..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

Translate

lunedì 16 novembre 2015

Circa l’attacco a Parigi

Mentre proviamo a ragionare sui fatti di Parigi, mentre cerchiamo di non "essere parlati" da retoriche che non ci appartengono, cominciamo col proporre questo contributo, pubblicato da Quartiers libres collettivo di militanti della banlieu di Parigi, che dia le coordinate per sviluppare un discorso di parte che rompa con gli appelli all'unione nazionale e alla guerra santa.






Stringiamo i denti, serriamo i ranghi, teniamo la linea

Dopo la carneficina, il numero del circo degli idioti, dei razzisti e degli scappati-di-casa è lanciato. In funzione del grado di porcheria o di perdizione degli uni e degli altri, ognuno farà le sue condoglianze più o meno sincere per le vittime, omaggerà il coraggio delle forze dell’ordine, poi in funzione del grado di razzismo e di autoritarismo intimerà ai musulmani di scusarsi e reclamerà un inasprimento delle leggi. Dopodiché verrà il tempo della reazione dei potenti per mantenere il loro ordine sociale violento.
Noi non omaggiamo le forze dell’ordine, cani da guardia di un sistema che ogni giorno distrugge vite. Non siamo il tipo di persone che si scusa per ciò che non ha fatto. Per contro, il nostro pensiero va ai nostri fratelli e sorelle che si sono messi/e in prima linea per salvare delle vite. Ai fratelli del Bataclan: Kayana e Camille, siete degli eroi che con le vostre braccia e il vostro cuore avete salvato delle vite facendo salire delle persone sul tetto... dall’abbaino con la forza delle vostre mani... la fratellanza operaia del roading.
Manu non ti dimentichiamo, l’angolano, tu che hai fatto entrare 1519 persone quella sera e sei riuscito a farne uscire un bel po'. Rispetto a voi fratelli e a tutti coloro che in questo momento hanno ancora la forza di pensare agli altri. Siete dei fari nella tempesta.
Il governo, in un remake dell’11 gennaio, ripete in loop le stesse parole: “autorità”, “fermezza”, “la Repubblica è in pericolo”. Tanto blaterare per niente: cosa possono fare di più e che non hanno già fatto dato che non vogliono affrontare le cause di questa cieca violenza politica? E rispetto alle conseguenze: sono chiari. Le loro forze di sicurezza sono già pronte. La polizia e l’esercito sono già dappertutto nelle nostre strade a piantonare gli edifici. Questo venerdì 13 novembre 2015 è la dimostrazione che tutto ciò non serve a niente. Non c’è un solo tizio in uniforme con un fucile d’assalto sulla strada dei tak-tak. I soldati della NATO non sono là per proteggerci, sono là per prepararci al fatto che “noi” siamo in guerra.
La loro guerra, i nostri morti
La Rèpublique è in guerra contro chi? In ogni caso, non contro coloro che finanziano, addestrano e indottrinano i tak-tak. Stasera i principi Wahabiti del Qatar, dell’Arabia Saudita o i sultani turchi dormiranno ben tranquilli nel cuore di Parigi dentro i loro ricchi hotel o dentro i palazzi, mentre le loro creature astiose e degenerate prodotto della globalizzazione capitalista seminano morte per le strade di Parigi come hanno fatto ieri per le strade di Beirut e il giorno prima ad Ankara. Il nostro dolore è identico per tutte le famiglie dei martiri della periferia del sud che sotterrano le 47 vittime dell’attentato di ieri a Bourj e le 102 di Ankara, quelle di Parigi e quelle che muoiono in Siria ostaggio di un gioco mortifero tra delle potenze imperiali e un tiranno. Questi morti, da Damasco a Beirut, a Parigi, sono i morti della globalizzazione capitalista, di una corsa ai profitti completamente caotica e disgustosa.
Invece di cercare di punire coloro che finanziano, addestrano e indottrinano i soldati di un califfato fantasma, assistiamo a un’ondata di odio razzista, di stupidi amalgami per impedire al nostro popolo di connettere le conseguenze alle cause.
Allora, dobbiamo restare calmi. Continuare a proteggere i più vulnerabili tra noi. Lasciamo che gli eccessi della febbre razzista si sfoghino nei commenti su Facebook, il nostro campo d’azione non è quello. Astrologi e altri ciarlatani della geopolitica invaderanno il web e le televisioni per venderci le loro teorie e i loro prodotti derivati che servono a mantenere questo ordine sociale e legittimare una cieca repressione. Lasciamoli su quel terreno. Teniamoci il nostro, quello del quotidiano nei nostri quartieri, sui nostri posti di lavoro. Conosciamo dove sta il nostro nemico. Teniamo la linea. Vivremo dei periodi in cui la storia accelererà. Prepariamoci.


Quartiers libres (collettivo di militanti della banlieu di Parigi)

venerdì 13 novembre 2015

La libertà di Errico Malatesta

La libertà è il solo mezzo per arrivare, mediante l'esperienza, al vero ed al meglio: e non vi è libertà se non vi è libertà dell'errore.
Libertà dell'errore, vale a dire libertà come concetto laico di verità e quindi come possibilità, per tutti, di dare seguito alle proprie idee purché non limitino la realizzabilità di quelle altrui. Questa libertà, scopo e mezzo di ogni progresso umano, deve essere infatti per noi e per i nostri amici, come per i nostri avversari e nemici. Gli anarchici, cioè, amano correre i rischi della libertà. Noi siamo per la libertà non solo quando ci giova, ma anche quando ci nuoce. E solo così vi può essere libertà. Essa si definisce come possibilità di pensare e propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non libertà s'intende di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri. Per conseguenza gli anarchici intendono conquistare la libertà per tutti, la libertà effettiva, s'intende, la quale suppone i mezzi per essere liberi, i mezzi per poter vivere senza essere obbligati di mettersi alla dipendenza di uno sfruttatore, individuale o collettivo.

lunedì 9 novembre 2015

Decadenza della terra e del corpo

Mentre i signori si inventano un’ascendenza celeste per razziare la terra in nome degli dei, il corpo si rattrappisce insieme alla comunità sulla quale si richiudono i muri e confini della proprietà.
Con quale decadenza hanno osato colpire quel corpo senza il quale l’uomo non esiste, luogo di tutte le sensazioni, di tutte le conoscenze, di tutti i diletti e di tutte le pene; questo centro luminoso delle realtà tangibili, crogiuolo in cui l’alchimia di tre regni trasmuta la sensibilità del cristallo, del vegetale e dell’animale nella facoltà umana di compiere la grande opera della natura!
L’hanno ridotto a due principi funzionali, a due organi ipertrofici, una testa che comanda, una mano che obbedisce. Il resto ha il valore calcolato delle frattaglie sul bancone di un macellaio: il cuore, riservato non alla funzionalità dell’amore, ma al coraggio delle armi e dell’utensile; lo stomaco, destinato a sostenere lo sforzo fisico e che i piaceri della tavola rischierebbero di confondere fastidiosamente; l’apparato genitale e urinario, destinato alla riproduzione ed all’evacuazione, il cui uso voluttuoso è causa di peccato, di sofferenza e di malattie.
Che qualità possono avere i godimenti quando, una volta che i meccanismi del corpo al lavoro hanno espletato le proprie funzioni, la felicità differita dagli affari ha finalmente l’opportunità di essere soddisfatta?

giovedì 5 novembre 2015

Senza confini

 

Torino, "giovani padani" e polizia cacciati dall'Università

La mattina del 2 novembre uno sparuto gruppetto di militanti del Movimento Universitario Padano, formazione giovanile della Lega Nord, si è presentato al campus universitario Einaudi di Torino accompagnato come da copione dal solito codazzo di celerini e agenti della Digos, il tutto per distribuire dei volantini in cui denunciavano non meglio precisati benefici per i migranti iscritti all'ateneo torinese (tutto ciò con una discreta faccia tosta e un'abbondante dose di ipocrisia dato che il diritto allo studio sul territorio è stato cancellato a colpi di tagli proprio sotto la guida regionale del leghista Cota). La comparsata, però, è durata una manciata di minuti grazie al tempestivo intervento di un gruppo di studenti che li ha letteralmente cacciati fino all'esterno della palazzina, respingendo qualsiasi presenza o propaganda xenofoba e razzista all'interno della propria Università.
Di seguito il comunicato del Collettivo Universitario Autonomo di Torino sui fatti della mattinata 

Ogni tanto, in sporadiche mattinate, l’università viene attraversata da loschi personaggi che pur di ottenere un minimo di visibilità e di consenso si ridicolizzano dietro un imponente schieramento di forze dell’ordine e di digos per poter anche solo sperare di essere degnati di un minimo di attenzione dal corpo studentesco. Persone che non passeranno di certo alla storia per il coraggio con cui difendono le schifezze che propagandano perché sempre molto timorosi di ricevere una ferma risposta da chi non accetta che nel proprio luogo di studio vengano autorizzati e distribuiti volantini dai chiari contenuti xenofobi e razzisti.
È quanto accaduto questa mattina al Campus Luigi Einaudi, quando 4/5 “attivisti” del Movimento Giovani Padani erano impegnati nella distribuzione di volantini con cui denunciavano la condizione di "privilegio" riservata ai migranti per quanto riguarda i benefici universitari. Che non riescano a vedere più in là del loro naso lo sappiamo bene, conosciamo i loro amichetti del Fuan. Saremmo curiosi di scoprire questi presunti benefici di cui godrebbero i migranti nella nostra università ma sappiamo bene che questi figuri preferiscono vivere di balle e nutrirsi di odio tra poveri. Ci basta questo a convincerci che queste persone non debbano condividere i nostri spazi di studio, dato che anziché fare i conti in tasca a chi nel loro stesso partito ha rubato soldi pubblici (non è il caso di ricordare gli scandali di Cota), preferiscono alimentare odio e colpevolizzare persone che non sono per nulla responsabili dei disservizi dell’università.
Da subito si è quindi organizzato un cospicuo numero di studenti e studentesse, che allergici alla diffusione di materiale propagandistico di questo genere ha deciso di allontanare dal polo universitario i Giovani Padani.
Non appena ci si è avvicinati alla zona di volantinaggio, i 4/5 militanti (si fa fatica a capire il numero dei conigli quando se la danno a gambe levate) sono scappati scortati dalla polizia. Abbiamo voluto sin dall’inizio difendere l’università, presidiandola fino all’ultimo, abbiamo cacciato leghisti e polizia, con quest'ultima che si ostinava a rimanere in maniera provocatoria anche dopo che i Giovani Padani erano stati "accompagnati" fuori dal Cle. Non è ammissibile che ogni volta che i razzisti vogliono prendere parola il Campus debba essere militarizzato.
Chiediamo quindi al rettore Ajani, perché le spiegazioni le vogliamo e pretendiamo da lui, per quale motivo ancora una volta abbia autorizzato la presenza e la distribuzione di volantini carichi di odio razzista da parte di questi personaggi e l'ingresso della polizia all'interno dell'Università. 
Chi propaganda razzismo in Università deve anche essere pronto alle conseguenze, e non saranno le solite lagne dei fascisti del Fuan (per voce del loro capetto Edoardo Cigolini) ad impietosirci perché al termine dell'iniziativa alcuni studenti se la sono presa con la loro auletta…un motivo forse c’è! Se continuate a seminare odio, odio raccoglierete.
Come sempre, ci congediamo dicendo ai Giovani Padani e agli sfigatelli del Fuan che per ogni volantino e materiale razzista, xenofobo e fascista che diffonderanno all’università, sempre ai nostri posti ci troveranno. Noi senza Questura, voi i codardi protetti dalla polizia!

Collettivo Universitario Autonomo - Torino




lunedì 2 novembre 2015

Mercoledì 4 novembre. Giornata dei disertori

Mercoledì 4 novembre ore 17
Presidio dei disertori
in piazza Castello angolo via Garibaldi
Torino

Il 4 novembre è la festa delle forze armate. Viene celebrata nel giorno della “vittoria” nella prima guerra mondiale, un immane massacro per spostare un confine. Il 4 novembre è la festa degli assassini. La divisa e la ragion di stato trasformano chi uccide, occupa, bombarda, in eroe.
Oggi l’Italia è in guerra ma la chiama pace.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia.
Dal 17 al 19 novembre si terrà a Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale bellica.
Il focus sarà sulle cinque aziende piemontesi, leader nel settore: Alenia Aermacchi, Thales Alenia Space, Avio Aero, Selex Es, Microtecnica Actuation Systems / UTC. 280 SMEs.
Le immagini dei profughi che premono alle frontiere chiuse dell’Europa, il dibattito sull’accoglienza umanitaria, la retorica su chi muore in mare o in fondo a un tir nascondono una verità cruda ma banale. Le guerre sono combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, dove costruiscono bombardieri.
Un business milionario. Un business di morte.
Per fermare la guerra non basta un No. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

Sabato 14 novembre ore 15
Presidio e corteo da piazza Boschiassi a Caselle torinese

Mercoledì 18 novembre
Presidio e corteo al Lingotto
Dalle 17 in via Nizza angolo via Biglieri
Torino

Assemblea antimilitarista


sabato 31 ottobre 2015

Non morirà il fiore della parola (No morirá la flor de la palabra)

Non morirà il fiore della parola.
Potrà morire il viso nascosto di chi oggi la dice, ma la parola che è venuta dal profondo della storia e della terra non potrà essere strappata via dal potere e dalla sua superbia.
Dalla notte noi siamo nati. In essa viviamo, in essa moriremo. Ma domani, per gli altri, vi sarà la luce, per tutti coloro che, oggi, piangono la notte.
Per coloro cui viene negato il giorno. Per coloro cui la morte è un regalo. Per coloro cui la vita è proibita. Per tutti la luce. Per tutti tutto. Per noi l’allegra ribellione. Per noi, niente.
La nostra lotta è per la vita, ed il malgoverno offre morte come futuro. La nostra lotta è per la giustizia, e il malgoverno si riempie di criminali ed assassini. La nostra lotta è per la storia, e il malgoverno propone dimenticanza. La nostra lotta è per la pace, e il malgoverno annuncia morte e distruzione.
Qui stiamo. Siamo la dignità ribelle. Il cuore dimenticato della patria.

No morirá la flor de la palabra.
Podrá morir el rostro oculto de quien la nombra hoy,
pero la palabra que vino desde el fondo de la istoria y de la tierra ya no podrá ser arrancada por la soberbia del poder.
Nosotros nacimos de la noche. En ella vivimos. Moriremos en ella. Pero la luz será mañana para los demás, para todos aquellos que hoy lloran la noche.
Para quienes se niega el día. Para quienes es regalo la muerte. Para quienes está prohibida la vida. Para todos la luz. Para todos todo. Para nosotros la alegre rebeldía. Para nosotros nada.
Nuestra lucha es por la vida y el mal gobierno oferta muerte como futuro. Nuestra lucha es por la justicia y el mal gobierno se llena de criminales y asesinos. Nuestra lucha es por la historia y el mal gobierno propone olvido. Nuestra lucha es por la paz y el mal gobierno anuncia muerte y destrucción.
Aquí estamos. Somos la dignidad rebelde. El corazón olvidado de la patria.


Subcomandante Marcos

mercoledì 28 ottobre 2015

Il prato rivoluzionario

“Quando incoraggiamo la gente a coltivare parte del proprio cibo la stiamo incoraggiando a prendere il potere nelle proprie mani. Potere sulla propria dieta, potere sulla propria salute e potere sul proprio portafogli. Penso che questo sia veramente sovversivo perché stiamo dicendo di sottrarre quel potere a qualcun altro, ad altri soggetti sociali che attualmente hanno potere su cibo e salute.”
(Roger Doiron)

Non c'è niente di particolarmente radicale o rivoluzionario in un prato. Ma comincia a diventare interessante quando lo trasformiamo in un orto. Potremmo dire che l'orticoltura è un'attività sovversiva. Pensare al cibo come a una forma di energia. È ciò che ci alimenta e allo stesso tempo una forma di potere. E quando incoraggiamo la gente a coltivare parte del proprio cibo la stiamo incoraggiando a prendere il potere nelle proprie mani. Potere sulla propria dieta, potere sulla propria salute e un po' di potere sul proprio portafogli. Pensiamo che questo sia veramente sovversivo perché stiamo anche, necessariamente, dicendo di sottrarre quel potere a qualcun altro, ad altri soggetti sociali che attualmente hanno potere su cibo e salute. Pensate a quali possano essere questi soggetti. E guardate anche all'orticoltura come a una sorta di salutare droga di passaggio, potremmo dire, ad altre forme di libertà alimentare. Poco dopo aver iniziato a coltivare gli ortaggi, dici: "Hey, ora ho bisogno di imparare come cucinarli ... poi potrei voler imparare a conservare gli alimenti o a cercare il mercato contadino locale nella mia città".
Ancora una cosa di cui abbiamo bisogno è di non perdere il lato conviviale del cibo. Il cibo è al meglio quando è delizioso. Gli orti possono contribuire a riportare un po' di quella vibrazione di una comunità.
Coltivare un orto sovversivo, è così sovversivo infatti che ha il potenziale per modificare radicalmente l'equilibrio di potere non solo nel nostro paese ma in tutto il mondo.

domenica 25 ottobre 2015

L'anarchismo e la nostra epoca

L'anarchismo – sia che lo si intenda in senso stretto usando il termine che compare nei dizionari politici, sia che coincida col termine che viene usato dai nostri oratori propagandisti durante le conferenze – non è solamente una teoria che tratta dell'aspetto sociale della vita umana: l'anarchismo è anche lo studio della vita umana in generale.
Nel corso dell'elaborazione della sua concezione globale del mondo, l'anarchismo si è dato un compito ben preciso: quello di racchiudere il mondo intero, spazzando via ogni sorta di ostacolo attuale e futuro che la scienza e la tecnologia borghesi e capitaliste possano porre, allo scopo di dare all'umanità la più esauriente spiegazione sulla realtà di questo mondo e di affrontare nel modo migliore i problemi che possano sorgere: tale approccio dovrebbe aiutare l'umanità ad acquisire la coscienza dell'anarchismo che gli è propria per natura – almeno così suppongo – al punto che se ne incontrano continuamente delle manifestazioni parziali.
È solo a partire dalla volontà individuale che l'insegnamento anarchico può incarnarsi nella vita reale e liberare quella via che aiuterà l'umanità a sbarazzarsi di ogni spirito di sottomissione che alberghi dentro di sé.
L'anarchismo non conosce limiti al suo sviluppo.
L'anarchismo non conosce sponde entro cui confinarsi e fissarsi.
L'anarchismo, proprio come la vita umana, non possiede formule definitive per le sue aspirazioni ed obiettivi.
Il diritto di ogni persona alla libertà senza limiti, così come è definita dai postulati teorici dell'anarchismo, non può, a mio avviso, che essere un mezzo con il quale l'anarchismo può raggiungere la sua più o meno completa realizzazione, senza cessare mai, peraltro, di svilupparsi. Solo così l'anarchismo diventa comprensibile per ognuno di noi: avendo eliminato dall'umanità quello spirito di sottomissione che gli è stato artificialmente imposto, l'anarchismo diventa in seguito l'idea direttrice delle masse umane in marcia verso la conquista di tutte le loro finalità.
Nella nostra epoca, l'anarchismo è ancora considerato teoricamente debole, poco sviluppato e anche – così alcuni affermano – spesso interpretato erroneamente in molti aspetti. Eppure i suoi esponenti – dicono – ne parlano costantemente, vi militano attivamente e talvolta si lamentano che esso non riesca ad affermarsi (immagino, in quest'ultimo caso, che tale atteggiamento sia provocato dall'incapacità di elaborare, magari a partire da un ufficio studi, i mezzi sociali indispensabili perché l'anarchismo abbia una presa sulla società dei nostri tempi...).
Invece, l'anarchismo vive ovunque si trovi la vita umana. D'altronde, diventa accessibile all'individuo solo laddove esistono i propagandisti ed i militanti che hanno rotto, sinceramente e interamente, con la psicologia di sottomissione della nostra epoca, cosa, peraltro, che attira sulle loro teste la persecuzione più feroce. Questi militanti aspirano a servire le loro convinzioni senza egoismi, senza paura di scoprire degli aspetti inattesi nel loro processo di sviluppo, per meglio assimilarli progressivamente, se così serve; in tal modo lavorano per il trionfo dello spirito anarchico sullo spirito della sottomissione.
Da qui seguono due tesi:
•  la prima è che l'anarchismo conosce espressioni e forme diverse, pur mantenendo una perfetta integrità nella sua essenza;
•  la seconda è che l'anarchismo è rivoluzionario di natura e può adottare soltanto metodi rivoluzionari di azione nella lotta contro i suoi oppressori.
Nel corso della sua lotta rivoluzionaria, l'anarchismo non solo rovescia i governi e sopprime le loro leggi, ma attacca anche la stessa società da cui sono nate, i loro valori, i loro "costumi" e la loro "moralità", e questo lo rende sempre più comprensibile e digeribile alla parte oppressa dell'umanità.
Tutto ciò ci porta a credere fermamente che l'anarchismo nella nostra epoca non può più rimanere rinchiuso tra i limiti stretti di un pensiero marginale, rivendicato solamente da pochi gruppuscoli che operano in isolamento. L'influenza naturale dell'anarchismo sulla mentalità delle masse dell'umanità in lotta è più che evidente. Ma perché questa influenza venga assimilata dalle masse in modo cosciente, l'anarchismo deve, d'ora in poi, dotarsi di nuovi approcci e imboccare la via delle pratiche sociali ora, nella nostra epoca.

Delo Truda, n°4, settembre 1925, pp.7-8.

mercoledì 21 ottobre 2015

Dal Chiapas a Istanbul

A tutti i cittadini del mondo, fratelli, sorelle, donne, uomini, persone senza fissa dimora, persone povere:
ci hanno chiesto quanti sono gli zapatisti, e abbiamo sempre detto loro che sono centinaia di migliaia di persone là fuori che lottano per i loro diritti e le libertà.
Ora, oggi, sentiamo che sulle terre anatoliche, la terra dei turchi, curdi, circassi, armeni, laz, e molti di più di quanto io possa contare, ci sono migliaia di persone in maschera che vogliono vivere con onore per salvare la libertà.
Come i fratelli curdi, compagni che hanno combattuto una lotta onorevole.
Sapevamo che non eravamo isolati, eravamo milioni di noi là fuori e oggi non siamo soli da quando abbiamo iniziato a combattere. Oggi ci stiamo moltiplicando.
Sentiamo che la gente in Turchia urla “Ya Basta!” e sono in rivolta per difendere la loro dignità contro l’oppressiva sentenza del governo turco.
La grande Istanbul, capitale di grandi maestri nel corso della storia, è oggi la capitale della rivolta, ed è diventata la voce degli oppressi. Vediamo per le strade della grande Istanbul una città di donne, bambini, uomini, omosessuali, curdi, armeni, cristiani e musulmani.
Quelli che sono stati umiliati, oppressi, ignorati per decenni dal loro governo ora dicono “siamo qui.”
Siamo entusiasti!
Non abbiamo mai voluto un nuovo governo, un nuovo governo o un nuovo primo ministro.
Abbiamo solo chiesto rispetto.
Volevamo che il governo rispettasse le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia.
Per questo in Turchia resistono da giorni: ora partendo da quello in carica, e a seguire tutti i governi che saranno al potere, noi vogliamo che tu rispetti le nostre richieste di libertà, democrazia e giustizia!
E se non lo fai, noi, che siamo i proprietari dei diritti e delle libertà, staremo contro di te, ci batteremo per le strade fino a quando non impari a rispettarci.
Non vogliamo troppo, vogliamo solo che siano rispettati i nostri diritti.
Perché sappiamo come vogliamo vivere, sappiamo bene come vogliamo governare e essere governati.
Noi vogliamo governare noi stessi e decidere di noi stessi.
E noi da qui accogliamo i cittadini turchi che si battono per una vita onorevole, e vogliamo dire che il fuoco della rivolta si è riscaldato in Chiapas.
Solidarietà a quelli che hanno salvato la storia del passato e del futuro e che sono indotti a salvarla dal presente.


Subcomandante Marcos