..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 13 novembre 2016

La Chiesa sfrutta e opprime l’uomo

Del sentimento religioso si fa strumento la Chiesa per opprimere l’uomo; le Chiese hanno bisogno del dogma per elevare sull'umanità quella potente macchina di oppressione, che, affiancata sempre dallo Stato, ci dà come risultato la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo su l'uomo.
Che l'idea d'un Dio abbia servito allo scopo di mantenimento di privilegi, di autorità e di proprietà, è fatto storicamente provato.
Che cosa è stato, e che cosa è Dio nel campo sociale?
È stato ed è «l'essere» in nome del quale si eressero sette parassitarie, a sostegno di tutte le altre classi di tiranni e di parassiti!
È stato, ed è il fantasma, in nome ed in onore del quale furono sprecate una quantità di energie umane, erigendo a lui miliardi di campanili, di cupole d'oro, di altari scintillanti... mentre a fianco di queste immense ricchezze, tanti e tanti uomini, restavano e restano senza pane e senza tetto!
È stato, ed è, questo Dio, il fantasma per cui una gran parte dell'attività umana si perde nella contemplazione, nella preghiera, nelle opere inutili... onoranti questo supposto creatore dell'universo; e mantenenti un numero smisurato di «impiegati delle fedi», che fra tutte, occupano attualmente qualche milione di parassiti in tutto il mondo!
La Chiesa trasforma i suoi praticanti in fanatici, intolleranti, disumani verso chi non crede, o crede in un altro Dio. Allora questi esseri comporranno nel Medio Evo i cortei che cantano alleluja! attorno al rogo su cui la Chiesa fa ardere vivo «l'eretico, la strega, l'indemoniato, la posseduta».
La Chiesa farà quindi dei suoi credenti il suo esercito di dominazione: se ne varrà per mantenere le tenebre nel mondo; per condannare la vita, l'amore, la bellezza, il pensiero e il lavoro.
Il lavoro, infatti, è una pena ed è un castigo, secondo la Bibbia. Il castigo imposto all'uomo, allorché là, nel famoso paradiso terrestre, dove tutto era luce, colore, armonia, riposo, l'uomo osò disubbidire a Dio: l'uomo volle indagare; l'uomo volle sapere mangiando il frutto dell'albero proibito.
Il pensiero, dunque, è un peccato. Adamo ed Eva dovevano ignorare: vivere ravvolti nelle tenebre più profonde.
«Lo stato di innocenza» di cui vi parlano i preti, è lo stato di ignoranza: meglio ancora: di imbecillità. L'uomo scemo... ecco l'ideale dell'uomo secondo Dio!
La Bibbia è diabolicamente... simbolica! ...Quando essa fa intervenire Dio, ad impedire il lavoro nella «Torre di Babele» colla confusione delle lingue, essa vuol significare che l'uomo non deve innalzarsi; non deve elevare la fronte in alto, se non ad occhi chiusi, unicamente per pregare: non mai per investigare i fenomeni della natura e della vita.
Si comprende così la condanna di Galileo Galilei, che l'universo guarda come un medico guarda il corpo del malato; come un geologo guarda alle stratificazioni della terra; come un fisico esamina la materia.
La religione è la condanna del progresso: Il progresso, essa dice, deve solo cercarsi «per grazia e per dono divino».
«Tu, uomo, lavorerai con gran sudore» dice il vecchio testamento.
E allora è naturale... è naturale allora che gli unti dal signore non lavorino affatto. Ma debbono invece lavorare gli uomini, i condannati. E se essi sapranno espiare con una vita orrida di miserie, il loro peccato, avranno di certo il Paradiso... Ma se, invece, si ribelleranno... saranno, dopo morti, precipitati fra le fiamme dell'inferno! Il mondo così concepito è una notte tenebrosa.
Conventi; chiese; inginocchiatoi; preghiere; ignoranza grassa e beata! Miracoli; paure; streghe e terribili diavoli dappertutto... sempre pronti a circondare l'uomo, a seguirlo... dalla nascita alla morte, per... «indurlo in tentazione!». Ma il diavolo che contende l'anima dell'uomo a Dio, altro non è che la ragione: la ragione che esige e vuole i suoi diritti di critica, e di libera indagine. Altro non è che la ribellione umana contro tutto quanto è tenebre ed oppressione. Ribellione contro tutte le Chiese.
Si intensifichi intanto la guerra alla religione, alle religioni; e non si speri mai che vi sia uno Stato che ci aiuti in questa umanissima opera di demolizione.
Lo Stato sarà sempre a fianco della Chiesa, come questa sarà al fianco di lui, per la reazione spietata contro i progressi indipendenti del pensiero; per la reazione selvaggia contro la rivoluzione.

giovedì 10 novembre 2016

Antimilitarismo anarchico

Una tematica sempre attuale e ricorrente, proporzionale purtroppo a tutte le volte che l’uomo ha considerato “l’altro” un nemico da abbattere, in nome di un confine, di una bandiera, della retorica della razza o della nazione. Lo Stato, o l’autorità in generale, ha opportunisticamente ed ossessivamente eretto sempre un muro, una gabbia, un carcere, tra un uomo ed un suo “simile”. La convinzione della natura intrinsecamente malvagia dell’uomo, lupo verso l’altro, è stata ampiamente confutata da una ricca corrente filosofica, antropologica e sociologica capace di svelare la strumentalità di tale concezione a solo discapito del potere, come garanzie di controllo e stabilità raggiunte, inducendo ed imponendo nella psiche dell’uomo il terrore sociale, al punto tale da generare incessantemente divisioni, leggi, guerre e paure.
Tutti gli anarchici non possono che essere antimilitaristi, perché tutti gli anarchici rifiutano l’autoritarismo, la gerarchia militare e l’uso degli eserciti come strumento di repressione o di sostegno al capitale. Tutti gli anarchici odiano la violenza ed auspicano una società  pacifica ed egualitaria.
Con il termine Antimilitarismo si cerca di delineare e definire un movimento sociale, e al contempo un ideale, che si pone in netta opposizione alla guerra e alle sue istituzioni militari, e si schiera fortemente contro le pratiche di esaltazione e diffusione dello spirito militaristico.
Gli eserciti “moderni” nascono accanto alla nascita, ma soprattutto all’affermazione delle Entità Statali, con il compito della repressione tramite l’utilizzo della forza. In sostanza il compito principale degli eserciti è sempre storicamente stato quello di difendere le classi dominanti e i loro interessi, arrivando con l’affermarsi del Capitalismo a livello nazionale e mondiale a difendere sempre più l’interesse del capitale, rimanendo di fatto assoggettati ad esso.
Bisogna cominciare a muoversi seriamente per la costruzione di società non più militarizzate, dove perda di senso l’esistenza stessa degli eserciti e dei corpi paramilitari. Il bisogno della difesa è innanzitutto bisogno di difesa dalle logiche di guerra e da chi le sostiene e le organizza. Basta dunque con l’esistenza degli eserciti, di ogni base militare e di caserme su tutti i territori. La lotta contro le basi militari non può limitarsi a non volerle dalle proprie parti, per tutti i problemi di presenza territoriale che comportano, bensì deve chiaramente esprimersi per il ripudio della loro esistenza da qualsiasi parte. Bisogna inoltre cominciare a lottare per la fine della ricerca tecnologica e della costruzione di armi. La richiesta forte di riconversione delle industrie di armi in luoghi di fabbricazione e costruzione di cose utili a vivere meglio e in pace è sempre più urgente. Se il pacifismo vuole veramente essere coerente e diventare efficiente, deve così collegarsi a logiche e a pratiche generali di emancipazione e di ricerca di nuovi modelli di vita e di convivenza, fondati sulla solidarietà, su relazioni reciproche e condivise e avulsi da logiche di sopraffazione, di egemonia e di dominio.

venerdì 4 novembre 2016

Niente pace per chi fa guerra!

Il 4 novembre è la festa delle forze armate. Viene celebrata nel giorno della “vittoria” nella prima guerra mondiale, un immane massacro per spostare un confine.
Il 4 novembre è la festa degli assassini. La divisa e la ragion di stato trasformano chi uccide, occupa, bombarda, in eroe.
Cent’anni fa, a rischio della vita, disertarono a migliaia la guerra, consapevoli che le frontiere tra gli Stati demarcano il territorio di chi governa, ma non hanno nessun significato per chi abita uno o l’altro versante di una montagna, l’una o l’altra riva di un fiume, dove nuotano gli stessi pesci, dove crescono le stesse piante, dove vivono uomini e donne che si riconoscono uguali di fronte ai padroni che si fanno ricchi sul loro lavoro.
Cent’anni dopo, quelle trincee impastate di sangue, sudore, fango e rabbia la retorica patriottica, il garrire di bandiere e le parate militari nascondono i massacri, i pescecani che si arricchivano, le “decimazioni”, gli stupri di massa.
In questi anni lungo i confini d’Italia si sta combattendo una guerra feroce contro la gente in viaggio, contro chi fugge conflitti dove le truppe italiane sono in prima fila.
In Iraq battaglioni d’élite dell’esercito tricolore partecipano all’assedio di Mosul, per cacciare i jihadisti dello Stato Islamico.
Sono in Iraq da mesi per difendere gli interessi della Trevi, la ditta italiana che si è aggiudicata i lavori alla diga di Mosul, uno snodo strategico per chi intende fare buoni affari nel paese.
I governi alleati dell’Italia hanno finanziato e protetto i soldati della jihad prima in Afganistan, poi in Siria. A Mosul si sta consumando in nostro nome un altro immane massacro di uomini, donne e bambini, pedine di un gioco feroce di potenza.
Ad Aleppo si muore da anni nel silenzio fragoroso dei più. Le lacrime ipocrite per i bimbi morti non hanno fermato le bombe.
In Rojava, dove dal 2012 la popolazione ha deciso di attuare un percorso di autonomia politica, di solidarietà e di mutuo appoggio, nella cornice del confederalismo democratico, il governo turco bombarda le città nel silenzio fragoroso di chi, proprio sulle milizie maschili e femminili della regione a maggioranza curda della Siria, ha fatto leva per fermare l’avanzata dell’Isis. La rivoluzione democratica in Rojava apre una crepa nelle logiche di potere che caratterizzano le grandi potenze che si contendono il controllo del Mediterraneo all’Eufrate.
Sei conflitti armati muoiono più civili che militari. I soldati sono professionisti super addestrati, strumenti costosi e preziosi da preservare, mentre le persone senza divisa diventano obiettivi bellici di primaria importanza per suscitare il terrore, per piegare la resistenza delle popolazioni da sottomettere, per realizzare i propri obiettivi di dominio. La propaganda di guerra all’Isis marchia come terroristi i militari della jihad, ma usa gli stessi mezzi. Solo la narrazione è diversa. Torture, rapimenti extragiudiziali, detenzioni senza processo, sono normali ovunque. L’Isis ama di più lo spettacolo e lo usa per dimostrare la propria forza e attrarre a se nuovi adepti.
Al riparo delle loro basi, a dieci minuti di auto dalle loro case, i piloti dei droni, osservano in uno schermo le possibili vittime, le puntano e le colpiscono come in un videogioco. La guerra virtuale diventa reale, ma accresce la distante onnipotenza di chi dispensa morte da una base lontana migliaia di chilometri dal sangue, dalle feci, dagli arti straziati, dall’inenarrabile dolore di chi vede morire i propri figli, amici, genitori.
Questi giocattoli letali costano molto meno di un bombardiere. Un Predator armato costa 4 milioni di dollari contro i 137 di un F35.
L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
La guerra diventa filantropia planetaria, le bombe mezzi di soccorso.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista.
Torino è uno dei principali centri dell’industria aerospaziale bellica.
Sono cinque le aziende piemontesi, leader nel settore: Alenia Aermacchi, Thales Alenia Space, Avio Aero, Selex Es, Microtecnica Actuation Systems / UTC. 280 SMEs.
L’industria di guerra è un buon business, che non va mai in crisi. L’industria bellica italiana fa affari con chiunque. I soldi non puzzano di sangue e il made in Italy va alla grande.
L’Europa ha pagato miliardi il governo turco perché trattenesse i profughi che lo scorso anno premevano alle frontiere chiuse. La verità cruda ma banale è che in Siria, in Iraq, in Afganistan, in Libia si combatte con armi che spesso sono costruite a due passi dalle nostre case.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la sua “missione” è fare aerei militari. Nello stabilimento di Caselle Torinese hanno costruito gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali degli F35, della statunitense Loockeed Martin, sono costruite ed assemblati dall’Alenia.
Un business milionario. Un business di morte.
Lo Stato italiano investe ogni ora due milioni e mezzo di euro in spese militari, di cui mezzo milione solo per comprare nuove bombe e missili, cacciabombardieri, navi da guerra e carri armati. Gli altri servono per le missioni militari all’estero, per il mantenimento del militari e delle strutture. Si tratta, per il 2016, di 48 milioni di euro al giorno. Il governo nei prossimi anni ha deciso di spenderne ancora di più. Alla faccia di chi si ammala e muore perché non riesce ad accedere a esami specialistici e cure mediche.
Nel nuovo Documento programmatico pluriennale della Difesa – 2016-2018 – sono previsti: 13,36 miliardi di spese nel 2016 (carabinieri esclusi), l’1,3 per cento in più rispetto all’anno scorso. Cifra che sale a 17,7 miliardi (contro i 17,5 del 2015) se si considerano i finanziamenti del ministero dell’Economia e delle Finanze alle missioni militari (1,27 miliardi, contro gli 1,25 miliardi dell’anno precedente) e quelli del ministero per lo Sviluppo Economico ai programmi di riarmo (2,54 miliardi, nel 2015 erano 2,50).
Finanziamenti, quelli del Mise, che anche quest’anno garantiscono alla Difesa una continuità di budget per l’acquisto di nuovi armamenti per un totale di 4,6 miliardi di euro (contro i 4,7 del 2015). Le spese maggiori per quest’anno riguardano i cacciabombardieri Eurofighter (677 milioni), gli F-35 (630 milioni), la nuova portaerei Trieste e le nuove fregate Ppa (472 milioni), le fregate Fremm (389 milioni), gli elicotteri Nh-90 (289 milioni), il programma di digitalizzazione dell’Esercito Forza Nec (203 milioni), i nuovi carri Freccia (170 milioni), i nuovi elicotteri Ch-47f (155 milioni), i caccia M-346 (125 milioni), i sommergibili U-212 (113 milioni).
La vocazione umanitaria delle forze armate italiane ha fame di nuovi costosissimi giocattoli.
In tutto il paese ci sono aeroporti militari, poligoni, centri di controllo satellitare, postazioni di lancio dei droni.
Le prove generali dei conflitti di questi anni vengono fatte nelle basi sparse per l’Italia.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienze che provano a saldare il rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’è chi non accetta di vivere da schiavo, c’è chi si oppone alla militarizzazione delle periferie, ai rastrellamenti, alle deportazioni.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.
Contro tutti gli eserciti, contro tutte le guerre!

giovedì 3 novembre 2016

Che il 4 novembre diventi una giornata in omaggio a tutti i disertori (2)


Che il 4 novembre diventi una giornata in omaggio a tutti i disertori

Bruno Misefari nacque a Palazzi (Reggio Calabria). Aderì assai giovane al Partito Socialista e, tra il 1910 e il 1912, all’anarchismo. Nel 1911 fu arrestato per avere diffuso un manifestino contro la guerra di Libia e nel 1912 fu condannato a due mesi e mezzo di carcere. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu assegnato al 40° Reggimento di fanteria a Benevento. Lo si teneva relegato in caserma e non lo si inviava al fronte per paura che le sue idee contagiassero gli altri commilitoni, da cui era molto stimato. Nel 1916 disertò e nel 1917 raggiunse la Svizzera. Nel 1918 fu arrestato dalla polizia svizzera, con numerosi altri compagni , col pretesto di un complotto inesistente, e restò in carcere per sette mesi. Espulso dalla Svizzera, tornò in Italia dove fu assai attivo durante il biennio rosso. Divenuto ingegnere, le sue opere di notevole utilità sociale furono sistematicamente ostacolate dal regime fascista. Nel 1931 fu inviato al confino a Ponza e poi nuovamente in carcere, dove sposò la sua compagna Pia Zanolli, a cui fu legato da un profondo affetto sino alla sua morte, nel 1936, per un tumore al cervello.
Di seguito un suo scritto tratto dal suo libro: Diario di un disertore.
“Sì, sono un traditore della patria. Ho tradito le leggi statali, ho tradito gli interessi dell’Alta Banca Internazionale, trafficante sulla guerra per l’aumento dei suoi dividendi fantastici. Ho tradito le leggi di odio, di morte, di corruzione, di vergogna: leggi antisociali, antiumane, antinaturali. Le ho tradite per non tradire la grande e fondamentale legge dell’amore universale, la solidarietà umana, che è l’unica legge comprensibile, perché umana, sociale e naturale. Mi sono sottratto alla morte di stato per dare la morte allo stato. È una lotta ardua poiché sono solo e debole, e lo stato ha tutto con sé ed è forte. Sono un traditore ma non un vile. Chi è vile non insorge contro lo stato. Guai per la vita della specie se gli individui disobbediscono alle leggi sociali e umane della natura per obbedire a quelle dei poteri che congiurano, insidiano, uccidono la vita della specie. Senza questa umanissima rivolta alle leggi di odio e di morte, la specie perirebbe fatalmente. Quando la giustizia non sarà come oggi la druda infame delle tirannidi, quando l’amore non sarà deriso, quando l’oro non sarà Dio, quando la libertà sarà religione e unica nobiltà il lavoro, solo allora il mio rifiuto alla guerra sarà benedetto perché ho lottato alla salvezza di tutti, per la conservazione della vita organica e morale della specie. Imbecilli della mia epoca, chinate la fronte. E voi giovani di anni e di fede inalberate il vessillo della rivolta, rivendicate il diritto alla vita che è pane, amore e libertà! Distruggete tutte le forze antinaturali, antisociali e anti umane. È questione di vita o di morte. O vivono loro o vivete voi. Non esistono accomodamenti. Tra voi e loro esiste un abisso. Chi vuol mettervi un ponte vi precipita dentro. Viva l’umanità e muoia la patria, cioè muoiano il capitale e lo stato!”

martedì 25 ottobre 2016

Perchè luddisti

I luddisti combatterono un tipo di macchine che contenevano un modo di produzione ingiusto non solo verso di loro, ma verso tutti gli altri popoli e la natura. In questo senso furono l’unico movimento popolare che avesse colto il problema morale del processo industriale ai suoi albori. Invece, l’intera sinistra politica, abbracciando di fatto la fede nella neutralità della tecnologia industriale, contribuì a radicare nella mentalità moderna l’illusione che l’unica soluzione alle ingiustizie della nuova economia era la ridistribuzione del plusvalore prodotto dalle macchine con l’aumento dei salari e la sicurezza sociale. Ciò favorì ancor più lo sviluppo della logica industriale provocando l’automazione e il trasferimento dello sfruttamento degli operai nei paesi più ricchi alla natura e ai paesi più poveri che possiedono le materie prime e la manodopera disposta a lavorare per salari dieci volte più bassi (non solo per la minore sindacalizzazione, ma anche per il cambio favorevole e per la presenza di un vasto mondo rurale su cui scaricare i costi, che nei Paesi industriali sono a carico dei singoli e dello Stato).
I luddisti si opposero a un tipo di disoccupazione nuovo a livello di massa, per i non schiavi: la possibile mancanza di lavoro salariato senza più accesso alle fonti essenziali della sopravvivenza. La civiltà europea, rappresentata dai villaggi di tessitori del Lancashire, coincideva con una società capace di resistere alle crisi dell’arte della lana e del cotone: le comunità contenevano molti mestieri e le loro strutture territoriali, come le antiche città murate, potevano dar da vivere ai suoi abitanti per lunghi periodi di difficoltà economiche. All'operaio della fabbrica fu da allora sottratto ogni elemento dell’ambiente domestico; sua moglie, costretta al lavoro salariato, non fu più in grado di adempiere nemmeno ad una elementare funzione dell’autonomia di sussistenza: l’allattamento.
Le politiche economiche che, hanno creduto nella possibilità di una giustizia sociale tramite la distribuzione della ricchezza prodotta dalle tecnologie industriali, sono inciampate nella loro incapacità ad esprimere un progresso in cui il lavoro riprendesse il sopravvento sul capitale e ritrovasse quella libertà e dignità autonoma, che le economie artigiane e contadine di sussistenza gli avevano impresso prima della devastazione sociale introdotta dall'industria.

giovedì 20 ottobre 2016

Da una lettera di Èmile Henry al direttore della Conciergerie (Palazzo di Giustizia)

27 febbraio 1894
Signor Direttore
Durante la visita che mi avete fatto nella mia cella domenica 18 corrente, avete avuto con me una discussione, del tutto amichevole sulle idee anarchiche.
Siete stato molto stupito, mi avete detto di conoscere le nostre teorie sotto un aspetto nuovo per voi, e mi avete chiesto di riassumervi per iscritto la nostra conversazione, per conoscere bene ciò che vogliono i nostri compagni anarchici.
[…]
Su quali basi poggia la società borghese? Fatta astrazione dai principi di famiglia, patria e religione, che non sono altro che dei corollari, possiamo affermare che le due pietre di volta, i due principi fondamentali dello stato attuale sono l'autorità e la proprietà.
Tutti i mali di cui soffriamo derivano dalla proprietà e dall'autorità.
La miseria, il furto, il crimine, la prostituzione, le guerre, le rivoluzioni, non sono altro che risultanti di questi due principi.
Dunque, essendo cattive le due basi della società, non c’è da esitare. Non bisogna sperimentare un mucchio di palleativi (cioè il socialismo) che servono solo a spostare il male; bisogna distruggere i due germi viziati ed estirparli dalla vita sociale.
Per questo noi anarchici vogliamo sostituire alla proprietà individuale il Comunismo, e la libertà all'autorità.
Quindi, niente più titoli di possesso, né titoli di dominazione: eguaglianza assoluta.
Quando noi diciamo eguaglianza assoluta non pretendiamo che tutti uomini avranno una stessa mente, una stessa organizzazione fisica, sappiamo molto bene che ci sarà sempre la più grande diversità fra le attitudini cerebrali e corporali. Ed è proprio questa varietà di capacità che realizzerà la produzione di tutto ciò che è necessario all'umanità, e su di essa noi contiamo per mantenere l'emulazione in una società anarchica.
Ci saranno ingegneri e sterratori, questo è evidente, ma senza che uno abbia la minima superiorità sull’altro; poiché il lavoro dell’ingegnere non servirebbe a niente senza il concorso dello sterratore, e viceversa.
Dal momento che ciascuno sarà libero di scegliere il mestiere che vorrà esercitare ci saranno solo esseri obbedienti, senza costrizione, alle tendenze che la natura ha posto in loro (garanzia di buona produzione).
Qui si pone un problema. E i pigri? Ognuno vorrà lavorare? Noi rispondiamo: si, ognuno vorrà lavorare, ed ecco il perché.
Oggi la media della giornata lavorativa è di 10 ore.
Molti operai sono occupati con lavori assolutamente inutili alla società, in particolare agli armamenti militari di terra e di mare. Altri ancora sono colpiti dalla disoccupazione. Aggiungete a ciò che un considerevole numero di uomini validi non producono niente: soldati, preti, poliziotti, magistrati, funzionari, ecc. Si può dunque affermare, senza essere tacciati di esagerazione, che su 100 individui capaci di produrre un lavoro qualunque, solo 50 forniscono uno sforzo veramente utile alla società. Sono quei cinquanta che producono tutta la ricchezza sociale.
Da qui la deduzione che se tutti lavorassero, la giornata lavorativa, invece di essere di 10 ore, scenderebbe a 5 ore soltanto.
Consideriamo  inoltre che, allo stato attuale, il totale dei prodotti manufatturati e quattro volte più considerevole e il totale dei prodotti agricoli è tre volte più considerevole della quantità necessaria ai bisogni dell'umanità; vale a dire che una umanità tre volte più numerosa sarebbe vestita, alloggiata, riscaldata, nutrita, in una parola avrebbe la soddisfazione di tutti i suoi bisogni, se lo spreco ed altre molteplici cause non distruggessero questa sovrapproduzione.
Da quanto precede, possiamo trarre la seguente conclusione: una società in cui ognuno collaborasse al lavoro comune, ce che si contentasse di una produzione che non superi enormemente il suo consumo (dovendo l'eccesso della prima sul secondo costituire una piccola riserva) dovrebbe chiedere a ciascuno dei suoi membri validi solo uno sforzo di due o tre ore, forse anche meno.
A quel punto, chi si rifiuterebbe di prestare una quantità di lavoro cosi piccola? Chi vorrebbe vivere con questa vergogna di essere disprezzato da tutti e considerato un parassita?
(...) L'autorità e la proprietà marciano sempre insieme, si sostengono l'un l'altra, per tenere schiava l’umanità!
Che cos'è il diritto di proprietà? È un diritto naturale? No, la Natura, creandoci, ci fece con degli organismi simili, e uno stomaco di manovale esige le stesse soddisfazioni di uno stomaco di finanziere.
E tuttavia, oggi, una classe si è accaparrata tutto, rubando all'altra classe non solo il pane del corpo, ma anche il pane dello spirito.
Si, in un secolo che chiamano di progresso e di scienza, non è doloroso pensare che milioni di intelligenze, avide di sapere si trovano nell’impossibilità di sbocciare? Che i figli del popolo. che sarebbero potuti diventare uomini di alto valore, utili all'umanità, non sapranno mai altro che alcune nozioni indispensabili che inculca loro la scuola primaria!
La proprietà, ecco il nemico della felicità umana, poichè essa crea l'ineguaglianza e di conseguenza l'odio, l’invidia, la rivolta sanguinosa.
L’autorità non è che la sanzione della proprietà. Essa inette la forza al servizio della spogliazione.
Ebbene! Poiché il lavoro è un bisogno naturale, converrete con me, Signore, che nessuno si sottrarrà alla richiesta di uno sforzo minimo come quello di cui abbiamo parlato sopra.
Vedete bene, Signore che non sarà necessario ricorrere ad alcuna legge per evitare i parassiti.
Se, per un caso straordinario, qualcuno volesse tuttavia rifiutare di aiutare i suoi fratelli, sarebbe sempre meno costoso nutrire questo disgraziato, che non può essere che un malato, che mantenere legislatori, magistrati, poliziotti e guardiaciurme per domarlo.
Molti altri problemi si pongono, ma essi sono di ordine secondario; l'importante era di stabilire che la soppressione della proprietà, l'espropriazione, non porterebbe ad un arresto della produzione in seguito allo sviluppo della pigrizia, e che la società anarchica saprebbe nutrirsi e soddisfare tutti i suoi bisogni.
Tutte le altre obiezioni che si potrebbero sollevare saranno facilmente confutate ispirandosi all'idea che un ambiente anarchico svilupperà in ciascuno dei suoi membri la solidarietà e l'amore per i suoi simili, poiché l’uomo saprà che, lavorando per gli altri, lavorerà allo stesso tempo per sé.
Un'obiezione che “apparentemente sembra più fondata è questa: se non esiste più alcuna autorità, se non c'è più la paura del gendarme a fermare la mano dei criminali, non rischiamo di vedere i delitti e i crimini moltiplicarsi in proporzione spaventosa?
La risposta è facile. Noi possiamo classificare i crimini che si commettono oggi in due categorie principali: crimini di interesse e crimini passionali.
l primi scompariranno da se poiché non ci sarà più ragione per questi delitti, attentati alla proprietà, in un ambiente che ha soppresso la proprietà.
Quanto ai secondi, nessuna legislazione può impedirli. Ben lungi da ciò, la legge attuale che assolve il marito che assassina la moglie adultera, non fa che favorire la frequenza di questi crimini.
Al contrario, un ambiente anarchico eleverà il livello morale dell'umanità. L'uomo comprenderà di non avere alcun diritto su una donna che si dà ad un altro invece che a lui, perché questa donna non fa che obbedire alla sua natura.
Di conseguenza, nella futura società, i crimini diventeranno sempre più rari, fino a scomparire completamente.
Vi riassumerò, Signore, il mio ideale di società anarchica. Niente più autorità, molto più contraria alla felicità dell'umanità di qualche eccesso che potrebbe verificarsi inizialmente in una società libera. Al posto dell’organizzazione autoritaria attuale, raggruppamento degli individui per simpatia e affinità, senza leggi e senza capi. Niente più proprietà individuale; comunione dei prodotti; lavoro di ciascuno secondo i suoi bisogni, consumo di ciascuno secondo i suoi bisogni, cioè a suo piacimento.
Niente più famiglia, egoista e borghese, che fa l’uomo proprietà della moglie e la moglie proprietà dell’uomo; che esige da due esseri che si sono amati un momento, di essere legati l'uno all'altro fino alla fine dei loro giorni. La natura è capricciosa, essa chiede sempre nuove sensazioni. Vuole l’amore libero. Per questo noi vogliamo la libera unione.
Niente più patria, niente più odio tra fratelli che getta, gli uni contro gli altri, uomini che non si sono mai visti.
Sostituzione dell'attaccamento ristretto e meschino dello sciovinista alla sua patria, con l'amore ampio e fecondo per tutta l'umanità, senza distinzione di razza e di colore.
Niente più religione, forgiata dai preti per imbastardire le masse e dare loro la speranza di una vita migliore, mentre essi godranno della vita terrestre.
Al contrario, sviluppo continuo delle scienze messe alla portata di ogni essere che si sentirà attirato verso il loro studio, portando poco a poco tutti gli uomini alla coscienza del materialismo.
Studio particolare dei fenomeni ipnotici che la scienza comincia ora a constatare, al fine di smascherare i ciarlatani che presentano agli ignoranti, sotto un aspetto meraviglioso e sovrannaturale, fatti di ordine puramente fisico.
In una parola, niente più ostacoli al libero sviluppo della natura umana.
Libero schiudersi di tutte le facoltà fisiche, cerebrali e mentali.
Non sono così ottimista da sperare che una società con tali basi giunga in un solo colpo all'armonia perfetta. Ma ho la profonda convinzione che due o tre generazioni saranno sufficienti per strappare l'uomo all'influenza della civilizzazione artificiale che egli subisce oggi, e per riportarlo allo stato di natura, che è lo stato di bontà e di amore.
Ma per fare trionfare questo ideale, per fondare una società anarchica su basi solide, bisogna cominciare con il lavoro di distruzione. Bisogna abbattere il vecchio edificio tarlato.
Ed è quello che facciamo.
La borghesia sostiene che non giungeremo mai al nostro scopo.
L’avvenire, un avvenire molto vicino, glielo insegnerà.
Viva l'Anarchia!

domenica 16 ottobre 2016

Senza patrie non ci saranno guerre

All'inizio era il senso di solidarietà, nella lotta per l'esistenza, che univa individui e famiglie conviventi nello stesso villaggio o nella stessa tribù, per procurarsi attraverso il mutuo aiuto, o con la rapina a danno di altri villaggi e tribù, i mezzi di vivere; o di difendersi contro le forze della natura, contro le belve, o contro la rapina altrui, meglio di come avrebbe potuto fare da se, ogni individuo solo, od ogni sola famiglia.
Questo «patriottismo» in realtà non era che il primo sviluppo di solidarietà umana.
Fatto il primo passo: non appena il selvaggio vide nel suo simile, non soltanto un concorrente che poteva essergli nemico; ma un essere uguale a lui, con cui poteva mettersi d'accordo, il sentimento di solidarietà fra uomo ed uomo si sviluppò sempre più rapidamente: prima da famiglia a famiglia; poi da tribù a tribù; indi da villaggio a villaggio. E lentamente il concetto di «Patria» anche se la parola non si era ancora formata, si allargava ad aggruppamenti umani sempre maggiori.
Man mano che la cerchia della solidarietà umana si allargava; che non solo gli individui, ma i gruppi, le famiglie, i villaggi, le città assurgevano ad una migliore comprensione del loro interesse, (che consisteva nella cooperazione, piuttosto che nella lotta) non soltanto diminuivano gli odi ed i conflitti, le opere di sangue e di morte; ma la vita umana accresceva il suo pregio spirituale; aumentava il benessere e la terra si arricchiva di bellezza e di utilità generale.
L'essere circondati da villaggi o tribù rivali, faceva restare gli uomini in permanente stato di guerra; ed il combattere era l'occupazione loro più importante. Da ciò il prevalere dei sentimenti di odio e di violenza: l'impossibilità di produrre abbastanza, gli stermini reciproci, le vendette, ecc.
Ma quando le tribù ed i villaggi giunsero ad accordarsi fra di loro, per formare una collettività su più esteso territorio, i motivi di guerra diminuirono, e gli uomini poterono meglio dedicarsi alle opere della pace. I villaggi divennero città, ed in queste, bisognosi di più stretti legami, vennero a concentrarsi sempre più numerose popolazioni!
Allora la «patria» ebbe per confine la mura delle città, e presto questo confine si allargò, per comprendervi un numero di città confederate, come per esempio, fra gli Etruschi, oppure col sottomettersi di alcune ad una sola; come accadde nei primi tempi di Roma.
Giunta ad un relativo assestamento, dopo le invasioni barbariche, l'Italia ritrovò se stessa nel periodo dei liberi Comuni. Fu allora che cominciò effettivamente a manifestarsi il sentimento di patria, così come anche oggi lo si intende: soprattutto come aspirazione all'indipendenza del paese dalle dominazioni estranee.
Ma questo «patriottismo» del tempo dei comuni liberi, non era affatto un patriottismo italiano, bensì un patriottismo cittadino, che non era allora meno forte ed ardente di quello italiano del 1848.
Una città sottomessa ad un'altra aspirava a liberarsi da questa, come l'Italia volle assai più tardi liberarsi dal dominio austriaco.
Quando una città era in lotta con un'altra per dispute di territorio, per interessi commerciali, per dissensi religiosi o politici, il sentimento che veniva sfruttato dai dominatori della città, per scopi non... cittadini, ma propri, era un sentimento travolgente, e accecante, come quello dei... così detti patrioti... delle ultime grandi guerre.
Se si leggono le cronache di quei tempi, i discorsi che facevano ai cittadini ed alle milizie, i podestà ed i capitani del tempo, per una qualsiasi di quelle guerre fra città e città, vi si sente la stessa esaltazione, lo stesso furore di odi e di amore, che si son letti in occasione delle guerre tra nazione e nazione.
Quando la patria era Genova o Venezia, Firenze o Pisa, Bologna o Modena, pensare ad una patria italiana era una utopia e veniva considerato delitto.
La concezione di una «patria italiana» nel senso di unità politica sorse più tardi, nel periodo d'oro della rinascimento umanista.
Le menti videro allora al di là delle mura cittadine, contemporaneamente... videro... e la «patria più vasta» e la più grande «patria umana!».
Ma prima di allora, se in Venezia in guerra con Genova, un nobile spirito solitario avesse maledetto il «conflitto fratricida» in nome della solidarietà italiana, quel precursore sarebbe stato considerato «nemico della patria» e sospettato di tradimento... ed il Tribunale segreto lo avrebbe fatto sparire nelle acque silenziose e segrete della laguna, allo stesso modo che veniva, durante le due guerre mondiali, considerato «nemico interno» e sospettato di connivenza con lo straniero, chiunque per «sentimento di solidarietà», si elevasse disgustato al disopra della mischia, sospirando la pace d'una «futura fraternità internazionale».
Più tardi, per l'ampliarsi della solidarietà oltre le mura civiche, si resero impossibili le guerre tra città vicine, e il sentimento «patrio» ad un certo momento divenne «regionale».
L’evoluzione del sentimento di fratellanza fortunatamente si espande velocemente nella mente dell’uomo, e come dopo il 1800 non fu più concepibile una guerra tra regioni, un giorno non sarà neanche più concepibile una guerra tra nazioni, e sarà allora che i confini saranno definitivamente aboliti.
Se mettiamo di fronte i due sentimenti: quello patriottico e quello umano, il primo è di natura meno nobile ed inferiore al secondo.
La solidarietà familiare è un egoismo di fronte alla solidarietà cittadina; questa è un egoismo collettivo di fronte alla solidarietà nazionale, la quale, a sua volta, è un egoismo rispetto agli uomini... d'oltre mare e d'oltre monte.
Il sentimento di solidarietà umana senza distinzione di frontiere, è il meno egoistico, ed è il più naturale di tutti gli altri.
Strappate il fanciullo alla famiglia, alla città, alla nazione; portatelo a vivere altrove, fra altre genti... di lingua e di costumi diversi... il fanciullo potrà vivere ugualmente. Ma se tentate di strapparlo all'umanità voi, fatalmente, lo ucciderete.
Mano mano che l'uomo si allontana dallo stato selvaggio, e prende coscienza del suo essere, il suo sguardo si spinge sempre più lontano, nel tempo e nello spazio: egli si sente «uomo», «cittadino del mondo», «figlio del padre Sole e della madre Terra», come alteramente si diceva Giordano Bruno.
Le «patrie» d'oggi sono una conseguenza dell'egoismo collettivo, un cumulo di interessi di classi in contrasto, e in lotta con le altre classi di altre nazioni; cercanti a vicenda di sovrapporsi e sopraffarsi; e sotto l'interesse della «patria» si mascherano ambizioni di dominio e di sfruttamento.
Nelle leggi di natura non esistono confini che dividono l'uomo.
Perchè infatti si dovrebbe essere fratelli fino a un dato punto soltanto, e due metri più in là no? Non sono forse, al di là, come al di qua, creature umane, di ossa e di carne come noi; operai, intellettuali, lavoratori, che al pari di noi lavorano per il sostentamento loro e delle loro famiglie? Dove è nel cielo un segno che dica: «Arrestati; qui termina la tua patria; qui cessano gli uomini d'essere fratelli?». Tutti gli uomini sono fratelli... e dove è giustizia e libertà, dove è pace e benessere, quivi è la patria dell'uomo.
Per cui l'internazionalismo è, per noi, una idea concentrata non solo nel nostro sentimento, non solo nella nostra concezione ideologica, ma nella pratica di tutti i nostri atteggiamenti e delle nostre manifestazioni.
E quando voi, cari amici, cari compagni, sentite parlare di interessi della patria, non lasciatevi ingannare: ponete ben mente, che non si deve intendere altro che interessi della collettività, cioè di tutti indistintamente gli individui che la compongono: non di una esigua minoranza soltanto perchè allora non sarebbero che interessi di una o di più classi. Solo chi deve intensificare e proteggere questi interessi di classe, dà un valore «politico» al concetto di patria.
Infatti per i capitalisti, per coloro che vogliono comandare, per tutti quelli che adorano il culto della violenza e della sopraffazione vi è sempre pronto, per coprire le loro imprese tiranniche e sfruttatrici, un cencio di bandiera sventolante sull'altare della «patria» per servire da sipario a tutte le bassezze, a tutte le volgarità, a tutte le infamie della classe o della casta dominante!
Noi anarchici neghiamo ogni patria separabile e divisibile.
E il sentimento che di essa noi abbiamo è il più legittimo, ed è il più naturale, ed essendo fomite di cordiali e continue relazioni fra i popoli, o di rivolgimenti tendenti a scopi di benessere e di libertà, dà luogo a quel grandioso sentimento di universalità e di grandezza che costituisce l'unico mezzo perché sulle patrie molteplici, sia un giorno costituita una sola ed immensa: quella di tutta, di tutta l'umanità!

venerdì 14 ottobre 2016

Omaggio a Dario Fo

“Sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”. Risiede nel ritornello di "Ho visto un re", ballata malinconica e beffarda, tutta la forza, il pensiero, il senso, dell’artista universale che è stato Dario Fo, drammaturgo, poeta, pittore, attore, impresario teatrale, giullare, morto la scorsa notte a 90 anni.
Lì ci sono la gioiosità e l’ingegno dell’inventore del grammelot; come l’eterna traiettoria politica del mondo, l’alto e il basso, i miserabili (“villani”) e i potenti, gli sfruttati e gli sfruttatori. E Dario Fo nel suo immenso, infinito, irripetibile teatro, assieme a Franca Rame, compagna di vita e di poesia, di impegno e di sventura, ha recitato questo per tutta la vita, mostrando al mondo intero cosa significasse reinventare anche solo per un attimo, una parola, un guizzo, una lingua fittizia fatta solo di suoni che nella loro apparente e vivace incomprensibilità sono poi diventati comprensibili al mondo.
È stato colpito tante volte della censura, iniziata con la Rai a Canzonissima ’62 (con lo sketch su un imprenditore edile che non dotava i suoi operai delle misure di sicurezza sul luogo di lavoro) e relativo certificato di allontanamento per almeno quindici anni, fino ad arrivare al Mistero Buffo dei papi arroganti e dei popolani mica tanto sciocchi, misteri medioevali e parabole evangeliche, mescolanza apparente di lingue padane che oggi riconoscono anche in Giappone meglio dell’esperanto. Segno politico del racconto popolare dove la commedia dell’arte fiancheggia, feconda la satira e sbeffeggia ilare potere e ipocrisie della religione.
Il teatro di narrazione dei Paolini, Baliani e Celestini è nato qui. “Quello del giullare è un mestiere a rischio. Le mie idee non erano sempre condivise da tutti, ma sempre le ho difese. Anche quando piovevano minacce di ogni tipo, allarmi di bombe in teatro, telefonate intimidatorie”, raccontò Fo.
“La morte non la corteggio, ma non la temo”, ha spiegato l’attore nel recentissimo libro intervista Dario e Dio (Guanda). “Se hai campato bene, la morte è la giusta conclusione della vita”.
In questi giorni non è mancato chi ha voluto rivendicare “il suo Dario Fo”. Per alcuni il migliore è stato il Fo comunista e libertario che denunciava i delitti di Stato e le stragi impunite. Non pochi esaltano l’ultimo Fo ammiratore di Casaleggio e Grillo. Altri preferiscono il Fo delle origini e le prime rappresentazioni con l’inseparabile Franca Rame. Altri ancora scelgono il Fo giullare, cantore e reinventore di saghe e racconti popolari. Come dimenticare lo scrittore, il pittore, l’autore, il promotore di mille eventi, il narratore e divulgatore del nostro patrimonio artistico e culturale?
Dario Fo è stato tutte queste cose e tante altre. Io voglio ricordare il Fo anarchico che ha contribuito alla mia crescita ideologica durante il movimento studentesco del 1977, il compagno che con la sua infinita voglia di libertà ha difeso la libertà di satira e di informazione contro i regimi di qualsiasi natura, colore politico, confessione religiosa; non a caso la Turchia di Erdogan aveva inserito le sue opere tra quelle non gradite al regime.
Grazie Dario

giovedì 6 ottobre 2016

Virgilia d’Andra

È dal basso che sale la linfa; è dall'intorno che soffia il respiro…Invano, quindi, è aspettare, in messianica attesa, i salvatori o il salvatore. È dall'angoscia, dalle lotte, dal dolore, dalle aspirazioni, dal tormento, dal lavoro, dall'opra di tutti noi – gli individui, i singoli dell'immensa folla – che si determinano le condizioni essenziali, sostanziali per i rivolgimenti sociali; che si crea l'atmosfera rovente della rivolta; per le prossime tempeste rivoluzionarie!


Virgilia d’Andra