..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 13 marzo 2022

Punti fermi e suggerimenti per una rivoluzione

Dal 1848 circa ad oggi, tutte le caste che hanno gestito i popoli e l'amministrazione degli Stati, hanno inserito tra i loro obiettivi l'insabbiamento sistematico delle informazioni che riguardano le idee anarchiche e le loro esperienze. In sostanza, tutti gli Stati impediscono agli anarchici di dimostrare liberamente che l'autogestione e la cooperazione sono realizzabili e perfettamente aderenti alle esigenze umane.

Là dove nasce e prospera un'autogestione, lo Stato interviene per distruggerla in tre modi:

1) con la censura

2) con la criminalizzazione

3) con la forza

 

Ciò non impedisce alle realtà anarchiche di esistere. Di fatto, solo in Italia, e senza rifarci agli esempi storici, una trentina di comunità più o meno grandi vivono in autogestione e in cooperazione, senza perciò nessun capo e nessun sottoposto, nessun sindaco e nessuna polizia, nessuna gerarchia e nessun tutore della legge. Per conseguenza, in queste comunità non esistono reati. Il modello della comunità autogestita è una realtà che dimostra energicamente;

1) che il sistema gerarchico statale e le sue leggi producono ingiustizie e crimini.

2) che l'essere umano è in grado di autogestirsi senza bisogno di delegare.

3) che la politica anarchica non è un'utopia.

4) che l'anarchia non è caos e violenza.

5) che in una comunità libera esistono regole, non scritte, mutevoli a seconda delle necessità e dei casi. Tali regole (leggi morali e naturali) nascono spontaneamente e sono tutte volte al benessere collettivo, alla vita, poiché unico scopo della vita è l'espansione della vita stessa; e scopo dell'essere umano non è l'autodistruzione, ma la propria sussistenza, garantita dalla cooperazione.

6) che libertà non vuol dire disordine, licenza, aggressività.

Se oggi siamo giunti a questo grado di aggressività, questo non lo si deve imputare alla natura dell'Uomo, ma al suo carattere che è stato viziato (E. Fromm), deformato da un sistema in cui l'aggressività e la competizione (propagandata in mille modi) si è resa necessaria per scalare le gerarchie e farsi strada anche a costo di ammazzare, per un benessere esclusivamente individuale (egoistico).

Sta a noi decidere se tornare ad essere Uomini liberi o se rimanere prigionieri della violenza. Gli anarchici dimostrano anche che:

1) utopia è credere che questo sistema statale porti giustizia e pace.

2) utopia è illudersi ogni volta che un nuovo governo risolva i problemi.

3) utopia è pensare di essere liberi in una società dove impera la morale borghese e clericale.

4) utopia è credere che uno Stato sedicente democratico sia basato sulla sovranità del popolo.

5) utopia è aspettarsi che la legge sia davvero uguale per tutti e che renda più giusti gli uomini.

6) utopia è credere ai mass-media.

7) utopia è dare fiducia alle supposte autorità di cui siamo circondati.

Eccetera

Gli storici sono colpevoli di non aver trattato in maniera completa e adeguata i capitoli riguardanti le esperienze di autogestione e di autogoverno anarchico (Colin Ward), questo perché tutti gli storici ben conoscono le regole dettate dal sistema: 'tu parli di anarchia? E noi non ti facciamo pubblicare i tuoi studi'.

Esiste un programma anarchico? Sì, lo ha scritto nel 1919 Errico Malatesta, lo potete trovare tra i banners della colonna di sinistra. È un programma vecchio vista la sua età? L'idea di libertà non è mai vecchia, anzi, proprio in un periodo in cui i popoli del mondo sono assetati di giustizia, l'anarchia si presenta in tutta la sua giovane potenza innovativa. Nel vostro modo di concepire le cose, cioè per gerarchie e autorità, vi aspettate sicuramente dei nomi 'illustri' di anarchici ai quali appendere le vostre eventuali ammirazioni. Potremo stupirvi, e non poco. I 'nomi illustri' sono troppi da elencare, si tratta di un universo parallelo tenuto ben nascosto per i motivi di cui sopra. Nessun libro di scuola vi racconterà, ad esempio, dell'anarchismo di Tolstoj.

La censura si è abbattuta anche in occasione di questi 150 anni di unità d'Italia (150 anni di servitù), dove il primo anarchico italiano, Carlo Pisacane, amico di Mazzini, proponeva un'unità d'Italia diversa da come si è realizzata, un'unità solidale e cooperativa, un federalismo egualitario che apre al prossimo, non propone confini e odii. Stop, non se ne deve parlare, neanche a scuola, neanche leggendo la seppur celebre 'La spigolatrice di Sapri' (dedicata alla sua coraggiosa impresa). E mille altri nomi 'noti'. Vi sono poi un'infinità di nomi che non sono conosciuti (sempre a causa della censura), ma che sono stati -e continuano ad essere- le pietre angolari della cultura filosofica, pedagogica, sociologica, letteraria, artistica, scientifica, politica, ecc. mondiale.

Da dove iniziare per capire l'anarchismo? Più che 'capire' sarebbe meglio dire 'togliere i pregiudizi'. L'anarchismo ce lo abbiamo tutti dentro, lo portiamo come bagaglio morale naturale. Scoprirete da soli che qualsiasi testo sull'anarchia vi rispecchia e riassume perfettamente la vostra coscienza, vi ci ritroverete in pieno. Qualche autore? Va bene. Noi consigliamo il già citato Colin Ward ('Anarchia come organizzazione'). Iniziate con lui, se non volete rifarvi direttamente ai padri dell'anarchismo e se cercate un intellettuale contemporaneo. Il libro si legge molto bene, è scorrevole e vi stupirà alla grande.

venerdì 11 marzo 2022

Né con la Russia nè con la NATO, il nemico di sempre è lo Stato

Di fronte al conflitto in corso in Ucraina, che vede attualmente la Federazione Russa in fase d’attacco, riaffermiamo il nostro totale rifiuto degli imperialismi degli Stati e delle coalizioni contendenti, NATO e OTSC.

Le politiche di potenza degli Stati, i nazionalismi, le piccole patrie, sono solo paraventi per nascondere lo sfruttamento delle classi lavoratrici, delle risorse, dei territori. Le ricadute di questa guerra sono estremamente gravi, in primis per le popolazioni civili delle zone interessate che si trovano da anni in una situazione di conflitto e privazione materiale.

Ma questo conflitto riguarda anche lavoratori e lavoratrici di tutta Europa, che stanno già vedendo i loro redditi falcidiati dagli aumenti dei costi dell’energia e dei beni di prima necessità, nonché dal taglio della spesa pubblica sociale a beneficio dell’aumento delle spese militari.

La guerra in corso si inserisce in uno scenario mondiale di crescente disordine a livello politico e militare. Gli Stati Uniti, sebbene rimangano ancora la prima potenza mondiale, da anni sono in evidente difficoltà tanto sul piano esterno, come dimostra la fuga precipitosa dall’Afganistan, che su quello interno come mostrato dall’insorgenza sociale del 2020 e la ripresa del conflitto di classe.

Dal canto suo, la Federazione Russa si trova in una posizione difensiva che la costringe ad attaccare per rimanere in piedi. La crisi apertasi nella sfera d’influenza russa, risultata evidente con la mobilitazione sociale in Bielorussia nell’estate del 2020 e con le proteste in Russia nel gennaio 2021, mostra la fragilità dello Stato Russo tanto sul piano esterno che su quello interno. Fragilità che potrebbe essere fatale nel caso in cui anche solo uno degli Stati alleati possa collassare, come dimostra la brutale e sbrigativa repressione della rivolta in Kazakhstan del gennaio 2022 e il sostegno incondizionato al dittatore bielorusso Lukashenko.

L’Italia è pesantemente coinvolta nel confronto, con le basi militari USA e Nato in tutto il paese, e in particolare con le installazioni in Sicilia utilizzate per il controllo della flotta russa nel Mediterraneo e l’invio di droni nello scenario bellico. Inoltre lo Stato Italiano è presente direttamente in Europa orientale con proprie truppe,e prende quindi parte concretamente alla spirale di guerra. In Lettonia sono dislocate truppe con carri armati e cingolati da neve, nell’ambito della missione “Baltic Guardian” della NATO; in Romania, nei pressi di Costanza, è presente una squadriglia di 4 caccia Typhoon nell’ambito della missione “Air Black Storm”; nel Mar Nero sono presenti la fregata FREMM “Margottini” e il cacciamine “Viareggio”, oltre alla portaerei “Cavour” con gli F-35.

Questo spiegamento di forze è stato autorizzato con uno stanziamento di 78 milioni di euro, che sicuramente il governo dovrà incrementare. Già è stata annunciata l’intenzione di inviare nell’area altri 2000 soldati italiani. Le crescenti spese militari sono giustificate con la nostra sicurezza, ma nessuno dice che sicurezza è soprattutto educazione e sanità, reddito per tutti e non certo la guerra.

Come anarchici, intendiamo innalzare la bandiera della solidarietà tra le classi sfruttate, al di là ed al di fuori di qualunque nazione.

Per questo facciamo appello a tutti coloro che si oppongono alla guerra a rafforzare e rilanciare la lotta contro la politica guerrafondaia del governo italiano, per creare un ampio movimento antimilitarista che sappia imporre il ritiro delle missioni militari all’estero.

La nostra posizione è quella del disfattismo rivoluzionario, della solidarietà, della fraternizzazione e della ribellione contro gli Alti Comandi di ciascuno Stato.


Federazione Anarchica Italiana

Commissione di Corrispondenza


giovedì 10 marzo 2022

10 Marzo 1948: Placido Rizzotto

Placido Rizzotto nacque a Corleone da Giovanna Moschitta e Carmelo Rizzotto. Primo di sette figli, perse la madre quando era ancora bambino. In seguito all'arresto del padre, con l'accusa di far parte di un'associazione mafiosa, fu costretto ad abbandonare la scuola per occuparsi della famiglia.

Durante la seconda guerra mondiale prestò servizio nel Regio Esercito sui monti della Carnia, in Friuli Venezia Giulia, con il grado di caporale prima, di caporal maggiore poi e infine di sergente, dopo l'armistizio dell'8 settembre si unì ai partigiani delle Brigate Garibaldi come militante socialista.

Rientrato a Corleone al termine della guerra, iniziò la sua attività politica e sindacale, ricoprì l'incarico di Presidente dei reduci e combattenti dell'ANPI di Palermo e quello di segretario della Camera del lavoro di Corleone.

Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano e della CGIL.

Tutto era iniziato il 19 ottobre 1944, quando il ministro dell’Agricoltura del governo Badoglio, il comunista Pietro Gullo, firmò un decreto in cui si stabiliva che le terre incolte o mal coltivate dagli agrari, dai latifondisti, venissero assegnate alle cooperative di contadini.

Una legge valida nel resto d’Italia, un po’ meno in Sicilia. Quello stesso giorno a Palermo, mentre il decreto Gullo entrava in vigore, un plotone del 139° Reggimento fanteria della Divisione “Sabaudia” sparò sulla folla che protestava per la mancanza di pane: 24 morti e ben 158 feriti, tra cui donne e bambini, in Sicilia i contadini si trovarono fra due fuochi: da una parte la nobiltà e il baronato latifondista, che avevano nella mafia il custode dello status quo, ovvero delle loro proprietà, i mafiosi si opponevano con violenza all’applicazione della legge Gullo. E quando i contadini riuscivano comunque a occupare un pezzo di terra, arrivavano le forze dell’ordine ad arrestarli per “invasione di terre”, perché per essere assegnate dovevano essere dichiarate ufficialmente “incolte”. Contadini, sindacalisti e militanti erano fra il martello della lupara e l’incudine delle manette.

Politico e sindacalista fermamente impegnato nella difesa degli ideali di democrazia e giustizia, consacrò la sua esistenza alla lotta contro la mafia e lo sfruttamento dei contadini, perdendo tragicamente la vita in giovane età ad opera degli esponenti mafiosi corleonesi in un vile agguato, venne rapito nella serata del 10 marzo 1948, mentre andava da alcuni compagni di partito, e ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l'occupazione delle terre.

Sulla base degli elementi raccolti dagli inquirenti, vennero arrestati Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, che ammisero di aver preso parte al rapimento di Rizzotto in concorso con Luciano Liggio. Grazie alla testimonianza di Collura fu possibile ritrovare alcune tracce del sindacalista, ma non il corpo.

Il 9 marzo 2012 l'esame del DNA, comparato con quello estratto dal padre Carmelo Rizzotto, morto da tempo e riesumato per questo scopo, ha confermato che i resti trovati il 7 luglio 2009 all'interno di una foiba di Rocca Busambra a Corleone appartengono a Placido. I resti sono stati recuperati da personale specializzato per interventi speleologici del Comando Provinciale Vigili del Fuoco di Palermo.

Placido Rizzotto oggi sarebbe stato meno solo, forse, è senz’altro doveroso rendere omaggio, facendone conoscere la biografia e l’operato alle giovani generazioni, affinché comprendano l’importanza della lotta.


mercoledì 9 marzo 2022

9 Marzo 1306: Fra Dolcino verso il biellese

«Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi, tu che forse vedrà il sole in breve, s'ello non vuol qui tosto seguitarmi, sì di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, che altrimenti acquistar non saria leve».

Anche Dante Alighieri volle ammonire Dolcino: l'inverno nelle Alpi è terribile, ricorda di armarti di cibo; sarai bloccato dalla neve. Dolcino ricordalo altrimenti raggiungerai tutti gli eretici che bruciano all'inferno. Gli apostolici vissero nelle balme e nelle grotte messe a disposizione dalla comunità montanara. L'inquisizione sembrò giocata, battuta. Arrivò l'inverno sulle montagne, e con esso il freddo e il gelo che tutto blocca e tutto distrugge. Devastò il morale degli uomini ancor prima che la loro resistenza fisica. Il cibo non bastò, troppe bocche da sfamare. Dolcino decise di scendere a valle con alcuni uomini. La parte finale dell'avventura apostolica ebbe così inizio. Il capo dei guerriglieri decise di scendere a Varallo per rastrellare risorse, soldi. Quale migliore occasione che catturare il Podestà del piccolo borgo ai piedi della Valsesia e chiedere denaro per il riscatto? L'inverno inesorabile avanzò ghiacciando i torrenti e distruggendo i ponti di collegamento tra le valli. Troppe persone erano giunte al Forte della Speranza e tra essi una moltitudine di donne e bambini. Il 9 marzo del 1306 il rifugio di Parete Calva fu abbandonato. Con esso i cadaveri di coloro che non avevano resistito al lungo inverno. La direzione del nuovo pellegrinaggio della speranza furono le montagne del Biellese. Un cronista del tempo definì impensabili le vie battute dai fuggitivi, tra ghiaccio e neve. Alla fine dell'inverno del 1306 la carità umana fu irrimediabilmente abbandonata.

Alcuni giorni dopo i fuggitivi s'insediarono a Monte Rubello. Dolcino ringhiava nella valle sottostante tutto il suo odio, il suo disprezzo per quelle gerarchie che, secondo lui, l'avevano portato in quella parte del mondo. Saccheggiarono dapprima Trivero e in seguito i paesi limitrofi. Necessitavano di cibo per resistere. Gli eserciti schierati per la sua cattura furono nuovamente giocati. Ma la Chiesa ha mille risorse, non solo economiche. Trasformò la guerriglia in guerra a viso aperto. Dolcino, ringhiante, decise d'attendere le milizie vescovili. Monte Rubello si trasformò. Le grotte e le balme divennero case; furono scavati pozzi e gallerie sotterranee. Le vette limitrofe furono dotate di piccoli fortilizi di difesa, ma soprattutto di guardia. All'interno della contesa si affacciò l'uomo forte che la Chiesa tanto desiderava: il vescovo di Vercelli Raniero Avogadro. L'uomo di chiesa, trasformato in combattente, decise di guidare personalmente le milizie vescovili, inquisitoriali e comunali. Raniero Avogadro decise di chiedere l'aiuto del Papa, degli inquisitori lombardi, del Duca di Savoia e dell'arcivescovo di Milano. La battaglia finale ebbe inizio. Dolcino e i suoi si muovono come cani rabbiosi. Il primo scontro avvenne presso Mosso, dove l'esercito di Avogadro fu duramente sconfitto. Ma giunse un altro inverno. Il freddo bussava, i denti battevano. Gli uomini di Dolcino arrivarono ad un tale punto di miseria che una volta morto un loro compagno, gli prendevano le carni, le mettevano a bollire e le mangiavano a causa della penuria di cibo. Malgrado quest'ultimo disperato tentativo di salvezza i ribelli cedettero, nella mente prima ancora che nel fisico. Tra il dicembre del 1306 e il marzo del 1307 si consumarono le ultime tragedie. L'esercito del vescovo Avogadro partì all'attacco. Erano organizzati e ben nutriti. Dolcino e i suoi uomini, disperati, scesero a valle ricordando le bestie selvatiche affamate di sangue. Il 23 marzo del 1307 fu l'ultimo giorno da uomo libero del predicatore divenuto combattente. Si consumò una sola giornata di guerra. La Chiesa vinse. Furono catturati vivi oltre 140 apostolici, tra cui Dolcino e Margherita Boninsegna. Furono tradotti nelle carceri vescovili di Biella. 

martedì 8 marzo 2022

Le donne nella Comune di Parigi

 

La barricata della Place Blanche tenuta dalle donne,

maggio 1871.

Louise Michel è certamente una figura emblematica della Comune di Parigi, di questo episodio storico e sociale che è tra i meno citati nei libri di storia.

Ma che dire delle altre donne montate nel 1871 sulle barricate di Parigi? Quasi certamente rimarranno immerse nell'anonimato.

André Léo

Perché sì, c'erano donne che si impadronirono dei fucili Chassepot nella primavera del 1871, per sparare agli scagnozzi di Thiers, per sfamare gli insorti a rischio della loro vita, per essere giustiziate quando la repressione cadde su questo bellissimo ideale che sprofondò nel sangue. Alla fine molte furono giustiziate, mandate in prigione e deportate.

Anna Babick

«L'atteggiamento delle donne durante la Comune era ammirato dagli stranieri ed esasperava la ferocia dei Versaillesi», affermava Prosper-Olivier Lissagaray nella sua Histoire de la Commune du 1871. «Giovedì 25 maggio 1871, quando le Guardie Nazionali stavano abbandonando la barricata di rue du Château-d'eau, un battaglione di donne accorse per sostituirle. Queste donne, armate di fucili, combatterono mirabilmente al grido di "Vive la Commune!". Molte nei loro ranghi erano ragazze. Una di loro, di diciannove anni, vestita da fuciliere della marina, ha combattuto come un demone ed è stata uccisa da una pallottola in fronte. Quando furono circondate e disarmate dai Versaillesi, le cinquantadue sopravvissute furono fucilate».

Anna Jaclard

I seguenti due commenti di stampa illustrano perfettamente il ruolo che ebbero le donne nella Comune:

«Se la nazione francese fosse composta solo da donne, che nazione terribile sarebbe!»

The times, aprile 1871

«Ho visto una ragazza vestita da guardia nazionale che camminava a testa alta tra i prigionieri che avevano gli occhi bassi. Questa donna alta, i suoi lunghi capelli biondi che le scendevano sulle spalle, sfidava tutti con il suo sguardo. La folla l'ha sopraffatta con i suoi oltraggi, lei non ha sussultato e ha fatto arrossire gli uomini con il suo stoicismo».

The Times 29 maggio 1871

Anne-Marie Menand

Erano sarte, lavandaie, operaie tessili, vivandiere, ma anche della piccola borghesia artigiana e commerciale, o esercitavano professioni intellettuali (maestre, giornaliste). Alcune erano belghe, polacche, russe. Durante la Comune, come tutte le rivoluzioni o tutte le sollevazioni popolari, le donne ebbero un ruolo importante ma poco conosciuto.

Élisabeth Dmitrieff

In quei settantadue giorni di lotta, tra il 18 marzo e il 28 maggio 1871, non si accontentarono di garantire l'amministrazione o di restare indietro: presero le armi, unendo le esigenze sociali e femministe in un approccio moderno alla lotta per la loro emancipazione.

Eulalie Papavoine

Quel 18 marzo, il giorno dell’inizio della Comune, all'alba, erano scese nelle strade di Montmartre per esortare i soldati inviati da Adolphe Thiers a non usare la forza, i cannoni. In mezzo a loro, Louise Michel, insegnante anarchica, figura del comitato di vigilanza di Montmartre, testimonia nelle sue Memorie il ruolo svolto dalle sue compagne.

Herminie Cadolle

Cita in particolare la fraternizzazione della truppa con il popolo quel giorno: «Il 18 marzo, sul colle di Montmartre immerso in questa prima luce del giorno che ti fa vedere come attraverso il velo dell'acqua, è sorto un formicaio di donne e uomini; il tumulo era appena stato sorpreso; quando ci salivi pensavi di morire (…) I soldati alzarono il calcio dei loro fucili in aria invece di strappare i cannoni francesi alle guardie nazionali e soprattutto alle donne che li coprivano con i loro corpi».

Hortense Machu

Nella sua Storia della Comune del 1871, il giornalista comunardo Prosper-Olivier Lissagaray, che ha vissuto giorno per giorno gli eventi insieme agli insorti, descrive l'attivismo delle communarde: «Non tiene il suo uomo, al contrario, lo spinge in battaglia, lo porta in trincea, sono lavandaie, cantiere. Molte non vogliono tornare a casa, prendono la pistola. (…) Si offrono alla Comune, chiedono armi, posti di combattimento, si indignano contro i codardi (…)».

Le comunarde fecero parte di alcuni comitati, come il comitato di vigilanza dei cittadini del 18° arrondissement, presieduto da una sarta, Sophie Doctrinal, si distinse per la sua grande attività.

Jeanne Desdoit

Tra i membri di questo comitato c'erano Louise Michel e una russa, moglie di Victor Jaclard, membro dell'internazionale, colonnello della XVII a legione federata, Anna Jaclard nata Korvine Krouskovskaïa a San Pietroburgo, era a Parigi con la sorella Sonia che divenne un'eminente matematica e che, durante la comune, lavorò negli ospedali parigini. Victorine Brochet André Léo (al secolo Léodile Champeix) parteciparono ad altri Comitati di Vigilanza.

Queste donne comunarde avevano origini molto diverse ed è difficile farne un ritratto modello. La presenza di un numero molto elevato di donne della classe operaia in una lotta politica e sociale è una caratteristica forte della Comune.

Erano di tutte le età: la più giovane aveva 14 anni, la più anziana 71 anni.

Joséphine Marchais

Venivano da ogni parte, erano per lo più provinciali.

Il 12% erano straniere, principalmente belghe. Anche russe e polacche formavano un buon contingente. Erano spesso molto politicizzate.

Erano prima di tutto donne del popolo: le comunarde lavoravano in maniera massiccia. Solo il 15% erano disoccupate. Oltre il 53% di sarte e lavandaie. Erano rappresentate tutte le categorie di lavoro femminile, anche le più miserabili. Tra loro era rappresentata anche la piccola borghesia artigianale e commerciale, soprattutto le piccolissime imprese. Le professioni intellettuali (insegnanti, lettere, giornalisti) erano numerose. Le più note erano in particolare: André Léo, Victorine Eudes, Louise Michel, Marguerite Tinayre...

Le donne erano associate, in alcuni quartieri, alla gestione comunale.

Léontine Suétens

L’11 aprile 1671, è stata creata l’“Unione delle donne per la difesa di Parigi e la cura dei feriti”. Quel giorno l'Unione pubblicò a mezzo manifesti, sui muri di Parigi, un testo che diceva: «La lotta per la difesa della Comune, è la lotta per il diritto delle donne».

Louise Michel

Scrivevano: «I nostri nemici sono i privilegi dell'attuale ordine sociale, tutti coloro che hanno vissuto del nostro sudore, che sono sempre ingrassati delle nostre miserie (…) vogliamo lavorare per mantenere il prodotto, più sfruttatori, più padroni (…) ogni disuguaglianza e ogni antagonismo tra i sessi costituiscono una delle basi del potere delle classi dirigenti».

Le due principali leader dell'Unione erano Nathalie Lemel ed Élisabeth Dmitrieff. C’erano anche Marceline Leloup, Aline Jacquier, Thérèse Collin, Aglaé Jarry e Blanche Lefevre.

Nathalie Le Mel dichiarava: «Per tutta la vita ho lavorato per migliorare il lavoro delle donne».

Louise, Léonie,

Henriette Laffitte

Cosa volevano?

 → Il diritto a lavorare per loro e la parità di retribuzione.

→ Scuola secolare gratuita per ragazze e ragazzi.

→ Piena partecipazione alla lotta della Comune, anche nella Guardia Nazionale: il circolo di rue d'Arras raccolse 300 iscrizioni per "le legioni di donne".

→ Pensioni per le vedove dei federati uccise in combattimento, sposate o meno, ma anche per figli legittimi o naturali.

→Le donne lavoreranno con le varie commissioni della Comune per ottenere questi profondi cambiamenti e partecipare attivamente alla loro attuazione.

Marguerite Tinayre

→ Laicità

→ Erano in prima linea nella lotta per la secolarizzazione di scuole e ospedali.

Le donne erano impegnate nell'azione educativa e culturale della Comune.

Hanno creato scuole professionali per ragazze.

Agirono per la creazione di asili nido popolari.

→ Marie Laverdure, che partecipava al movimento Nuova Educazione, presentò una tesi per la creazione di asili nido. Cominciava con questa affermazione: «L'educazione inizia il giorno della nascita. Chiede giardini, fiori e giocattoli per i bambini …».

Marie Alexandrine

Leroy

→ Victoire Tynaire , conseguita l'abilitazione all'insegnamento, organizzò scuole libere e laiche.

Una commissione per organizzare e supervisionare l'insegnamento nelle scuole femminili era composta dalle cittadine André Léo, Jaclard, Périer, Reclus, Sapia.

→ Le comunarde guidarono la lotta alla prostituzione, che consideravano «come una forma di sfruttamento commerciale di esseri umani da parte di altri esseri umani».

→ Le donne furono all'origine dell'organizzazione di laboratori cooperativi. Su loro richiesta, Léo Fränkel adottò il 16 aprile un decreto per la requisizione delle officine abbandonate. Incaricò ufficialmente le donne di organizzare laboratori di lavoro cooperativo.

Nathalie Lemel

Paule Minck

Erano gli inizi dell'autogestione, si trattava di produrre beni di prima necessità destinati ai produttori senza intermediari.

Durante quell’ultima settimana, passata alla storia come la “Settimana sanguinante”, le donne continuarono a tenere la strada contro i Versaillesi, difendendo le barricate:

→ André Léo era sulla barricata di Batignolles

→ Louise Michel sulla Chaussée Clignancourt con Marguerite Diblanc

Pétronille Kindermans

Rosalie

Kosakowska-Niemec

→ Elisabeth Retiffe cantiniera al 135° battaglione, Eulalie Papavoine, Léontine Suetens, Joséphine Marchais erano in quella di rue de Lille

→ Adèle Chignon, già combattente del 1848, su quella del Panthéon

→ Blanche Lefèvre, combattente sulla barricata di rue des Dames venne uccisa il 23 maggio

→ la barricata di place Blanche fu difesa ferocemente da una compagnia di 120 donne.

Alla fine, diverse dozzine di donne furono selvaggiamente giustiziate dai Versaillesi. In genere rimangono sconosciute.

Victoire Tynaire

Sofia Kovalevskaïa

Il carcere è il destino più comune (70%) ma le pene variarono ampiamente da sei giorni all'ergastolo, con il caso più frequente a 5 anni, ma anche deportate in Nuova Caledonia, come Louise Michel.

Tuttavia, oltre a tutti coloro che furono giustiziate durante la Settimana sanguinante, furono arrestate 1051 donne per partecipazione alla Comune.

Dopo l’amnistia, alcune di loro continuarono la loro militanza politica. Al ritorno dalla deportazione, Nathalie Le Mel ha ripreso le sue attività sindacali e politiche. Ricevette una pensione da Rochefort ma la rifiutò quando lui si avvicinò al boulangismo. Morì all'ospizio del Bicêtre l'8 maggio 1921.

Victorine Brocher

Victorine Eudes

Louise Michel, divenuta anarchica, tenne conferenze in Francia e all'estero per incoraggiare il popolo a difendere i propri diritti e lottare per una società di giustizia fino alla sua morte, avvenuta il 9 gennaio 1905.

Joséphine Marchais era una vivandiera nel battaglione di Lost Children. Il 22 e 23 maggio era su una barricata in rue de Lille, con indosso un cappello tirolese e una pistola. Venne presa con le armi in mano. Condannato a morte dal 3° consiglio di guerra, la pena è stata commutata 2 mesi dopo in lavori forzati a vita. Venne deportata a Caienna.

Victorine Gorget


Sulle donne della Comune ci sarebbe tanto, tantissimo altro da dire e per questo vi rimando al blog:


https://lacomunediparigi.blogspot.com/ 



VIVA LE DONNE DELLA COMUNE!

VIVA LA COMUNE!




domenica 6 marzo 2022

L’organizzazione delle apparenze

La critica radicale è il movimento stesso in cui i proletarizzati lottano contro il dominio del fittizio, smascherando l’organizzazione delle apparenze. Da quando il fittizio e la sua avvelenata promessa si insinuano in ogni esistenza svuotandola di ogni senso vivo e presente, trova a resisterle il furore crescente di una fame di vero e di senso, che parte dal corpo stesso della specie.

A mano a mano che in ogni forma dell’esistente si realizza un momento del valore autonomizzato, a mano a mano che l’antropomorfosi del capitale mette in scena “un’umanità” di automi, insorge a combatterla ciò che le è irriducibilmente alieno.

La lotta in processo è innanzitutto smascheramento e denuncia del falso, rottura violenta degli schemi frapposti tra il fine reale della rivoluzione e il furore degli oppressi deviato in falsi scopi. Al punto estremo di contraddizione tra capitale e vivente, il fine reale della rivoluzione non può essere meno che la distruzione del capitale e la realizzazione della specie umana quale comunità vivente in un rapporto di coerenza organica con l’universo naturale. Il dominio del capitale su una collettività sotto-umana e su un pianeta avvelenato, sempre più si rivela come l’ultimo ostacolo che separa l’autogenesi creativa della comunità-specie dal suo modo latente. È quando la critica radicale, attaccando ogni forma di rappresentazione fittizia, indica nel suo muoversi. Perciò da sempre esso suscita l’odio più nero dei gestori della finzione. Ogni sorta di amministratori fraudolenti di “crisi” parcellari, di “politiche” alternative, di “battaglie” immaginarie, trova in essa il nemico irriducibile. Essi si provano a combatterlo con i mezzi che sono loro congeniali: la calunnia, la deformazione della storia, sino al ripudio di quanto, nel passato, la loro “cultura” indica come anticipazione dello stesso movimento.

 

(Tratto da PUZZ n° 20 giugno-agosto 1975)


sabato 5 marzo 2022

Che cos’è questo golpe, di Pier Paolo Pasolini

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. 

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.

Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.

venerdì 4 marzo 2022

Sui Consigli Operai

Nella nostra epoca, le questioni di sopravvivenza si pongono unicamente alla condizione preliminare di non essere mai risolte; al contrario, i problemi della storia da vivere si pongono chiaramente attraverso il progetto dei consigli operai, insieme come positività e come negatività: in altre parole, come elemento di base di una società unitaria industriale e passionale, e come anti-Stato.

Poiché non esercitano alcun potere separato dalle decisioni dei loro membri, i consigli non tollerano altro potere che il loro stesso. Il fatto di incoraggiare dovunque le manifestazioni di anti-Stato non può quindi essere confuso con la creazione anticipata di consigli, che in tal caso sarebbero privi di potere assoluto sulle zone che investono, separate dalla autogestione generalizzata, necessariamente vuoti di contenuto e pronti a riempirsi di ogni tipo di ideologia. Le sole forze lucide che oggi siano in grado di rispondere alla storia fatta con la storia da fare  saranno le organizzazioni rivoluzionarie che svilupperanno nel progetto dei consigli una eguale coscienza e della avversario da combattere, e dagli alleati da sostenere. Un aspetto importante di questa lotta si annuncia sotto i nostri occhi con l'apparizione di un doppio potere. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle strade, nelle case, nelle caserme, nelle scuole, prende forma una realtà nuova il disprezzo dei capi, sotto qualunque nome e con qualsiasi atteggiamento essi abbiano. Bisogna ormai che questo disprezzo arrivi al suo risultato logico dimostrando, attraverso l'iniziativa concertata dei lavoratori, che i dirigenti non sono solo disprezzabili, che sono inutili, che si può, dal loro stesso punto di vista, liquidarli impunemente.

 

da “Internazionale Situazionista” n° 12


martedì 1 marzo 2022

L’educazione come merce

All’incirca nel 1600 cominciò ad affermarsi un nuovo consenso, intorno all’idea che l’uomo nascesse inidoneo alla società e tale rimanesse se non gli si forniva una “educazione”. L’educazione venne così a indicare l’opposto dell’attitudine vitale. L’educazione si identificò con una merce, immateriale che andava prodotta a beneficio di tutti, e a tutti dispensata nella stessa maniera. La giustificazione al cospetto della società divenne la prima esigenza dell’uomo, che viene al mondo in una condizione di stupidità analoga al peccato originale.

L’interesse ad educare la propria prole è antico ma si è dovuto attendere l’età moderna per vedere un sistema razionale di repressione e controllo del Sapere. L’idea di fondo della scolarizzazione istituzionale è che gli uomini non nascono uguali, ma lo diventano grazie ad un periodo di gestazione nel ventre della scuola, che guida a staccarsi dal proprio ambiente naturale, per approdare nella società civile come idonei cittadini-consumatori.

La scuola-istituzione, oltre a trasformare il sapere in merce e le attività umane in prestazioni professionali, è riuscita a legittimare la gerarchia del privilegio e del potere – nel medioevo affidata al favore del re o del papa – attraverso l’istituto liberale dell’istruzione obbligatoria che autorizza colui che è ben scolarizzato a considerare colpevole chi resta indietro nel consumo di sapere, in quanto dispone di un titolo inferiore.

Si è compiuto il paradosso del servo che non riesce più a vivere senza l’obbedienza al padrone e, con una adeguata colonizzazione dell’immaginario fornita dai media, nemmeno più immaginarsi senza catene. Né l’alchimia né la magia sono in grado di risolvere il problema dell’attuale crisi, che non sta nell’Aula bensì nell’Istruzione-Istituzione.

Occorre descolarizzare la nostra visione del mondo, e per arrivare a questo dobbiamo riconoscere il carattere illegittimo e religioso dell’impresa scolastica in se stessa. La sua hubris sta nel proposito di fare dell’uomo un essere sociale sottoponendolo a un trattamento entro un processo predeterminato.