L’occidente,
oggi, è un soldato che espugna Falluja a bordo di un carro armato abraham m1
ascoltando hard rock a tutto volume. È un turista perso nelle pianure della
mongolia, preso in giro da tutti, che tiene in mano la sua carta di credito
come fosse la sua ancora di salvezza. È un manager che giocherebbe sua madre in
borsa. È una jeune fille che cerca la felicità fra vestiti, ragazzi e creme
idratanti. È un militante per i diritti umani svizzero che si rivolge ai
quattro angoli del mondo, solidarizza con tutte le rivolte a patto che siano
sconfitte. È uno spagnolo che se ne frega della libertà politica in favore di
quella sessuale. È un amante dell’arte che da in pasto all’ammirazione
stupefatta un secolo di artisti, che dal surrealismo all’azionismo viennese
fanno a gara nel chi fa a pagare di più la loro crosta, come fosse l’ultima
espressione del genio contemporaneo. È un cibernauta che ha trovato nel buddismo
una teoria veritiera della coscienza e un fisico molecolare che è andato a
cercare nella metafisica induista l’ispirazione per le sue ultime scoperte.
L’occidente è la civilizzazione sopravvissuta a tutte le profezie sulla sua
fine grazie ad un particolare stratagemma. Come la borghesia ha dovuto negarsi
come classe per permettere l’imborghesimento della società, dall’operaio al
barone. come il capitale ha dovuto sacrificarsi come rapporto salariale per
imporsi come rapporto sociale,diventando così anche capitale culturale e
capitale di salute oltre che capitale finanziario. Come il cristianesimo ha
dovuto sacrificarsi come religione per sopravvivere come struttura affettiva,
come ingiunzione diffusa all’umiltà, alla compassione e all’impotenza, l’occidente
si è sacrificato come civilizzazione particolare per imporsi come cultura
universale. L’operazione si riassume ad un entità agonizzante che sacrifica il
suo contenuto per sopravvivere come forma. L’individuo in briciole si salva
solo come forma grazie alle tecnologie spirituali del life coaching.
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martedì 21 giugno 2022
L’Occidente e l'individuo in briciole
sabato 18 giugno 2022
Camillo Berneri: Il cretinismo anarchico (1935)
Nota:
In questo scritto
breve pubblicato nella rubrica Rilievi del giornale L’Adunata dei Refrattari del
12 Ottobre 1935 sotto la firma L’Orso, Berneri mette in luce la stupidità di taluni
pseudo-anarchici che prendono l’anarchia come mezzo per coprire il loro menefreghismo
nei confronti di tutti e come scusa per imporre agli altri il loro comportamento
da “cafone cretino”, per usare le parole stesse dell’autore.
«Benché urti associare le due parole, bisogna riconoscere
che esiste un cretinismo anarchico. Ne sono esponenti non soltanto dei cretini che
non hanno capito un'acca dell'anarchia e dell'anarchismo, ma anche dei compagni
autentici che in esso sono irretiti non per miseria di sostanza grigia bensì per
certe bizzarrie di conformazione celebrale. Questi cretini dell'anarchismo hanno
la fobia del voto anche se si tratti di approvare o disapprovare una decisione strettamente
circoscritta e connessa alle cose del nostro movimento, hanno la fobia del presidente
di assemblea anche se sia reso necessario dal cattivo funzionamento dei freni inibitori
degli individui liberi che di quell'assemblea costituiscono l'urlante maggioranza,
ed hanno altre fobie che meriterebbero un lungo discorso, se non fosse, quest'argomento,
troppo scottante di umiliazione. Il problema della libertà, che dovrebbe essere
sviscerato da ogni anarchico essendo il problema basilare della nostra impostazione
spirituale della questione sociale, non è stato sufficientemente impostato e delucidato.
Quando, in una riunione, mi capita di trovare il tipo che vuole fumare anche se
l'ambiente è angusto e senza ventilazione, infischiandosene delle compagne presenti
e dei deboli di bronchi che sembrano in preda alla tosse canina, e quando questo
tipo alle osservazioni, anche se cordiali, risponde rivendicando la "libertà
dell'io", ebbene, io che sono fumatore e per giunta un poco tolstoiano per
carattere, vorrei avere i muscoli di un boxeur negro per far volare l'unico in questione
fuori dal locale o la pazienza di Giobbe per spiegargli che è un cafone cretino.
Se la libertà anarchica è la libertà che non viola quella
altrui, il parlare due ore di seguito per dire delle fesserie costituisce una violazione
della libertà del pubblico di non perdere il proprio tempo e di annoiarsi mortalmente.
Nelle nostre riunioni bisognerebbe stabilire la regola della condizionale libertà
di parola: rinnovabile ogni circa dieci minuti. In dieci minuti, a meno che non
si voglia spiegare i rapporti tra le macchie solari e la necessità dei sindacati
o quella tra la monere haeckeliana e la filosofia di Max Stirner, si può, a meno
che si voglia far sfoggio di erudizione o di eloquenza, esporre la propria opinione
su una questione relativa al movimento, quando questa questione non sia di... importanza
capitale. Il guaio è che molti vogliono cercare le molte, numerose, svariate, molteplici,
innumerevoli ragioni, come diceva uno di questi oratori a lungo metraggio, invece
di cercare e di esporre quelle poche e comprensibili ragioni che trova e sa comunicare
chiunque abbia l'abito a pensare prima di parlare. Disgraziatamente accade che siano
necessarie delle riunioni di ore ed ore per risolvere questioni che con un po' di
riflessione e di semplicità di spirito si risolverebbero in una mezz'ora. E se qualcuno
propone, estremo rimedio alla babele vociferante, un presidente, in quel regolatore
della riunione che ha ancor minore autorità di quello che abbia l'arbitro in una
partita di foot-ball, certe vestali dell'Anarchia vedono... un duce. Per chi questo
discorso? I compagni della regione parigina che hanno, recentemente, affrontato
la spesa e la fatica di recarsi ad una riunione da non vicine località per assistere
allo spettacolo di gente che urlava contemporaneamente intrecciando dialoghi che
diventavano monologhi per la confusione imperante e delirante, si sono trovati,
ritornando mogi mogi verso le loro case, concordi nel pensare che la gabbia dei
pappagalli dello zoo parigino è uno spettacolo più interessante.
Quando degli anarchici non riescono ad organizzare quel
problema meno difficile di quello della quadratura del circolo, di esporre a turno
il proprio pensiero, un regolatore diventa indispensabile.
Questa è quella che io chiamo l'auto-critica. Ed è diretta
a tutti coloro che rendono necessario un regolatore di riunioni anarchiche. Cosa
che è ancora più buffa di quello che pensino coloro che se ne scandalizzano. Molto
buffa e molto grave. E grave perché resa, molte volte, necessaria proprio là dove
dovrebbe essere superflua».
giovedì 16 giugno 2022
16 giugno 1976: la rivolta di Soweto
È il 16 Giugno 1976
quando a Soweto in Sudafrica iniziano violenti scontri tra gli studenti neri e la
polizia segregazionista del National Party, partito nazionalista al governo del
paese.
Il motivo specifico
della protesta studentesca di Soweto fu un decreto governativo che imponeva a tutte
le scuole in cui erano segregati i neri, di utilizzare l'afrikaans come lingua paritetica
all'inglese.
Quest' ultimo episodio,
preceduto da una lunga serie di imposizioni da parte degli afrikaner, fu percepito
come direttamente associato alla logica generale dell'apartheid.
L'inglese era la
lingua più diffusa presso la popolazione nera ed era stata scelta come lingua ufficiale
da molti bantustan al contrario dell'afrikaans, la lingua degli oppressori.
Il Ministro per l'Istruzione
Bantu, Punt Janson, incurante del volere della popolazione arrivo ad affermare «
Non ho consultato gli africani sulla questione della lingua e non intendo farlo.
Un africano potrebbe trovarsi di fronte a un "capo" che parla afrikaans
o che parla inglese. È nel suo interesse conoscere entrambe le lingue. »
Queste ultime dichiarazioni
suscitarono numerose proteste da parte del corpo docenti e degli studenti neri delle
scuole dov'erano segregati.
Il 30 aprile 1976,
i bambini della "Orlando West Junior School" diedero inizio a uno sciopero,
rifiutandosi di andare a scuola.
Gli studenti di Soweto
intanto formarono un comitato d'azione, il "Soweto Students' Representative
Council" per organizzare la protesta, indicendo una manifestazione di massa
per il 16 giugno.
Migliaia di studenti
e docenti neri si riversarono nelle piazze e si diressero verso lo stadio di Orlando.
Si decise per la
linea pacifica, pianificando in modo accurato il tutto, in modo tale che fosse chiaro:
nelle prime file del corteo erano esposti cartelli con scritte come "Non sparateci
- non siamo armati".
Il corteo incontrò
la polizia, che aveva preparato delle vere e proprie barricate.
Si optò per una deviazione
del corteo su di un percorso alternativo: anziché andare allo stadio, giunsero presso
la Orlando High School.
Qui, nuovamente trovarono
la polizia ad attenderli che cercò subito di disperdere la folla con i gas lacrimogeni.
Dal corteo cominciarono
a levarsi slogan di protesta ed i bambini esasperati dalla condizione di segregazione
in cui si trovavano costretti a vivere sin dalla nascita e dal crescendo di angherie
che erano costretti a subire, cominciarono a tirare pietre verso la polizia.
La polizia prontamente
e senza alcuno scrupolo, aprì il fuoco uccidendo quattro bambini, fra cui il tredicenne
Hector Pieterson di cui la fotografia del suo corpo martoriato divenne un simbolo
della violenza della polizia sudafricana.
Negli scontri che
seguirono durante la giornata morirono altre 23 persone.
Dopo il massacro
del 16 giugno, la tensione fra gli studenti neri di Soweto e la polizia continuò
a crescere.
Il giorno successivo,
le forze dell'ordine sudafricane giunsero a Soweto armate di fucili automatici,
inoltre furono dispiegate anche forze dell'esercito.
Soweto era pattugliata
da elicotteri e automobili della polizia e diverse fonti riportarono di agenti in
borghese che giravano in automobili civili e sparavano a vista sui dimostranti neri.
Le contestazioni
durarono circa 10 giorni e si dovette arrivare alla morte di più di 500 manifestanti
e il ferimento di oltre 1000, perchè il regime dell'apartheid crollasse.
La rivolta contribuì
a consolidare il sentimento anti-afrikaner nelle masse nere e la posizione predominante
dell'ANC come principale interprete di questo sentimento.
Molti dei cittadini
bianchi sudafricani presero parte in modo deciso a favore dei dimostranti.
Alle manifestazioni
di studenti neri si andarono ad aggiungere quelle degli studenti bianchi.
Dal mondo studentesco,
inoltre, la protesta si allargò a diversi settori produttivi con una catena di scioperi
da parte degli operai di molte fabbriche.
La rivolta che si
estese in tutto il Sudafrica pagò ed ebbe un ruolo fondamentale nella caduta del
National Party e nella fine dell'apartheid, sancita definitivamente nel 1994.
martedì 14 giugno 2022
Demetrios Stratos
Il 14 giugno 1979,
una folla tra musicisti, pubblico e amici, saluta con rabbia e affetto il musicista
e compagno che fece più degli altri la storia della musica d'avanguardia in Italia,
mancato solamente il giorno prima. La malattia di Demetrio Stratos non aveva lasciato
indifferente nessuno della scena musicale popolare italiana. Il grande concerto
organizzato il
Demetrio (Efstràtios
Dimitrìu) nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1945 da genitori greci e studiò fin
da bambino al prestigioso «Conservatorio Nazionale di Atene». Visse alcuni anni
a Cipro fino a trasferirsi a Milano nel '62 per iscriversi ad Ingegneria. Iniziò
a suonare in diversi gruppi di influenza rock, ma portandosi sempre dietro quelle
sonorità bizantine che lo avevano accompagnato nella sua infanzia, fino a fondare
il gruppo sperimentale degli Area. Diventato cantante per caso, si appassionò alla
propria voce sondando le potenzialità di uno strumento così poco considerato dalla
musica occidentale, e riscoprendo il suo valore nelle culture extraeuropee. Nei
primi anni '70, osservando sua figlia Anastassia durante la fase di lallazione,
si accorse che la bambina inizialmente giocava e sperimentava con la propria voce,
ma poi la ricchezza delle sonorità vocali andava via via perduta con l'acquisizione
del linguaggio: "il bambino perde il suono per organizzare la parola".
E questa fu l'origine di tutta la sua sperimentazione sul ritorno a quelle sonorità
di una voce-musica che veniva privata delle sue sfumature grezze, rumorose e istintive
dalla voce-parola dominata dai meccanismi culturali di controllo e dagli imperativi
della società di mercato. Stratos combatté il canone "morale" della bella
voce armoniosa con la sua voce, che sapeva essere testarda nella sua naturale "indecorosità".
La voce come arma rivoluzionaria, in un decennio in cui questa assumeva importanza
in un contesto di radicale opposizione al sistema di cose presenti. La voce, per
Demetrio Stratos, aveva bisogno di accompagnare il proletariato nel suo percorso
di emancipazione dalle strutture restrittive attuali.
domenica 12 giugno 2022
Erich Fromm sostiene il pensiero anarchico. L'Uomo non nasce aggressivo
Quando si vuole screditare
l'anarchia si tirano fuori argomenti strambi o pseudo teorie, come quella secondo
cui l'anarchia sarebbe inattuabile perché l'Uomo, essendo un animale, è per sua
stessa natura aggressivo. Ciò è falso.
L'Uomo non nasce
affetto da aggressività, o almeno non di quell'aggressività distruttiva e nefasta
che conosciamo oggi, ma lo diventa a causa del sistema in cui egli è stato costretto
a sopravvivere. Questo è (potremmo dire) l'assunto finale di Erich Fromm in merito
al suo meticoloso studio sulla società. Gli studiosi anarchici lo avevano detto
già prima di Fromm, ma se ai più i nomi di Errico Malatesta o di Pëtr Alekseevič
Kropotkin non dicono nulla (chiedetevi anche perché lo Stato non faccia conoscere
i filosofi anarchici), quello di Fromm ci induce a stimolare la nostra curiosità
in merito al tema Uomo/aggressività. Ci dispiace per quelli che ancora sostengono
la teoria della presunta aggressività umana, Fromm non esita a definirla invece
'insostenibile'. Ma l'analisi che lo psicanalista e sociologo tedesco ha fatto circa
le radici dell'aggressività respinge con forza anche il paragone tra Uomo e animale,
sostenendo invece le ragioni scientifico-culturali dell'anarchia e dei sistemi non
gerarchici di gestione sociale. Semmai, dice Fromm, l'Uomo è diventato aggressivo
molto più degli animali. Attenzione, Fromm dice “è diventato”, e ne spiega i motivi.
In sintesi, è un fatto di carattere acquisito, non di natura umana. C'è ovviamente
differenza tra carattere e natura.
Lo studio di Fromm
è rilegato in un libro dal titolo “L'amore per la vita" (ricordiamo che l'anarchia
è la cultura della vita, mentre lo Stato è la cultura della morte), tratto da alcuni
suoi interventi radiofonici. Nel capitolo intitolato “Le radici dell'aggressività”,
Fromm fa a pezzi molti luoghi comuni, portando a supporto della tesi anarchica tutta
una serie di prove scientifiche, storiche, antropologiche, alle quali non si può
davvero voltare le spalle, a cominciare dal fatto che se l'Uomo avesse una natura
geneticamente aggressiva non potremmo spiegarci l'esistenza di gruppi sociali pacifici,
intere etnie votate alla cooperazione (federalismo anarchico), comunità che non
sanno che farsene dell'autorità e delle gerarchie. Infatti, presso alcune civiltà,
dove il progresso è quello vero, cioè umano, manca la concezione di gerarchia, quindi
non vi sono crimini, non c'è polizia o esercito, non c'è Stato, né governo. C'è
una meravigliosa anarchia (che a ragion veduta non può definirsi utopia).
Ma questa è solo
una delle ragioni che Fromm evidenzia, noi vi invitiamo a leggere l'intero capitolo
(pag. 56 - 77). Interessante è anche il paragrafo “La crisi dell'ordine patriarcale”
(pag. 36), dove lo psicanalista riporta alla luce e alla conoscenza di tutti le
società gilaniche, fiorenti e civilissime culture europee, anarchiche, dove la gerarchia
non era conosciuta, la donna non era sottomessa all'uomo, non v'era bisogno di esercito,
non esisteva lo Stato, di conseguenza neppure le guerre e i crimini. La pace e la
cooperazione anarchiche erano le uniche sovrane. D'altra parte, non possiamo ignorare
che il progresso umano (sottolineiamo umano) si è potuto realizzare soltanto grazie
all'incontro delle popolazioni con altre popolazioni e alla loro reciproca cooperazione
(scambio di informazioni); l'imposizione dello Stato, invece, ha fatto basare tutto
sulla competizione, quindi sull'aggressività alimentata dalla gerarchia in ogni
settore sociale, con tutto ciò che di nefasto ne deriva.
Riguardo al fatto
che l'Uomo sia poi diventato aggressivo per colpa dell'invenzione pretestuosa dello
Stato (che non deve più essere considerato una sorta di religione, se vogliamo liberarci
dalla sua morsa), Fromm lo dice proprio chiaramente, arrivando a formulare accuse
precise al “popolo obbediente” definendo tale obbedienza “da cadavere", cioè
obbedienza del popolo morto. Interessante anche l'analisi che Fromm fa dello Stato,
quando definisce i politici dei veri “sadici” dandone logicamente motivazioni scientifiche
e prendendo come esempio il carattere del comandante nazista Himmler, tanto crudele,
quanto attento e ligio al dovere e all'ordine. Attenzione a questa parola, “ordine”,
perché nasconde tante insidie e inganni. La triste cultura borghese di cui ancora
siamo impregnati ci ha fatto associare a questa parola (ordine) un concetto di buono,
di bello, di giusto, di qualcosa da perseguire e onorare a tutti i costi. Ma qual
è l'ordine supremo della società odierna se non quello voluto dallo Stato? Di che
ordine si tratta se non l'ordine gerarchico-autoritario delle istituzioni borghesi,
conservatrici, capitaliste, quindi fasciste? E guarda caso, anche secondo Fromm
il potere Statale è sempre gestito da sadici con la mania dell'ordine al quale il
popolo deve obbedire per soddisfare le manie sadiche di quelli che gestiscono gli
Stati.
Non è certo un'esagerazione
quando gli anarchici dicono che tutti gli Stati e tutti i governi sono fascisti
e vanno abbattuti. Quello anarchico è invece un ordine-altro, non gerarchico, l'ordine
naturale e mutualistico in cui l'Uomo ha sempre vissuto. Ora spetta a voi compiere
un passo, o più di uno. Potete offrire ai vostri figli e nipoti un futuro di pace
e di vera giustizia sociale, oppure condannarli alla cieca obbedienza da cadavere,
alla lamentazione continua, all'inganno perenne, alla sottomissione. Gli anarchici
inneggiano alla disobbedienza e perciò vengono criminalizzati e derisi. Ma anche
Kropotkin, Gandhi e Fromm sostengono che disobbedire allo Stato è giusto. Criminalizziamo
e deridiamo anche Kropotkin, Gandhi e Fromm? È innegabile il fatto che chi criminalizza
un nuovo percorso, una nuova idea, un nuovo sistema, tende inesorabilmente a conservare
la realtà attuale e a non compiere alcun progresso. Come diceva Bakunin: “È ricercando
l'impossibile che l'uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente
limitati a ciò che appariva loro come possibile, non hanno mai avanzato di un solo
passo”.
venerdì 10 giugno 2022
L'Anarchia non è utopia
È in
quell'immenso vulcano delle rivoluzioni (megafoni che ingrandiscono e universalizzano
le voci dei popoli) che le grandi idee si elaborano, e si sviluppano, perchè è
allora che gli uomini spezzano i freni, schiantano le vecchie abitudini,
rovesciano il passato e calpestano tutto quanto il giorno prima avevano creduto
che fosse sacro.
L'Anarchia non è
utopia. Essa è allo stato di aspirazione nel fondo dell'animo umano. Essa si rivela
nel perpetuo moto che è sorgente e scopo della vita stessa. Quel continuo
travaglio interiore, quel costante bisogno di ricerca, di lotta e di sogno, che
agita l'individuo, nell'insofferenza del presente, in uno sforzo perenne di
superamento e di liberazione, è legge eterna della vita, eterna aspirazione
all'Anarchia. Poeti, artisti, letterati, hanno sempre avvertito il suo palpito,
il suo respiro, nelle visioni e nelle lotte dell'opera loro: essi hanno
demolito qualcosa di ciò che l'Anarchia vuol demolire; hanno portato chi una
pietra, chi un marmo, chi un mosaico all'edificio che essa va pazientemente
costruendo.
martedì 7 giugno 2022
7 giugno 1914: la settimana rossa in Toscana (Parte 2)
Il giorno seguente
in molte località fu proclamato lo sciopero generale e iniziarono i moti della cosiddetta
Settimana rossa, che ben presto si allargano a tutta la Romagna e alle Marche. L’agitazione,
in molte località, prenderà un aspetto d’insurrezione spontanea e popolare, coinvolgendo
centri urbani importanti come Genova, Milano, Parma, Firenze, Napoli, Bari e Roma.
In queste giornate vi furono assalti agli edifici pubblici, saccheggi, sabotaggi
delle linee ferroviarie e ripetuti scontri con le forze dell’ordine. Complessivamente
vi furono 13 morti, uno tra le forze dell’ordine, molte centinaia di feriti e diverse
migliaia d’arresti tra i dimostranti. In Toscana lo sciopero si affermò a Firenze,
Pisa, Livorno, Massa, Carrara, Viareggio, Pietrasanta e Pescia mentre altre province
come Grosseto, Arezzo o città come Lucca furono toccate solo marginalmente dall’agitazione.
Gli incidenti più gravi accaddero a Firenze dopo il comizio in Piazza Indipendenza
quando un consistente gruppo di scioperanti si diresse verso il centro città. Nei
pressi della Manifattura tabacchi i dimostranti venuti a contatto con alcuni agenti
di Pubblica sicurezza tentarono di disarmarli e nel parapiglia venne ucciso dalle
guardie un operaio mentre molti altri rimasero feriti. La città nelle ore successive
vide moltiplicarsi gli incidenti causati dai continui scontri tra operai e forze
dell’ordine che con la forza solo a tarda notte riportare la calma in città. Sotto
la pressione della direzione del PSI, la Confederazione generale del lavoro (CGdL),
il maggior sindacato italiano, proclamò uno sciopero generale di protesta per il
9 giugno, ottenendo però che modi e tempi dell’astensione dal lavoro rispondessero
alle direttive approvate dal Consiglio nazionale nell’aprile 1913, le quali circoscrivevano
ad un limite massimo di 48 ore la durata di un eventuale sciopero generale. Questo
modo di condurre l’agitazione attirò sulla dirigenza riformista della Confederazione
l’accusa di diserzione della causa proletaria da parte di molti esponenti della
sinistra socialista, primo fra tutti Benito Mussolini, in quel frangente direttore
dell’«Avanti!». Fu soprattutto in Romagna, e in particolare nel Ravennate, dove
più forte era il radicamento delle organizzazioni politiche e sindacali popolari
e dove maggiore era il grado di politicizzazione delle masse e maggiore, che lo
sciopero prese i contorni di una vera e propria rivolta, al punto che il presidente
del Consiglio Antonio Salandra, intervenendo il 12 giugno alla Camera, avrebbe addirittura
sostenuto l’esistenza di un “concerto criminoso” all’origine delle sollevazioni
popolari romagnole e marchigiane, un autentico piano rivoluzionario volto al sovvertimento
delle istituzioni monarchiche e statali.
Le organizzazioni
della sinistra dal PSI alla CGdL agli anarchici dell’USI non riuscirono però a dare
un orientamento e uno sbocco politico alla protesta. La direzione del PSI, pur avendo
lavorato per portare la CGdL alla decisione dello sciopero generale, che in molte
località era già stato indetto dalle Camere del lavoro – soprattutto quelle a guida
sindacalista rivoluzionaria –, non volle assumersi la responsabilità politica di
guidare il moto di protesta. Il 10 giugno la CGdL tramite il suo segretario Rinaldo
Rigola, diramò l’ordine di cessazione dell’agitazione mentre lo stesso giorno il
Sindacato dei ferrovieri proclamava l’astensione generalizzata dal lavoro. Le manifestazioni
terminarono tra il 12 e 14 giugno e il governo Salandra potette tirare un sospiro
di sollievo. Le elezioni amministrative indette per la fine di giugno si tennero
regolarmente e il PSI ottenne un importante successo conquistando la maggioranza
in più di 300 comuni, tra i quali Milano e Bologna, e in quattro amministrazioni
provinciali.
La Settimana rossa
lasciò uno strascico di polemiche tra l’ala riformista e quella rivoluzionaria del
PSI. La Settimana rossa, sicuramente, ebbe un ruolo nel determinare l’atteggiamento
della Corona nella decisione di rinunciare ad entrare subito in guerra nell’agosto
del 1914. L’opinione pubblica, le classi dirigenti e le forze popolari non erano
ancora pronte ad affrontare la scelta drammatica della partecipazione italiana al
primo conflitto mondiale. Era assai diffuso il timore che la scelta di entrare in
guerra potesse, in quel momento, scatenare forti reazioni delle masse popolari mettendo
a repentaglio la stessa sopravvivenza della corona e l’integrità dello Stato. Ci
vollero più di dieci mesi, di acceso confronto e scontro tra interventisti e neutralisti,
per portare l’Italia nel coacervo della Prima Guerra Mondiale.
lunedì 6 giugno 2022
7 giugno 1914: la settimana rossa in Toscana (Parte 1)
La Settimana rossa
fu un moto a carattere popolare, antimilitarista e insurrezionale che attraversò
l’Italia dal 7 al 13 giugno 1914, alla vigilia del primo conflitto mondiale, il
Paese, allora, sembrò sull’orlo di una rivoluzione sociale.
Durante tutta l’età
giolittiana l’agitazione antimilitarista fu al centro delle principali attività
dei partiti e dei movimenti della estrema sinistra. L’antimilitarismo unì in un
unico fronte quelle forze sovversive, dai repubblicani ai libertari, dai socialisti
ai sindacalisti rivoluzionari, che all’epoca erano profondamente divise per contrasti
ideologici e programmi politici. La critica al militarismo, insieme all’anticlericalismo
e alla profonda avversione alla monarchia dei Savoia, fu alla base di una stagione
unitaria ed eccezionale di lotte radicali nella storia della sinistra italiana.
La monarchia dei Savoia aveva costruito la propria egemonia durante il processo
di unificazione dell’Italia proprio utilizzando le forze armate. L’esercito si era
distinto nella battaglia al banditismo nel Mezzogiorno d’Italia, nella repressione
dei moti popolari in Sicilia e in Lunigiana nel 1893-1894 e in quelli per il “caro-pane”
del 1898. Nei primi anni del Novecento l’esercito si era ancora reso protagonista,
inoltre, per alcune efferate stragi di contadini e operai durante scioperi e proteste.
Per tutte le forze della sinistra i militari rappresentavano uno dei maggiori ostacoli
alla rivoluzione sociale e all’avvento di una nuova società. Ancora di più, le gerarchie
militari si erano fatte conoscere all’epoca per i disastri delle imprese coloniali
e per una serie di scandali finanziari e di corruzione che avevano fortemente minato
la loro credibilità. La recente Guerra italo-turca del 1911-1912 aveva gettato benzina
sul fuoco, non solo per la sua conduzione e l’altro numero di vittime – che aveva
causato tra la popolazione e tra gli stessi soldati italiani – ma anche per la netta
opposizione di una parte consistente delle forze popolari che vedevano in questa
guerra l’ennesima riprova dell’aggressività e voracità del capitalismo italiano. In tutta Italia, da parte dei leader della sinistra rivoluzionaria e anarchica,
si erano lanciate parole d’ordine di fuoco contro la guerra e si incitavano i militari
alla diserzione e al boicottaggio. Il soldato Augusto Masetti, durante una rassegna
militare sparò, in segno di ribellione contro l’impresa libica, ad un alto ufficiale
ferendolo gravemente. Masetti fu subito preso dal fronte antimilitarista a simbolo
ed eroe. Intorno al suo nome i libertari, le componenti repubblicane, socialiste
e sindacaliste rivoluzionarie che avevano preso le distanze dagli esponenti politici
che approvarono l’invasione della Libia – come il deputato socialista Leonida Bissolati
–, avevano avviato una campagna di generale mobilitazione. La domenica del 7 giugno
1914 – festa dello Statuto, giorno caro all’Italia monarchica e liberale – in tutta
Italia furono convocate congiuntamente dalle forze dell’estrema sinistra centinaia
di manifestazioni antimilitariste. Le parole d’ordine erano semplici ed efficaci:
libertà per Masetti , solidarietà alle vittime delle ingiustizie militari e la soppressione
delle famigerate compagnie di disciplina. Il ministro Salandra, all’epoca capo gabinetto,
vietò tutte le manifestazioni molte delle quali furono comunque svolte. Ad Ancona,
al termine di un infuocato comizio in forma privata presso la sede del PRI, chiamata
comunemente “Villa rossa”, i dimostranti tentarono di forzare i cordoni della polizia
e di penetrare nell’attigua Piazza Roma, dove la banda militare stava intonando
la “Marcia reale”. Seguirono dei violenti scontri tra le forze dell’ordine e i dimostranti
nel corso dei quali alcuni carabinieri, presi dal panico, aprirono il fuoco indiscriminatamente
sui manifestanti uccidendone tre, un libertario e due repubblicani e ferendone molti
altri. La notizia dell’eccidio si propagò rapidamente in tutta Italia.
sabato 4 giugno 2022
Elisée Réclus geografo
La storia del movimento
libertario nel XIX secolo vanta, accanto alla schiera dei lavoratori sfruttati,
alcuni dei più bei nomi della scienza e dell'arte. Uomini dalla cultura così profonda
e dalla sensibilità tanto acuta da avere compreso, prima e meglio di tanti loro
colleghi accademici parrucconi, quanto urgente fosse una svolta sociale in senso
libertario, quanto precario un ordine politico che continuava a basarsi, in piena
era scientifica e industriale, su una visione burocratica e centralistica della
vita sociale. Non è un caso che diversi di loro venissero dallo studio della geografia,
la più "umanistica" delle scienze, anzi, il vero anello di congiunzione
tra cultura scientifica e artisticoletteraria. La geogragfia che, nella prima metà
del XIX secolo, sulla scorta dell'insegnamento di von Humboldt e Karl Ritter, si
avviava a una visione complessiva, "organica", del rapporto uomo-natura,
a una concezione dinamica dell'interazione fra società e ambiente, fra Storia e
Natura.
Elisée Réclus nasce
a Sainte-Foy-la-Grande, nella Gironda, nel 1830, secondogenito di una nidiata di
dodici fratelli.
Elisée frequenta
l'Università di Berlino, dove ha per maestro il famoso Ritter, che gli comunica
un amore inestinguibile per la geografia.
Rientrato in Francia,
frequenta i primi circoli socialisti-anarchici e vi aderisce pieno d’entusiasmo,
superando l’originale, generico repubblicanesimo. Ma passata l’illusione rivoluzionaria
del 1848, Luigi Napoleone Bonaparte realizza il colpo di Stato nel 1851, e Reclus
è costretto all’esilio. Viaggia molto, in Europa e fuori; è, tra l' altro, negli
Stati Uniti e in Colombia, sinché nel 1857 un' amnistia non gli riapre le frontiere
della Francia. Si dedica allora a un’intensissima attività di scrittore, pubblicando
libri di geografia divulgativa. Intanto intensifica la sua militanza anarchica,
pur senza mai abbandonare del tutto gli studi geografici e l’insegnamento. S’incontra
con Bakunin in Svizzera, e nel settembre 1867 partecipa al Congresso democratico
internazionale della pace. Parteggia ovviamente per Bakunin nel dissidio, sorto
in seno alla Prima Internazionale, rispetto a Marx e ai suoi seguaci.
Così lo descrive,
commosso, l'amico Kropotkin nelle sue celebri Memorie di un rivoluzionario: "Uomo
che animava gli altri, ma che non ha mai comandato nessuno, né mai lo farà. È l'anarchico
la cui fede è l'essenza della sua conoscenza vasta e profonda della vita umana in
tutte le sue manifestazioni, in tutti i paesi e a tutti i gradi di civiltà, i cui
libri sono fra i migliori del secolo; il cui stile, di notevole bellezza, colpisce
la mente e la coscienza; che quando entra nella redazione di un giornale anarchico
dice al direttore - che di fronte a lui è forse un ragazzo: "Ditemi che cosa
devo fare", e siede, come un collaboratore qualunque, a scrivere poche righe
per riempire una lacuna sul numero che si sta stampando. Durante la Comune di Parigi
si armò di un fucile e prese il suo posto fra i combattenti. Se invita qualcuno
a collaborare alla sua Geografia di fama mondiale, e il collaboratore chiede timidamente:
"Che cosa devo fare?", egli risponde: "Ecco i libri, ecco una tavola.
Fate quel che volete."
mercoledì 1 giugno 2022
1 giugno 1307: Fra Dolcino e Margherita arsi vivi
Fra Dolcino fu un
eretico che si batte contro la gerarchia ecclesiastica e i poteri costituiti.
I dolciniani credevano
che non fosse possibile riformare la Chiesa senza modificare radicalmente la stessa
società, per questo il suo programma poteva essere riassunto in questo modo:
-ritorno alla Chiesa
della origini;
-abolizione di tutte
le gerarchie (in primis quelle ecclesiastiche) e di ogni potere costituito;
Questo significava
distruggere il sistema di dominio feudale e la sua sostituzione con una società
egualitaria (in primis quella dei sessi) fondata sulla comunione dei beni. Per raggiungere
quest'obiettivo essi non disdegnavano l'uso della forza.
Per sconfiggerlo
fu organizzato un imponente esercito costituito da circo 8 mila uomini, per difendersi
dai quali i dolciniani scelsero di riunirsi ed appostarsi sul Monte Rubello, una
montagna delle Alpi Biellesi oggi conosciuto come monte San Bernardo. Dopo una strenua
resistenza, il 23 marzo 1307 i crociati penetrarono nelle fortificazioni erette
dai seguaci di Dolcino e catturarono gran parte di loro. Quasi tutti i prigionieri
furono passati per le armi; Dolcino, torturato, processato e condannato a morte,
fu arso vivo pubblicamente il 1º giugno 1307 dopo aver assistito al rogo di Margherita
e di Longino da Bergamo.
Alla fine dell'800,
il monte Rubello, dove si era svolta l'ultima battaglia dei dolciniani, comincia
a diventare luogo prescelto di incontro dei sovversivi biellesi (mazziniani, radicali,
anarchici, socialisti...). Nel 1907, diecimila persone si riunirono sul monte Rubello
per celebrare il seicentesimo anniversario della morte di Dolcino e Margherita,
dove eressero un obelisco alto dodici metri in memoria dei comunitari apostolici.
Nel 1927, quando
l'Italia si trovava sotto la dittatura di Mussolini, l'obelisco fu abbattuto sprezzantemente
dal regime fascista. Cinquant'anni dopo, nel 1974, un gruppo di attivisti del movimento
operaio biellese collocarono una croce catara in sostituzione dell'obelisco. Alla
festa popolare organizzata per celebrare l'evento parteciparono Dario Fo e Franca
Rame che con la commedia teatrale Mistero Buffo avevano fatto ritornare in auge
Dolcino e Margherita, precursori del socialismo.



