..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 12 marzo 2017

12 marzo 1977: a Roma centomila persone scendono in piazza

Il 12 marzo 1977 a Roma parte da piazza dell'Essedra per percorrere via Nazionale uno dei cortei che segnerà i caratteri di quell'anno. Un corteo di centomila persone, di centomila compagni solca la città.
Immediatamente il corteo si trova la strada sbarrata da un massiccio schieramento di polizia davanti a via Nazionale. Per evitare la dispersione della piazza che ancora si stava riempendo i compagni decidono di cambiare il percorso. Il corteo quindi devia in via Cavour passando per via dei Fiori Imperiali e poi Piazza Venezia.
Da parte di un numero cospicuo di compagni dunque avviene un attacco alla sede della DC in Piazza del Gesù. Qui il corteo si divide in due tronconi: uno prosegue verso piazza Argentina e l'altro rifluisce verso piazza Venezia per poi proseguire verso il Teatro di Marcello ed il Lungo Tevere che costeggia il Ghetto. I due tronconi si sono poi qui riunificati e hanno proseguito costeggiando la riva del fiume fino a Piazza del Popolo. Tutti i ponti sul Tevere erano bloccati dalla polizia in assetto da guerra ugualmente a tutti gli accessi nel centro città e nelle vicinanze dei ministeri e delle banche. La rivolta del proletariato, la rabbia di una generazione esclusa dal patto sociale non doveva arrivare con i propri echi alle orecchie dei padroni.
I compagni però si sono resi conto che tentare di forzare quegli sbarramenti avrebbe significato uno scontro a fuoco con Carabinieri e Polizia. Lo stesso valeva nel cercare di attraversare il Tevere per arrivare al carcere di Regina Coeli.
Il corteo di massa quindi è finito in Piazza del Popolo. Fino ad allora ogni avventurismo era stato evitato e le azioni di violenza armata erano state effettuate da nuclei del servizio d'ordine che si defilavano dal corteo, agivano e poi tornavano nel suo centro, in pieno concerto con la massa che attraversava quella mobilitazione. Il corteo fino ad allora era stato il centro logistico delle azioni che poi erano state demandate al servizio d'ordine. Ma tutti i compagni hanno avvertito da Piazza del Popolo in poi l'impossibilità di mantenere la compattezza del corteo e la sua protezione nei fianchi. L'indicazione è stata quella di defilarsi rapidamente per evitare rastrellamenti e da quel punto in poi l'attacco del movimento è stato demandato al servizio d'ordine, ai collettivi organizzati e ai gruppi di compagni formatesi spontanei.
A scontri finiti la polizia arresta a freddo centocinquanta compagni.
Pubblichiamo adesso il comunicato dei Comitati Autonomi Operai di Via dei Volsci sui fatti accaduti.

GIORNI CHE VALGONO ANNI
Non si può dare un giudizio sui fatti del 12 marzo a Roma, senza vedere la straordinaria capacità che il movimento ha avuto da Piazza Indipendenza in poi di superare in ogni scadenza quella precedente e di creare contemporaneamente presupposti per quella successiva. Sul nostro giornale "Rivolta di Classe" abbiamo scritto "giorni che valgono anni" e rispetto a questa verità notiamo due atteggiamenti principali. Da una parte ci sono gli idioti che continuano a scambiare la storia per i frammenti o per i vetri rotti che la storia produce, dall'altra parte ci sono i nemici più "intelligenti" che hanno sollevato un denso e intenso polverone propagandistico, ma che sanno altrettanto bene che non possono eludere la sostanza politica di massa che rimane salda dietro al polverone. A questo proposito è sufficiente appena scorrere gli interventi all'ultimo Comitato Centrale del PCI.
La granitica montagna del partito revisionista, la cui immobilità e la cui durezza tanta sfiducia politica ed organizzativa ha seminato tra i compagni in questi ultimi anni, sta subendo oggi un profondo scossone interno. Bruscamente risvegliati dall'incalzare vertiginoso degli avvenimenti e dopo aver con veemenza scaricato le loro cattive coscienze contro gli "squadristi", le "bande armate", i "provocatori", ecc. i dirigenti del Pci si trovano oggi costretti a fare i conti con quello che per loro poteva all'inizio ancora essere un incubo, ma che andava via via prendendo i contorni netti della realtà.
Questa realtà ha infatti dimostrato di non essere tanto facilmente esorcizzabile dalla miseria degli anatemi, delle misure repressive, delle parate di regime.
La stessa capacità (di forza e di creatività) il 12 marzo e nelle precedenti scadenze di offendere e di difendersi dalla criminalità delle istituzioni, sancisce oggi, al di là di qualsiasi mistificazione, la reale volontà, la reale materialità di quei bisogni e di quelle aspirazioni comuniste che sono oggi alla base dei movimenti di coscienza e di prassi rivoluzionaria che animano tutti i settori del proletariato.

Comitati Autonomi Operai di Via dei Volsci

sabato 11 marzo 2017

Bologna 11 Marzo 1977: Cronaca degli avvenimenti

Venerdì 11 marzo 1977 ore 10 assemblea di Comunione e Liberazione all'università, partecipano circa 400 persone.
Cinque studenti di medicina, appartenenti ai collettivi autonomi, che si erano presentati all'entrata, vengono malmenati e cacciati brutalmente dall'aula.
La notizia si sparge nell'Università, e accorrono una trentina di compagni che vengono dapprima fronteggiati da un centinaio di ciellini.
L'aggressione dei cosiddetti "autonomi" consiste nel lancio di slogans e scambi verbali.
Scatta la provocazione preordinata: i ciellini si barricano all'interno dell'aula, uno di loro, d'accordo con un professore, che intanto aveva interpellato il rettore Rizzoli, chiede l'intervento della polizia e dell'ambulanza, prima ancora che succedesse qualcosa.
Nel frattempo, fuori dall'Istituto di Anatomia, si raggruppa un centinaio di compagni/e lanciando slogan contro CL......
Dopo appena mezz'ora arrivano la polizia e i carabinieri con le autoblindo, cellulari, camion e jeep, in numero certamente spropositato.
I compagni escono allora dal giardino antistante l'istituto e si raccolgono sul marciapiede nei pressi del cancello. Un primo gruppo di carabinieri entra e si schiera nel giardino a difesa dell'istituto; un secondo gruppo esegue la stessa manovra, sta per entrare, ma inaspettatamente si scaraventa caricando i compagni/e manganellandoli senza motivazione.
I/le compagni/e scappano verso Porta Zamboni; parte la prima carica di candelotti.....ritornando verso Via Irnerio i compagni/e vengono bloccati da una autocolonna di PS e carabinieri, ed è a questo punto che un carabiniere spara ripetutamente. Per difendersi viene lanciata una molotov contro la jeep.
Poi in via Mascarella, un gruppo di compagni ritornando verso l'università, trovano uno sbarramento di PS e carabinieri  provenienti da via Irnerio e che li carica sparando colpi di pistola.; nel gruppo si trovava anche Francesco Lo russo, militante di Lotta Continua. Partono le prime raffiche di mitra: alcuni compagni scappano verso l'università risalendo Via Mascarella.
Una pistola calibro 9 si punta sui compagni ed esplode 6 - 7 colpi in rapida successione: lo sparatore (come testimonieranno i lavoratori della Zanichelli), indossa una divisa senza bandoliera, e un elmetto con visiera; prende la mira con precisione, poggiando il braccio su di una macchina.
Francesco, sentendo i primi colpi, si volta, mentre corre con gli altri, e viene colpito trasversalmente. Sulla spinta della corsa percorre altri 10 metri....poi cade sul selciato sotto il portico di Via Mascarella. Quattro compagni lo raccolgono e lo trasportano fino alla libreria "Il Picchio", dove un'ambulanza lo porta all'ospedale.
Francesco vi giunge morto. Era rimasto a studiare fino alle 12,30 e solo allora era sceso in strada. ....La polizia si ritira in questura......
La notizia che la polizia ha ucciso un compagno si sparge in fretta. Radio Alice la diffonde alle 13.30. Da quel momento in poi, la zona universitaria è un fluire di compagni e compagne. Tutti gli strumenti di informazione che il movimento possiede sono in funzione, dalle parole alle radio ...... all'incredulità e al disorientamento, si sovrappongono il dolore e la rabbia......
L'Università si organizza per evitare nuove provocazioni della polizia; vengono chiuse le vie d'accesso alla zona per evitare nuove provocazioni, ogni facoltà si riunisce, e dalle assemblee improvvisate emerge con chiarezza che l'assasinio di Francesco è tutto tranne un "incidente". Vengono fatte telefonate ai vari CdF e si manda una delegazione alla Camera del Lavoro per chiedere l'adesione al Corteo. La rabbia e il dolore si fanno crescenti e la maggioranza dei/delle compagni/e individua gli obbiettivi e le risposte che il movimento vuole dare. La libreria di C.L. "Terra promessa" ridiventa per la terza volta "Terra bruciata"....
Si organizzano i servizi d'ordine, allo scopo di garantire l'autodifesa del corteo e da tutte le parti si grida che l'obbiettivo è ... Colpire la DC!!! .... Partono in corteo 8000 compagni/e colmi di dolore e rabbia, che si dirige verso la sede della DC.
Sono le 17.30. Il corteo è in Via Rizzoli; Vengono spaccate tutte le vetrine della via centrale. In Piazza Maggiore il PCI si raccoglie intorno al Sacrato dei Caduti ..... i compagni continuano ... spaccano tutto. Nei pressi della sede della D.C. la polizia carica la testa del corteo, scatenando nuovi scontri. Durante la manifestazione vengono dati alle fiamme l'ufficio del Resto del Carlino, due commissariati, la libreria di CL e diverse vetrine ..... Poi ci si dirige verso la Stazione FS, si occupano i binari ...... si ritorna all'Università.
La giornata si conclude con un enorme assemblea al cinema Odeon ...... Si organizza il viaggio a Roma per l'indomani ........ Nella notte vengono effettuati numerosi arresti e perquisizioni domiciliari.
Fin da subito è chiaro a tutti che l'omicidio di Francesco non è stato casuale ma un ennesimo attacco premeditato che ha visto in azione le truppe di Kossiga.





Francesco Lo Russo, al centro con i baffi, sorride. L’11 marzo verrà assassinato dai carabinieri

venerdì 10 marzo 2017

Siamo marea, saremo burrasca

L’8 marzo milioni di donne in tutto il globo sono scese in piazza e hanno scioperato. L'appello argentino Ni una Menos è stato raccolto da oltre 40 paesi, tra cui l'Italia: si sono costituite reti cittadine Non una di Meno in tutte le principali città e la diffusione del materiale per lo sciopero globale transfemminista è arrivata anche nelle piccole cittadine. Una giornata di sciopero produttivo e riproduttivo h24 che ha bloccato le metropoli mondiali innervandosi fin nelle province dello stivale.
Questo spazio politico, per ampiezza e trasversalità, ha permesso di intravedere il superamento delle iniziative istituzionali, da decenni – e anche oggi - sbandierate sulla testa delle donne normalizzando e neutralizzando qualsiasi istanza di cambiamento incarnata nel dissidio dei corpi, delle donne, dei generi non disponibili al compromesso sulla propria pelle: sul lasciarsi ancora parlare e plasmare da altri e per fini altrui. Che sindacati confederali e soggetti istituzionali o para-istituzionali abbiano dovuto rincorrere o comunque parlare dello spazio aperto da questa rete, ne è forse la conferma più lampante e il punto di partenza per la messa in crisi di ogni compatibilismo del discorso di genere: dalla parità nell'integrazione nei modelli di dominio che riproducono i livelli della subordinazione sociale, fino alla comprensione e valorizzazione delle differenze per questo stesso ordine.
Il dato interessante della giornata, che spiazza, ristruttura e supera le stesse forme politiche che sono state condizione di questa possibilità, è l'irruzione concreta di un soggetto inatteso, solcato sì dalla violenza dal conflitto di classe ma anche eccedente questo. É forse questa, ancora una volta, la rinnovata e più profonda matrice della lezione femminista. Abbiamo visto nei processi di costruzione, non solo della mobilitazione di questo 8 marzo ma delle lotte e storie che lo hanno prodotto, una presa di protagonismo reale, un'istanza di trasformazione e sovversione dell'esistente che attacca nel profondo le radici del sistema produttivo e riproduttivo. Una tale radicalità ha trovato conferma nella materialità di ruoli assegnati e subiti che, negandosi nello sciopero, hanno messo in crisi la normale riproduzione della fabbrica sociale.
Non solo dunque manifestazioni sorprendenti per proporzioni e vitalità, ma una rinnovata capacità di usare lo sciopero su un piano sociale e politico. Indicazioni importanti. Trasporti, pulizie, ospedali, scuole, logistica, quartieri sono gli ambiti della riproduzione sociale allargata che hanno subito il contraccolpo delle svariate forme di sciopero messo in campo: da quello che ha usato le convocazioni dei sindacati di base, fino all'astensione dal lavoro mettendosi alla mutua, per arrivare all'assenteismo sui terminali del controllo tele-informatico (social network, e-mail) a fini produttivi, fino alla diserzione della disponibilità quotidiana a farsi in quattro per gli altri... mariti, figli, partners. Il fastidio muto che aleggiava sui social network per i disagi su trasporti e mobilità, dai treni fino ai bus e alle metro, sono il segnale che qualcosa ha funzionato nell'interrompere una normalità.
La vita, i servizi, gli istituti sociali che dobbiamo preservare nel rispetto dei ruoli di genere assegnatici sono il mondo che siamo costrette a riprodurre a costo di umiliazioni e servitù. Non è quello che vogliamo. La naturalizzazione dello sfruttamento non si trova più solo nelle cucine, è stata diffusa e allargata alla metropoli globale, la subisce una più ampia composizione femminilizzata nelle sue mansioni, nei suoi comportamenti, nelle sue aspirazioni. L'umiliazione e il costo della produzione/riproduzione di questo sistema sono l'oggetto del rifiuto di questa giornata: dire basta è il punto da cui iniziare. Dirlo significa rifiutare e scontrarsi con la sofferenza del ruolo sociale e simbolico prescrittici (tutte, tutti, trans, queer): in questo sta la gioia della liberazione, della sovversione. L'antagonismo alla sofferenza, al ruolo imposto, al sistema tutto è la scommessa dello sciopero, produttivo e riproduttivo, dei generi e dai generi. La condizione per gioire per "una per cui la guerra non è mai finita".
L'8 marzo è solo il punto zero da cui ripartire, nella gioia della rabbia, nel distruggere la gabbia.

mercoledì 8 marzo 2017

Olga e le altre. Dalla violenza in casa alla violenza di Stato

Tante, troppe, le donne che faticano a liberarsi da una relazione violenta. Il ricatto dei figli, la mancanza di un reddito proprio, le minacce di morte rendono difficile riprendersi la propria vita. I tribunali che indagano le vite delle vittime, gli assistenti sociali che scrutano la quotidianità di chi dice no alle botte, agli stupri, alle umiliazioni condiscono il tutto del sapore acre dell’aceto.
Per le migranti senza documenti la strada è una salita ancor più ripida. Per molte il permesso di soggiorno è legato al quello del marito, per tutte le altre, se perdi il lavoro perdi il permesso.
É successo anche ad Olga, badante ucraina, che non è riuscita a trovare un nuovo impiego, dopo la morte della donna anziana di cui si occupava.
Olga non è il suo nome vero, ma la sua storia è lo specchio di quella di tante altre donne, che un giorno bussano alla polizia per denunciare la violenza di quello che per un po’ è stato il proprio compagno. La polizia le ha chiesto i documenti, il permesso, e l’ha subito spedita al CIE di Ponte Galeria a Roma, uno dei quattro rimasti aperti dopo anni di rivolte ed evasioni.
Di oggi la notizia che il governo ha stanziato i soldi per finanziare l’apertura di altri 15 CIE, ora ribattezzati CPR – centri per l’espulsione e per coprire le spese per le deportazioni.
Olga sarebbe dovuta partire oggi: la polizia italiana le aveva prenotato un posto in un volo di sola andata per l’Ucraina. All’ultimo è stata presa la decisione di lasciarla al CIE. Forse l’eco mediatica della sua vicenda ha indotto il ministero dell’Interno a una maggiore prudenza. Forse. Forse è stato solo uno dei tanti inghippi burocratici che ingarbugliano la vita dei migranti.
Olga è una delle tante donne che restano impigliate nella rete delle espulsioni. Una delle tante donne che, oltre ai controlli e agli abusi che investono tutti i senza documenti durante controlli e retate, subiscono violenze in quanto donne. Molestie e stupri nei centri di detenzione sono stati raccontati dalle donne che hanno corso il rischio di raccontare la propria storia. Donne che hanno lottato ed hanno avuto la fortuna di incrociare chi era disposto ed ascoltare e far circolare le loro voci.



martedì 7 marzo 2017

L’8 marzo la terra trema!

L’8 MARZO LA TERRA TREMA!
LE DONNE DEL MONDO SI UNISCONO
LANCIANO UNA PROVA DI FORZA E UN GRIDO COMUNE
SCIOPERO INTERNAZIONALE DELLE DONNE
CI FERMIAMO, SCIOPERIAMO, CI ORGANIZZIAMO
METTIAMO IN PRATICA IL MONDO IN CUI VOGLIAMO VIVERE
NOI SCIOPERIAMO!
- Perché non si riconosce il fatto che il lavoro domestico e di cura è lavoro non retribuito, che si somma mediamente per 3 ore in più alle nostre giornate lavorative.
- Perché questa violenza economica aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alla violenza machista.
- Perché guadagniamo meno dei nostri colleghi uomini.
- Contro le molestie sul lavoro, contro il lavoro molesto.
- Per rendere visibile che se i lavori di cura non diventano responsabilità di tutta la società noi ci vediamo obbligate a riprodurre lo sfruttamento classista e coloniale tra donne: per andare a lavorare dipendiamo da altre donne, per spostarci dipendiamo da altre donne.
- Per reclamare il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito e l’abolizione dell’obiezione di coscienza.
- Perché nessuna sia obbligata alla maternità.
- Perché mancano le vittime di femminicidio, le lesbiche e le transessuali assassinate.
Ci organizziamo contro il confino domestico, contro la maternità obbligatoria e contro la competizione tra donne, tutte forme spinte dal mercato e dal modello della famiglia patriarcale.
Ci organizziamo in ogni dove: nelle case, per le strade, sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mercati, nei quartieri.
Trasformiamo le assemblee in manifestazioni, le manifestazioni in festa, la festa in un futuro comune.
Perché siamo per noi stesse, questo 8 marzo è il primo giorno della nostra nuova vita.
PERCHÉ CI MUOVE IL DESIDERIO, IL 2017 È IL TEMPO DELLA NOSTRA RIVOLUZIONE.

PARO INTERNACIONAL DE MUJERE                     NON UNA DI MENO - TORINO

8 marzo 2017 sciopero internazionale delle donne


8 MARZO 2017
SCIOPERO
INTERNAZIONALE
DELLE DONNE

CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE E LE VIOLENZE IN GENERE

Se le nostre vite non valgono nulla NON PRODUCIAMO, CI FERMIAMO, BLOCCHIAMO, SCIOPERIAMO, A CASA, AL LAVORO, A SCUOLA.
Lo sciopero generale di 24 ore riguarda ogni nostra attività, produttiva e riproduttiva, ogni ambito pubblico o privato, in cui discriminazione, sfruttamento e violenza colpiscono ognuna di noi.
SCIOPERIAMO DAI RUOLI DI GENERE CHE CI VENGONO IMPOSTI

Non Una Di Meno – Torino                                                    nonunadimenotorino@gmail.com

lunedì 6 marzo 2017

State attenti alle donne di Kobane!

State bene attenti alle donne di Kobane, dove i Curdi siriani stanno disperatamente combattendo l’ISIS/ISIL/Daesh. Stanno anche combattendo i piani traditori di USA, Turchia e del governo del Kurdistan iracheno. Chi vincerà?
Cominciamo parlando di Rojava. Il pieno significato di Rojava – le tre province più curde della Siria del nord – è racchiuso in questo editoriale pubblicato dall’attivista incarcerato Kenan Kirkaya. Egli sostiene che Rojava è la dimora di un “modello rivoluzionario” che sfida “l’egemonia del sistema capitalista di nazione-stato” – ben oltre il proprio “significato per i Curdi, i Siriani o per il Kurdistan” di stampo regionale.
Kobane – una regione agricola – si ritrova nell’epicentro di questo esperimento non-violento di democrazia, reso possibile da un accordo tra Damasco e Rojava (A Rojava il processo decisionale si sviluppa attraverso assemblee popolari – multiculturali e multireligiose. I tre maggiori funzionari di ogni municipalità sono un Curdo, un Arabo e un Cristiano Assiro o Armeno e almeno uno di questi deve essere una donna. Le minoranze non-curde hanno le proprie istituzioni e parlano le proprie lingue.
Tra una miriade di consigli di donne e di giovani, ci sono anche un esercito femminista la cui fama è in continua crescita, la milizia YJA Star (Unione delle Donne Femministe, con la stella a rappresentare la dea Mesopotamica Ishtar).
Il simbolismo non potrebbe essere più grafico, pensate alle tre forze di Ishtar (Mesopotamia) che combattono le forze dell’ISIS (tradotto Iside, dea dell’antico Egitto), ora rappresentate da un Califfato intollerante.
All’inizio del 21° secolo, è la barricata femminile di Kobane l’avanguardia della lotta al fascismo.

domenica 5 marzo 2017

Ai rassegnati

Odio i rassegnati!
Odio i rassegnati, come odio i sudici, come odio i fannulloni.
Odio la rassegnazione! Odio il sudiciume, odio l’inazione.
Compiango il malato curvato da qualche febbre maligna; odio il malato immaginario che un po’ di buona volontà rimetterebbe in piedi.
Compiango l’uomo incatenato, circondato da guardiani, schiacciato dal peso del ferro e del numero.
Odio il soldato curvato dal peso di un gallone o di tre stellette; i lavoratori curvati dal peso del capitale.
Amo l’uomo che esprime il suo pensiero nel posto in cui si trova; odio il votato alla perpetua conquista di una maggioranza.
Amo il sapiente schiacciato sotto il peso delle ricerche scientifiche; odio l’individuo che china il suo corpo sotto il peso di una potenza sconosciuta, di un X qualsiasi, di un Dio.
Odio tutti coloro che cedendo ad altri per paura, per rassegnazione, una parte della loro potenza di uomini non solamente si schiacciano, ma schiacciano anche me, quelli che io amo, col peso del loro spaventoso concorso o con la loro inerzia idiota.
Li odio, sì, io li odio, perché lo sento, io non mi abbasso sotto il gallone dell’ufficiale, sotto la fascia del sindaco, sotto l’oro del capitale, sotto tutte le morali e le religioni; da molto tempo so che tutto questo non è che una indecisione che si sbriciola come vetro … Io mi curvo sotto il peso della rassegnazione altrui. Odio la rassegnazione!
Amo la vita.
Voglio vivere, non meschinamente come coloro che si limitano a soddisfare solo una parte dei loro muscoli, dei loro nervi, ma largamente soddisfacendo sia i muscoli facciali che quelli dei polpacci, la massa dei miei reni come quella del mio cervello.
Non voglio barattare una parte dell’oggi con una parte fittizia del domani, non voglio cedere niente del presente per il vento dell’avvenire.
Non voglio curvare niente di me sotto le parole Patria – Dio – Onore. Conosco troppo bene il vuoto di queste parole: spettri religiosi e laici.
Mi burlo delle pensioni, dei paradisi, sotto la cui speranza religioni e capitale tengono nella rassegnazione.
Rido di tutti coloro che accumulano per la vecchiaia e si privano nella gioventù; di coloro che, per mangiare a sessanta, digiunano a vent’anni.
Io voglio mangiare quando ho i denti forti per strappare e triturare grossi pezzi di carne e frutti succulenti, e voglio farlo quando i succhi del mio stomaco digeriscono senza alcun problema; voglio soddisfare la mia sete con liquidi rinfrescanti o tonici.
Voglio amare le donne, o la donna secondo come converrà ai nostri comuni interessi, e non voglio rassegnarmi alla famiglia, alla legge, al Codice, nessuno ha diritti sul nostro corpo. Tu vuoi, io voglio. Burliamoci della famiglia, della legge, antica forma della rassegnazione.
Ma non è tutto: io voglio, poiché ho gli occhi e le orecchie, oltre che mangiare, bere e fare l’amore, godere sotto altre forme. Voglio vedere le belle sculture, le belle pitture, ammirare Rodin o Manet. Voglio ascoltare le migliori opere di Beethoven o di Wagner. Voglio conoscere i classici della Commedia, conoscere il bagaglio letterario e artistico che è servito per unire gli uomini passati ai presenti o meglio conoscere l’opera sempre in evoluzione dell’umanità.
Voglio gioia per me, per la compagna scelta, per i bambini, per gli amici. Voglio una casa dove poter riposare gradevolmente i miei occhi alla fine del lavoro.
Poiché io voglio anche la gioia del lavoro, questa gioia sana, questa gioia forte. Voglio che le mie braccia adoperino la pialla, il martello, la vanga o la falce.
Voglio essere utile, voglio che noi tutti siamo utili. Voglio essere utile al mio vicino e voglio che il mio vicino mi sia utile. Desidero che noi operiamo molto perché la mia necessità di godere è insaziabile. Ed è perché io voglio godere che non sono rassegnato.
Sì, sì, io voglio produrre, ma voglio godere; voglio impastare la farina, ma mangiare il miglior pane; fare la vendemmia, ma bere il miglior vino; costruire la casa, ma abitare nei migliori appartamenti; fare i mobili, ma possedere anche l’utile, vedere il bello; voglio fare dei teatri, tanto vasti, per condurvi i miei compagni e me stesso.
Voglio prendere parte alla produzione, ma voglio prendere parte al consumo.
Che gli uni sognino di produrre per altri a cui lasceranno, oh ironia, la parte migliore dei loro sforzi; per me, io voglio, unito liberamente con altri, produrre ma consumare.
Guardate rassegnati, io sputo sui vostri idoli; sputo su Dio, sputo sulla Patria, sputo sul Cristo, sputo sulle Bandiere, sputo sul Capitale e sul Vello d’oro, sputo sulle Leggi e sui Codici, sui Simboli e le Religioni: tutte fesserie, io me ne burlo, me ne rido…
Essi non sono niente né per me né per voi, abbandonateli e si ridurranno in briciole.
Voi siete dunque una forza, o rassegnati, di quelle forze che si ignorano ma che sono delle forze ed io non posso sputare su voi, posso solo odiarvi … o amarvi.
Il più grande dei miei desideri è quello di vedervi scuotere dalla vostra rassegnazione, in un terribile risveglio di Vita.
Non esiste paradiso futuro, non esiste avvenire, non vi è che il presente.
Viviamo!
Viviamo! La Rassegnazione è la morte.
La rivolta è la vita.
Albert Libertad
[Pubblicato in “L’anarchie”, 13 aprile 1905]

giovedì 2 marzo 2017

2 marzo 1977: Torino, via fascisti e nuova polizia!

Torino, è il 2 marzo 1977 un corteo studentesco di cinquemila studenti per lo più delle medie superiori attraversa la città. Il corteo è stato indetto per protestare contro la sparatoria fascista avvenuta a Roma due giorni prima in cui sono rimasti feriti due compagni.
Gli slogan che si scandiscono sono contro Andreotti, contro i fascisti e contro il PCI. Immediatamente mentre il corteo attraversava Via Cernaia e Corso Galileo Ferraris si alza tra gli studenti un grido rabbioso: "le sedi dei fascisti si chiudono col fuoco". In corso Vittorio 63 un gruppo nutrito di compagni si stacca dal corteo, sale al secondo piano dove si trova la sede del Circolo Monarchico e lancia all'interno una serie di Molotov. Seguono lo stesso destino l'albergo "Suisse" in via Sacchi all'angolo con Porta Nuova e la sede di "Comunione e Liberazione" ubicata in via Roma.
Il corteo defluisce verso Palazzo Nuovo dove è in programma un'assemblea. Ma si verificano delle tensioni con i militanti della FGCI che vengono espulsi da Palazzo Nuovo dagli studenti con un corteo militante. "I giovani del partito comunista hanno sceso le scalinate tra due ali di studenti minacciosi" riferisce "La Stampa" di quei giorni.
A Torino quindi è in crescita "un'area di autonomia del movimento che inizia a porre scadenze, ad alzare il livello dello scontro, ad individuare i terreni e le forme di lotta su cui viene ad essere spezzato l'isolamento e la ghettizzazione della lotta studentesca individuando le strutture di potere e i reali obbiettivi da attacare" (da 'Rosso').
Il giorno dopo però, giovedì 3 marzo circa 50 funzionari del PCI e della FIOM tra cui Giuliano Ferrara e Piero Fassino tentano un'incursione dentro Palazzo Nuovo per vendicarsi della cacciata del giorno prima e picchiano alcuni studenti. Ma il movimento studentesco reagisce immediatamente e i PCIsti vengono cacciati dal servizio d'ordine fuori dall'università dove stazionano a sentire il comizio del presidente e del vicepresidente della Regione Piemonte aspettando l'arrivo della polizia a dar loro man forte.
Ma nel frattempo gli studenti lasciano Palazzo Nuovo in corteo alla volta dell'istituto Avogadro in quel momento in occupazione per tenere qui un'assemblea avendo capito che il PCI avrebbe fatto sgomberare l'università dalla polizia dopo l'attacco fallito.
Ma non contenti di ciò i PCIsti chiamano la polizia all'Avogadro dove i celerini entrano in tenuta antisommossa e dato che gli studenti escono da una porta posteriore dell'istituto i poliziotti iniziano a caricare nelle vie attorno alla scuola.
A Torino come a Roma il PCI supplisce al lavoro sporco che la DC e le sue squadre speciali non riescono a fare.
Via via la nuova polizia!

mercoledì 1 marzo 2017

1 marzo 1968: la battaglia di Valle Giulia

Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell'immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale. Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel '67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all'attenzione dell'opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione. A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell'occupazione della facoltà. Il 29 Febbraio il rettore D'Avack richiede l'intervento della polizia per mettere fine all'occupazione: l'edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell'ordine. La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l'edificio dall'assedio poliziesco. Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell'ordine in un clima incandescente; l'evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l'area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l'urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell'ordine, i fermati sono più di 200, l'area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L'evento farà scorrere fiumi d'inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all'altro, l'opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un'intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'"innocenza" e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: "Non siam scappati più!".