..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

Translate

giovedì 6 novembre 2014

La crisi nelle Rojave



Possiamo fingere che non stia succedendo niente, eppure succede. Una delle uniche esperienze della storia delle donne è sotto minaccia di essere spazzata via. Non è una questione importante solo per il popolo curdo, ma lo è per tutti noi.
Le donne della Rojava e le donne curde combattenti hanno realizzato una rivoluzione per una possibile vita alternativa mettendoci tutte se stesse. E’ una vita alternativa non solo per le donne ma per tutte le minoranze, per tutte le etnie che possono vivere insieme in modo pacifico. Ed è un’alternativa al capitalismo ed al patriarcato.
L’ISIS sta massacrando tutte le minoranze come gli Yazidi, i Turcomanni, i Cristiani e molte altre ancora nel Medio Oriente. Solo un mese fa sono stati gli Yazidi di Sinjar ad essere massacrati. Insieme agli USA, alla Turchia e ad altre potenze, l’ISIS vuole soprattutto mettere fine a questa vita alternativa che queste donne hanno reso possibile.
Come tutti sappiamo, quando i nazisti portarono avanti il genocidio contro il popolo ebraico nei campi di concentramento, sebbene non tutto il mondo sapesse quello che stava accadendo nella Germania nazista, c’erano alcuni paesi che erano al corrente di tutto e che rimasero silenti per sanguinarie ragioni tattiche. Israele ha ucciso a migliaia i Palestinesi e l’ultima volta è stato il massacro di Gaza. Le potenze internazionali hanno condonato i crimini di guerra commessi da Israele in ragione di sanguinari calcoli tattici.
Negli anni ‘90 le potenze internazionali non fecero  nulla tranne fingere di fare qualcosa, quando l’esercito serbo violentava, uccideva e torturava le donne. Ed ora in Medio Oriente, l’ISIS sta portando avanti una macabra guerra di incommensurabile atrocità verso le donne. Le potenze internazionali fingono di fare qualcosa ma in realtà stanno solo aspettando che l’ISIS metta fine a questa vita alternativa nella Rojava voluta dalle donne curde. Queste potenze internazionali insieme alla Turchia stanno cercando di sacrificare Kobane per qualche ragione tattica, mentre la Turchia prosegue nel fornire sostegno diretto ai miliziani dell’ISIS.
La Turchia vuole fare della Rojava una regione cuscinetto evacuandola proprio come ha fatto Israele con la Palestina. Ironicamente, questi sono giorni di festa nel mondo musulmano, ma in realtà non c’è nulla da celebrare in queste dolorose circostanze.
In tutte le guerre sono sempre state le vite e le conquiste delle donne ad essere sacrificate per qualche regione tattica. Non possiamo permettere che la storia si ripeta ancora una volta. Dobbiamo  tutti difendere le donne curde della Rojava altrimenti la storia delle lotte delle donne non ce lo perdonerà mai. Le vite di queste donne hanno creato una vita alternativa nella Rojava senza curarsi degli Stati e dei potenti, queste vite devono essere anche la nostra vita, per noi che lottiamo per una vita migliore per uomini e donne.

lunedì 3 novembre 2014

Ai disertori di tutte le guerre

L’Italia è in guerra da molti anni. Ne parlano solo quando un ben pagato professionista ci lascia la pelle: un po’ di retorica su interventi umanitari e democrazia, Napolitano che saluta la salma, una bella pensione a coniugi e figli.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. L’armamentario propagandistico è lo stesso. Le questioni sociali vengono narrate nel lessico dell’ordine pubblico.
Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla Somalia all’Afganistan.
La separazione tra guerra e ordine pubblico, tra esercito e polizia è sempre più impalpabile. L’alibi della difesa dei civili è una menzogna mal mascherata di fronte all’evidenza che le principali vittime ed obiettivi delle guerre moderne sono proprio i civili. Civili bombardati, affamati, controllati, inquisiti, stuprati, derubati. Poi arriva la “ricostruzione”, la creazione di uno stato democratico fantoccio delle truppe occupanti, l’organizzazione di esercito, polizia, magistratura leali ai nuovi padroni. È la prosecuzione con altri mezzi della guerra. Se non funziona, come in Afganistan, in Libia, Somalia, Iraq e in Siria, gli Stati Uniti e i loro alleati si ritrovano recalcitranti e far guerra al mostro che hanno partorito, nutrito, fatto crescere.
La guerra diventa filantropia planetaria, le bombe, l’occupazione militare, i rastrellamenti ne sono lo strumento. Il militare diventa poliziotto ed entrambi sono anche operatori umanitari.
Nel centesimo anniversario della prima guerra mondiale, un massacro da 16 milioni di morti, si spreca la retorica. Garrire di tricolori e militari nelle scuole al posto degli insegnanti di storia per reclutare nuovi mercenari per le guerre dell’Italia.
Non una parola sulle esecuzioni sommarie, le decimazioni dei soldati, gli stupri di massa, le migliaia di disertori.
Oggi, chi mette in discussione la sacralità di confini che segnano il limite degli stati, chi irride il militarismo, chi brucia il tricolore, finisce in tribunale. Si concluderà il 19 dicembre il processo a 17 antimilitaristi accusati di vilipendio alle forze armate e al tricolore.
Chi uccide in divisa, chi massacra è considerato un eroe, chi diserta le guerre, chi si fa beffe dei militari, delle frontiere e delle bandiere è, a ragione, trattato da sovversivo.
La testimonianza, la rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni l’opposizione alla guerra qualche volta è riuscita a saldarsi con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i No Tav che contrastano l’occupazione militare in Val Susa, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi. Anche nelle strade delle città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono la ricetta universale, c’é chi non accetta di vivere da schiavo.
Le radici di tutte le guerre sono nelle industrie che sorgono a pochi passi dalle nostre case. Chi si oppone alla guerra senza opporsi alle produzioni di morte, fa testimonianza ma non impedisce i massacri.
Nella nostra regione ci sono tante fabbriche di morte. La più importante è l’Alenia, uno dei gioielli di Finmeccanica. Alenia costruisce gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali degli F35, della statunitense Loockeed Martin, sono costruite ed assemblate dall’Alenia. Un business milionario. Un business di morte.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.
Mettiamo sabbia nel motore del militarismo!
Spezziamo la retorica di guerra! Nelle nostre piazze ci sono statue di bronzo e pietra che celebrano assassini in divisa, uomini la cui virtù era ammazzare.

Costruiamo insieme un monumento ai disertori di tutte le guerre!
Boicottiamo il 4 novembre

Disertori tra il Balon e Porta Palazzo

Primo Novembre. Tra il Balon e Porta Palazzo. Il Balon, l’antico mercato delle pulci, è stato normalizzato a forza negli ultimi dieci anni, ma non domato del tutto. Ogni sabato qualche abusivo stende il suo pezzo di stoffa e prova a sbarcare il lunario. I vigili urbani vanno a caccia di poveracci da multare e cacciare, le ronde di poliziotti e alpini, sono la minaccia dello Stato ai senzatetto che dormono sotto il porticato di corso Emilia, ai senza documenti che chiudono i loro fagotti al passaggio del truppone.
Sono il segno concreto di una guerra ai poveri sempre più feroce. Non per caso i militari sono gli stessi che si danno il cambio tra l’Afganistan, il CIE, il cantiere di Chiomonte e la Barriera a Torino. Abbiamo attraversato il Balon, incrociato gli alpini che si sono allontanati in fretta, senza fermarsi. Non li abbiamo più visti.
Poi siamo saliti a Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa, dove ogni giorno pullman e tram sputano fuori tanta gente, che cerca la frutta e verdura a prezzi più bassi. Porta Palazzo è lo specchio di Torino. Qui è il cuore di quel ceto di piccoli ambulanti massacrati dalla crisi, privati dei propri privilegi fiscali, che lo scorso 9 dicembre bloccarono pezzi di città, animati dal progetto sovversivo di mandare tutti a casa, per dare il potere ai militari. In bilico tra Grillo e la Lega covano sotto la cenere del fallimento di allora, il fuoco di un rancore pericoloso. Silenti ma ben visibili sono invece le decine di lavoratori dipendenti del mercato, quelli che alle tre di notte montano i banchi e a metà pomeriggio li smontano, caricano le cassette, correndo senza fermarsi mai.
Nella giornata dedicata ai disertori, ne abbiamo incrociati tanti che correvano in mezzo al mercato, dove la gente si fermava numerosa al passaggio degli antimilitaristi, che raccontavano della Grande Guerra, dei suoi 16 milioni di morti, delle stragi, decimazioni, fucilazioni di massa del 1917. Storia di ieri, che torna, diversa ma uguale nelle guerre moderne, dove a morire, spezzarsi le ossa, venire torturati e stuprati sono quasi sempre i civili.
L’Italia spende ogni giorno 53 milioni per le proprie avventure di guerra.
In Piemonte ci sono tante industrie eccellenti specializzate nella produzione di ordigni di guerra, cacciabombardieri e sistemi di puntamento, AMX, Eurofighter, F35.
Per il mercato le sagome di caduti di guerra sono state riempite con i nomi delle tante fabbriche di morte. Alenia, Selex, Iveco, Avio, Microtecnica, Galileo, Macaer…
Se le basi di guerra sono a due passi dalle nostre case, l’opposizione ai massacri non può essere mera testimonianza, deve farsi azione diretta.

La giornata si è conclusa con la costruzione collettiva di un monumento ai disertori di tutte le guerre. Un monumento fatto di cose recuperate, ben diverso dai bronzi a cavallo che campeggiano nelle piazze di Torino, pornografia bellica per esaltare qualche assassino in divisa.

domenica 2 novembre 2014

Boicottiamo il 4 novembre! ... per ricordare una strage e agire per la pace!

Contro la "festa della vittoria" che ricorda la guerra di aggressione dell'Italia contro l'Austria.
Contro un massacro che costò 260.000 morti italiani durante la guerra e più di 4.000 soldati italiani fucilati dai tribunali militari italiani o da precessi sommari.
Contro una cultura distruttiva che diede vita non solo agli orrori della Prima guerra mondiale ma anche a quelli dell'espansione coloniale in Libia e nel Corno d'Africa, che spianò la strada al Fascismo e ci gettò nella Seconda guerra mondiale.
Contra la cultura della guerra, che la nostra Costituzione rifiuta come "strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (art.11).
Per liberarci dalle scorie nazionaliste e identitarie che dividono i popoli e le persone e li fanno concorrenti e avversari.

Per far crescere una cultura di pace che scelga la convivenza e il dialogo e non debba più "commemorare" l'aggressività e la violenza.



venerdì 31 ottobre 2014

Roma 1-2 novembre incontro Abitare nella crisi

 Abitare nella crisi agisce il diritto all'abitare come esercizio di nuova sovranità sociale sui suoli anche attraverso le forme della riappropriazione, contro la precarietà e la rendita, praticando il diritto alla casa e al reddito.

Cariche a Roma contro gli operai della Ast di Terni

Centinaia di lavoratori della Ast (Acciai Speciali Terni) di Terni hanno raggiunto Roma questa mattina per protestare contro gli annunciati 500 licenziamenti da parte dell'azienda Thyssen Krupp che controlla l'acciaieria ternana.
La manifestazione si è diretta inizialmente sotto l'ambasciata tedesca della capitale, dove si è svolto un presidio. Intorno alle 13 i lavoratori hanno poi deciso di muoversi in corteo in direzione del Ministero dello Sviluppo Economico, ma sono stati bloccati poco dopo dai cordoni della celere. Quando gli operai hanno rivendicato il proprio diritto a raggiungere il Ministero, la reazione della polizia non si è fatta attendere e all'altezza di piazza Indipendenza sono partite alcune cariche per bloccare il corteo. Tre manifestanti sono rimasti feriti e portati al pronto soccorso.
Dopo le manganellate i lavoratori dell'acciaieria Ast sono riusciti infine a raggiungere il Ministero, dove una delegazione - guidata dal segretario Fiom Maurizio Landini - ha ottenuto un incontro. All'esterno intanto prosegue il presidio degli operai in una piazza blindatissima e guardata a vista dalla polizia. Assieme a loro anche i dipendenti della Jabil di Marcianise, in provincia di Caserta, che si trovavano già in piazza in difesa del proprio posto di lavoro.
Emblematiche le dichiarazioni di Landini, che solo due settimane fa tuonava dal palco torinese dando degli "sciocchi" agli studenti che in piazza Castello resistevano alla pioggia di lacrimogeni sparati dalla polizia, e che oggi invece parla di una violenza inaccettabile e senza motivo e scopre che i manganelli del governo Renzi fanno male e non risparmiano nemmeno i lavoratori. 

Al di là del coro unanime di condanna delle cariche che si è subito levato da sindacati confederali, Sel e M5S (e dell'ipocrita presa di parola del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, che ha promesso di "verificare e indagare sull'accaduto"), la reazione contro i lavoratori delle acciaierie Ast è l'ennesima doccia di realtà. Belle parole dal palco della Leopolda e selfie a parte, il governo Renzi conferma la propria volontà di chiudere la porta in faccia a qualsiasi spazio di mediazione o contrattazione e quindi, dall'altra parte, la necessità di intraprendere strade differenti anche rispetto al conflitto sul lavoro.


lunedì 27 ottobre 2014

Non mi ingannate più. E, in cuor mio, non vi perdono


Non sono un ladro né un assassino: sono semplicemente un ribelle. Non vi riconosco il diritto di interrogarmi, perchè qui, sono io l'accusatore.
Accuso questa società matrigna e corrotta, in cui l'orgia, l'ozio e la rapina trionfano impuniti e anzi venerati, sulla miseria e sul dolore degli sfruttati. Voi cianciate di furti, voi mi chiamate ladro come se un lavoratore che ha dato alla società trent'anni della sua avvilente fatica per poi non avere neppure il pane per sfamarsi, un cencio per coprirsi, un canile in cui rifugiarsi, potesse mai essere un ladro. Voi sapete bene che mentite, voi sapete meglio di me che è furto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che se al mondo vi sono dei ladri, questi vanno cercati tra coloro che oziando gozzovigliano a spese dei miserabili, i quali producono tutto, con le proprie mani martoriate.
Voi stessi sareste capaci di condividere ciò che sto per dirvi: che scopo dell'essere umano è la libertà e il benessere. Ma la prima non può trionfare se non grazie alla rivolta contro chi devasta la civile convivenza perseguendo soltanto il proprio profitto, e il secondo si realizzerà soltanto con la violenta distruzione degli intollerabili privilegi di un'oligarchia razziatrice.
È per questo che sono anarchico. Perchè ho il diritto di essere libero riconoscendo come limite alla mia libertà la libertà altrui. E ho consacrato ogni mio pensiero, ogni mia parola e ogni mio sforzo, tutta la vita, a debellare i vostri insani principi di autorità e proprietà, aspirando a distruggere il vecchio ordine sociale, perchè non ritengo assurdo nè utopico che dalle nostre menti, dai nostri cuori e dalle nostre braccia possa scaturire un mondo migliore, dove libertà e benessere siano il frutto dell'eguaglianza e dell'armonia, in una società che bandisca lo sfruttamento e persegua le regole della solidarietà e della reciprocità, in nome del rispetto della vita umana che voi, difendendo i più sordidi interessi delle classi privilegiate, soffocate con leggi che insegnano e propagano il disprezzo e la sopraffazione.
Sareste così temerari da negare tutto ciò?
A smentirvi basterebbero le brutali statistiche delle quali cito qualche esempio: nelle fabbriche di vernici o di specchi, i lavoratori sono avvelenati dai sali di piombo e di mercurio, falciati a migliaia nel vigore degli anni, quando sappiamo che la scienza ha dimostrato che questi micidiali sistemi di produzione potrebbero, con poca spesa e minimo sacrificio, essere sostituiti da metodi e prodotti inoffensivi. Le fabbriche di giocattoli intossicano con eguale disinvoltura gli operai che li confezionano e i bambini a cui sono destinati, per non parlare delle miniere, bolge orrende dove migliaia di disgraziati, estranei al mondo, al sole, a un barlume di affetto, sono destinati all'abbrutimento per fare la fortuna di un ignobile pugno di parassiti. Tutto il vostro sistema di produzione è un insulto alla vita, e un crimine contro l'umanità.
E lo sfruttamento dell'uomo non è ancora il più feroce e cinico: che dire dello sfruttamento della donna, verso la quale la vostra società è addirittura più spietata?
Oh, io le ho viste, e tante, gagliarde, nel fiore della giovinezza, piene di salute, arrivare dalle campagne avare alla città piovra. Rideva nei loro occhi la speranza, con sana freschezza nutrivano la fiducia di giungere finalmente nella terra promessa del lavoro, della prosperità, del benessere. Le ho riviste qualche tempo dopo, uscire dai vostri ergastoli senz'aria e senza luce che chiamate fabbriche, lavorando dieci, dodici o quattordici ore per il pane, sognando un'agiatezza che l'onesta fatica non concederà mai, le ho riviste anemiche, stanche, esauste, nauseate da un lavoro schiavista e dal vostro cinismo. Le ho riviste a tarda notte nelle taverne dei sobborghi, sul lastricato, tra le pozzanghere, guadagnarsi il pane e un rifugio ricorrendo al più umiliante mercimonio. Le ho riviste nelle celle delle gendarmerie, schedate, bollate dal marchio dell'infamia, queste poverette che la vostra società ipocrita relega al margine. Le ho viste intristirsi, inasprirsi sotto la sferza della fatica e della miseria, non credere più nella vita, non credere più nell'avvenire, non credere più nell'amore, proprio loro che all'amore si erano concesse sorridendo e avevano salutato la nuova culla con lacrime di gioia. E sotto quell'accidia ho visto germinare le delusioni che si trasformano in disperazione, scatenando violenze e l'abbandono della famiglia, questo istituto a vostro dire sacro di cui vi autoproclamate sacerdoti, custodi e paladini.
E in cuor mio, non vi ho più perdonato.
Sono un operaio che non ha sopportato a capo chino, e prima, ero carne da cannone, tornato dalla bassa macelleria del 1870 straziato dalle ferite e spezzato dai reumatismi. Nei tristi androni dell'ospedale ho avuto tempo, molto tempo, per riflettere su quanto la patria aveva voluto da me e quanto la patria mi aveva dato. Prima mi avete annebbiato il cervello di menzogne, odio e furore selvaggio, per poi farmi avventare in nome dell'onore e della gloria della Francia, tra rulli di tamburi e squilli di fanfare, contro il nemico.
Il nemico? Li ho visti faccia a faccia, i nemici: erano poveracci come noi, che avanzavano verso la carneficina mesti, docili, inconsapevoli quanto noi di essere strumento di calcoli che di là come di qua dalla frontiera rinsaldavano i diritti feudali di vita e di morte sui sudditi.
Il nemico è qui. Dentro le frontiere segnate dal capriccio e dalla bramosia di profitto dei governi. L'umanità che soffre e lavora, quella è la nostra patria. Il nemico, è l'oligarchia ladra che si ingozza sul nostro sudore. Non ci ingannate più.
Voi ci avete spediti al di là del mare contro popoli che chiedevano soltanto di mantenere inviolato il proprio focolare. In nome della vostra civiltà ci avete incitato allo stupro, al saccheggio, alla strage, per sete di conquista. E dopo tanto orrore e ferocia, avete la sfrontatezza di giudicare i disgraziati che vedendosi negato il diritto a una dignitosa esistenza, hanno avuto almeno il coraggio di andarsi a prendere il necessario là dove abbonda il superfluo?
Ecco perchè mi trovo qui: per aver gridato forte e chiaro ciò che Proudhon si è limitato a pronunciare a bassa voce davanti a un'accademia di benpensanti: che la proprietà, se non nasce dal lavoro, se non germoglia dal risparmio, dall'abnegazione, dall'onesto vivere, è un furto. Voi avete fatto della proprietà un'istituzione. Egoista e una pratica selvaggia a cui tributate venerazione, mentre i miserabili devono a essa i dolori, l'odio e le maledizioni.
Io non tendo la mano a chiedere l'elemosina. Io pretendo che mi sia riconosciuto il diritto a riprendermi ciò che mi è stato tolto da una congrega di accaparratori, ladri e corrotti.
Non mi ingannate più. E, in cuor mio, non vi perdono.

Discorso dell'anarchico Clement Duval al suo processo del 1887

sabato 25 ottobre 2014

Senza servi, niente padroni

Renzi ha calato le sue carte. Carte pesanti che incideranno nel profondo nella carne viva di chi, per vivere, deve lavorare.
Il vertice sul lavoro convocato proprio a Torino – dove i numeri dei disoccupati, dei precari, dei senza casa, dei senza futuro – non sono statistica ma innervano il tessuto sociale, attraversando le vite dei più, è uno schiaffo a mano aperta a tanta parte della nostra città.
Le reti familiari, smagliate e indebolite, non ce la fanno più a reggere il peso della solidarietà sociale, sempre forte, nonostante l’appeal degli slogan del Presidente del consiglio.
Il suo gioco è volgare ma abile. Dopo decenni di erosione di libertà, quei pochi che ancora ne godono possono essere dipinti come “vecchi” privilegiati. Chi è nato precario, chi a trent’anni ha una laurea e risponde al telefono, chi a 29 si ritrova ad essere un apprendista licenziato per sempre, non ha mai conosciuto le tutele dell’articolo 18.
Dopo aver demolito un sistema di garanzie costruito in decenni di lotte – quando l’ammortizzazione del conflitto era l’unico modo per contenere la lotta di classe – oggi il PD targato Renzi, sta chiudendo gli ultimi conti, cercando di contrapporre i figli disoccupati ai padri costretti a lavorare sino alla tomba.
E’ la fine di ogni finzione socialdemocratica. I figli della crisi stanno imparando ad attraversarla, agendo forme di conflitto che provano a di ri-definire un terreno di lotta che getti la questione sociale nel tessuto vivo delle nostre città. Una strada ancora in salita in cui la violenza della polizia si intreccia con la rassegnazione di tanti. Ancora troppi.
Il movimento di lotta per la casa, i facchini che bloccano i gangli della circolazione delle merci, ultimo nodo materiale, nella smaterializzazione e parcellizzazione delle produzioni e dei contratti, sono i segni – per ora ancora troppo deboli – di un agire che si emancipa dal piano meramente rivendicativo e scende sul terreno della riappropriazione diretta.
La crisi e la macelleria sociale che ci è stata imposta ci offrono possibilità inesperite da lungo tempo, seppellite nelle pieghe della memoria della lotta di classe, dello scontro con la struttura gerarchica della società e della politica.
La perdita irreversibile di un ampio sistema di garanzie e tutele, la fine dello scambio socialdemocratico tra sicurezza e conflitto, potrebbe offrirci nuove possibilità.
La retorica dell’antipolitica, il populismo più becero, la paura del grande complotto, alibi per le destre di ogni dove, comunque si coniughino nella geografia dei giochi parlamentari, seducono sempre meno, mostrando una trama già logora
Il sindacalismo di Stato, la CGIL, la CISL e la UIL, sono nel mirino del rottamantore: quando la repressione prende il posto della concertazione, il grande corpo flaccido del sindacato statalizzato deve rassegnarsi ad una secca perdita di status, pena la fine dei lucrosi spazi di cogestione che gli sono stati regalati negli ultimi vent’anni. Camusso che minaccia lo sciopero generale ma organizza una passeggiata romana, è come il pastore che grida al lupo quando le pecore sono già morte tutte.
Sempre meno lavoratori si rassegnano al recinto del sindacalismo di Stato, saltando lo steccato.
Gli scioperi tardivi della Fiom non devono farci dimenticare che il precariato e il caporalato legale, sono stati sdoganati con gli accordi del 31 luglio 1993 e del 3 luglio 1994. I vent’anni di tabula rasa di diritti e tutele che sono seguiti li hanno sempre visti in prima fila.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi di reti territoriali, che intrecciano legami solidali nella pratica quotidiana, nella relazione diretta, nella costruzione di percorsi di esodo conflittuale dall’istituito.
La scommessa è costruire nel conflitto, fare dell’esodo, della fuoriuscita dalla morsa delle regole del capitalismo e dello Stato, il punto di forza per l’estendersi delle lotte.
Uno spazio pubblico strappato alla delega democratica, che in alcune occasioni si è creato nelle lotte per la difesa del territorio, è stato laboratorio di idee e proposte radicali. Aumentano coloro che riconoscono l’incompatibilità tra capitalismo e salute, tra capitalismo e futuro, offrendo spazi all’emergere di un immaginario, che mette all’ordine del giorno, come necessità di sopravvivenza, la rottura dell’ordine della merce.
Le lotte contro gli sfratti e per l’occupazione di spazi vuoti spesso non si limitano a cercare di sottrarre alcuni beni al controllo del mercato, ma negano legittimità alla nozione stessa di proprietà privata.
La fine delle tutele apre uno spazio – simbolico e materiale – per riprenderci le nostre vite, sperimentando i modi per garantir(ci) salute, energia, cura degli anziani e dei bambini fuori e contro il recinto statuale. La scommessa è tentare percorsi di autonomia che ci sottraggano al ricatto del “peggio”, ai processi di servitù volontaria (leggi, ad esempio, lavori/tirocini/stage non pagati etc.), alla continua evocazione dell’apocalisse che abbatte chi non segue i diktat della politica nell’epoca del liberismo trionfante, della finanza anomica, della logica del fare per il fare, perché chi fa mette in moto l’economia, fa girare i soldi, “crea” ricchezza.
Sappiamo che questa logica “crea” solo macerie.
Lasciamo che Renzi e i suoi le spalino, noi abbiamo un mondo nuovo nei nostri cuori, nelle nostre teste, nelle nostre braccia.


(Questo il testo della Fai torinese distribuito in piazza il 18 ottobre, nell’ultimo giorno del vertice dei ministri del lavoro del Consiglio d’Europa. In una Torino ancora militarizzata, nonostante il summit al Regio si fosse concluso da qualche ora, hanno sfilato circa 500 persone. La manifestazione, partita dal palazzo delle facoltà umanistiche, è arrivata a piazza Castello per concludersi al Balon, nel piazzale della mongolfiera.)

venerdì 24 ottobre 2014

Kobane anche a Torino

Uomini, donne, tanti bambini. Tanta parte della comunità curda a Torino, quasi sempre invisibili, scambiati per turchi, nella eterna finzione kemalista che annulla la lingua e l’identità curda nella definizione annichilente di “turchi di montagna”, si è ritrovata in piazza Castello.
Nel trentesimo giorno dell’assedio di Kobane era arrivata un piccola buona notizia: la bandiera dell’Isis era stata strappata dalla collina conquistata dalle truppe del califfo.
Le frontiere con la Turchia sono serrate. Le truppe di Erdogan chiudono in una morsa il valico di Suruc, per impedire il passaggio di armi, aiuti, volontari.
Alcune centinaia di profughi, chiusi in uno stadio, sono stati gasati per aver protestato, ed una sessantina è stata deportata a Kobane, in zona di guerra.
In piazza Castello tanti sono gli slogan contro Erdogan e la chiusura delle frontiere. “Erdogan terrorista” è il più gettonato.
Lo striscione di apertura porta la scritta “Ovunque Kobane, ovunque resistenza”.
La lotta della piccola città che resiste è diventata un’urgenza per chiunque abbia a cuore la possibilità che l’esperimento libertario del Rojava ha aperto.
L’Isis, Daesh come la chiamano i curdi, non per caso vuole massacrare e ridurre in schiavitù gli abitanti.
Quello che è stato costruito a Kobane e nel Rojava è la dimostrazione che esiste una possibilità di creare relazioni politiche e, in parte, anche sociali, laiche, libertarie, solidali. Non è l’anarchia, ma certo non è poco.
In piazza colpisce la straordinaria serietà dei bambini che portano un cartello, fanno la V con le dita, salutano. Alcune bambine e ragazze portano uno striscione in solidarietà con le donne che combattono a Kobane, le YPJ.
Nei tanti interventi la consapevolezza che in quell’angolo a cavallo tra tante frontiere sta capitando qualcosa che ci riguarda tutti.

Il presidio si trasforma in corteo, attraversando la centralissima via Po per raggiungere la RAI, sostarvi a lungo e poi tornare in piazza per una danza collettiva, un affermazione di vita contro le armate feroci del califfo.

NO copyright

“Lorsignori vogliono una società dove si paghi un balzello anche quando si canta "Tanti auguri a te" alle feste di compleanno. Non è una boutade: la celeberrima canzone non è di pubblico dominio, i diritti per l'Italia sono della Emi-Sugar.”
L’intelligenza collettiva non è semplicemente un modo di lavoro collettivo. E' anche una modalità operativa di conoscenza del mondo. Di fatto non sarebbe possibile ritenere l'enorme quantità di informazioni significative che ogni giorno, fin dalla nascita, percepiamo attraverso l'esperienza. Per fronteggiare questo problema l'umanità ha creato nel suo procedere storico un'enormità di artefatti cognitivi, disseminati negli oggetti, nei testi, nei comportamenti e nella lingua in generale. Ovverosia gli oggetti si danno alla nostra percezione fornendoci attraverso forma e sostanza le tracce inerenti al loro senso ed uso. In pratica il processo del nostro pensiero non si avvale esclusivamente degli input che emergono dall'interno, ma si appoggia a una parte della mente disseminata negli artefatti cognitivi di cui il mondo abbonda. Il nostro pensiero, funziona grazie ad una parte della nostra mente collettiva che risiede nelle cose che ci circondano e che sono il prodotto delle molteplici culture che si sono susseguite, mescolate e rielaborate.
Questo vuol dire che non possiamo fare a meno dell'intelligenza collettiva per elaborare pensieri sensati. Che, dunque, qualsiasi cosa prodotta da ognuno di noi è contemporaneamente anche il frutto dello sforzo del resto della collettività nello spazio e nel tempo.
È difficile quindi pensare di poter assegnare ad alcuni il diritto di possedere una proprietà intellettuale esclusiva su qualcosa.
Il copyright, la «riserva del diritto d'autore sulla riproduzione di un'opera» (libro, disco, programma che sia), è un chiaro esempio di come sia il denaro a scandire la nostra vita, a regolarla e ad orientarla. Quando andiamo in libreria e acquistiamo un libro, sborsando una somma più o meno elevata, ne usciamo solitamente soddisfatti di poter godere un bene che riteniamo di aver liberamente scelto. Ma non è proprio così. La nostra scelta dipende dalle nostre possibilità economiche, dalla selezione di libri che qualcuno ha messo "a nostra disposizione"; qualcuno che a sua volta ha dovuto scegliere fra i libri che un altro ancora ha scelto per lui. Dunque il lettore è condizionato dalle scelte del libraio, che è condizionato dalle scelte del distributore, che è condizionato dalle scelte dell'editore.
Il risultato di questo iter non ha nulla a che vedere con il nostro "sapere e la nostra "cultura", ma solo col conto in banca dei tanti bottegai. In tutto ciò il copyright svolge un ruolo importante, determinando le scelte di un editore, il prezzo di un libro, la sua stessa presenza in libreria, fino alla nostra possibilità di acquisto. Serve cioè ad arricchire chi sfrutta un nostro desiderio: leggere un libro, ascoltare un disco o quanto altro.
Come ogni proprietà. esso è un furto