
..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
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venerdì 31 maggio 2019
giovedì 30 maggio 2019
Freaks di Tod Browning
Il regista Tod Browning
dopo le traversie avute con la casa cinematografica Universal per il film Dracula
con Bela Lugosi, (censura e pressioni produttive per soluzioni a basso costo)
ritorna alla MGM per dirigere Freaks.
Egli radunò negli studi
cinematografici l’universo dei cosiddetti fenomeni da baraccone (gemelli
siamesi, creature senza mani né braccia, ermafroditi, donne barbute, ragazze
dalla testa a punta), che risulta osservato e descritto nella sua opera con
grande rispetto, sottolineando su quali principi di armonia e mutuo soccorso si
basa questa comunità. Ribaltando luoghi comuni e convenzioni Browning dimostrò
che la vera mostruosità risiede altrove, in questo caso nei diabolici, perfidi
piani architettati dagli unici due membri del circo fisicamente integri, che
mortificano la propria natura umana rivelandosi creature brutali e immorali.
Ambientato nel mondo del
circo è la storia della bella trapezista Cleopatra che venuta a conoscenza
della cospicua fortuna ereditata dal nanetto Hans, decide di sposarlo con
l’intenzione di accaparrarsi l’eredità, per poi ucciderlo. Il piano, suo e del
suo reale amante, il forzuto Ercole, viene però scoperto dagli altri freaks che
compiono la loro vendetta mutilando orrendamente i due amanti, riducendo lui ad
un castrato obeso e lei a donna gallina.
L’orrore di “Freaks” sta
nel fatto che è un film assolutamente senza pietà, per nessuno. Se Cleopatra ed
Ercole non lasciano, nella loro avidità, spazio a scrupoli, i poveri esseri
deformi esposti nel vaudeville alla morbosa curiosità del pubblico atterrito e
deliziato assieme dal monstrum, suscitano sì commozione nel senso etimologico,
ma non sono i “buoni” della situazione, non sono i bambini innocenti amati
dagli Dei, non c’è spazio per interpretazioni edificanti. Hanno un codice
d’onore e di lealtà, aperto all’accettazione, ma senza perdono.
Una fotografia magistrale,
una sceneggiatura tanto perfetta da far credere, in alcuni momenti, di
assistere a situazioni di vita reale (i freaks non vengono mai ripresi nel
circo durante lo spettacolo), caratteri perfetti,una trama semplice ma mai
scontata, un montaggio da scuola.
Freaks è molto più che un
thriller, dato che tocca i temi dell'umanità e del mostruoso, della fiducia e
del tradimento, e Tod Browning ci fa capire che le persone emarginate da una
qualche menomazione fisica non possono sperare nella comprensione e nella
tolleranza del mondo ordinario, insomma i freaks con la loro radicale diversità
non si riescono a catalogare e sono in grado di destabilizzare gli incerti
confini della nostra identità, mentale e corporea, per cui nella nostra
quotidianità la società cerca di minimizzare le nostre possibilità di contatto
con questi misteriosi esseri umani.
Un film particolarmente
atipico, prodotto in segreto, proiettato raramente e vietato a lungo in tutto
il mondo.
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| Il cast di Freaks |
venerdì 24 maggio 2019
Luigi Galleani – Viva l’Anarchia!
Finché giù nelle
mine, sui solchi, per le officine, su la soglia d’una chiesa, d’una caserma,
d’un lupanare, a la lusinga d’un mezzano, per gli editi del re, sotto la ferula
del padrone, ludibrio della ignoranza, della viltà, della fame, e si
prostituisca un servo, ed il mondo civile non sia che l’ergastolo del lavoro e
del diritto;
Finché tra i
campi si erga una siepe, tra le patrie una frontiera, tra il lavoro ed il pane,
la maledizione della bibbia, la sanzione dei codici, l’impunità dell’usura,
della frode e della rapina, e tra gli uomini -nati dalla stessa doglia- stiano
l’ineguaglianza, il livore, il fratricidio; ed il mondo non sia che un turpe
mercato in cui le braccia ed i cuori, la fede e gli orgogli, la coscienza e la
giustizia, si barattano oscenamente per una manciata di studi;
Finché
ascensione costante inesorabile dalla coercizione alla libertà appaia la storia
del progresso umano che di quella ha frugato e distrutto segni e termini, e di
questa non soffre remora o barriera sì che le ha tutte superate od infrante;
Finché nessun
pretenda – e nessuno osò fino ad oggi, né osa – che dopo di aver inabissato le
sacerdotali autocrazie delle origini, gli imperi di diritto divino, che
nell’evo medio, le monarchie nobiliari che fino alla Dichiarazione dei Diritti
ne tennero il posto; dopo aver minato di acerbe differenze e di rivolte assidue
il compromesso obliquo tra la dubbia grazia di dio e la frodata volontà della
nazione, costringendo dai cieli in terra, dividendo tra le universalità dei
cittadini, diritti e franchigie della sovranità, il progresso abbia trovato le
sue colonne d’Ercole, l’ultima Tule nella spargevole oligarchia d’aguzzini e di
ladri che ci sta sul collo e dovizia e potenza ed ozii ripaga d’inedia, di
pedate, di scherni;
Finché parallela
a cotesta evoluzione del principio d’autorità – che trasmigrando dai cieli in
terra, dal creatore in ciascuna delle sue creature, investite della facoltà e
della capacità, riconosciute di eleggersi i propri governanti, implica in
ciascuna di esse la libertà e la capacità di governarsi da sé, e nell’estrema
conseguenza la negazione dello Stato – una più profonda evoluzione s’accompagni
e si acceleri per cui l’istituto della proprietà dalle sovrane onnipotenze,
dalla sanità e dalla inviolabilità quiritarie, dal diritto d’usare, d’abusare
di uomini e di cose, si è dovuto soggiogare a riserve, a doveri, a funzioni
ogni giorno più varie e più vaste di assistenza di difesa, di guarentigia, di
sicurezza sociale, preludendo all’era prossima in cui la terra e la macchina,
come l’aria e la luce, saranno patrimonio comune ed indivisibile, strumento ed
arma della libertà, della vita, del benessere, della gioia di tutti;
Finché sia
ribellione alla tirannide, anelito di giustizia, sogno di fratellanza, spasimo
di liberazione; finché sia verità generosa, accessibile, realtà del domani;
In faccia ai
castrati che ne inorridiscono, ai farisei che l’abiurano, ai pasciuti che
v’imprecano, ai tartufi che se ne rodono, ai poltroni che la tradiscono, ai
manigoldi che la perseguitano, ora e sempre:
VIVA L’ANARCHIA!
Finché il
sacrosanto diritto al pane alla conoscenza alla libertà alla pace che la la
sapienza di dio, la magnanima virtù dei re, la sagacia dei parlamenti non hanno
saputo costringere su l’umano destino, permane aspirazione legittima, compito
irrecusabile del proletariato internazionale, e l’emancipazione dei lavoratori
opera dei lavoratori stessi;
Finché scienza e
religione, esperienza e storia grideranno su dall’abisso dei secoli che tra
nubulose di fiamma cresimò il pianeta le origini ed i destini, che colla
violenza soltanto per le zolle tenaci trova il germe le vie del sole e la
gloria delle spighe; che non culmina senza doglie né sangue agli orgogli della
vita nuova d’idillio d’amore; che stanno fatali gli uragani sanguinanti del
“terrore” fra rinnovamento e restaurazione;
In faccia ai
castrati che ne allibiscono, ai farisei che l’abiurano, ai pasciuti che
v’imprecano, ai tartufi che se ne rodono, ai poltroni che la tradiscono, a
manigoldi che l’inseguono, ora e sempre:
VIVA L’ANARCHIA!
Tratto da Luigi Galleani – Alcuni articoli da
Cronaca Sovversiva, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia, settembre
1984
domenica 19 maggio 2019
La scienza moderna e l’anarchia
Se la scienza è
una lotta, l’anarchia ne è il fronte più avanzato, e in questo senso
l’originalità dei geografi anarchici è che l’affermazione dei valori
solidaristici nella società non avviene a partire da una scissione che la
biologia, ma dalla applicazione alla società degli stessi metodi. “L’Anarchia è
una concezione dell’Universo, basata sull’interpretazione meccanica dei
fenomeni, che abbraccia tutta la natura, non esclusa la vita delle società. Il
suo metodo è quello delle scienze naturali; e secondo questo metodo ogni
conclusione scientifica dev’essere verificata.” Ma questo implica che cadano i
dogmi a causa dei quali una serie di pregiudizi impedisce, per gli scienziati
anarchici dell’Ottocento, di considerare la vera natura dell’uomo. Uno di
questi pregiudizi è legato alla presunta perversità naturale del genere umano,
ispirata all’idea dello stato di natura hobbesiano, ancora affermato ai tempi
di Kropotkin da vari scienziati positivisti: “Tutta la filosofia del secolo XIX
continuò a considerare i popoli primitivi come branchi di bestie feroci, che
vivevano in piccole famiglie isolate e si battevano contendendosi il cibo e le
femmine.” Secondo Kropotkin, questo pregiudizio non è altro che un retaggio
delle idee di peccato originale o colpa originaria propagandate dalle diverse
chiese, mentre lo studio delle società primitive, da parte dei geografi
anarchici, dimostra che contrariamente quanto insito nella nostra educazione
religiosa e giuridica, l’uomo lasciato a se stesso non diventa affatto una
bestia feroce pronta a sbranare i suoi simili, ma tenta di sviluppare strategie
di adattamento alla sua situazione anche e soprattutto tramite la cooperazione
coi medesimi.
giovedì 16 maggio 2019
Descolarizzare la nostra visione del mondo
All’inizio del
secolo XVII cominciò ad affermarsi un nuovo consenso, intorno all’idea che
l’uomo nascesse inidoneo alla società e tale rimanesse se non gli si forniva
una “educazione”. L’educazione venne così a indicare l’opposto dell’attitudine
vitale. L’educazione si identificò con una merce, immateriale che andava
prodotta a beneficio di tutti, e a tutti dispensata nella stessa maniera. La
giustificazione al cospetto della società divenne la prima esigenza dell’uomo,
che viene al mondo in una condizione di stupidità analoga al peccato originale.
L’interesse ad
educare la propria prole è antico ma si è dovuto attendere l’età moderna per
vedere un sistema razionale di repressione, controllo e ridimensione del Sapere.
L’idea di fondo della scolarizzazione istituzionale è che gli uomini non
nascono uguali, ma lo diventano grazie ad un periodo di gestazione nel ventre
della scuola, che guida a staccarsi dal proprio ambiente naturale, per
approdare nella società civile come idonei cittadini-consumatori.
La
scuola-istituzione, oltre a trasformare il sapere in merce e le attività umane
in prestazioni professionali, è riuscita a legittimare la gerarchia del
privilegio e del potere – nel medioevo affidata al favore del re o del papa –
attraverso l’istituto liberale dell’istruzione obbligatoria che autorizza colui
che è ben scolarizzato a considerare colpevole chi resta indietro nel consumo
di sapere, in quanto dispone di un titolo inferiore.
Si è compiuto il
paradosso del servo che non riesce più a vivere senza l’obbedienza al padrone
e, con una adeguata colonizzazione dell’immaginario fornita dai media, nemmeno
più immaginarsi senza catene. Né l’alchimia né la magia sono in grado di
risolvere il problema dell’attuale crisi, che non sta nell’Aula bensì
nell’Istruzione-Istituzione.
Occorre
descolarizzare la nostra visione del mondo, e per arrivare a questo dobbiamo
riconoscere il carattere illegittimo e religioso dell’impresa scolastica in se
stessa. La sua hubris sta nel proposito di fare dell’uomo un essere sociale
sottoponendolo a un trattamento entro un processo predeterminato.
giovedì 9 maggio 2019
Contro l’organizzazione
Non possiamo
concepire che da anarchici si stabiliscano a dogmi fissi i punti da seguire
sistematicamente. Perché, anche ammessa tra più compagni e più gruppi
un’uniformità di vedute sulle linee generali della tattica da seguire, questa
tattica si esplicherà in cento diverse forme di applicazione; con mille
particolari differenti
Noi non vogliamo
quindi programmi di tattica, e per conseguenza non vogliamo organizzazione.
Stabilito il fine, la meta cui tendiamo, lasciamo libera ad ogni anarchico la
scelta dei mezzi che il suo criterio, la sua educazione, il suo temperamento,
il suo spirito di combattività gli suggeriscono come migliori. Non formiamo
programmi fissi e non formiamo piccoli o grandi partiti. Ma ci aggruppiamo
spontaneamente, e non con criteri permanenti, secondo le affinità momentanee
per un dato scopo, e costantemente trasformiamo questi gruppi a seconda che
cessa lo scopo per il quale ci eravamo associati, e altri scopi e altri bisogni
sorgono e si sviluppano in noi e ci spingono alla ricerca di nuovi cooperatori,
di gente che pensi identicamente in quella determinata circostanza.
Quando qualcuno
di noi non si preoccupa più di creare un fittizio movimento d’individui
simpatizzanti e deboli di coscienza, ma un attivo fermento di idee che fanno
pensare, magari a colpi di frusta, si sente spesso rispondere dagli amici, che
da lunghi anni sono abituati ad un altro metodo di lotta, o che è un
individualista, o un puro teorico dell’anarchismo.
È falso che noi
siamo individualisti, in quanto si vuol dare a questa parola il significato di
elementi isolatori, rifuggenti da ogni associazione nella comunità sociale, e
ammettenti che l’individuo possa bastare a se stesso. Ma sostenendo noi lo
sviluppo delle libere iniziative dell’individuo, qual è quell'anarchico che non
vuole peccare di questa specie di individualismo? Se anarchico si chiama colui
che aspira all'emancipazione di ogni autorità morale e materiale, come non può
egli convenire che l’affermazione della propria individualità, libera da ogni
vincolo e influenza esterna autoritaria, sia pure benevola, sia l’indice più
sicuro della coscienza anarchica? Né siamo dei puri teorici perché crediamo nell'efficacia dell’idea, più che in quella degli individui. Da che cosa sono
determinate le azioni, se non dal pensiero? Ora, produrre e suscitare un
movimento d’idee è, per noi, il mezzo più efficace per determinare il flusso di
azioni anarchiche, sia nella lotta pratica, sia nella lotta per la
realizzazione dell’ideale.
Noi non ci mettiamo
di fronte agli organizzatori. Continuino essi, se a loro piace, nella loro
tattica. Se, come io penso, essi non faranno un gran bene, non faranno del
resto un gran male. Ma essi hanno torto, mi sembra, di gettare il loro grido di
allarme e di metterci all'indice, o come selvaggi, o come sognatori teorici.
Giuseppe Ciancabilla [Roma 1872 –
San Francisco 1904]
giovedì 2 maggio 2019
Ed è stato primo maggio NoTav
La CGIL «Il primo maggio è la
festa del lavoro e non va assolutamente strumentalizzata»
Il Tav non c’entra con il 1
maggio?
La CGIL «Siamo certi che la
polizia e i carabinieri garantiranno a tutti di manifestare serenamente»
Il PD Torinese: «Si profila un
corteo in cui l’attenzione sarà monopolizzata da un tema divisivo come la Tav,
relegando sullo sfondo i temi più generali del lavoro e della politica».
Il PD «Il Primo maggio deve
essere quello per cui è nato: una manifestazione nazionale, pubblica, aperta a
tutti, indipendentemente da quello che si pensa sul Tav, per rappresentare la
centralità del lavoro nella nostra democrazia, un principio della Costituzione
spesso trascurato»
Queste sono le reazioni “a
sinistra” all’annuncio della partecipazione del Movimento No Tav alla
manifestazione del 1 maggio. Lesa maestà da un lato e paura isterica
dall’altro.
Entrambi ci hanno fatto sapere di
come il primo maggio doveva essere la festa del lavoro e che la manifestazione
cittadina poteva parlare un solo linguaggio: quello ingessato dalle
organizzazioni sindacali.
Invece siamo stati lo spezzone
più grande e vitale di un corteo sindacale ormai diventato vetrina per ogni
personaggio in cerca di popolarità.
Ci avevano detto che sarebbe
stata una piazza aperta a chi voleva manifestare le proprie idee, come noi,
pacificamente, e invece mentre il corteo ospitava Madamine e Giachino, lo
spezzone NoTav veniva fermato dalle forze dell’ordine.
Un qualcosa di inaccettabile in
una giornata come quella del primo maggio, un atto dichiaratamente di parte per
escludere chi, come noi risulta scomodo al coro unico del “Tav porta lavoro”.
Fin da subito, da piazza
Vittorio, ci siamo dovuti conquistare lo spazio per manifestare, non facendoci
chiudere dai cordoni delle forze dell’ordine, superandole come avviene tra i
sentieri.
Tanta, tanta la gente che si è
unita a noi nel prenderci via Po alle calcagna del Pd, protetto da un servizio
d’ordine a pagamento che difendeva dai fischi, Ferrentino e Esposito.
È veramente svilente parlare di
queste cose rispetto ad una grande giornata di lotta che ha portato in piazza
tanti e tante NoTav , ma tant’è: i sindacati confederali oltre a fare da cassa
di risonanza alle menzogne sitav di questi mesi, si sono presi la
responsabilità di tentare di escluderci dal corteo.
In via Roma, a pochi passi
dall’arrivo in Piazza San Carlo, luogo del comizio finale, la polizia ha
spezzato il corteo e caricato i NoTav, semplicemente per non farci arrivare
mentre ancora parlavano i sindacati dal palco. Insomma per evitare qualche
fischio non hanno esitato a picchiare giovani ed anziani provocando almeno una
decina di feriti.
Le menzogne vanno ben protette,
lo sappiamo bene, ma così è veramente troppo!
Siamo felici della scelta che
abbiamo fatto, e siamo ancora più consapevoli di chi sono i nostri avversari.
Avremmo preferito parlare d’altro nella cronaca di una giornata che merita
rispetto per la sua storia ma purtroppo così è.
Vogliamo dare un abbraccio ai
nostri feriti e ripartiamo ancora più consapevoli e forti di prima, nell’essere
quel movimento che resiste da trent’anni e che resisterà tutto il tempo
necessario per fermare definitivamente quest’opera inutile e imposta, come la
giornata di ieri dimostra.
Opera inutile e imposta, come la
giornata di ieri dimostra.
giovedì 25 aprile 2019
Giovedì 25 aprile. Ricordo, fiori, bicchierata alla lapide del partigiano anarchico Ilio Baroni
Giovedì
25 aprile ore 15 - ricordo, fiori, bicchierata, info antifascista e distro alla
lapide del partigiano anarchico Ilio Baroni in corso Giulio Cesare angolo corso
Novara
Il
governo caccia i poveri dalle città, riduce le tutele per i profughi, condanna
a morire in mare e nelle galere libiche i migranti, apre nuove prigioni per i
senza documenti.
Il
lavoro è precario e pericoloso, i padroni diventano sempre più ricchi, i
militari sono nelle nostre strade: siamo in guerra.
Oggi
come nel 1945 la democrazia è un’illusione di libertà e giustizia, che somiglia
sempre più al fascismo.
I
partigiani di Barriera hanno combattuto perché volevano un mondo libero, senza
schiavitù salariata.
Il loro
sogno continua ogni giorno nella lotta per una società di liberi ed eguali.
martedì 23 aprile 2019
Cinque su sei. Dopo mesi in carcere assolti gli antifascisti di Torino
Il 22 febbraio a Torino un corteo
antifascista cingeva d’assedio il comizio finale di un partitino neo-fascista
che aveva affittato un lussuoso hotel per chiudere la propria campagna
elettorale. In tempi di vortici social, la memoria si fa corta e l’indignazione
diventa merce deperibile quindi ricordiamo brevemente il contesto in cui quel
corteo ebbe luogo.
Due settimane prima, a Macerata,
un uomo di ventott’anni, già candidato con la Lega nord, prende la sua auto e
comincia a sparare su tutti i neri che gli capitano a tiro e ferendone sei.
Prima di arrendersi fa il saluto romano e si avvolge in un tricolore.
Indignazione, lacrime di coccodrillo della politica ma la campagna elettorale
va avanti. Anzi, l’agibilità dei vari partitini neo-fascisti, formazioni che
spesso non potrebbero neanche mettere il naso fuori dalle rispettive sedi se
non fossero protetti da ingenti schieramenti di polizia, viene garantita manu
militari dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti. È esattamente quello
che succede il 22 febbraio a Torino quando centinaia di agenti in assetto
anti-sommossa vengono schierati per difendere il nazi meeting. Nonostante la
sinistra cittadina butti acqua sul fuoco da giorni chiedendo che l’antifascismo
rimanga nel platonico regno delle idee, per ore una corposa marcia antifascista
prima chiede a gran voce di passare poi prova concretamente ad arrivare
all’hotel NH. Al corteo segue un’isteria nazionale senza precedenti. Una
maestra elementare che ha avuto l’ardire di insultare la polizia dopo aver
preso una manganellata viene licenziata tra le acclamazioni giornalistiche,
l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi va in TV chiedendo bava alla
bocca pene esemplari contro gli antifascisti, i sindacati di polizia pretendono
la testa dei manifestanti sostenendo di aver subito attacchi con armi letali
degne di jeeg robot. La procura di Torino si mette subito in moto e a qualche
settimana dal corteo arresta sei persone riconosciute in piazza perché per lo
più attive nella lotta notav, nei collettivi studenteschi e nei picchetti
anti-sfratto. Poche settimane dopo Matteo Salvini, che con il partitino
neo-fascista del comizio aveva scattato selfie e intrattenuto stretti rapporti,
diventa ministro dell’interno.
L’impianto accusatorio mosso
contro gli arrestati appare da subito semplicemente grottesco. Ad alcuni
manifestanti vengono imputati interventi al megafono troppo “aggressivi” contro
i fascisti, altri vengono riconosciuti fantasiosamente su alcuni video. Tutto
ruota attorno al cosiddetto “concorso morale” di cui si sarebbero resi
colpevoli i manifestanti partecipando a un tale corteo senza che siano
imputabili loro singole condotte criminose. L’importante è comunque inscenare
uno spettacolo che risponda alle attese di giustizia sommaria invocate dalla
politica. Un liceale diciottenne viene arrestato all’alba, esibito come un
trofeo di caccia nei video ufficiali della questura di Torino. Messo agli
arresti domiciliari, per giorni gli viene impedito di frequentare la scuola.
Una studentessa subisce una perquisizione domiciliare durante la quale il
possesso di adesivi “io sono antifascista” del celebre fumettista zerocalcare
viene considerata una prova della sua “radicalità ideologica”. Un falegname
poco più che vent’enne viene tradotto in carcere dove viene detenuto per tre
mesi e per poi essere messo agli arresti domiciliari con braccialetto
elettronico. Durante la detenzione la procura di Torino riesce a fargli perdere
due posti di lavoro negando pervicacemente i permessi. Tutti vengono sottoposti
a pesantissime misure cautelari chi rimane detenuto, chi è costretto
all’obbligo di firma per mesi prima che inizi qualsiasi processo. Processo la
cui sentenza è arrivata proprio ieri. Cinque dei sei arrestati sono stati
semplicemente assolti per non aver commesso il fatto.
Poco ci interessa fare dei
distinguo giuridici. Per noi quel corteo era giusto e necessario, le pratiche
messe in campo la minima risposta necessaria davanti ai fatti di Macerata e
alla palese connivenza delle autorità italiane alla presenza neo-fascista nel
nostro paese. Tutti i manifestanti arrestati, l’abbiamo detto fin dal primo
giorno, non avevano altra colpa se non quella di aver fatto seguire alle parole
i fatti. Se altri come loro non avessero aspettato di avere i fascisti nelle
istituzioni prima di riscoprirsi antifascisti probabilmente non ci troveremmo
nella situazione attuale.
Rimane l’ennesima figura
imbarazzante della Procura di Torino che usa ormai le misure cautelari come
clava per le proprie personali crociate politiche. Procura che non si è fatta
problemi a giocare con le vite di sei giovani torinesi separandoli dagli
affetti, costringendoli per mesi dietro le sbarre o tra quattro mura per salvare
la “democrazia”: quella che garantisce ai fascisti di continuare ad agire
indisturbati, alla polizia di fare della prepotenza la cifra della propria
azione e ai PM di continuare a fare porcate come questa senza che nessuno
chieda loro di renderne conto. A pochi giorni dalla festa della Librazione ci
sembra una buona fotografia dello stato dell’arte nel nostro paese.
CSOA ASKATASUNA
mercoledì 17 aprile 2019
L'impulso alla domesticazione
Gli uomini e le
donne hanno ceduto la loro spontaneità naturale, fatta di stimoli sensoriali
totali, permettendo ad una rete culturale (simbolica) di avvilupparci e di
indicarci come vivere e pensare. Infatti, "la cultura simbolica inibisce
la comunicazione umana bloccando o sopprimendo i canali della consapevolezza
sensoriale. La nostra esistenza sempre più tecnologica restringe notevolmente
il campo di ciò che è percepibile". La cultura simbolica ha operato in
modo radicale e progressivo nell'addomesticare i nostri sensi, disponendoli
secondo una logica gerarchica che privilegia la vista, quel senso che più degli
altri crea una distanza tra gli esseri e le cose, trasformando l'individuo in
uno spettatore: "La supremazia del visivo non è affatto accidentale: la
gratuita elevazione della vista nella gerarchia dei sensi non solo pone il
vedente al di fuori di ciò che vede, ma rende fondamentalmente possibile il
principio di controllo di dominio". L'udito, l'olfatto, il tatto
vengono isolati e sottomessi gerarchicamente alla vista, mentre le sensazioni
corporee più intime e profonde vengono umiliate e sottovalutate: "Il vero
marchio di fabbrica della società moderna è la definitiva separazione
corpo/mente, ascritta all'idee di Cartesio. La grande ansia cartesiana, lo
spettro del caos intellettuale e morale, è stata risolta attraverso la
soppressione della dimensione sensuale e passionale dell'esistenza umana.
Ancora una volta, alla base della cultura troviamo l'impulso alla
domesticazione, la paura di non avere il controllo; un controllo che in questo
caso punta il dito contro i sensi, con spirito di vendetta".
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