..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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sabato 20 agosto 2016

Ventimiglia. La disarmante banalità del bene

Continua la lotta dei migranti per bucare la frontiera di Ventimiglia, per continuare un viaggio che le frontiere chiuse dell’Europa hanno interrotto.
Ad un anno di distanza da un’altra estate di lotta tante cose sono cambiate. Il governo Renzi ha raggiunto l’obiettivo di escludere le spese per il trattenimento e la deportazione dei migranti dal conteggio sul bilancio dello Stato italiano ed ha accantonato ogni ambiguità, tentando di serrare le frontiere.
Ma il desiderio di libertà è più forte di ogni confine e tanti cercano e trovano un varco da cui passare.
Il campo gestito dalla Croce Rossa è stato spostato lontano dal mare, in una zona dismessa dalle ferrovie nei pressi del parco Roja. Gli operatori della Croce Rossa agiscono di concerto con le forze dell’ordine. Nel campo si mangia male, non si riceve alcuna informazione sulla propria situazione, ma si rischia la deportazione alla minima protesta.
Nei pressi del campo ufficiale era sorto un campo spontaneo, gestito dagli stessi migranti, sgomberato pochi giorni prima dell’avvio del campeggio No Border.
Nella notte tra giovedì 4 e venerdì 5 agosto circa trecento migranti sono usciti dal campo della Croce Rossa diretti alla frontiera. Bloccati nell’area dove lo scorso anno c’era il campo No Border, sono stati violentemente caricati dalla polizia. Con loro c’erano anche alcuni compagni che li avevano raggiunti per dare appoggio e solidarietà. Durante la carica circa 120 migranti sono riusciti a bucare la frontiera e ad entrare in Francia, dove è scattata la caccia all’uomo. Un gruppo è stato bloccato manganellato e caricato sui furgoni della gendarmeria in una spiaggia di Mentone.
Dei migranti rastrellati alcuni sono stati riportati al campo della CRI, altri sono stati deportati a Taranto. I No Border fermati hanno ricevuto tutti il decreto di espulsione dall’Italia o il foglio di via dalla provincia di Imperia.
Il giorno successivo, dopo un volantinaggio in spiaggia che annunciava il corteo della domenica, i No Border si sono avviati in direzione del campo della Croce Rossa per fare un saluto ai migranti.
La polizia ha prima gasato, poi ha cercato di bloccare gli attivisti chiudendo loro la strada. Undici compagni sono rimasti intrappolati su un ponte dove sono stati picchiati insultati e ammanettati.
Trattenuti in questura per quasi tutta la notte hanno subito altre angherie, prima di essere rilasciati con foglio di via e con la denuncia di resistenza e adunata sediziosa aggravate.
Altri due No Border, Beppe ed Alessia, presi poco lontano dal ponte, sono stati arrestati e richiusi nei carceri di Imperia e Genova Pontedecimo: rilasciati con divieto di dimora tra giorni dopo, saranno processati in autunno per resistenza, adunata sediziosa e lesioni.
Durante la mattanza sul ponte un poliziotto dell’antisommossa, che stava per unirsi ai colleghi che stavano lavorando di manganello, è morto d’infarto appena sceso dal furgone.
L’episodio è stato usato dai media come pretesto per scatenare una campagna di ulteriore criminalizzazione nei confronti degli attivisti che si battono contro le frontiere. Il Freespot è stato perquisito e due giorni dopo sgomberato con un pretesto, nonostante i locali fossero in affitto.
Il giorno successivo il corteo non è riuscito a partire, perché la polizia ha intercettato e dato il foglio di via a buona parte dei compagni che stavano raggiungendo Ventimiglia.
La strategia di Alfano è chiara: alleggerire la pressione sulle frontiere, deportando al sud i migranti e chiudendo in una morsa di ferro chi si oppone alle frontiere.
Il clima di emergenza serve a fare terra bruciata intorno a migranti e attivisti No Border, per nascondere una verità banale, che senza frontiere non ci sarebbero clandestini, campi, controlli. Senza frontiere Ventimiglia sarebbe solo uno dei tanti luoghi dove passa la gente in viaggio.
Senza frontiere, stati, sfruttamento e guerre, tanti neppure partirebbero.
É la disarmante banalità del bene.

domenica 14 agosto 2016

La guerra civile spagnola

Nel febbraio 1936 il Fronte Popolare (le sinistre unite) vince le elezioni, sconfiggendo la destra, ed in Spagna si intensificano le agitazioni popolari; i fittavoli cessano di pagare gli affitti, i braccianti occupano e lavorano la terre, i ferrovieri scendono in massa in sciopero. I capi militari capiscono che la vittoria delle sinistre non può soddisfare le attese del popolo spagnolo, che in buona parte punta non ad un semplice cambiamento di governo, ma ad una profonda rivoluzione sociale. Oltre mezzo secolo di propaganda e di lotte anarchiche ed anarco-sindacaliste hanno lasciato un segno profondo nella vita politica spagnola e l’influenza fra gli sfruttati della Confederacion Nacional del Trabajo (C.N.T.), la grande organizzazione anarco-sindacalista, è estesa in tutta la Spagna e soprattutto in Catalogna. Nel luglio 1936 a questi prodromi di rivoluzione, i capi militari, sotto il comando del colonnello Francisco Franco, rispondono con un colpo di stato. La risposta spontanea del popolo spagnolo è immediata. Ad eccezione di Siviglia, nelle maggior parte delle grandi città, a Madrid, a Barcellona, a Valenza soprattutto, il popolo prende l’offensiva, assedia le caserme, erige barricate nelle vie, occupa i punti strategici. Il golpe militare viene così sconfitto sul nascere in oltre metà della Spagna. In molte località l’autogestione contadina ed operaia prende corpo immediatamente, sostituisce le “autorità ufficiali” e coordina la vita sociale e la lotta antifranchista. Onnipresente l’organizzazione della C.N.T. che ispirava e collegava dovunque i diversi comitati di base. La caratteristica più notevole della Rivoluzione Spagnola fu proprio la grande diffusione raggiunta dagli esperimenti e dalle realizzazioni dell’autogestione, tanto nei piccoli villaggi di campagna quanto nei grossi centri industriali come Barcellona.  Per più di quattro mesi le industrie di Barcellona, su cui sventolava la bandiera rosso-nera della C.N.T., furono gestite dai lavoratori raggruppati in comitati rivoluzionari, senza aiuto o interferenza dallo stato, prima che il governo, riorganizzatosi, cominciasse ad occuparsene. Anche la rete dei trasporti pubblici venne autogestita dai lavoratori, in maggioranza aderenti alla C.N.T.. Dopo lo slancio dei primi mesi, però, la rivoluzione si fermò o retrocedette, in proporzione inversa con il rafforzamento del governo repubblicano di coalizione antifascista, via via sempre più dominato dal P.C., che andava acquistando maggiore consistenza e potere, grazie alla sua politica moderata (che attirava nelle sue file bottegai, i piccoli e medi proprietari, i professionisti, i burocrati) ed gli aiuti russi.
Lo scontro fra il moderatismo e la logica di potere dei comunisti da un lato e la rivoluzione libertaria degli anarchici dall’altro, era facilmente prevedibile. Nonostante la volontà degli anarchici di evitare fratture nel fronte antifascista, le provocazioni dei comunisti e dei loro alleati piccolo borghesi (ad esempio il generale comunista Lister si diede a devastare con le sue truppe le collettività agricole libertarie dell’Aragona; a Barcellona la polizia controllata dai comunisti assaltò la sede dei telefoni autogestita dalla C.N.T.; agenti della polizia segreta comunista assassinarono l’anarchico italiano Camillo Berneri.) condussero necessariamente a scontri sempre più aperti e violenti. La situazione militare, da posizioni iniziali (luglio 36) di quasi equilibrio, in termini territoriali, tra fascisti e repubblicani, andò lentamente ma continuamente deteriorandosi e l’avanzata delle truppe di Franco continuò inesorabile, grazie ai massicci aiuti in armi e uomini di Hitler e Mussolini. I paesi baschi caddero nel giugno del 37; l’Aragona nell’aprile del 38; la Catalogna nel gennaio del 39, Madrid nel marzo del 39.


martedì 9 agosto 2016

Louis Michel raccontata da Pietro Gori

[…] Lo zelo di Louis nel soccorrere le sofferenze altrui non si ferma all'umanità, ma tenta di abbracciare perfino l'animalità.
E mi raccontava certe sue ingenuità commoventi verso bestiole malate o fameliche, per le quali la casa ospitale della comunarda diventava prima un rifugio, e poi un condominio con tutti gli altri esseri colà sospinti dalla risacca sociale.
Una volta – era stata gravemente malata di bronchite quell'inverno – tornò a casa, dopo una conferenza; si sentiva affaticata, sfinita. La buona Carlotta, la   fida compagna di lei, aveva preparato del latte caldo. Esso fumava lì presso, sulla tavola. Ma intanto che Luisa parlava con alcuni amici, che l'avevano accompagnata, una gatta malaticcia, salita sulla tavola, aveva tranquillamente vuotato la tazza.
Quando Carlotta se ne accorse, non fu a tempo che a regalare un solenne scapaccione alla bestiola, la quale chissà per quali complicazioni tra la bevuta furtiva e lo scappellotto giustiziero nella notte morì.
Fu tutto un piccolo dramma domestico di rimpianti per il quadrupede defunto in seguito a quell'atto di tirannide padronale, ed anche una sequela di rimbrotti verso Carlotta, che se ne era resa colpevole. Si dovettero immischiare nella faccenda parecchi amici; e la pacificazione degli animi non riuscì completa, se non dopo che fu convenuto che là in quella casa, nessun atto di violenza sarebbe stato più commesso da inquilini o da ospiti verso gli animali inferiori.
Da quel giorno anch'io, a cui molto Luisa perdonava per la mia giovanile impetuosità, dovetti tenere a me le mani ed i piedi – giacché una sera che un cane, insopportabile per petulanza, eppur cittadino libero sotto quel tetto ideale, provocò il mio piede ad assestargli un rapido correttivo, dovetti ascoltare dalla cara vecchia tutta una calda allocuzione in difesa degli esseri inferiori.
« – Ah, gli esseri inferiori, ecco il pretesto d'ogni dominazione!... Inferiori perchè? Perchè altri più violenti, o più astuti, riuscirono ad assoggettarli o ad ucciderli?...O non sono invece inferiori di senso morale quelli che formano la felicità propria sulla infelicità altrui divorando, sfruttando, asservendo?... Voi mi risponderete con la dura legge di selezione, col trionfo del più adatto, con l'impero del più forte. Ma io conosco un'altra legge, che non è di oppressione nè di morte – ma di libertà e di vita: quella della solidarietà... Voi vi deliziate degli uccellini allo spiedo, ed io preferisco il trillo del cardellino, che canta là, su quell'albero, a tutte le orazioni di voi avvocati... Diversi sì, inferiori no...»
« – Ma tra l'umanità, e le altre specie zoologiche...» azzardai io.
« – Ebbene – incalzò l'ardente vegliarda – è appunto perchè l'umanità volle calpestare gli altri esseri, che voi chiamate inferiori, che essa si trovò esercitata ad inferocire e a dilaniar se stessa. Le razze inferiori, le classi inferiori, il sesso inferiore, che per dileggio chiamate gentile – ecco la stessa classificazione trasportata dal campo animale a quello umano... Ma la lotta, direte, fu la condizione d'ogni progresso... Sì, ma io non amo la lotta per la lotta; la voglio solo perchè da essa scaturisca invece dell'antagonismo la fratellanza di tutti gli esseri...»
E le labbra della vergine dolorosa tremolavano ancora, nell'improvviso silenzio – come se avessero proseguito il filo mentale di quella sua corruscante visione di ardimenti e di tenerezze...
[…] Nel processo di beatificazione di San Martino uno dei titoli, che più gli valse la laurea di beatissimo, fu l'aver donato, una volta in sua vita, metà del proprio mantello ad un mendico.
Luisa, centinaia e centinaia di volte (Carlotta ormai aveva perduto ogni lena a riprenderla) aveva dato via l'ultima camicia al primo indigente che bussava alla porta. E tutta la pena degli amici era sempre di trovare una maniera delicata, onde sostituire, almeno l'indispensabile, al gettito, ch'ella faceva di ogni suo avere.
Un inverno, ch'essa aveva molto sofferto di petto, i suoi antichi compagni di deportazione alla Nuova Caledonia, allora residenti in Londra, pensarono di donarle un pesante e ricco mantello, per l'anniversario della Comune parigina, tanto più, ch'ella doveva recarsi appunto la sera del 18marzo, al Mass-Meeting commemorativo, che si teneva nel centro della metropoli, a sì grande distanza dal sobborgo, ove essa e Carlotta abitavano.
Quando Luisa entrò nella sala gremita, i compagni, che avevano fatto il dono, stupirono nel vederla ravvolta in un meschino scialletto, e Charles Malato ebbe l'incarico di fare le dovute rimostranze.
«– Voi venite a sgridarmi, Carlo – si affrettò a dir Luisa al veniente – però avete torto. Il pensiero fu gentile, ma quel ricco mantello sarebbe stato un rimorso per me...»
E Carlotta spiegò, come non le fosse stato possibile impedire che Luisa regalasse il mantello (non la metà come S. Martino, ma tutto intero) ad una povera vedova del vicinato, sovraccarica di cinque piccini, la quale tremando era venuta a chieder la carità, in memoria dei poveri assassinati della Comune di Parigi.
[…] Parecchi anni or sono, a Parigi si costituì un Comitato di soccorso in pro' dei profughi russi – in seguito ad uno dei periodici deliri acuti della reazione autocratica – e del comitato facevano parte le personalità culminanti della scienza, dell'arte, della politica. Ne erano presidente Victor Hugo e cassiera Luisa Michel.
Ebbene: alla casa di lei era un continuo pellegrinaggio di sollecitatori, che si qualificavano profughi russi, per quanto essi non avessero oltrepassato i boulevards di Montmartre, e le buvettes del quartiere Latino.
E nessuno tornava indietro, per quanto poco russo egli fosse, con le mani vuote.
Victor Hugo, che grandemente amava e stimava la Michel, credette opportuno esortarla a qualche cautela nella erogazione dei soccorsi, onde i veri proscritti russi non ne fossero defraudati da codesti russi... d'occasione.
Luisa, dopo avere ascoltato con deferenza l'autore dei Miserabili, gli chiese con quel suo fervore traboccante di ingenua pietà:
«– Posso io domandare alla miseria che invoca aiuto, la carta di nazionalità?»
Il  poeta sorrise, e la sua fronte radiosa si chinò perplessa. Da quel giorno però non si parlò più di controllare la nazionalità degli indigenti – anche a costo che qualche mariuolo sfruttasse il fondo raccolto per la Russia fuggiasca e martire.

sabato 6 agosto 2016

Il ribelle

In mezzo a questo schifoso brulicame di menzogne sociali, sorge talvolta un Uomo.
Quale nobile figura! Chi è mai costui? Che cosa vuole? … É un ribelle cosciente: vuole benessere, giustizia, libertà …
Egli non implora.
Inflessibile alle altrui imposizioni, abbatte ogni ostacolo che si frappone a l’integrale sviluppo delle sue facoltà fisiche ed intellettuali. Compreso che adagiarsi allo stato di cose attuale è rendersi responsabile di tutte le umane infamie che da quello derivano, disprezza le ingiuste istituzioni che lo circondano, odia gli apostoli di qualunque forma di dogma, di tirannia. Geloso della propria autonomia, non vuole annegare il suo Io nel grande mare dei convenzionalismi. É il nemico mortale della società…
Nemico della società?
Certo!
Che cosa è la società odierna?
Non è forse quell'insieme complesso di rapporti intesi ad annientare !’individuo a tutto vantaggio di una crudele collettività anonima? Non è l'ordinamento d'una ributtante accozzaglia di predoni e di ruffiani, di poliziotti e di preti, di impiccatori e di pecore?…
Voi potreste dire: e amare tutto ciò?
Ah no, perdio! Non si può amare il male ad alcun costo, a meno che non si sia perduto il bene dell'intelletto.
Il coccodrillo fossilizzato gridi pure all'assassinio, quando un uomo cosciente, indignato del terribile spettacolo di rapine, di repressioni, di sangue, di supplizi, di lamenti inauditi, che si offre giornalmente ai suoi occhi, si erge a giustiziere e condanna una tale società; gridi pure, ma quell'anima generosa ha sempre il diritto di rispondergli: “Miserabile ruffiano! Vergognati, nasconditi nel tuo sozzo pantano e continua a guazzarvi come un verme, qual sei, ma taci!”
Gridino pure i frati di ogni misura e colore a l'atto "anti-sociale", credendola questa un'ingiuria ... Ma se per atto antisociale s'intende il gesto diretto a colpire questo mostro in decomposizione, quale dolce ingiuria! Per me, anzi, sarebbe una prova d'aver colpito nel segno!
Al contrario, una loro lode mi offenderebbe: nella mia coscienza sentirei il rimorso di avere, forse, anch'io dato la mano a le ingiustizie che la folla di pastori e gregge ogni giorno commette. Delitto, per me, è qualunque atto che concorra a puntellare questo maledetto edificio in rovina, detto società civile; delitto è lo starsene con le mani in mano, senza lottare in alcun modo per abbatterlo del tutto; detesto ugualmente carnefici è vigliacchi, governanti e mummie ....
Odio e maledico tutto l'ordine presente, perché di "ordine" non ha che il nome!

Da “Cronaca Sovversiva” 1905

mercoledì 3 agosto 2016

La necessità dell’Azione diretta

“La condizione positiva della libertà, scriveva Bakunin, è questa: nessun uomo deve obbedienza ad un altro; egli non è libero se non a condizione che tutti i suoi atti siano determinati, non dalla volontà di altri uomini, ma dalla sua volontà e dalle sue proprie convinzioni”.
Il delegato (o rappresentante) è una persona alla quale si sono trasmessi i propri poteri e che agisce, o che dovrebbe agire, non in nome proprio ma nel nome dei suoi mandanti. Gli interessi dei delegati devono scomparire davanti a quelli dei gruppi che li hanno nominati perché compiano una missione o un lavoro qualsiasi, ed hanno il dovere di dimenticare totalmente la propria personalità per non sovvenirsi che dell’organizzazione o degli individui che hanno riposto in loro la propria fiducia.
Ora, anche se fosse possibile che un individuo, nominato rappresentante, possa a tal punto annullare la propria personalità, sarebbe impossibile e oltretutto inumano pretendere che un essere ragionevole, cosciente e libero si annulli davanti alla propria funzione di rappresentante fino al punto di diventare un automa delle volontà altrui; oltretutto non è conforme ai principi anarchici che non pretendono mai l’impossibile e non tendono mai a schiacciare la dignità dell’uomo.
L’anarchismo è per definizione la rivendicazione della libertà e della dignità dell’individuo. Come anarchici noi non riconosciamo ad alcun individuo, per quanto degno e meritevole compagno, il mandato di rappresentare le opinioni di una massa assente; ed un anarchico, per rimanere coerente, non può accettare delegazione alcuna da gruppi, gruppetti o da singoli.
Ogni membro della società è libero di contribuire personalmente, col proprio lavoro e col proprio pensiero, al benessere suo e di tutti, senz’altro limite al di fuori di quelli che gli segnano le sue facoltà e le sue capacità.
Finora non si è badato che alla sovranità del popolo (anche se sarebbe meglio dire ad una parte privilegiata del popolo) e non del singolo, ma noi dobbiamo cambiare rotta e pervenire alla sovranità dell’individuo. E la sovranità dell’individuo non significa il diritto di pretendere, né la facoltà di illudersi che altri facciano per noi; significa soltanto che noi possiamo fare direttamente quel che riteniamo necessario od utile fare, e che gli altri non abbiano al facoltà o il diritto di vietarcelo, a condizione, naturalmente, che non sia lesa l’eguale libertà dei nostri simili.
Questo è quello che intendiamo, e che intesero i nostri precursori, quando proclamiamo la necessità dell’Azione diretta: agire in prima persona, anche come iniziativa di propaganda e attività di ogni specie svolte dall’individuo a vantaggio del movimento e dell’ideale.

lunedì 25 luglio 2016

Lavoro manuale e lavoro intellettuale

Alcuni individui privilegiati detentori del capitale e della scienza, sostengono che c’è una sostanziale differenza tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Sostengono che il lavoro manuale dipende dal intellettuale, che il secondo dà le direttive e organizza il lavoro del primo per ottenere una migliore e maggiore produzione; che il lavoro intellettuale è frutto di progettazioni, di riflessioni, di studi e che solo chi ha una certa formazione, una certa qualifica, un certo titolo può farlo e che ci vuole una “mente” speciale per essere in grado di eseguirlo.
Ma la mente del genio più grande della terra é forse qualcosa di più del prodotto del lavoro individuale o collettivo, tanto intellettuale che industriale, compiuto da tutte le generazioni passate e presenti?
Provate ad immaginare s quello stesso genio trasportato durante la sua primissima infanzia su di un’isola deserta, supponendo che non muoia di fame che cosa diventerà? Un animale, un essere incapace di pronunciare parola, per questa conseguenza non avrà mai pensato e non avrà mai sviluppato il suo intelletto. Trasportatelo su quell’isola all’età di dieci anni, che cosa sarà qualche anno dopo? Ancora un animale che avrà dimenticato l’uso della parola e che della sua umanità non avrà conservato che qualche vago istinto. Trasportatelo infine all’età di venti, trenta anni, e dieci, quindici, venti anni dopo sarà diventato stupido se non pazzo; forse avrà inventato una nuova religione!
Cosa prova tutto questo? Prova che l’uomo più dotato della natura riceve da questa soltanto delle facoltà, ma che queste facoltà muoiono se non vengono fertilizzate dall’azione benefica e possente della collettività. Dirò di più: tanto più l’uomo viene avvantaggiato dalla natura, tanto più egli preleva dalla collettività; da cui consegue che tanto più deve renderle, secondo giustizia.
Gli individui privilegiati detentori del capitale e della scienza asseriscono che i lavori del genio e del talento più rari, più preziosi e più utili di quelli dei lavoratori ordinari devono essere meglio retribuiti di questi ultimi. Ma su che base dicono questo? Quei lavori sono forse più faticosi di quelli manuali? Al contrario proprio questi sono senza confronto più faticosi.
Asseriscono pure che chi fa un lavoro intellettuale ha un titolo di studio ottenuto con anni di sacrifici e di studi sui libri. Oltre al fatto che non tutti hanno avuto la stessa possibilità di andare avanti con gli studi (solo i “figli di papà” se lo son potuto permettere, ed anche senza tanti sacrifici visto la facilità con cui si comprano i titoli di studio), ma coloro che ci sono riusciti hanno raggiunto il traguardo non solo per merito loro, ma devono dire grazie anche a tanta gente che ha svolto un lavoro manuale che gli ha permesso di proseguire negli studi (per questo argomento rimando alla lettura del post: Non esistonolavori separati o separabili).
Ma poi perché chi fa un lavoro intellettuale deve guadagnare di più di chi fa un lavoro manuale? Se ambedue vanno dallo stesso panettiere a comprare il pane, forse il primo paga il pane più del secondo o lo pagano entrambi allo stesso prezzo? Se vanno a far benzina alla macchina nella stessa pompa di benzina, il prezzo del greggio varia tra il muratore e l’architetto? Se si va a comprare dei pomodori, il fruttivendolo applica una tariffa diversa a seconda della qualifica o della classe sociale dell’acquirente? Il lavoro intellettuale è attraente, ha la sua ricompensa in se stesso, e non ha bisogno di altra retribuzione. Ne trova ancora un’altra nella stima e nella riconoscenza dei contemporanei, nelle agevolazioni e nel benessere che apporta loro.

venerdì 22 luglio 2016

Società democratica e società anarchica

Democrazia: parola che deriva dal greco (demos = popolo, crazia = governo) e che vuol dire forma di governo che si basa sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanza elettive, e che garantisce ad ogni cittadino la partecipazione, su base di uguaglianza, all’esercizio di potere pubblico [fonte Treccani.it].
Noi viviamo in un paese democratico che, come tutti gli altri paesi democratici, utilizza il sistema elettivo per garantire la partecipazione del popolo alla vita del paese. Ma la realtà è questa?
Beh, per un verso si, ma solo per uno: si eleggono i propri rappresentanti. Ma siamo proprio sicuri che gli elettori partecipino alla vita del paese? Ed i rappresentanti eletti fanno gli interessi del popolo o i loro?
Alla resa dei conti a me sembra che la democrazia è un inganno. Non pensate certo che il popolo scelga il lusso per pochi e la povertà per parecchi e l’incertezza e l’instabilità economica per moltissimi. Ciò vuol dire che per quanto buono possa essere teoricamente il sistema sociale della democrazia, praticamente non elimina i vizi d’origine che perpetuano le ingiustizie, nonostante le altisonanti solenni dichiarazioni di benessere sociale. 
Praticamente col sistema elettivo i cittadini scelgono (democraticamente ovviamente) i pochi che devono arricchirsi governando i tanti. La democrazie, col suo doppio fondo di falsità, è come una cravatta lussuosa su un vestito dimesso e consumato e talvolta anche lacero: essa rende più grottesco l’insieme.
Democrazia diventa, quindi, solamente una parola che riempie la bocca di tanti falsi paladini della libertà e dell’uguaglianza. Cambiano i governi, cambiano gli eletti, cambiano i partiti, tutti eletti (democraticamente ovviamente) dal popolo, ma l’unica cosa che non cambia sono le condizioni sociali di eletti ed elettori; vivere nel lusso, nell’agiatezza, nelle agevolazioni e nella libertà di azione (leggi corruzione) per i primi, e continuare a vivere nella miseria, nella povertà, nell’incertezza del domani, nell’oppressione totale per i secondi.
L’unica alternativa alla società democratica è la società anarchica.
La società libertaria, antiautoritaria, si basa sulla consapevolezza che tutte le persone possono avere interessi, idee, comportamenti differenti. Le assemblee rappresentano il luogo dove queste diversità si confrontano e in cui gli obiettivi particolari vanno incontro a quelli generali e viceversa. Se nonostante questo qualcuno non condividesse gli indirizzi generali, ebbene, gli sarà data la possibilità di fare di testa propria, a patto di basare il suo agire sulla propria forza e di non sfruttare il lavoro altrui e di non ricercare situazioni di privilegio rispetto ad altri. Nei suoi confronti verrà in pratica adottato un metodo e un principio libertario. Non sarà cacciato via, sarà messo in condizione di vivere alla sua maniera, con possibilità di cambiare idea quando vorrà. E questo vale per gli individui ma anche per i gruppi.
Potrà verificarsi anche che siano gli altri a cambiare idea e quindi ad adottare il metodo o l’indirizzo del singolo o del gruppo di “minoranza”.
Va detto comunque che in una società libertaria i concetti di maggioranza e minoranza perderanno il senso che gli si attribuisce nella società democratica contemporanea. Oggi la maggioranza, o comunque quella che scaturisce come tale dai riti elettorali, assume automaticamente il potere; maggioranze assolute o relative governano e impongono leggi a tutti. Anzi, voltando pagina, una minoranza di eletti in parlamento, che dice di rappresentare la maggioranza della popolazione, emana leggi e direttive senza che i rappresentati, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, possono far nulla per cambiarle se non le condividono. Gli stessi referendum non sono altro che una delega al parlamento a rivedere o rifare leggi che il responso delle urne dovrebbe poter abrogare.
Ma poi che senso ha, nella situazione attuale ad esempio, parlare di maggioranza se il 50% degli aventi diritto non va a votare? Se chi vince le elezioni ottiene (nella più ottimistica delle previsioni) il 51% dei voti, alla fine dei conti la cosiddetta “maggioranza” risulterebbe un po’ più del 25% effettivo degli aventi diritto; ma siccome i vincitori di elezioni dicono di rappresentare la maggioranza della popolazione, allora faccio notare che se prendessimo in considerazione tutta la popolazione, quindi anche i non aventi diritto a votare, i minori di 18 anni ad esempio (anche loro hanno diritto di espressione), la percentuale di cui sopra diminuirebbe ancora.
La volontà della casta dei rappresentanti va sempre rispettata, e i vari riti elettorali non mettono mai in discussione il meccanismo, semmai solo il tipo di gestione che se ne fa.
Nessuno può stabilire chi sia nel giusto e chi dica una cosa sbagliata. Il fattore numerico non è garanzia di questo. Tanto è vero che spesso le minoranze hanno combattuto cause giuste riuscendo alla fine a convincere gli altri delle loro ragioni. Non solo, chi ha il potere ha anche gli strumenti nelle sue mani per poter manipolare l’opinione pubblica e costruirsi dei consensi maggioritari. È sempre stato così, e a maggior ragione lo è oggi. Questo sistema penalizza la libertà individuale, scavalca gli individui che non condividono determinate sue scelte. Pensate a quante bestialità sono state decise a colpi di maggioranza parlamentare; guerre, tasse, aumenti dei prezzi, progetti inquinanti … E a chi non era d’accordo non rimaneva che l’opposizione nelle piazze, l’obiezione di coscienza, l’atto di protesta individuale o collettivo, in pratica sottrarsi al gioco democratico/parlamentare. Eppure non sempre (anzi, quasi mai) quella maggioranza aveva ragione.
Una società anarchica è impostata al massimo rispetto di tutte le individualità e di tutte le posizioni, che devono trovare giusta collocazione e giusto spazio. In questo tipo di società ideale non verrà certo abolito il conflitto, quindi non ci sarà un appiattimento generale, ma verrà incanalato in maniera costruttiva. Ogni dubbio, ogni divergenza contribuirà a stimolare la ricerca del meglio e a rendere vivace e ricca la discussione; a tale proposito mi viene in mente uno slogan del movimento studentesco negli anni ’70 che diceva: “Dallo scontro nasce la creatività”.
L’anarchia sarà messa alla prova più dai dissensi che incontrerà che dai consensi, il clima di libertà favorirà la diversità di opinioni e arricchirà il confronto. Se la diversità si trasformasse in conflitto, sarà la capacità di gestirlo a definire la riuscita e la tenuta dell’esperimento sociale.

martedì 19 luglio 2016

Per un mondo senza galere

Oggi, se non si fa parte della casta dominante, chi commette un reato va in galera. Si impone una pena carceraria, si punisce il reo lasciando che le cause che hanno permesso l’attuazione di quel reato, e che continuano ad influire su altre persone, restino intatte.
Si vuole che il condannato cambi in virtù della punizione inflittagli, invece nella stragrande maggioranza dei casi manterrà intatta la consapevolezza che quello che ha fatto andava fatto. Inoltre lo si segrega in un luogo, il carcere, dove vige la limitazione quasi assoluta della libertà, dove l’individuo non può che coltivare rancore e coltivare odio. Dove sta fianco a fianco alle persone frustrate, represse, in cui sedimentano gli stessi sentimenti di vendetta, costrette anche da condizioni oggettive di degrado umano o sociale a compiere determinati reati. Il carcere quindi non solo non è la soluzione ma spesso rappresenta un’aggravante. Più si inaspriscono le pene, più il crimine si fa atroce, si specializza. Né la minaccio della pena di morte né un rafforzamento delle forze di polizia hanno risolto questi problemi.
La prima cosa che la società anarchica farà sarà l’abolizione delle carceri e delle strutture di segregazione, compresi i manicomi e tutte quelle mascherate da centri di sorveglianza, di accoglienza, di trattenimento. Ogni eventuale devianza sarà affrontata come un problema sociale, sarà esaminata cercando di individuare la causa, in quanto sarà considerata l’effetto di un malessere o di qualcosa che non va per il verso giusto nella società. Inoltre in una società libera, in una società di uguali, dove tutti hanno gli stessi diritti, dove non esiste la proprietà privata, dove la ricchezza economica è ugualmente divisa, non si ha più motivo di delinquere, non avrà più nessun motivo neanche di esistere una qualsiasi forza pubblica (un esempio è la cittadina di Marinaleda in Andalusia, Spagna di cui vi invito a leggere il post [clicca qui per il collegamento]). In una società anarchica verranno aboliti anche i tribunali; la società sarà impostata attorno a strutture di base, assembleari, di municipio o territorio, sarà basato su forme associative libere imperniate alla collaborazione reciproca, ad una etica positiva.
Non sarà una società che in mancanza di istituzioni come quelle che conosciamo oggi si troverà allo sbando. Le nuove strutture individueranno sia il modo adatto per affrontare la problematica sia gli individui preparati cui forniranno le linee guida per l’attuazione del loro compito, che consisterà prevalentemente nella rieducazione del soggetto, nel suo inserimento nella società, nel renderlo cosciente, tramite una serrata riflessione, del gesto compiuto, il tutto senza violenza o costrizioni.
Questo potrà avvenire attraverso il suo coinvolgimento diretto in attività legate in qualche modo all’azione da lui commessa (esempio: se ha distrutto una casa, nell’attività di ricostruzione; se ha ferito qualcuno, in una struttura sanitaria a curare i malati …). Rispettandolo come individuo, dialogando con lui e tentando di fargli comprendere come il suo comportamento nuoccia alla società e a lui stesso, mentre potrebbe disporre di molti modi diversi  per risolvere i propri problemi. Il dialogo con i soggetti interessati e le decisioni in comune sostituiranno quello che oggi resta sempre la legge del più forte.

sabato 16 luglio 2016

Per un mondo senza frontiere

[…]
Nostra patria è il mondo intero
e nostra legge è la libertà
ed un pensiero
ribelle in cor ci sta
[…]

Sono i versi di «Stornelli d’esilio» una canzone scritta dall’anarchico Pietro Gori nel 1895 e diventata l’inno dell’internazionalismo libertario. Il brano canta degli esili degli anarchici girovaghi per il mondo e cacciati via da ogni Stato, ed in particolare i versi su citati stanno a chiarire che per gli anarchici le frontiere non hanno ragione di esistere, che sono state e sono la causa di conflitti, guerre sanguinose, odi razziali.
Più i popoli si dividono e si scontrano per rivendicare lembi di terra e ricchezze  a questo o quello Stato, per affermare un nazionalismo contro un altro, più i loro nemici dell’una e dell’altra parte si garantiscono il loro predominio sociale.
Le frontiere sono divisioni artificiali volute dalla società autoritarie e dagli Stati per definire possedimenti e territori sottoposti ad una giurisdizione anziché ad un’altra. Per tale motivo non ci sono frontiere che non sono macchiate di sangue e che non siano risultante di guerre in cui poveri contro poveri, operai contro operai, disoccupati contro disoccupati si sono scannati per la falsa idea di patria. La patria sarebbe il territorio interno ad una determinata frontiera e governato da uno stato e si distingue per la sua diversità, o presunta tale, da tutte le altre patrie, ma dentro l’amor patrio cova sempre il fuoco dell’aggressività, pronto ad esplodere al momento opportuno.
Il concetto di patria è connesso a quello di superiorità e razzismo, e il patriottismo degenera regolarmente in una forma molto pericolosa di manifestazione della propria presunta superiorità.
Non ci sono frontiere e non ci sono patrie senza eserciti, armamenti, preparativi quotidiani alle guerre, investimenti di somme di denaro esagerate per potenziare gli arsenali.
Noi anarchici siamo contro le frontiere e contro il concetto di patria, diretta emanazione degli stati e copertura delle loro violenze.
Questo però non vuol dire che siamo per l’uniformità di tutti i popoli della terra. In virtù dei processi storici in cui si sono formate, delle differenti condizioni ambientali, le popolazioni hanno assunto e continuano ad assumere caratteri differenti le une dalle altre, e non solo per la lingua, ma anche per le abitudini, la cultura, le concezioni del mondo stesso. Per questi motivi ha senso parlare di “matria (madre terra – terra natia)” e non di patria; le differenze su citate, che appunto ci fanno parlare di popoli e non di popolo della terra, rappresentano la più grande ricchezza che la “razza umana” abbia.
Attenzione, ho detto razza umana, perché quella umana è una sola, a dispetto di chi sostiene l’esistenza di diverse razze e fra queste individuano le superiori e le inferiori. La razza umana è una sola, i popoli che la compongono sono tantissimi, anche in una stessa nazione. Ma questo è un argomento di cui parleremo in seguito.

martedì 5 luglio 2016

Cosa si intende per anarchia


“Anarchia è la vita senza padroni, per l’individuo come per la società; è l’accordo sociale derivante non dall’autorità e dall’obbedienza, dalle leggi e dalle sanzioni penali, ma dalla libera associazione degli individui e dei gruppi, conforme ai bisogni di ciascuno e di tutti.”
Elisee Reclus


Noi ci rappresentiamo una società in cui le relazioni tra i suoi membri sono regolate non più da leggi, non più da queste o quelle autorità, siano poi elette dal popolo o detengano il potere per diritto d’eredità, ma da impegni reciproci, liberamente conclusi e sempre revocabili, come pure da usi e costumi bene accetti a tutti. Quindi nessuna autorità che imponga agli altri la propria volontà, nessun governo dell’uomo per l’uomo, libertà d’azione lasciata all’individuo. Noi ci rappresentiamo una società che non chiede nulla all’individuo che non abbia liberamente consentito di fare al momento stesso che lo fa.