..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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giovedì 2 febbraio 2017

Assalto alla sede MSI di Roma

2 febbraio 1977. Mentre alla Camera viene approvata una risoluzione che impegna il ministro dell'istruzione Malfatti, preoccupato dal precipitare degli eventi all'università, a sospendere a tempo indeterminato la circolare sui piani di studio, migliaia di giovani si ritrovano alla Sapienza, dove il giorno prima un gruppo di fascisti aveva sparato e ferito gravemente due studenti.
In 50.000 partono in corteo dirigendosi dapprima al Policlinico dove è ricoverato in gravi condizioni Guido Bellachioma e poi verso la sede del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna che viene assaltata e data alle fiamme al coro di "Sommacampagna è bruciata, la nostra vendetta è appena cominciata". A quel punto, in migliaia si dirigono verso la facoltà di Magistero che è stata occupata, quando improvvisamente in piazza Indipendenza una 127 bianca irrompe in coda al corteo. Ne escono due agenti in borghese che iniziano a sparare raffiche di colpi d'arma da fuoco. Sono le squadre speciali di Kossiga alla loro prima apparizione. Si tratta di poliziotti in borghese con mansioni speciali per le manifestazioni. Altri spari giungono dai diversi punti della piazza e dal corteo. Rimangono gravemente feriti uno degli agenti in borghese e due studenti, Paolo Tommasini, di 24 anni e Leonardo (Daddo) Fortuna, di 22 anni.
Sono da subito chiare per gli studenti le responsabilità della polizia nella sparatoria. Nel pomeriggio si tiene all'università un'assemblea indetta dal Comitato di lotta che denuncia la trappola poliziesca di piazza Indipendenza e chiede l'abrogazione della circolare Malfatti.
Intanto il PCI attraverso il suo giornale si schiera a difesa dell'operato delle forze dell'ordine e accusa gli studenti cosiddetti autonomi di essere sullo stesso piano dei fascisti. Questa presa di posizione del Partito comunista, totalmente proiettato verso il compromesso con la DC, segnerà di fatto una spaccatura insanabile con il movimento che rivendicava invece la sua autonomia dalle organizzazioni partitiche.
Per i fatti di piazza Indipendenza nessun poliziotto è stato mai processato. Paolo e Daddo furono condannati per tentato omicidio e si fecero lunghissimi anni di galera portandosi dietro le ferite di quel giorno.
L'infernale macchina repressiva di Kossiga aveva appena iniziato a mietere le sue vittime.

mercoledì 1 febbraio 2017

Volantino del comitato di lotta contro la riforma collettivo universitario autonomo 1977

Compagni,

I FASCISTI COME SEMPRE SONO LO STRUMENTO DEL GOVERNO PER FAR PASSARE LE LEGGI LIBERTICIDE E FORCAIOLE CONTRO STUDENTI E LAVORATORI. I topi di fogna ieri hanno assaltato l'università, sparato, provocato e aggredito i compagni. 3 compagni feriti tra cui Guido Bellachioma ricoverato al Policlinico con prognosi riservata. CONTRO IL RIGURGITO DELLE PROVOCAZIONI FASCISTE CONTRO LE RIFORME REAZIONARIE DELL'UNIVERSITA' E DELLA SCUOLA MOBILITIAMOCI

PRESENZA MILITANTE ALL'UNIVERSITA'

Ore 9 a matematica.

COMITATO DI LOTTA CONTRO LA RIFORMA
COLLETTIVO UNIVERSITARIO AUTONOMO

1 febbraio 1977

martedì 31 gennaio 2017

Gli scontri alla Sapienza

Nella mattinata del 1 febbraio 1977 alla facoltà di Lettere della Sapienza si sta tenendo un'assemblea del Comitato di lotta contro la circolare Malfatti. La circolare emanata dal ministro il 3 dicembre '76 vieta agli studenti di fare più esami nella stessa materia smantellando di fatto la liberalizzazione dei piani di studio in vigore dal '68. Questa iniziativa viene immediatamente intesa dagli studenti universitari come la prima mossa in vista di altri e ben più gravi provvedimenti di controriforma. È proprio durante lo svolgimento dell'assemblea che un gruppo di fascisti del FUAN, l'organizzazione studentesca del MSI, entra nella città universitaria assaltando la facoltà di Lettere. I fascisti, capeggiati da Alessandro Alibrandi, noto squadrista romano, sono armati di spranghe, molotov e pistole.
Subito si sparge la voce e da tutte le facoltà si radunano gruppi di compagni per fronteggiare l'attacco squadrista. È a questo punto che due studenti, Paolo Mangone e Guido Bellachioma, vengono colpiti da colpi d'arma da fuoco. Il più grave, Bellachioma, colpito alla nuca, viene ricoverato in fin di vita al Policlinico.
Nel pomeriggio, dopo che un corteo di un migliaio di giovani aveva raggiunto, assaltandola, la sede del MSI di via Livorno, viene occupata la facoltà di Lettere a cui Bellachioma era iscritto e viene indetta una mobilitazione antifascista per il giorno seguente.
Quella del 1° febbraio fu soltanto una delle continue aggressioni squadriste di quegli anni. Ma segnò un momento preciso e di svolta per il nascente movimento del '77.
Il Comitato di lotta denuncia l'aggressione come "tentativo delle forze reazionarie e della DC di far passare la riforma malfatti anche con il supporto dell'aggressione nera", e invita tutti gli studenti al blocco delle lezioni.
La percezione è proprio quella di un attacco repressivo contro gli studenti ben orchestrato.
Non fu che l'inizio di un anno in cui lo scontro tra il movimento e i fascisti prima e la polizia poi, sarebbe stato durissimo.

lunedì 30 gennaio 2017

Domhnach na Fola (Bloody Sunday)

13 gone not forgotten….

La mattina del 30 gennaio 1972 dal quartiere di Bogside si muove una gran folla. È stata indetta una manifestazione dal NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association) e studenti, lavoratori e anziani republicans si stringono nel freddo di quell’inverno a rivendicare parità di diritti con gli anglicani fedeli alla corona. Perché nella Derry (Londonderry la chiamano gli invasori) del ’72 per avere un lavoro o una casa popolare fa una bella differenza se sei cattolico e discendi da irlandesi, o se nelle tue vene scorre il sangue dei coloni inglesi. Può ancora avere un senso scendere in piazza, dimostrare che il partito repubblicano, il Sinn Fein, ha dei consensi ben maggiori rispetto a quella manciata di voti che le truffe elettorali lealiste gli concedono. Allora quel giorno dal Bogside non partono solo gli infiammati ragazzi dell’IRA, il 30 gennaio si sta tutti assieme.
Il governo inglese ha però deciso che quel giorno darà l’esempio. A Londra si sono stancati dei delinquenti dell’Irish Republican Army che ripetutamente mettono in discussione il potere costituito in Ulster, attaccando la polizia e facendo saltare in aria fabbriche e nodi economici del paese: il 30 gennaio si spara. Il primo battaglione paracadutisti britannico viene inviato a Derry per motivi di ordine pubblico, lascerà per terra 13 civili, un altro morirà di lì a poco per ferite d’arma da fuoco.
Non ci interessa qui ripercorrere le inchieste che la Corona Inglese utilizzò per lavarsi pubblicamente quei morti dalla coscienza, ma bensì quella traccia di odio, pulsante, che governi e polizie non sapranno mai cancellare. E l’odio che generarono i 14 di Derry fu tanto e ancora oggi Aggiungi un appuntamento per oggi porta i suoi segni. Tra i ragazzi del Bogside divenne palese che una scesa in campo democratica non avrebbe più potuto avere un senso, e il numero di militanti dell’IRA aumentò vorticosamente.
Sette anni dopo, il 27 agosto 1979, l’IRA fece saltare in aria il cugino della Regina Lord Luois Mountbatten con tre suoi accompagnatori, e 18 soldati inglesi a Warrenpoint, nella contea di Down. Quella sera stessa a Belfast, lungo la Falls Road, apparve una scritta che diceva: “13 gone not forgotten, we got 18 and Mountbatten (13 andati non dimenticati, noi ne abbiamo fatti 18 e Mountbatten)” .

sabato 28 gennaio 2017

Le carogne

C’era una volta un branco di pecore che pascolava liberamente. L’erba era tenera ed abbondante ed il prato era fiorito. Vennero i lupi. Le pecorelle tremarono di paura e ricorsero ai pastori per protezione. Ma i cattivi pastori, dopo averle munte e tosate ben bene le consegnarono ai macellai.
Questa è la vecchia favola, tante volte detta e ripetuta, sui cattivi pastori, che oggi calza più che mai a meraviglia addosso ai mestatori del ciuccialismo riformato.
Egli è fuori dubbio che il vecchio millenario sogno di uguaglianza e di libertà aveva preso la sua più completa forma nella nuova dottrina del socialismo. La borghesia tremò e nella paura divenne feroce.
Volle prevenire il pericolo e ricorse alla repressione violenta, al piombo degli scherani, al carcere, all’esilio. Al domicilio coatto.
Ma le idee non muoiono e il malcontento esplode di frequente nelle sommosse, nei moti insurrezionali, che vengono soffocati nel sangue.
Le tenebre della reazione vengono rotte da vividi bagliori d’incendio.
Più la reazione infuria e più si accende il desiderio della libertà e della vendetta.
Ma disgraziatamente il socialismo aveva il suo dato debole. Esso lasciava intatto il principio dell’autorità, e questa sua manchevolezza doveva condurlo al fallimento.
Ben presto gli elementi autoritari presero il sopravvento e incanalarono il movimento sulla falsa strada del socialismo di Stato.
La borghesia comprese che questa era la sua ancora di salvezza. Non potendo più ostacolare la marcia del proletariato, finse di seguirla. Molti elementi borghesi si infiltrarono nelle file proletarie e si diedero con ardore ad organizzare le masse nelle camere del lavoro e nelle leghe di resistenza.
Essendo essi gli elementi più colti, presero ben presto il sopravvento e accentrarono nelle loro mani tutto il movimento operaio. I lavoratori allettati dai vantaggi immediati, che conseguirono nella lotta contro il capitale, si affidarono ciecamente all’opera dei dirigenti.
Ma i cattivi pastori mentre predicavano la rivoluzione, meditavano il tradimento, ed intanto invigliacchivano le masse con l’elezionismo, facendo balenare la speranza di arrivare alla piena emancipazione colle vie legali. Il suffragio allargato compì l’opera.
Quando le masse, stanche della lunga attesa volevano venire ad un’azione energica, i bravi pastori, teneri del benessere del proletariato, si scalmanavano a consigliare la calma.
Il momento non è propizio! I tempi non sono maturi!
E i lavoratori ritornavano tranquilli all’ovile a farsi mungere, aspettando che i tempi maturassero. Aspetta cavallo che l’erba cresce.
La borghesia intanto preparava tranquillamente le armi per l’immane macello, nel quale dovevano morire milioni di operai, i più giovani, i più irrequieti, i più entusiasti per l’ideale.
Finita la carneficina, i superstiti, vistisi ancora ingannati e delusi nelle legittime speranze, vollero tentare il cimello finale per spezzare il giogo opprimente.
I condottieri compresero che non potevano più recitare l’indegna commedia e da tutti i pulpiti predicarono la rivoluzione. Ma quando giunse il momento, quando il grande esercito mobilizzato iniziava l’assalto delle posizioni nemiche coll’occupazione delle fabbriche e dei latifondi, i pastori si ritirarono in disparte, lasciando le masse disorientate. Non contenti di ciò misero mano alle pompe e con le docce fredde dei concordati e dei controlli operai fecero sbollire tutto l’entusiasmo, gettando nei cuori lo sconforto e la disperazione.
Così la rivoluzione liberatrice, che si era affacciata con tanto vigore, vilmente tradita, moriva sul nascere, dando adito alla borghesia di organizzare una feroce reazione. I rappresentanti del pus cadaverico gongolanti di gioia sentenziarono che il tempo non era ancora maturo e che pel momento conveniva rientrare nei limiti della legalità. Iniziarono così il tanto sospirato movimento collaborazionista che culminò nella salita al Quirinale di Filippo il Turacciolato e nella solenne coglionatura subita dal medesimo. Eppure il proletariato baggeo, così vilmente tradito, continua a prestar fede a tutti i pagliacci del ciuccialismo deformato, ed invece di appenderli ai lampioni, come meriterebbero, continua ad ardere loro l’incenso e ad accendere i ceri.
Forse crede in buona fede di non essere ancora maturo, o sente veramente il bisogno di essere tenuto alla catena?
Ma ecco che a disilludere anche i più ingenui, gli eroici pompieri buttano finalmente la maschera e confessano cinicamente il loro vile tradimento. Nel recente convegno di Milano, al quale presero parte quasi tutti i social traditori, più o meno deformati, forse per cattivarsi le simpatie dei fascisti e risparmiare dai randelli il loro pieghevole groppone, ovvero per conservare la medaglietta conquistata coi voti estorti ignominiosamente ai lavoratori, e per godersi tranquillamente il beneficio dell’indennità parlamentare, hanno fatto a gara nello sconfessare il loro passato rivoluzionario (?) e i loro peccati giovanili.
Fra gli altri il barbuto aragonese, con la sua faccia da sputi, ebbe l’eroico coraggio di dichiarare senza ambagi: «Noi al congresso di Roma dobbiamo ricordare i nostri avvertimenti contro le violenze, e contro il socialismo così detto di guerra, non dobbiamo parlar chiaro (finalmente!) confessando i nostri errori. È stata ad ogni modo una fortuna che torna a nostro onore l’avere impedita la rivoluzione» (giornale L’Oradel 12-9-1922).
Si poteva essere più spudorati? E voi proletari avete capito? Sono stati gli aragonesi, i turacciolati, i trampolini, e simile lordura che hanno impedito la rivoluzione. Sono stati essi che, dopo avervi spinto all’azione, vi hanno vilmente tradito e consegnato, legati mani e piedi alla reazione borghese, culminata nella violenza del fascismo.
Non contenti di ciò, questi… signori, continuano a consigliarvi la rassegnazione; e vi tentano ancora, gli scellerati, incitandovi a lasciarvi ricostruire in santa pace.
Eccoli ora smascherati e denudati. Osservatele queste immonde carogne nella loro oscena nudità; ma badate di turarvi bene il naso, perché non vi ammorbino col loro lezzo impuro.
Ed ora proletari continuate ad adorare i vostri cari pastori: ardete un cero a santo spiridione perché ve li conservi sani, onde possano ben tosarvi prima di consegnarvi al beccato. Continuate a farvi mitragliare nelle piazze, per deporre nell’urna falsa la scheda che porterà tali carogne putrefatte alla mangiatoia di Montecitorio.
Non vi persuaderete mai che di tali esseri immondi dovrebbe essere purgata e per sempre l’umanità?
Quando imparerete a far da voi stessi, a fare a meno di tutti i pastori, buoni soltanto per mungere e tosare le pecorelle mansuete e poi consegnarle al beccaio?
Solo quando riuscirete a liberarvi da tutti i prebendati, da questa brutta genia di mascalzoni, arruffapopoli, solo allora v’incamminerete a testa alta alla conquista della libertà; solo allora compirete la grande rivoluzione sociale nel solo nome dell’anarchia.

Euno (Paolo Schicchi)
(Il Vespro Anarchico, anno II, n. 33, 20 ottobre 1922)

venerdì 27 gennaio 2017

28 gennaio 1973: arresto di 10 militanti di Lotta Continua a Torino.

L'aria che si respira in Italia in quegli anni non è delle più salubri. Ovunque aggressioni, morti e stragi firmate a quattro mani da fascisti e polizia. La bomba in piazza Fontana a Milano nel '69. Il tentato Golpe Borghese del '70. Il ferimento (divenuto presto assassinio) di ...Roberto Franceschi a Milano. Solo a Torino decine sono le intimidazioni alle sedi DELL'ANPI e del PCI, a cui si aggiungono i pestaggi davanti alle scuole e all'università.
É in questo clima che il 27 gennaio 1973, il movimento studentesco indice un corteo contro le provocazioni fasciste nel capoluogo piemontese. Aderisce anche L'ANPI. Il corteo di 8'000 persone subisce un attacco da giovani militanti del MSI nei pressi di piazza della Repubblica, che porta al ferimento di alcuni studenti e di un operaio. Basta. Dopo il comizio di chiusura, una parte del corteo si sposta in corso Francia 19, davanti alla sede del Movimento Sociale. Ad aspettare i compagni, oltre ai militanti missini, ci sono i celerini pronti ad aprire il fuoco. Il bilancio è di due giovani militanti di Lotta Continua, Luigi Manconi ed Eleonora Aromando, feriti da arma da fuoco, 19 mandati di cattura e 34 perquisizioni. I 19 mandati diventano presto 25.
A sostenere l'accusa intervengono l'arresto di Guido Viale (avvenuta il 28 gennaio dopo la conferenza stampa sui fatti del giorno prima) e la confessione sotto intimidazione di un militante di 17 anni. L'ipotesi sostenuta dalla magistratura è che gli scontri del 27 siano stati orchestrati a tavolino proprio da Viale, venuto a Torino da Roma per insegnare la guerriglia urbana ai militanti piemontesi. Il teorema giudiziario fa acqua da tutte le parti, e in tutto il paese sorgono varie manifestazioni di solidarietà contro gli arresti.
Tra i compagni incarcerati c'è anche Tonino Miccichè, combattivo operaio di Mirafiori, poi ucciso nel '75 da un fascista della Cisnal durante le occupazioni di case alla Falchera (quartiere operaio di Torino). I compagni di lotta e di fabbrica di Tonino scioperano e scendono in piazza qualche giorno dopo, pretendendo la liberazione degli arrestati.
Nascono iniziative di solidarietà anche da intellettuali, politici e sindacalisti, che chiedono la scarcerazione dei compagni in un documento, il cui primo firmatario è il sen. Franco Antonicelli. Tra gli altri Colletti, Foa, Lombardi, Parri, Quazza, Revelli, Terracini, Trentin, Bobbio, Zangari, Lama, Pasolini, Calvino, Ingrao, Pontecorvo, Comencini, Volontè, Pintor, Parlato, Rossanda.
Un comunicato del Partito Radicale in merito agli arresti del 27/28 denuncia la "palese violazione dei diritti civili" sintomo della volontà di autoconservazione di un "sistema penale basato su uno stato di polizia".
A difendere i compagni interviene l'associazione Soccorso Rosso, fondata da avvocati e giuristi di sinistra durante il processo a Valpreda per i fatti di Milano del 12 dicembre '69.
Il sentore, in ogni parte d'Italia, è che il potere costituito stia cercando di creare un precedente, che si sia stancato di vedere concretizzarsi per le strade del paese un conflitto sociale mai sopito. Il quotidiano Lotta Continua titola: "La linea dei magistrati sembra quella di prendersela comoda, quella di dare una lezione."
Ma come è noto "chi semina vento raccoglie tempesta", e polizia, magistrati e vari organi di repressione non avrebbero tardato ad accorgersene.

giovedì 26 gennaio 2017

La Volante Rossa

Non è l'Italia che volevano i partigiani, quella che nasce dalla liberazione. Un poco graduale processo di riabilitazione viene messo in pratica ad ogni livello nei confronti dei fascisti. La fiducia popolare nelle nuove istituzioni repubblicane, si increspa dopo le prime assoluzioni ai processi, rese possibili anche dall'Amnistia Togliatti. Il mancato rinnovamento nei posti di potere porta ad un paradossale (a guardarlo oggi neanche tanto) ribaltamento della storia: magistrati e forze dell'ordine fasciste che difendono la repubblica, arrestando quei partigiani e operai che l'avevano liberata. A chi non va che tutto rimanga come prima non resta che organizzarsi per regolare quei conti lasciati aperti dallo stato.
Non è facile inquadrare in breve la situazione italiana di quel periodo. Quasi tutte le formazioni partigiane non hanno consegnato le armi. La Brigata Garibaldi per difesa contro le squadracce qualunquiste, monarchiche e neofasciste che hanno ripreso ad attaccare le case del popolo e le sedi del PCI; i partigiani bianchi democristiani, contro un'eventuale insurrezione rossa.
È in questo contesto che a Lambrate, nell'estate del '45 nasce la Volante Rossa - Martiri Partigiani. Il nome lo acquisisce da una precedente formazione che aveva operato nell'Ossola nel '44. È composta da ex partigiani, operai e giovani comunisti che non ritengono conclusa la guerra di liberazione.
La condotta del PCI è in quegli anni molto particolare. Da un lato le direttive sovietiche (mai disattese dalla dirigenza togliattiana) di inserirsi nel processo democratico per non squilibrare i rapporti di Yalta; dall'altro, lo schizofrenico tentativo di mantenere vicina una base sociale proiettata verso una liberazione rivoluzionaria del paese. È in questa ambiguità di atteggiamento che trovano spazio i militanti della Volante. Questi hanno la facoltà di ritrovarsi nella Casa del Popolo di Lambrate, di svolgere da servizio d'ordine nei cortei, ma non di iscriversi al partito.
Lo scopo primo dell'organizzazione, ben coperto da una facciata pubblica di circolo giovanile, è quello di pareggiare i debiti che i fascisti hanno con la giustizia popolare.
Tra le molte azioni compiute, la più famosa è quella ribattezzata degli "omicidi dei taxi", compiuta il 27 gennaio del '49 verso la fine della Volante Rossa. I fascisti destinati quel giorno a pagare il conto con la giustizia si chiamano Felice Ghisalberti e Leonardo Massaza. Il primo è colpevole di aver ucciso Eugenio Curiel, partigiano e militante comunista, il 24 febbraio del '45, e di essere stato assolto dai tribunali istituzionali; l'altro di essere una spia dell'Ovra, la polizia politica del regime, grazie alla quale erano stati fucilati diversi partigiani. Il nucleo che compie l'azione, formato da Marco (Eligio Trincheri), Lino (Natale Burato), Pastecca (Paolo Finardi), decide di condensare in un'unica volta i rischi delle esecuzioni.
La mattina del 27 Marco e Pastecca prendono un taxi per Milano, dove aspettano che Ghisalberti esca dalla trattoria dove è solito pranzare. Appena lo vedono aprono il fuoco da dentro l'auto, e poi si allontanano. Lasciano il taxista a Lambrate, e pagano la corsa dopo avergli consigliato di andare subito a denunciare il fatto alla polizia, alterando le descrizioni degli identikit. Il taxista è un comunista, e sembra capire.
La sera stessa tornano a Milano con Lino, e prendono un altro taxi fino a casa di Massaza. Lo freddano sulla porta del suo appartamento. Questa volta il taxista cerca di darsela a gambe, ma viene convinto a trattenersi. Questa volta devono insistere per pagare la corsa.

domenica 22 gennaio 2017

Visto che ...

Visto che non ce la farete mai
a procurarci un salario decente
ci mettiamo noi a dirigere le fabbriche
visto che, fatti fuori voi, sarà sufficiente.
Visto che allora ci minaccerete
coi fucili e coi cannoni
abbiamo deciso che una vita infame
la temeremo d'ora in poi più della morte.
Visto che non ci fidiamo del governo
quali che siano le sue promesse
abbiamo deciso che d'ora in poi ci costruiremo
una buona vita guidata soltanto da noi.
Visto che date retta ai cannoni
e a ogni altra lingua siete sordi
dobbiamo allora, e non ce ne pentiremo,
puntare i cannoni contro di voi!

(Bertolt Brecht, "I giorni della Comune")

sabato 21 gennaio 2017

Radio Onda Rossa

Il 22 Gennaio 1980 a Roma la polizia, su mandato del giudice Priore, procedette alla chiusura della sede di “Radio Onda Rossa” in Via dei Volsci 56 e all’arresto di Claudio Rotondi, Vincenzo Miliucci, Giorgio Trentin e Osvaldo Miniero, tutti redattori dell’emittente.
Tra gli obiettivi della magistratura figuravano anche i nomi di Riccardo Tavani e Giorgio Ferrari, i qual riuscirono però a sfuggire all’operazione rendendosi latitanti.
Durante gli anni precedenti l’emittente, fondata nel Maggio del ’77 su iniziativa di un gruppo di militanti di Autonomia Operaia, era già incorsa in altre operazioni repressive che si traducevano in arresti e chiusure preventive che miravano a contenere il diffondersi di una voce da molti ritenuta scomoda e pericolosa in quanto voce di riferimento per il movimento di quegli anni.
L’intervento del 22 Gennaio fu conseguenza dello sviluppo del cosiddetto teorema Calogero (dal nome dell’allora sostituto procuratore che lo formulò), secondo cui l’Autonomia Operaia rappresentava la testa pensante delle Brigate Rosse; le accuse a carico degli arrestati furono infatti di ‘istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato’ e di ‘apologia di delitti’, reati commessi, stando agli atti della magistratura, diffondendo radiofonicamente comunicati delle BR e diffamando continuamente lo stato, la magistratura e le forze di polizia.
Il giorno successivo l’operazione venne salutata con favore da molti quotidiani nazionali che, con ingenuo entusiasmo, credevano di ravvisare in essa la fine del movimento del ’77 (L’Unità titolò in prima pagina “Chiusa l’ultima voce dell’Autonomia”).
La chiusura e gli arresti, tuttavia, non rappresentarono la fine dell’esperienza di Radio Onda Rossa; nei giorni successivi all’operazione un ascoltatore scrisse: ”..per me ascoltare Onda Rossa era come sentire la mia voce più forte, come un megafono...ecco il megafono del movimento! Adesso che è stata chiusa, il movimento deve essere la voce di Onda Rossa, perché si continui a sentire nelle case e nei posti di lavoro”.
In un comunicato diffuso dai Comitati Autonomi Operai si legge inoltre: “Con la chiusura di Radio Onda Rossa e l’arresto dei compagni Trentin, Miniero, Rotondi e Miliucci, in troppi credono di aver quadrato il cerchio e di essersi tolti dallo stomaco la scomoda preoccupazione dell’Autonomia Operaia. [...] L’intera operazione costituisce, per il momento, l’ultimo episodio di un processo iniziato da tempo...; essa chiarisce perfettamente bene che, democraticamente parlando, un regime dominato da una legislazione speciale totalizzante e universalmente repressiva può tranquillamente convivere con la partecipazione sempre più organica di partiti come il PCI e il PSI e dei sindacati alla gestione della dittatura capitalistica. Abbiamo sempre ribadito che ai proletari e a noi la clandestinità non piace e che non offriremo comunque questo regalo ai padroni e al loro stato; oggi, di fronte a questa sbracata operazione, non solo riconfermiamo questa linea di condotta, ma valutiamo che la partita non è affatto conclusa, che anzi, esistono le condizioni per un’ampia mobilitazione di tutti i settori del fronte di classe”.
Ed infatti il sostegno di chi fino a quel momento aveva trovato nell’emittente un mezzo per dar forza alla propria voce si concretizzò in una grande assemblea pubblica cittadina il 25 Maggio, al teatro Centrale di Roma, che determinò la riapertura della radio e la liberazione degli arrestati nel mese di Agosto.
Con la scarcerazione dei quattro redattori si palesò dunque l’infondatezza e la natura unicamente repressiva dell’operazione giudiziaria nei confronti di Radio Onda Rossa, così come di quelle che si erano susseguite negli anni precedenti, conclusesi tutte con l’assoluzione degli imputati.
Nel 1987 in Italia si attua il cosiddetto Piano di Ginevra  stilato dalla RAI ma mai ratificato dal parlamento): un accordo internazionale di divisione delle frequenze radio che di fatto cancellava dall'etere alcune radio a favore dello sviluppo dell'oligopolio delle reti commerciali private.
Nell'ambito di questo piano e nonostante avesse la disponibilità di altre frequenze, dal 1º luglio 1987 Radio Vaticana inizia a trasmettere sulla frequenza dei 93.300 MHz, frequenza già usata da Radio Onda Rossa. La potenza di trasmissione di Radio Vaticana è notevolmente più grande di quella di Radio Onda Rossa (20.000 watt contro 1.500) tale da oscurare di fatto il segnale di quest'ultima.
Nonostante le proteste di piazza e l'opposizione della radio, la situazione rimane immutata per più di otto anni, durante i quali la redazione decide di continuare a trasmettere sulla stessa frequenza rivendicando il diritto a una frequenza propria, libera da interferenze; finché nel 1995 si libera una frequenza nell'etere romano a causa del fallimento di Voglia di radio, una radio commerciale. Dopo vari, e vani, incontri al Ministero delle Comunicazioni, la redazione di Radio Onda Rossa decide di occupare la frequenza degli 87.900 MHz. Pochi giorni prima di Natale la radio organizza una manifestazione a piazza Venezia e trasmette per la prima volta, dagli altoparlanti di un furgone, sulla nuova frequenza occupata.
Il riconoscimento della frequenza di trasmissione è stato oggetto di una lunga controversia con il Ministero delle Comunicazioni, conclusasi solo nel 2006, dopo una rinnovata minaccia di interruzione delle trasmissioni nel 2002.
Nonostante i numerosi attacchi subiti (il 13 ottobre 1982, ore 2:15 un ordigno valutato in 3 kg di dinamite esplode davanti alla porta dell'appartamento di Radio onda rossa, provocando danni rilevanti all'interno dei suoi locali, in tutto il palazzo e nei palazzi vicini) e i tentativi di oscuramento del segnale da parte di Radio Vaticana, la voce di Radio Onda Rossa non si è mai spenta e continua ancora oggi a rappresentare “un segnale che disturba”

giovedì 19 gennaio 2017

19 gennaio 1979: La rivolta delle Nuove

Torino, 19 Gennaio 1979: nel carcere “Le Nuove” di Via Borsellino la quotidianità della vita penitenziaria viene sconvolta da una rivolta di detenuti destinata a protrarsi per diversi mesi sotto la guida dei CDL (Comitati Di Lotta), costituitisi pochi giorni dopo grazie all’iniziativa di alcuni compagni e compagne del carcere.
Ciò che i detenuti in rivolta chiedevano a gran voce erano migliori condizioni di vita all’interno del complesso penitenziario.
Da un comunicato diffuso dal CDL nei giorni immediatamente successivi al 19 si apprende infatti dell’invivibilità della maggior parte degli spazi (molti dei quali dichiarati fuori norma) e degli abusi a cui i detenuti erano sottoposti non appena alzavano la testa contro i soprusi quotidiani.
“..la convivenza diventa praticamente inumana sotto tutti gli aspetti, partendo da quelli igienici, tenendo conto della mancanza di mezzi per mantenere la pulizia [...]; le docce sono 3 di cui una funzionante e costrette purtroppo a restare sporche, l’acqua diventa quasi immediatamente fredda, quindi siamo impossibilitati a lavarci, incrementando così la percentuale di malattie già esistenti, senza nessuna assistenza medica per il menefreghismo delle guardie e brigadieri, marescialli che all’insistere delle richieste ripiegano con metodi di rappresaglia [...]. Noi siamo sprovveduti per combattere questi abusi, soprattutto perché si incorre in duri provvedimenti disciplinari. Davanti a queste azioni molti proletari desistono dall’agire materialmente, ma sono disposti ad ascoltare e condividere questa causa anche socialmente”.
Le rivendicazioni dei detenuti, in realtà, erano sorte già da diverso tempo ma la risposta da parte del Direttore del carcere, preoccupato unicamente di mantenere il quotidiano sistema di violenze con cui il centro veniva mandato avanti, erano state vane promesse destinate a rimanere sulla carta e a non avere mai una reale applicazione.
A tutto ciò va aggiunto il silenzio degli organi di stampa e delle istituzioni esterne al carcere, nonostante i detenuti più attivi si premurassero continuamente di far arrivare le proprie rivendicazioni oltre le spesse mura carcerarie e di portare all’attenzione pubblica una questione che non poteva più essere ignorata.
Solo a partire dalla fine di Gennaio, quando l’eco delle rivolte all’interno delle Nuove si era spinta troppo lontano per continuare a tenere la faccenda sotto silenzio, alcuni giornali, in primo luogo La Stampa, cominciarono a dedicare spazio alla questione; almeno inizialmente, però, gli articoli si limitavano ad una poco veritiera cronaca delle proteste, che venivano vendute dai giornali come pacifiche e destinate a concludersi di lì a poco grazie ad una presunta disponibilità al dialogo da parte della direzione del centro penitenziario.
La rivolta, in realtà, si protrasse fino ad Aprile, adottando metodi di lotta di volta in volta diversi: ritardare collettivamente il rientro in cella, rifiutarsi di presentarsi ai processi, scioperi della fame, diversi giorni di sosta sul tetto del carcere fino a vere e proprie devastazioni di alcune zone delle Nuove.
Di fronte all’intensificarsi della protesta anche le misure repressive da parte dei vertici del centro di detenzione si inasprirono: oltre ad autorizzare violenze sempre più vergognose (che spesso assumevano le forme di vere e proprie torture, come la permanenza sul famigerato letto di contenzione, dove i detenuti venivano tenuti legati fino a che tutto il corpo diventava una piaga), vennero disposti numerosi trasferimenti di detenuti in altri poli carcerari, nel tentativo di fiaccare il crescente rafforzamento del CDL tenendo separati i suoi componenti.
La protesta aveva però assunto dimensioni difficilmente contenibili, anche in virtù della costante comunicazione e collaborazione (per quanto vietate) tra il CDL della sezione maschile e quello della sezione femminile.
Col passare del tempo e con il costituirsi di una coscienza politica da parte di molti carcerati che dapprima avevano solo tiepidamente appoggiato la rivolta, anche le rivendicazioni seppero andare oltre le iniziali richieste di ambienti, cibo e assistenza sanitaria migliori e la consapevolezza di non poter slegare la propria battaglia dalle parole d’ordine che provenivano da situazioni sociali esterne al carcere (lotte di fabbrica e di quartiere) si fece strada fra i detenuti; in un comunicato del CDL femminile di Febbraio si legge infatti:
“É emersa la necessità di una ricomposizione politica nel Comitato e la riaffermazione della capacità di direzione politica del Comitato nella crescita dei livelli di contropotere proletario all’interno del carcere. Il Comitato quale sintesi delle tensioni esistenti nella sezione ha aperto un ciclo di lotta che a partire dai bisogni immediati delle proletarie prigioniere portasse alla crescita del livello di contropotere interno e di una maggior unità fra tutte le proletarie prigioniere, e che vedesse l’impiego di lotte quanto più disarticolanti”.