..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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venerdì 15 giugno 2018

15 giugno 1944: Mirafori sciopera contro il trasferimento


Nel mese di giugno del 1944, in previsione di un progressivo spostamento della linea del fronte verso nord, le autorità naziste danno l'ordine di trasferire in Germania tutti i macchinari industriali "utili alla macchina bellica tedesca": per la Fiat Mirafiori queste parole significano il trasloco dell'officina 17 (quella dei motori avio) in alcune gallerie scavate nella zona del Garda, vicina all'Alto Adige (annesso alla Germania nazista), un luogo ritenuto dai tedeschi estremamente sicuro.
Il 15 giugno, giorno della decisione del comando tedesco del trasferimento coatto dell'officina 17, vede scatenarsi pronta la reazione operaia, con l'indizione di uno sciopero per il 17 giugno indetto dal comitato di agitazione del Cln.
La manovra in realtà non tende tanto, come dichiarato, a evitare i danni delle incursioni aeree, quanto all'eliminazione delle agitazioni operaie, che sarebbero diventante difficili da gestire, trasferendo l'intero processo produttivo fuori dall'ambiente sociale dei lavoratori, troncando ogni organizzazione operaia ed influenza esterna.
L'agitazione parte dallo stabilimento Fiat Mirafiori, ma ben presto si allarga prima alle altre fabbriche del gruppo (Lingotto, Ferriere, Fonderie ghisa, Acciaierie, Fiat materiale Ferroviario, Grandi Motori), e nei giorni successivi a molte altre aziende, dalla Lancia all'Arsenale Militare, dalla Zenith alla Manifattura Tabacchi.
Le decine di migliaia di operai che scendono in piazza tra il 17 e il 27 giugno non si battono solo per scongiurare la deportazione, ma rivendicano anche un aumento di viveri e salari.
Grazie a questa prova di resistenza gli operai otterranno alcuni miglioramenti economici e impediranno l'invio di macchinari e lavoratori all'estero: lo sciopero del giugno di fatto fornisce ai torinesi l'ennesima prova della grande capacità mobilitativa, e blocca un'iniziativa tedesca che, se non fermata, avrebbe potuto riprodursi su larga scala.

lunedì 11 giugno 2018

11 giugno 1919: l'insurrezione di La Spezia e il biennio rosso


La scintilla che provoca anche in Italia il cosiddetto Biennio Rosso italiano scocca l'11 giugno 1919 nella città di La Spezia.
In tutto il paese, gli effetti della Grande Guerra si dimostrano drammatici: il costo della vita è 4 volte quello del 1913 mentre i salari sono sempre gli stessi, le migliaia di soldati di ritorno dal fronte fanno fatica a trovare lavoro, il deficit di bilancio raggiunge livelli senza precedenti e il debito pubblico continua ad aumentare.
La situazione a La Spezia è in linea con quella nazionale: le numerosissime fabbriche della città, che avevano avuto enormi commesse durante la guerra devono riconvertirsi ad una più limitata produzione civile, e per farlo licenziano quasi la metà dei lavoratori, e gli operai, dichiarati "indispensabili" per lo sforzo bellico, seppur in massima parte sindacalizzati, si trovano a lavorare ancora con le regole che vigevano durante la guerra, quindi senza alcuna possibilità di trattativa o conquista sindacale.
Manca poco che la città, e la nazione tutta, esplodano, e tra gli operai sempre più forte è la tentazione di "fare come in Russia".
L'11 giugno del 919 le tre camere del lavoro spezzine, per la prima volta congiuntamente, indicono una manifestazione contro il carovita.
La calmierizzazione dei prezzi dei beni di prima necessità, sancita dall'ufficio approvvigionamento, scatena però la rabbia dei grossisti, che distruggono interi carichi di frutta e verdura. La voce giunge agli operai, che scendono in quindicimila in corteo, dirigendosi verso il centro città e cominciando i saccheggi.
Le truppe accorse si rifiutano di sparare sulla folla, nonostante gli ordini ricevuti, ma i Carabinieri sparano ed uccidono due operai. Nel frattempo scioperi di solidarietà vengono indetti, prima in tutta la Versilia, poi in tutta la Toscana.
Gli scioperi dilagano in tutta Italia, dalle metropoli industrializzate del nord alle zone rurali del centro sud, dove, tra il settembre e il novembre 1919, i contadini iniziano l'occupazione spontanea di terre povere e non coltivate.
Le rivolte operaie del biennio rosse mettono a dura prova la tenuta dell'ordine istituzionale, che vedrà infatti l'alternarsi di sette governi in soli tre anni; per mettere fine alle agitazioni, e preoccupati dal risultato elettorale raggiunto dai socialisti nel 1919 (32%), il governo con la mediazione del primo ministro Giolitti da una parte cerca un punto di incontro con gli operai, permettendo ai sindacati un controllo sulle fabbriche, controllo però che si dimostrerà debole e non entrerà mai di fatto in funzione, e dall'altra lascia di fatto carta bianca ai neonati fasci di combattimento, organizzazione paramilitare legalizzata che soffocherà nel sangue le agitazioni proletarie.

venerdì 8 giugno 2018

8 giugno 1979: ciclo di lotte alla Fiat Mirafiori


Dall'otto giugno 1979 per alcuni giorni si verificano a Mirafiori una serie di scioperi e cortei operai che riportano in fabbrica i lavoratori licenziati per le lotte esplose da inizio anno e articolatesi per tutto il periodo primaverile.
Un vero e proprio ciclo di lotte autonome quello del 1979 dove la vertenza contrattuale apre le porte ad un conflitto che fuoriesce completamente dalla gestione sindacale.
Dalla primavera del '78 una serie di iniziative di lotta viene portata avanti da lavoratori aggregatasi nei Collettivi operai Fiat in forte contrapposizione con i sindacati confederali.
Il 29 aprile 1979 alle Carrozzerie mille donne del reparto montaggio fanno un corteo interno per la situazione dei servizi igienici, un altro corteo di operai invade la palazzina degli uffici, mette in fuga gli impiegati ed esce all'esterno occupando Corso Agnelli. Nelle prime ore del pomeriggio vengono occupate ed espropriate le mense.
Nei giorni successivi vengono più volte bloccati i cancelli.
A giugno dilagano gli scioperi in Verniciatura.
Il 6 giugno si svolgono cortei interni grossissimi che distruggono scocche e macchinari.
L'Flm (sindacato dei metalmeccanici) si dissocia dagli episodi di violenza.
Il giorno dopo un corteo enorme riassalta la palazzina e le strade di Torino Sud, per la Repubblica 25000 sono i lavoratori in corteo.
La direzione fiat afferma che la mobilitazione è sfuggita di mano ai sindacati e a controllarla sono gruppi di autonomi così licenziando i 5 operai che saranno riportati dentro con il corteo dell'8 giugno 1979.
Il 30 giugno in seguito alla messa in libertà di 4200 operai si verificano degli scontri tra manifestanti (che volevano attuare il blocco totale delle merci) e sindacalisti (che vorrebbero far entrare dei camion carichi di schocche).

mercoledì 6 giugno 2018

7 giugno 1914: la settimana rossa di Ancona


Il 7 giugno 1914, ad Ancona si svolgono dei disordini tra lavoratori anconetani (principalmente portuari e ferrovieri appartenenti a sindacati autonomi di indirizzo socialista ed anarchico) e forze dell'ordine, schierate per difendere la parata militare celebrativa dello Statuto Albertino.
Ancona è all'epoca una città che ha già avuto numerose esperienze di rivolte e sollevamenti popolari: dai moti del pane del 1898 agli scioperi del 1913. In quel periodo inoltre si assisteva alla creazione di un fronte comune di diversi movimenti e sindacati, uniti dall'antimilitarismo. L'opposizione alle politiche di guerra non era una lotta puramente ideologica. La missione in Libia impegnava moltissimi lavoratori, che venivano chiamati alle armi e, dopo aver abbandonato tutto, subivano una formazione militare che significava semplicemente disciplinamento e repressione, in un momento in cui una profonda crisi economica attraversa il paese, costringendo la popolazione ad emigrare. Emblematiche sono le vicende di Augusto Masetti, che spara al proprio tenente al momento di partire per la Libia, e Antonio Moroni, militante socialista inviato in una compagnia di disciplina a causa della sua attività politica.
Il 7 giugno 1914 si celebra con una parata per le vie del centro l'anniversario dello Statuto Albertino; come in tutte le città d'Italia, è prevista una manifestazione contraria ai festeggiamenti, alla corona e all'esercito, per richiedere l'abolizione delle compagnie di disciplina, la liberazione di Masetti e Moroni. Lo scopo è quello di impedire la sfilata militare. Visto il divieto di manifestare, l'appuntamento per l'azione è fissato a Villa Rossa (sede del partito Repubblicano, di indirizzo mazziniano). Dopo un comizio che infiamma il pubblico, i manifestanti escono da Villa Rossa e subito incontrano lo spiegamento delle forze dell'ordine, che impedivano l'ingresso alle vie del centro. Al tentativo di forzare il blocco, i carabinieri rispondono aprendo il fuoco e uccidendo Nello Budini di 24 anni, Attilio Giambrignani di 22 e Antonio Casaccia di 17.
Inizia quindi uno sciopero selvaggio ad oltranza, continuano gli scontri con le forze dell'ordine. Vengono assaltate le armerie, i lavoratori portuali e ferroviari bloccano porto e stazione, rallentando l'arrivo di ulteriori militari chiamati come rinforzo, i palazzi pubblici vengono presi dai manifestanti: gli scontri si trasformano in battaglia.
Ha inizio quella che passerà alla storia come la settimana rossa di Ancona.
Nei giorni successivi lo sciopero si espande a macchia d'olio in tutta Italia, si hanno violentissimi scontri nella Romagna, a Milano, Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Palermo e Roma.
Intere zone della penisola sfuggono al controllo dello stato, i comitati rivoluzionari cercano di riorganizzare la vita nelle città in loro possesso. L'impronta fortemente antimonarchica e antimilitarista delle rivolte sembrano mettere il paese sull'orlo della guerra civile. L'intervento dell'esercito arriva, però, con una forza dirompente: il 10 i militari riescono a sbarcare ad Ancona. Importante ricordare anche il ruolo che ebbe CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) che, dopo aver inizialmente appoggiato lo sciopero, lo revocò e invitò i lavoratori a riportare l'ordine.
Il 14 giugno, dopo ben 16 morti tra i rivoltosi, la situazione torna definitivamente sotto il controllo dell'esercito. La settimana rossa resterà però un'esperienza rivoluzionaria importante, che fungerà da base per il biennio rosso e storicamente utile per avere uno spaccato di una Italia infuocata dal conflitto sociale, prossima alla prima Guerra Mondiale.


martedì 5 giugno 2018

Finirà questa pacchia...

Sacko Soumayla, ventinovenne maliano, è morto ucciso a fucilate ieri notte nelle campagne di San Calogero, tra Rosarno e Calimera, nel vibonese. Qualcuno ha sparato da lunga distanza. Altri due uomini, Madiheri Drame, 30 anni, e Madoufoune Fofana, 27 anni, sono stati feriti. Si trovavano all’entrata dell'ex Fornace, una fabbrica abbandonata, alla ricerca di vecchie lamiere e altro materiale utile per costruire un riparo di fortuna dove riposarsi dal lavoro nei campi.
Era uno dei tanti braccianti che si spaccano la schiena nelle campagne per pochi euro, per raccogliere le arance che troviamo a caro prezzo nei supermercati. Era attivo nelle lotte sindacali, lì in quelle campagne, nella piana di Gioia Tauro. Una morte che non fa notizia, non troppa. Perché? Perché è un’esecuzione. Una morte non ordinata da questa società ma appartenente al suo ordine normale di società razzista, dove i rapporti di classe sono anche rapporti di segregazione razziale e la vita di quelli come Sacko, esattamente come il suo lavoro, vale meno.
La normalità. C’è chi si sorprende, si rammarica e poi dimentica. C’è chi la conosce e serra ancora i pugni dalla rabbia. Una volta di più. Fa schifo. È la stessa storia di Macerata, quella di Idy Diene a Firenze, quella del giovane senegalese preso a sprangate perché non riusciva a pagare l’affitto una settimana fa a Castelfranco di Sotto, vicino Pisa, o quella del giovane rumeno investito da un treno solo due giorni fa mentre si recava nei campi tra Acerra e San Felice a Cancello. Poi il mare, dove si affonda. 35 morti al largo della Tunisia. Ma oltre l’orizzonte nessuno guarda mai.
Questa è la trave nell’occhio che non vede chi cerca le pagliuzze negli occhi di chi soffre in questo paese: i neri, gli stranieri muoiono perché neri e stranieri. La minaccia della loro vita avara e spietata sfiora porzioni di proleteriato bianco e nativo ma ora a morire sono i neri. La politica segna bene la linea di demarcazione: loro possono pure morire, voi almeno, no. I fucili e le pistole poi non lasciano dubbi. Guardate dove e come muoiono, questi neri, per capire come confinino con noi: muoiono mentre lavorano, nei campi, negli ultimi posti dimenticati da Dio, ovvero, dietro le nostre case e nelle nostre strade. Oltre l’orizzonte nessuno riesce a guardare mai perché la vita piega la schiena.
Salvini continua ad andare all’attacco. Promette guerra: “la pacchia è finita”. È un uomo piccolo. Aggiunge solo infamia a un dato già presente: questa guerra contro i lavoratori migranti c’è già. L’ha usata, l’ha sviluppata in rancore per farne rendita politica, per farne crociata delle istituzioni. Copre quel senso di impunità che permette di ammazzare un uomo per placare un po’ di vendetta contro la miseria di questo mondo o semplicemente per suggellare con la crudeltà il segno del comando.
Ma non ci sono nemici invincibili capaci di far calare la notte da un momento all’altro, come se si spegnesse l’interruttore. Chi è angosciato da questo è esente dalla partita di morte, non conosce la minaccia quotidiana. Salvini cambia poco o se vogliamo cambierebbe tanto come pretesto per ribellarsi alla regola dei cecchini in un mondo di bersagli. Hanno ammazzato uno di noi. Chi sente questo odore di morte sa che non ci sono scorciatoie: non basta un sistema più giusto, bisogna venir fuori per non far passare in mezzo a noi quella linea di confine tra storie di vita senza speranza e storie senza speranza di vita, per contare e non farsi ammazzare. Basta fare da bersagli mobili, finirà questa pacchia...

A Sacko.

venerdì 1 giugno 2018

Dove finisce la mia libertà e dove inizia la tua?


Il mio ragionamento sulla libertà non può che essere diverso da quello condiviso dalla folla. Quando si dice retoricamente che 'la libertà finisce dove comincia quella degli altri' non posso che provare un senso di disgusto, ma anche di vergogna, perché constato il modo in cui la folla sorvola volutamente sull'analisi reale di questa frase. Gli basta la retorica, la bella scorza, soprattutto gli basta sapere di non mettere a repentaglio la sua condizione di schiavo per applaudire a quella frase e sentirsi nel giusto.
Eppure è sulla base di quella frase che, in questa società, ci si scanna e non si ha più libertà da secoli e secoli. È sulla base di quella frase che i governi muovono gli eserciti e impongono coercizioni ai popoli, alle singole persone. Quando si stabilisce un limite, un confine, un divieto anche e soprattutto alla libertà, è sempre un atto criminale, dittatoriale, l'inizio di una catena autoritaria di eventi. Se la mia libertà finisce dove comincia la tua, dovremmo dunque stabilire chi dovrebbe (e soprattutto perché dovrebbe) arrogarsi il diritto di stabilire qual è la tua libertà, e qual è la mia. Lo stabilisce la nostra rispettiva forza brutale muscolare? Il nostro rispettivo esercito? O il suo surrogato burocratico, cioè una struttura istituzionale che legifera e impone divieti a vantaggio di qualcuno e a discapito di qualcun altro? Lo stabilisce una morale sedicente divina che mi esorta a porgere l'altra guancia e a fare voto di povertà affinché qualcun altro si giovi delle ricchezze che produco? In ogni caso, come si può notare, non è più libertà, ma coercizione di governo, dittatura, sfruttamento! E se ci facciamo caso, tutta la nostra società è fondata su quella pretestuosa frase, che si concretizza ogni giorno e in ogni luogo. Se tutti dicono di ricercare la libertà pensando di riuscirci poiché affidano a quella frase tutte le speranze, sappiano che la schiavitù di cui sono vittime
si basa proprio sulla limitazione della libertà del popolo per salvaguardare quella del Capitale e dell'élite al governo.
Io invece intendo la libertà come la intendeva Bakunin, infatti potrò dire di essere veramente libero soltanto quando anche tutti gli altri lo saranno. Questa è per me la libertà, ed è di questa libertà che lo schiavo ha un'enorme e stupida paura. Paura di che? Di morire e di soffrire? Sì! Ma allora questo schiavo non dovrebbe proprio obbedire ai padroni che lo mandano al macello! Non dovrebbe soprattutto crearne di padroni! Tre morti al giorno sul lavoro non bastano? E le guerre? E i genocidi? E le torture? E i suicidi indotti? E le stragi di Stato? Tutto questo non fa paura allo schiavo?
Pare di no, allo schiavo fa invece paura, anzi terrore, la gioia della libertà, una vita vera e totale vissuta pienamente. Paradosso? Certo. Lo schiavo preferisce morire tutte le volte che il suo padrone alza il dito piuttosto che imparare di nuovo a camminare autonomamente sulla strada della libertà insieme agli altri e autogestirsi la vita. Lo schiavo è troppo abituato ai confini imposti dall'alto, ai divieti, ai limiti, agli ordini, alle gabbie. La scuola (e tutta la società scolarizzata) lo educa a considerare normale e giusto tutto questo. Un universo aperto gli fa paura più della morte certa per mano del padrone. La mia libertà, dunque, non finisce affatto dove comincia la tua. Sulla mia libertà nessuno può arrogarsi il diritto di tracciare un confine, altrimenti non è più libertà, è dittatura, cominciamo a capire questo concetto elementare. E al bando la retorica e la morale dello schiavo, come di seguito!
Infatti lo so che cosa direbbe adesso lo schiavo comune. Direbbe che ci deve per forza essere qualcuno a regolamentare, a legiferare, a fare lo sbirro e il giudice. Se soltanto imparasse, questo schiavo, che quel qualcuno altri non è che un essere umano come me, e che se quel qualcuno esterno a me può, secondo lui, avere voce in capitolo sulla mia vita, sul mio pensiero e sulle mie azioni, perché dunque io, che sono parimenti un essere umano, e conosco meglio di chiunque altro le mie esigenze, non posso averla quella voce in capitolo? Si ponga questa domanda, lo schiavo! Ma lo schiavo è tale perché non ragiona, lo schiavo esegue solo ordini, ed è obbedendo al padrone e alla sua legge scritta che lo schiavo si dichiara per quello che è: un essere autoritario e asservito che ha bisogno di un governo, di qualcun altro che dall'esterno gli dica cosa fare, cosa pensare, quando farlo, e tutto il resto.

lunedì 28 maggio 2018

28 maggio 1974: piazza della Loggia

È il 28 Maggio 1974 quando a Brescia in Piazza della Loggia,in mattinata venne fatta esplodere una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti, mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.
L'attentato provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre centodue.
Dalle indagini, la prima istruttoria della magistratura portò alla condanna nel 1979 di alcuni esponenti dell'estrema destra bresciana. Dopo l'assoluzione; un secondo filone di indagine, sorto nel 1984 a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti, mise sotto accusa altri rappresentanti della destra eversiva; nuovamente gli imputati furono assolti in primo grado nel 1987, per insufficienza di prove, e prosciolti in appello nel 1989.
Nel corso di tutte le indagini e i procedimenti giudiziari relativi alla strage, si è costantemente fatta largo l'ipotesi del coinvolgimento dei servizi segreti e di apparati dello Stato nella vicenda.
Il fatto più eclatante scaturito dalle indagini, fu in primo luogo l'ordine proveniente da ambienti istituzionali, tutt'oggi sconosciuti, impartito meno di due ore dopo la strage affinché una squadra di pompieri ripulisse con le autopompe il luogo dell'esplosione, spazzando via indizi, reperti e tracce di esplosivo prima che alcun magistrato o perito potesse effettuare alcun sopralluogo o rilievo.
In seguito,anche la misteriosa scomparsa di reperti prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri destò sospetti, insieme all'ultima e recente perizia antropologica in cui si è individuata in una fotografia di quel giorno la presenza sul luogo di Maurizio Tramonte, militante di Ordine Nuovo e collaboratore del SID.
Durante la terza ed ultima istruttoria, il 19 maggio 2005 la Corte di Cassazione ha confermato la richiesta di arresto per Delfo Zorzi. Oggi cittadino giapponese, non estradabile, con il nome di Hagen Roi; per il coinvolgimento nella strage di Piazza della Loggia.
Il 15 maggio 2008 sono stati rinviati a giudizio sei imputati: tre esponenti e militanti di spicco di Ordine Nuovo, un capitano del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia e un collaboratore del ministro degli Interni del tempo, Paolo Emilio Taviani.
Il 21 ottobre 2010, dopo cinque giorni e mezzo di ricostruzione delle accuse, i pubblici ministeri titolari dell'inchiesta, hanno formulato l'accusa di concorso in strage per tutti gli imputati, ad eccezione di Pino Rauti, per il quale è stata invece chiesta l'assoluzione per insufficienza di prove, pur sottolineando la sua responsabilità morale e politica per la strage.
Il 16 novembre 2010 la Corte D'Assise ha emesso la sentenza di primo grado della terza istruttoria, assolvendo tutti gli imputati per insufficienza di prove.
Il filone d'indagine è stato quindi modificato svariate volte nel corso del tempo, ancora una volta senza che si sia trovato un colpevole.
Dopo l'ultima sentenza si è così espresso il presidente dell'Associazione familiari caduti della strage di Piazza della Loggia: "I processi per strage non possono più entrare in un'aula di giustizia. Capisco che la verità giudiziaria, diversa da quella storica, sia difficile da trovare ma a questo punto non è facile avere fiducia nelle istituzioni".

martedì 22 maggio 2018

La libertà dello Stato di Max Stirner

Tutta la libertà moderna si riassume nella libertà dello Stato, che risulta l’unico signore politico. Nel realizzare l’uguaglianza dei diritti, la borghesia ha dunque portato a compimento il principio di autorità attraverso l’emancipazione politica. L’uguaglianza giuridica, realizzando tale conquista, ha dato piena libertà allo Stato, nel senso, appunto, che da un lato esso si invera nell’universalizzazione democratica dei cittadini, dall’altro, pero, questa universalità pone in essere la libertà assoluta dello stesso dominio statale. La libertà politica consiste precisamente nel diretto rapporto tra cittadini e Stato, nel fatto che proprio in questo protestantesimo politico l’istituzione statale amplia la sua libertà totale, dal momento che nessun altro ente limita il suo potere. Non deriva, per Stirner, che tra lo Stato e l’individuo c’è una incompatibilità irriducibile. “Quella libertà non è mia, ma di una potenza che mi domina e mi tiranneggia; essa significa che uno dei miei tiranni, come Stato, religione, coscienza, è libero. Lo Stato, la religione, la coscienza, questi tiranni, mi rendono schiavo e la loro libertà è la mia schiavitù”.
La libertà dello Stato si configura come libertà di mediazione tra persona e persona. Infatti solo lo Stato, in virtù del suo assoluto monopolio di potere, può mettere i cittadini in contatto tra di loro. Ma in questa socialità politicamente realizzata va a compimento l’autentica vocazione alienante del potere, delle stesse ragioni del dominio: il comando per il comando. “Lo Stato lascia gli individui il più possibile liberi di giocare come vogliono, basta che non facciano sul serio e che non lo dimentichino. Non è permesso avere rapporti liberi, spontanei, con gli altri: occorre la sorveglianza e la mediazione di un’istanza superiore”. “Lo Stato non può sopportare che la persona abbia un rapporto diretto con un'altra persona: vuole fare da mediatore, deve – intervenire. Lo Stato è diventato ciò che un tempo fu Cristo, ciò che furono i Santi e la Chiesa: un mediatore. Esso divide la persona dalla persona. Il carattere coercitivo dello Stato non deriva dunque da una specifica forma istituzionale, ma dal fatto che esso è l’unica realtà politica esistente, la sola trama legittima valevole per tutti e per tutti, quindi, irreversibilmente onnipervasiva nella sua socialità totale. Ciò che si chiama Stato è un intreccio, una rete di dipendenze e di colleganze, è un appartenersi reciproco di persone che si tengono uniti e si adattano gli uni agli altri, insomma dipendono gli uni dagli altri: lo Stato è appunto l’ordine di questa dipendenza. 

venerdì 18 maggio 2018

Dante Di Nanni


Il 18 maggio ricorre l'anniversario della morte di una figura storica dell'antifascismo italiano: quella di Dante Di Nanni, giovane militante dei GAP torinesi, ucciso nel 1944, all'età di 19 anni, dalle truppe nazifasciste.
Figlio di genitori di origine pugliese, fin da giovanissimo comincia a lavorare nelle fabbriche cittadine, proseguendo gli studi alla scuola serale; allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola nell'Areonautica, che abbandona subito dopo l'armistizio del 1943.
Rifugiatosi nelle montagne piemontesi, si unisce inizialmente ad un gruppo partigiano guidato da Ignazio Vian, per poi convergere nei GAP di Giovanni Pesce.
E' il 17 maggio del '44 quando Di Nanni, assieme ai compagni Giuseppe Bravin, Giovanni Pesce e Francesco Valentino, effettua un attacco ad una stazione radio che disturbava le comunicazioni di Radio Londra.
Prima dell'azione, il gruppo di Gappisti disarma i militari preposti alla difesa della stazione e decide di graziarli in cambio della promessa di non dare l'allarme; ma i nove soldati tradiscono l'accordo e, ad azione terminata, i quattro partigiani vengono sorpresi ed attaccati da un gruppo di nazifascisti.
Ne segue uno scontro a fuoco in cui Bravin e Valentino vengono feriti e catturati; portati alle carceri Le Nuove, saranno torturati a lungo ed infine impiccati il 22 Luglio: Bravin aveva 22 anni, Valentino 19.
Anche Pesce e Di Nanni vengono colpiti durante lo scontro, ma il primo riesce a portare in salvo il compagno più giovane, gravemente ferito da 7 proiettili.
Di Nanni viene trasportato nella base di San Bernardino 14, a Torino, dove un medico ne consiglia l'immediato ricovero in ospedale; Giovanni Pesce, allora, si allontana dall'abitazione per cercare aiuto e organizzare il trasporto del compagno, ma al suo ritorno trova la casa circondata da fascisti e tedeschi, avvertiti della presenza dei Gappisti dalla soffiata di una spia.
Nonostante le gravi condizioni in cui versava, Di Nanni rifiuta di consegnarsi al nemico e resiste a lungo all'attacco nazifascista, barricandosi nell'appartamento del terzo piano e riuscendo ad eliminare diversi soldati tedeschi e fascisti con le munizioni rimastegli.
La sua eroica resistenza è riportata dalle parole dello stesso Giovanni Pesce che assistette in prima persona alla scena:
«Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l'ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L'ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c'è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell'attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio.»
(Giovanni Pesce, Senza tregua - La guerra dei GAP, Feltrinelli, 1967)

Nel 1945 viene insignito della Medaglia d'Oro al valor militare.
A 74 anni di distanza dalla sua morte, vogliamo ricordare Dante Di Nanni come un esempio a cui guardare per la determinazione e la forza con cui, assieme a tanti e tante antifascisti, scelse la strada della resistenza e della lotta contro l'oppressione nazifascista.


mercoledì 16 maggio 2018

La rivolta dei gitani ad Auschwitz


16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. "Smantellare il campo" è una triste formula che porta con sé allegato il significato di "eliminare tutti gli internati". E' consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.
Ma quel 16 maggio, all'ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.
Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all'interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all'obbedienza e alla fossa.
Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa "divoramento") subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.