecchi, tutte orientate a ingannare gli uni e gli altri, facendoli sentire in colpa tutti.
Peccato che negli anni della “crisi”, tra il 2008 ed oggi i super ricchi, i Paperoni, sono cresciuti.
L’economia è un gioco a somma zero: se qualcuno perde, qualcun altro guadagna. In questi anni vissuti male, con la fatica di arrivare a fine mese, giocata sul risparmio su tutto, compreso l’essenziale, qualcuno, già ricco, lo è diventato di più.
Capirne di più, per smontare il discorso della crisi, è sempre più importante.

venerdì 18 ottobre 2013

Danza macabra

A Torino, senza pudore, i leghisti hanno compiuto la loro danza macabra nel centro cittadino. Qualche centinaio di metri di corteo, poche migliaia di persone hanno sfilato in un verde metallico che nulla ha della tenerezza dell’erba. Intorno a loro un dispositivo militare senza pari. Centinaia di poliziotti e carabinieri hanno paralizzato il centro, chiudendo in una morsa d’acciaio la manifestazione leghista.
Nonostante l’imponente dispositivo la manifestazione è stata contestata da più parti: non violenti in piazza CLN, No Tav in via Nizza, un migliaio di antirazzisti in corteo hanno assediato per ore i tristi padani. Gli antirazzisti hanno attraversato il centro cittadino, cercando di raggiungere la stazione. La polizia ha fatto leggere ma frequenti cariche per impedire al corteo di avvicinarsi ai leghisti.
Per loro i morti di Lampedusa sono una festa. Come dimenticare i manifesti, che incitavano a fermare l’invasione? Come dimenticare la presidente leghista della Camera Irene Pivetti che nel 1997 esortava la Marina Militare a speronare le barche degli immigrati? Il 28 marzo la corvetta Sibilla mandò a picco la Kater i Rades piena di albanesi. Vennero recuperati solo 81 corpi. Gli altri restarono tra le braccia del Mediterraneo.
Il figlio del Senatur qualche anno dopo è andato proprio in Albania ad acquisire una laurea.
La presidente ultracattolica della Camera passò dal modello Vandea a quello sado maso, restando così coerente con se stessa.
I democratici, da vent’anni al governo della città, hanno scelto di stare al coperto. Un silenzio fragoroso.
Nelle stesse ore a Roma i sinceri democratici sfilavano per la Costituzione, come se l’astrattezza dei principi potesse fare argine alla concreta ferocia del nostro tempo.
Il boia delle Ardeatine ha sempre negato le camere a gas, i forni che smaltivano quel che restava dei corpi in eccesso.
I boia democratici rendono omaggio alle loro vittime.

Occupata sede ATC Torino: basta sfratti e minacce!

Nella giornata nazionale di lotta contro crisi e austerità, inserita nella più ampia settimana di mobilitazione, cominciata per Torino con l’occupazione dell’anagrafe l’11 ottobre per chiedere la residenza di chiunque abiti una casa occupata e che culminerà con il corteo del 19 ottobre che si è dato l’obiettivo di assediare le strade di Roma ed i palazzi del potere, per il blocco di sfratti, sgomberi e speculazioni, anche la voce di Torino non si è fatta attendere.
Un centinaio tra attivisti per il diritto alla casa, famiglie sotto sfratto, occupanti di case ed inquilini ATC si sono dati appuntamento sotto la sede dell’ATC (Agenzia Territoriale per la Casa della Provincia di Torino) in Corso Dante n. 14, per chiedere un incontro con il presidente dell’agenzia Elvi Rossi. A difesa del presidente e dei vari funzionari presenti all’interno dell’agenzia si è prontamente schierato un ingente numero di forze dell’ordine e digos. Dopo una mezz’ora di occupazione degli uffici aperti al pubblico, con la solidarietà delle persone in attesa agli sportelli, che ben conoscono la gestione fallimentare dell’ente da parte della dirigenza che, nonostante ciò continua a percepire lauti compensi (sino a 140.000 euro annui delle cariche dirigenziali) e la questione dei 5 funzionari indagati per corruzione e turbativa d’asta in relazione alla manutenzione delle case popolari, i presenti sono stati ricevuti dal presidente.
Le istanze riguardavano in primo luogo le lettere (oltre 4000) inviate da ATC agli abitanti delle case popolari per sollecitare l’immediato pagamento di canoni e bollette arretrate nella misura minima pari ad euro 480, senza il pagamento dei quali ATC minacciava di intraprendere la procedura di sfratto.
I presenti hanno inoltre chiesto al presidente la riapertura e la riassegnazione delle oltre 1.000 case ATC sfitte, un numero vergognoso a fronte dei 4000 sfratti che la città di Torino ha visto eseguiti dall’inizio dell’anno ad oggi e delle domande di casa popolare che attendono da anni un’assegnazione.
La delegazione ha lasciato l’agenzia con la promessa pubblica formulata dal presidente Rossi di richiedere, al comune e regione, una moratoria al pagamento dei 480 euro obbligatori che gli abitanti delle case popolari non possono pagare.
Ormai stanchi di sentire promesse, sempre disattese, abbiamo promesso – e noi le promesse le manteniamo – che se entro qualche giorno non avremmo visto pubblicamente la richiesta di moratoria, insieme a quella sugli sfratti di competenza di Atc, avremo fatto nuovamente visita al presidente Elvi Rossi. Oltre a questo, abbiamo rilanciato per ottenere l’assegnazione delle case lasciate vuote da Atc attraverso forma di autorecupero da parte degli assegnatari; su questo Rossi tirava in ballo il Comune, proprietario del patrimonio pubblico, il quale assegna le case.
Se Atc pensa di rimpallare la questione delle case vuote al Comune pensando di lavarsene le mani…fa i conti senza l’oste: anche in questo caso se non riceveremo risposte che riterremo adeguate andremo, non solo a chieder conto ad Atc ma anche il comune avrà una nostra visita…
Niente da perdere tutto da prenderci!

Comitato case popolari e occupanti



martedì 15 ottobre 2013

Il bisogno di un autogoverno territoriale

In questo paese ci sono case vuote e gente in strada, c'è chi lavora troppo per molto poco e chi non lavora affatto. Truppe tricolori uccidono e occupano l’Afganistan mentre qui chiudono gli ospedali.
I soldi per la guerra e le grandi opere inutili ci sono sempre, mancano invece per le mense dei nostri bambini, la salute, la scuola, i trasporti locali.
Il governo sta preparando una nuova manovra di lacrime e sangue. Le nostre lacrime, il nostro sangue.
La crisi morde sempre più forte, specie nelle periferie, dove solo le pratiche di autogestione, riappropriazione e solidarietà pongono un argine alla guerra contro i poveri che i governi di centro sinistra e quelli di centro destra hanno promosso negli ultimi vent'anni.
L'esecutivo guidato da Enrico Letta è stato l'ultima tappa di un lungo processo di ridefinizione dei partiti istituzionali intorno a blocchi di interessi, che, alla bisogna, possono trovare spazio per una convergenza.
L'affermarsi di una democrazia autoritaria è il necessario corollario a politiche di demolizione di ogni forma di tutela sociale, all'origine della situazione odierna delle classi oppresse. Se i meccanismi violenti della governance mondiale impongono di radere al suolo ogni copertura economica e normativa per chi lavora, la parola passa al manganello, alla polizia, alla magistratura. Se la guerra è l'orizzonte normale per le truppe dei mercenari tricolori presenti in armi in Afganistan come in Val Susa, la repressione verso chi si ribella non può che incrudirsi.
Le esperienze più interessanti di questi anni sono quelle che hanno saputo coniugare autogestione e conflitto, individuando nell'esodo conflittuale un modo per costruire lottando e lottare costruendo. In una tensione che non si allenta, ogni TAZ, ogni zona liberata, è una base per incursioni all'esterno. Parimenti ogni momento di conflitto riesce ad oltrepassare la mera dimensione resistenziale quando si innesta in pratiche di riappropriazione diretta di spazi politici e sociali.
La crisi della politica di Palazzo ci offre una possibilità inedita di sperimentazione sociale su vasta scala di un autogoverno territoriale che si emancipi dai percorsi istituzionali.

Clandestino



Per lo stato e per il capitalismo, non sono umani gli uomini neri, verdi e blu. Essi servono. Servono in molte guise. Servono, anzitutto in quanto uomini di colore. Che poi è il modo migliore di rendere il senso etimologico del termine “clandestino”, Clam-des-tinus. Ciò che sta nascosto al giorno, e odia la luce. Chi sta nell’ombra. L’uomo nero, invisibile, confuso nella notte, privo di figura, di contorni, di volto, di nome, di identità. Una grande massa oscura che viene designata nella sua paurosa alterità. L’uomo nero, eterna macchina da paura. Ed è questo il primo senso del servo: produrre paura. Di come la paura sia una formidabile risorsa politica hanno detto in tanti, e basti ricordare colui che ha pensato la sovranità politica moderna, Thomas Hobbes: “l’uomo rinuncia volontariamente ai propri diritti nella misura in cui ha paura dell’altro uomo, fatto lupo”. Più si crea l’immagine dell’altro in quanto mostro, tanto più l’individuo rinuncerà ai propri diritti – dunque a se stesso in quanto umano, propriamente – per avere salva la vita.
Produrre paura è essenziale in tempi d’emergenza come questi, per il rapporto direttamente proporzionale tra paura e rinuncia dei diritti e rafforzamento del potere sovrano. Il sistema Spettacolare è lì anche per questo: produce fantasmi per natura, e quello dell’uomo nero è facile da produrre, è un effetto ottico di moltiplicazione. Basta parlare di immigrazione quando si parla di criminalità e il gioco è fatto, si crea un frame che resta inciso nelle reti neurali vita natural durante.
Ma quanto più gli immigrati vengono concepiti/prodotti in quanto uomini neri, tanto più vengono animalizzati e respinti ai margini dell’umano. Vengono resi, sempre di più, cose. E, in particolare macchine produttive. Il tipo ideale del lavoratore, da sempre desiderato da un sistema fondato esclusivamente sul profitto: in quanto invisibili, essi non hanno nulla da reclamare, da rivendicare, e possono essere usati esattamente come macchine.