..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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martedì 21 settembre 2021

Il fallimento del capitalismo liberale

Il Capitalismo è fallito anche nel suo rapporto con la Natura, che ha preteso di dominare come una sposa e trasformare in pura e semplice merce. La sua logica interna produttivista, implacabile, che lo spinge a produrre e consumare ininterrottamente, la sua pretesa di una crescita senza limiti e quasi senza una meta, si scontra con il limite di una Natura che non obbedisce a tali parametri di sussistenza e che oramai sopra del problema di ristabilire la propria salute. Per molti la distruzione dell'ambiente, l'inquinamento dell'aria dell'acqua, la deforestazione eccetera, ferite irreversibili che la Natura sta subendo sotto l'egemonia del Capitalismo, sono il segno più evidente del fatto che questo sistema è stato sconfitto a causa della sua stessa attività, della sfida che ha lanciato, visto che ha finito per rendersi la vita letteralmente impossibile. Non è possibile prorogare ancora a lungo il modo di produzione capitalista senza che ciò significhi la fine di tutto - e, dunque, la sua stessa fine.  Un capitalismo globalizzato, assolutamente mondializzato, suggerisce l'idea di un capitalismo che conosce per la prima volta la coercizione dei limiti insormontabili, un capitalismo irrigidito, stagnante, spossato, che ormai può incanalare la propria dinamica di crescita (e di distruzione) solo verso l'interno, divorando le proprie basi, il proprio nutrimento: la Natura. La logica dell'espansione sarà sostituita da una necrologica della putrefazione, conseguenza di questa specie di suicidio dovuto all'impossibilità di fermarsi. E' chiaro che questo momento non è ancora arrivato e che al capitalismo rimane ancora a corda.

Ma va in questa direzione e se l'uomo con le proprie mani non si sbarazza della natura (e al tempo stesso di se stesso), sarà la natura a sbarazzarsi dell'uomo

sabato 18 settembre 2021

La nostra è una cultura di morte

 

Noi sappiamo cosa significano questi luoghi introvabili: se la fabbrica non esiste più, è che lavoro è ovunque - se la prigione non esiste più è che il sequestro e la reclusione sono ovunque nello spazio/tempo - se il manicomio non esiste più, è perché il controllo psicologico e terapeutico si è generalizzato e banalizzato - se la scuola non esiste più, è che tutte le fibre del processo sociale sono impregnate disciplina e di formazione pedagogica - se il capitale non esiste più (nè la sua critica marxista) è che la legge del valore è passata nell'autogestione della sopravvivenza in tutte le sue forme ecc., ecc.. Se il cimitero non esiste più, è che le città moderne tutte intere ne assumono la funzione: sono città morte e città di morte. E se la grande metropoli operativa è la forma perfetta di un'intera cultura, Allora la nostra è semplicemente una cultura di morte.

mercoledì 15 settembre 2021

È venuta l’ora di rompere

La vita non è che una ricerca continua di qualcosa a cui aggrapparsi. Ci si alza al mattino per ritrovarsi, uno stock d’ore più tardi, di nuovo a letto, tristi pendolari tra il vuoto di desideri e la stanchezza. Il tempo passa e ci comanda con un pungolo sempre meno fastidioso. Le prestazioni sociali sono un fardello che non sembra ormai piegare le spalle, perché lo portiamo con noi ovunque. Obbediamo senza la fatica di dir di sì. La morte si sconta vivendo, scriveva il poeta da un’altra trincea.

Possiamo vivere senza passione e senza sogni – ecco la grande libertà che questa società ci offre. Possiamo parlare senza freni, in particolare di ciò che non conosciamo. Possiamo esprimere tutte le opinioni del mondo, anche le più ardite, e scomparire dietro il loro brusio. Possiamo votare il candidato che preferiamo, chiedendo in cambio il diritto di lamentarci. Possiamo cambiare canale ad ogni istante, caso mai ci sembrasse di diventare dogmatici. Possiamo divertirci ad ore fisse e attraversare a velocità sempre maggiore ambienti tristemente identici. Possiamo apparire giovani testardi, prima di ricevere secchiate gelide di buon senso. Possiamo sposarci fin che vogliamo, talmente sacro è il matrimonio. Possiamo impegnarci utilmente e, se proprio non sappiamo scrivere, diventare giornalisti. Possiamo fare politica in mille modi, anche parlando di guerriglie esotiche. Nella carriera come negli affetti, possiamo eccellere nell’obbedire, se proprio non riusciamo a comandare. Anche a forza di obbedienza si può diventare martiri, e questa società ha ancora tanto bisogno, a dispetto delle apparenze, di eroi.

La nostra stupidità non apparirà certo più grande di quella altrui. Se non sappiamo deciderci, non importa, lasciamo scegliere gli altri. Poi, prenderemo posizione, come si dice nel gergo della politica e dello spettacolo. Le giustificazioni non mancano mai, soprattutto in un mondo di bocca buona. In questa grande festa dei ruoli ognuno di noi ha un fedele alleato: il denaro. Democratico per eccellenza, esso non guarda in faccia nessuno. In sua compagnia non c’è merce o prestazione che non ci sia dovuta. Chiunque ne sia il portatore, esso pretende con la forza di un’intera società. Certo, questo alleato non si dà mai abbastanza e, soprattutto, non si dà a tutti. Ma la sua è una gerarchia speciale, che unisce nei valori ciò che è opposto nelle condizioni di vita. Quando lo si possiede, si hanno tutte le ragioni. Quando manca, si hanno non poche attenuanti. Con un po’ di esercizio, potremmo trascorrere intere giornate senza una sola idea. I ritmi quotidiani pensano al posto nostro. Dal lavoro al “tempo libero”, tutto si svolge nella continuità della sopravvivenza.

È venuta l’ora di rompere con l’unica globale comunità attuale: quella dell’autorità e della merce.

Il segreto è cominciare davvero.

domenica 12 settembre 2021

Lo Stato astrazione distruttrice della comunità vivente

Lo Stato non è la società, ma una sua forma storica tanto brutale quanto astratta. È nato storicamente in tutti i paesi dal matrimonio tra la violenza, la rapina, il saccheggio, in breve la guerra, la conquista, e gli dei creati dalla fantasia teologica delle nazioni. Esso è la sanzione divina della forza bruta e dell’iniquità trionfante, la storica consacrazione di ogni dispotismo e privilegio, la ragione politica di ogni servitù economica e sociale, il centro e l’essenza stessa di ogni reazione. Come suprema impersonificazione del principio di autorità sulla terra, lo Stato è per natura ente assoluto, espressione intrinseca della sovranità tout-court. In quanto astrazione politica è la negazione generale della società e degli interessi positivi delle regioni, dei comuni, delle associazioni e del più gran numero degli individui. Esso è un’universalità divorante, un’astrazione distruttrice della comunità vivente e dunque un grande macello e un immenso cimitero, ove generosamente, serenamente, vengono a lasciarsi immolare e seppellire tutte le aspirazioni reali, tutte le forze vive di un paese.

Il rapporto tra Stato e società è dunque un rapporto alienato, che scaturisce precisamente dalla natura astratta dell’entità statale rispetto alla concretezza reale della vita sociale. In virtù di questo Logos intrinseco, lo Stato esprime la sua profonda vocazione nell’espansione interna ed esterna: interna verso la società, esterna verso gli altri Stati sovrani. Verso la società perché la domina e tende ad assorbirla completamente, verso gli altri Stati sovrani perché vorrebbe espandersi a spese loro, con la conseguenza di una permanente tensione di guerra. L’esistenza di uno Stato sovrano ed esclusivo presuppone infatti l’esistenza e, se necessario, provoca la formazione di altri Stati similari, poiché è ovviamente naturale che gli individui al di fuori di esso e da esso minacciati nella loro esistenza e nella loro libertà, si associno, a loro volta, contro di lui. Abbiamo così l’umanità divisa in un numero indefinito di Stati stranieri, tutti ostili e minacciosi tra loro, per cui si deve concludere che Lo Stato è la più flagrante, la più cinica, la più completa negazione dell’umanità. Esso frantuma la solidarietà universale di tutte le persone sulla terra e li spinge all’associazione al solo scopo di distruggere, conquistare e rendere schiavi tutti gli altri.  


giovedì 9 settembre 2021

Le forme di sfruttamento

 I primi pensieri del proletario sono la coscienza dello sfruttamento di cui è vittima e la rivolta contro questo sfruttamento. Ma la rivolta pure e semplice non ha senso; essa è priva di efficacia. Dal momento in cui ci sono degli sfruttati, ci sono dei ribelli. Questi ribelli hanno ucciso e si sono fatti uccidere; essi non hanno distrutto e neppure il più delle volte ottenuto un'attenuazione dello sfruttamento. Non è sufficiente sollevarsi contro un ordine sociale fondato sulla oppressione, bisogna cambiarlo, e non lo si può cambiare senza conoscerlo. Ciò che il proletariato dove sopprimere non è lo sfruttamento in generale, bensì la forma specifica di sfruttamento che subisce: lo sfruttamento capitalistico. Bisogna che il proletariato conosca le caratteristiche di questo modo di sfruttamento, al fine di sapere che tipo di supporto offrire all'azione degli oppressi che vogliono liberarsi. A questo scopo si rende indispensabile una visione storica dei differenti modi di sfruttamento in rapporto le forme successive di produzione.

lunedì 6 settembre 2021

Il nostro servaggio

Non è un dio che lo manda dal cielo, non è il caso che ce lo invia, non è questa o quella categoria di uomini ignoranti o malvagi che l'impongono: è la società tutta che lo fomenta e lo conserva a dannazione di tutte le generazioni. 

 Le classi dominanti che opprimono e spogliano, le classi diseredate che si lasciano asservire e sfruttare, i legislatori che impongono leggi antinaturali ed inique, i sudditi che le rispettano, il gendarme che imprigiona, il cittadino che ne rispetta l'autorità, tutti infine - chi in un modo, chi in un altro - siamo i fautori diretti del nostro male, mantenendo in piedi i sistemi barbarici e le istituzioni di miseria e di morte che fanno di noi un'anonima accozzaglia di abbrutiti e di schiavi.

Ed il male sta appunto qui: nel conservare le cause che lo determinano: l'autorità costituita e la proprietà privata. La prima che soffoca ogni principio di libertà, facendo del cittadino un automa, uno strumento di oppressione nelle mani dello Stato; la seconda che lo immiserisce, lo spoglia e lo affama a beneficio di pochi privilegiati. Il disagio economico che regna in seno alle popolazioni, le sommosse e i tumulti cagionati dalla fame, la disoccupazione che aumenta straordinariamente in tutti i paesi, il crescendo spaventoso della criminalità, il dilagare della prostituzione e del vizio, l'alcoolismo ed un'infinità di malattie dovute alla mancanza di alimentazione sana e sufficiente, nonché le pessime condizioni igieniche nelle quali trascorre la vita dell'operaio, sono i frutti venefici della proprietà privata, gli effetti immediati del monopolio delle ricchezze che toglie ai nove decimi dell'umanità ogni mezzo di sviluppo e di vita.

All'autorità costituita - altra istituzione nefanda che impera colla brutalità e la forza, in difesa del privilegio e della nequizia - si debbono attribuire tutte le violentazioni fatte alle libertà cittadine, tutte le persecuzioni al pensiero, tutte le barbarie commesse nelle prigioni, tutti i massacri compiuti sulle moltitudini affamate ed inermi, tutte le guerre e le carneficine che hanno lasciato pagine di orrore e di sangue nella storia dell'umanità. La proprietà privata (privilegio economico) e l'autorità costituita (privilegio politico) sono dunque le cause generatrici di tutti mali.

Se le rivoluzioni popolari che si sono succedute nel corso dei tempi, non hanno dato, dal punto di vista sociale, che dei pessimi risultati, si è perché lasciarono intatte queste due cause di spogliazione e di schiavitù.

Si credeva che cambiando forma al governo, si sarebbero migliorate le condizioni del popolo; si credeva che abolendo una casta per dare il mestolo in mano ad un'altra si sarebbe ottenuto quel benessere e quella libertà che erano nell'aspirazione di tutti. Errore! I nuovi padroni sostituiti ai vecchi, non fecero che ribadire i ceppi della nostra schiavitù. Sotto la monarchia come sotto l'impero, sotto la repubblica come sotto la monarchia, il popolo fu sempre affamato ed oppresso. La prossima rivoluzione sociale darà i medesimi risultati negativi di tutte le altre che la precedettero, se non distruggerà perfino i vestigi di queste due formidabili colonne su cui riposa l'edificio sociale: la proprietà privata e l'autorità.

 

Tratto da Cronaca Sovversiva, 8 luglio 1905

venerdì 3 settembre 2021

La nostra vita è unica, singolare, irripetibile

Quando scienza e tecnologia, da strumenti di oppressione e dominio quali sono, possono essere trasformati in strumenti disponibili alla forza liberatrice dell'immaginazione, allora è possibile pensare e realizzare un mondo modellato dalla sensibilità estetica.

La realizzazione della dimensione estetica dell'esistenza accomuna i movimenti di avanguardia artistici e politici contemporanei.

Su questo terreno pratica artistica e pratica politica risultano convergenti.

Oggi, infatti, agire politico vuol dire creare forme autonome di esistenza, liberare la vita quotidiana, costruire come opere d'arte il tempo e lo spazio del nostro vivere.

Oggi praticare forme di antagonismo e di sovversione adeguate all'attuale modo di produzione post-industriale (che regola, condiziona, determina, domina e mette in produzione tutti i singoli momenti della nostra esistenza) vuoI dire creare nuove forme di vita, vuoI dire assegnare ad ogni attimo, ad ogni azione della nostra giornata, un valore estetico.

Oggi ogni prassi antagonista deve necessariamente tendere alla riconquista della pienezza dell'esistenza attraverso l'azzeramento della distanza che separa la pratica artistica dalla pratica di liberazione della vita quotidiana.

Sottrarre la nostra vita al dominio ed allo sfruttamento, al lavoro forzato ed al bisogno, alla mercificazione ed alla sopravvivenza significa non solo combattere contro questa forma della realtà, ma anche mettere in atto una realtà altra, mettere in atto forme e modi di vita differenti.

Significa immaginare una vita degna di essere vissuta e praticare questa immaginazione trasformando, subito, la forma, i modi, i tempi della nostra esistenza.

La nostra vita è unica, singolare, irripetibile. Essa può diventare l'unica e sola opera d'arte che valga davvero la pena di realizzare.

Dobbiamo imparare a stimarla come cosa rara. Dobbiamo imparare ad assegnare, ad ogni suo momento, il valore che merita. Non possiamo svenderla ad un padrone, buttarla via nella noia della sopravvivenza, mortificarla con il lavoro forzato e con la vuotezza in cui cercano di imprigionarla.

mercoledì 1 settembre 2021

Viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo

Viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell’uomo; c’è una sproporzione mostruosa tra il corpo dell’uomo, lo spirito dell’uomo e le cose che costituiscono attualmente gli elementi della vita umana; tutto è squilibrio. Non esiste categoria, gruppo o classe di uomini che sfugga a questo squilibrio divorante, ad eccezione forse di qualche isolotto di vita più primitiva.

Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente.

Si può intendere per libertà qualcosa di diverso dalla possibilità di ottenere senza sforzo ciò che piace. Esiste una concezione ben diversa della libertà, una concezione eroica che è quella della saggezza comune. La libertà autentica non è definita da un rapporto tra il desiderio e la soddisfazione, ma da un rapporto tra il pensiero e l’azione”.

Disporre delle proprie azioni non significa affatto agire arbitrariamente; le azioni arbitrarie non derivano da alcun giudizio e, se vogliamo essere precisi, non possono essere chiamate libere. Ogni giudizio si applica a una situazione oggettiva, e di conseguenza a un tessuto di necessità. L’uomo vivente non può in alcun caso evitare di essere incalzato da tutte le parti da una necessità assolutamente inflessibile; ma, poiché pensa, ha la facoltà di scegliere tra cedere ciecamente al pungolo con il quale essa lo incalza dal di fuori, oppure conformarsi alla raffigurazione interiore che egli se ne forgia; e in questo consiste l’opposizione tra servitù e libertà.

Perché tutto il resto può essere imposto dal di fuori con la forza, compresi i movimenti del corpo, ma nulla al mondo può costringere un uomo a esercitare la sua potenza di pensiero, né sottrargli il controllo del proprio pensiero.

domenica 29 agosto 2021

La tolleranza di Camillo Berneri

La tolleranza ha, dunque, due piani di possibilità: quello intellettuale e quello morale. Quanto al primo è tollerante colui che conoscendo il valore dello scambio di idee, della loro fusione o contrasto, non respinge aprioristicamente le ideologie altrui, ma si accosta ad esse e tenta penetrarle; per trarne ciò che vi è di buono.

Questa tolleranza è abbastanza frequente fra le persone colte e chi prova l’assillo del pensiero riesce ad acquistarne l’abito. La naturale conseguenza di questa tolleranza sarà il rispetto per qualsiasi espressione di qualsiasi credo religioso, filosofico, estetico.

Quanto al secondo è tollerante colui che, pur avendo fede in un gruppo di principi e sentendo profondamente la passione di parte, comprende che altri, per il loro carattere, per l’ambiente in cui vivono, per l’educazione ricevuta, ecc., non partecipa alla sua fede e alla sua passione. La distinzione tra il male e il malvagio, tra la tirannide e gli oppressori è scolastica, e chi concepisce la vita come lotta per il bene e per la libertà deve combattere coloro che intralciano la sua opera di redenzione. Ma il suo spirito, pur negando come formalistica la distinzione sopracennata nei riguardi del problema morale dell’azione, giunge a combattere senza l’odio bruto che non sa la pietà e non aspira ad un mondo in cui la violenza non sia più necessaria.

Tolleranza, dunque, non è scetticismo intellettuale né apatia morale.

Parrà ad alcuno che, dati i tempi che corrono e data la nostra condizione di vinti, sia inutile e fors’anche fuori di luogo il trattare della tolleranza. Mi pare, invece, proprio questo il momento opportuno. L’intolleranza degli altri ci mostra la sua faccia briaca. Guardiamola, prima che la bufera trascini anche noi.

I fascisti che bruciano i giornali di opposizione sono, per lo più quegli stessi sovversivi che non leggevano che i giornali del proprio partito e ci giuravano sopra. I fascisti che fanno a pezzi le bandiere rosse sono, per lo più, quelli che non volevano che i preti suonassero le campane, che disturbavano le processioni, che offendevano gli ufficiali, ecc. Là dove l’ineducazione sovversiva era maggiore il fascismo s’è sviluppato prima e più largamente. Perché l’intolleranza della violenza spicciola è il portato della miseria e grettezza intellettuale e di una scarsa e deviata sensibilità morale.
Che cosa hanno fatto i dirigenti dei partiti di sinistra per combattere l’intolleranza bruta? Ben poco. Erano quasi tutti tribuni.

E il tribuno è il servo della folla.

L’intolleranza cieca e brutale ha disperso in mille sensi l’energia aggressiva delle avanguardie. Invece di concentrarsi sui punti vitali delle difese borghesi e statali s’è divisa e suddivisa in piccole azioni sporadiche.

Piccoli fuochi di paglia, bastanti a svegliare il cane di guardia ed insufficienti a dar fuoco alla casa. Bisogna che i rivoluzionari coscienti non si lascino intenerire dalle violenze inutili, dalle malvagità. La rivoluzione è una guerra, e chi l’accetta non può perdersi dietro all’episodio singolo. Ma in un periodo pre-rivoluzionario è necessario che la tolleranza dei coscienti costringa per quanto può la violenza acefala nei limiti di un’azione diretta contro nemici reali e in un periodo post-rivoluzionario è necessario che i tolleranti intervengano contro le inutili e vili rappresaglie, che servirebbero di pretesto alla dittatura.

La tolleranza è un concetto squisitamente nostro, quando non si intenda con questo termine il menefreghismo.

L’anarchia è la filosofia della tolleranza.

venerdì 27 agosto 2021

Noi riconosciamo la piena e completa libertà dell'individuo

 

Il principio egualitario riassume gli insegnamenti dei moralisti; ma contiene anche qualcosa di più. E questo qualcosa il rispetto dell'individuo. Proclamando la nostra morale egualitaria e anarchica, noi rifiutiamo di arrogarsi il diritto che i moralisti hanno sempre preteso di esercitare - quello di mutilare l'individuo in nome di un certo ideale che credevamo buono. Noi non riconosciamo a nessuno questo diritto; nè lo pretendiamo per noi.

Noi riconosciamo la piena e completa libertà dell'individuo; noi vogliamo la pienezza della sua esistenza, il libero sviluppo di tutte le sue facoltà. Noi non vogliamo imporgli nulla, e ritorniamo così al principio che Fourier opponeva alla morale delle religioni, quando diceva: “Lasciate gli uomini assolutamente liberi; non lì diminuite - le religioni lo hanno già fatto abbastanza. Non temete nemmeno le loro passioni: in una società libera esse non presenteranno alcun pericolo. Purché voi stessi non abdichiate alla vostra libertà; purché voi stessi non mi lasciate asservire dagli altri; purché voi opponiate alle passioni violente e antisociali di qualche individuo le vostre passioni sociali, altrettanto vigorose; allora voi non dovrete temere nulla della libertà”.

L'uomo che si ribella alla vista di un'ingiustizia senza temere le conseguenze, e nel momento in cui tutti curvano la schiena, smaschera invece l'iniquità, colpisce lo sfruttatore, il piccolo tiranno dell'officina o il garantiranno dell'impero.