..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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giovedì 24 luglio 2025

Il pensiero politico di Emma Goldman



Emma Goldman dedicò la propria esistenza all’esposizione della filosofia anarchica che considerava l’unica in grado di affrancare l’uomo dalle catene che ne limitavano la libera azione e la libera espressione del pensiero. Molti accadimenti storici, così come molti fatti privati di cui fu all’occorrenza soggetto agente o astante, spinsero Goldman verso le teorie sociali più radicali, fungendo da base per lo sviluppo del suo pensiero politico anarchico e autonomo. Lasciata la Russia nel 1885, sua patria natale, approdò negli Stati Uniti dove, in seguito a un impiego in una fabbrica tessile nella città di Rochester (New York), si scontrò con le condizioni di vita della classe operaia americana caratterizzate da basse paghe, turni di lavoro estenuanti e condizioni di vita precarie. Cominciò così a interrogarsi circa le cause di una siffatta situazione. Goldman aveva difatti creduto che in un paese come gli Stati Uniti, caratterizzati dalla presenza di una Costituzione che sanciva eguaglianza e libertà per tutti i cittadini, non potessero esistere quelle diseguaglianze tra gli individui di cui ebbe evidenza una volta approdata in America. Con l’obiettivo di raggiungere un pieno intendimento delle reali cause e motivi, si avvicinò dapprima alle teorie socialiste, e in seguito all’anarchismo. In seguito allo studio delle teorie anarchiche, Goldman capì che tanto il governo quanto il sistema economico capitalistico erano le vere cause dell’esistenza di diseguaglianze e illibertà all’interno della società statunitense; il loro sovvertimento era quindi fondamentale per la creazione di un nuovo ordine sociale entro il quale eguaglianza e libertà fossero effettivi. Per Goldman infatti non poteva esserci libertà individuale all’interno di un sistema politico accentrato che prevedeva l’abdicazione del diritto di autodeterminazione, né poteva esserci eguaglianza entro un sistema economico capitalistico caratterizzato da accumulazione e profitto per i detentori di capitale e da un sistema di salari per i lavoratori. Il problema dell’effettività dei diritti sanciti dai Padri Fondatori era per Goldman pregnante; per lei, la formalizzazione dei principi fondamentali avvenuta nel 1776 non era stata seguita dall’efficacia degli stessi poiché tanto il sistema di governo quanto le dinamiche di capitalismo ne vincolavano la concretizzazione. Era perciò necessario che ogni individuo agisse in modo da svincolarsi conseguimento e l’attuazione dei principi fondamentali formalmente riconosciuti. Goldman credeva profondamente nelle infinite possibilità e capacità degli esseri umani di provvedere autonomamente alla propria organizzazione, senza il bisogno di assoggettarsi ai dettami di un centro politico o economico. Il cuore del suo pensiero politico fu la sfiducia nelle capacità di un centro ordinatore di contribuire alla concretizzazione dei principi di libertà, eguaglianza, autonomia e autodeterminazione. L’obiettivo principale delle manifestazioni e conferenze, della partecipazione alle lotte operaie, degli sforzi propagandistici, informativi ed educativi che Goldman intraprese lungo l’intero arco della propria vita fu di rendere noto ai cittadini che un’altra via in campo sociale, economico e politico era possibile. Un ordine caratterizzato dalla volontaria cooperazione dei cittadini, entro il quale libertà ed eguaglianza fossero principi non solo formali, ma soprattutto effettivi era per lei molto più di una mera speranza. L’azione e la partecipazione attiva erano per Goldman l’unico mezzo davvero efficace per l’emancipazione dai vincoli che, in ogni ambito, limitavano non solo l’azione, ma anche lo sviluppo e il progresso dell’essere umano. Anche le critiche da lei mosse ai movimenti femministi attivi tra il XIX e il XX secolo, principalmente volti all’acquisizione di diritti civili e politici, come il movimento suffragista guidato da Emmeline Pankhurst, e ai bolscevichi che presero il potere nella Russia post-rivoluzionaria erano dettate dalla sua insofferenza nei confronti di tutti quei percorsi di liberazione non fondati sull’azione attiva. Per Goldman le richieste avanzate dalle esponenti dei movimenti femministi, rivolte all’acquisizione di diritti civili e politici da parte della donna, erano da ritenersi inefficaci proprio perché basate sulla credenza dell’ottenimento dell’emancipazione tramite il sistema politico. Il suo giudizio circa quest’ultimo, che considerava contrario alla libertà e all’eguaglianza, all’autonomia e all’autodeterminazione, influenzò la sua valutazione dei movimenti femministi. I bolscevichi furono invece aspramente criticati da Goldman proprio a causa della costruzione di un sistema burocratico accentrato che non aveva in alcun modo aumentato le libertà dei cittadini russi. Entrambe le critiche erano mosse dall’avversione di Goldman all’utilizzo della leva politica per l’affrancamento degli esseri umani da tutti i vincoli che ne limitavano la libertà e l’eguaglianza. L’obiettivo dell’elaborato è quello di esporre il pensiero politico di Emma Goldman e il contributo che essa diede al movimento anarchico statunitense, attraverso la ricostruzione delle battaglie cui prese parte, degli avvenimenti ai quali assistette e dei quali fu all’occorrenza protagonista, delle critiche mosse al sistema sociale corrente e delle idee da lei maturate in campo politico e socio-economico.


lunedì 21 luglio 2025

La retorica dell'aggredito e dell'aggressore. Non cascateci!

 

Quando dai palazzi del potere vi dicono che l'aggredito ha il diritto di difendersi dall'aggressore, vi stanno facendo entrare in una logica di sistema, sbagliata, guerrafondaia. È facile entrare in quella logica, perché gli occhi vedono un popolo invaso e dite: “beh, questa gente deve pure difendersi”. Ma se vogliamo veramente agire sulla base della questione “aggredito-aggressore”, scopriremo che ad essere aggredito non è soltanto il popolo che vive in una nazione, ma tutti noi. Anche il popolo russo è aggredito, e l'aggressore di tutti noi è il potere in quanto tale, sono i vari governi, è il sistema, sono tutti i guerrafondai che hanno creato confini e diviso il popolo in vari agglomerati di schiavi, e non hanno ancora finito di farlo, evidentemente. Allora diciamo sì alla guerra, volentieri, è necessaria, ma non contro i nostri fratelli e le nostre sorelle, ma contro chi ci fa credere che oltre il confine c'è un potenziale nemico o uno straniero. Guerra agli oppressori e ai governi! Siamo tutti aggrediti! Difendiamoci!


domenica 20 luglio 2025

La viltà sionista e i suoi oppositori

Il Governo sionista di Israele – dopo tutti i mezzi più infami e subdoli di cui si è servito per perseguitare, derubare, abusare i diritti del popolo palestinese – è arrivato anche a questo, nella forma di un attacco proditorio contro una donna straordinaria, armata solo del suo pensiero, della sua dirittura morale e di un esemplare senso del dovere verso i cittadini del mondo: la rapporteur delle Nazioni Unite per la questione palestinese, Francesca Albanese. Non potendo contrastare da solo la forza etica della Albanese, è andato a piagnucolare dal suo protettore/servitore, il gorilla a stelle e strisce, il quale, nel quadro di una relazione simil-mafiosa, ha “picchiato” la coraggiosa funzionaria dell’Onu, agendo per conto dei sionisti che, nella loro viltà, hanno paura di misurarsi alla pari con la dignità degli argomenti, perché non hanno né dignità, né argomenti. Il loro eroismo consiste nel perpetrare un genocidio nei confronti di un popolo indifeso e solo, ma non con le loro sole forze, bensì con l’aiuto del gorilla statunitense senza la cui forza si troverebbero di fronte alla miserabile radice della loro stessa viltà. Molte voci e iniziative si levano a contrastare questa vergogna che infanga i più elementari elementi di ogni civiltà che si voglia tale. Fra queste la candidatura di Francesca Albanese al premio Nobel per la pace avanzata da associazioni, movimenti e semplici cittadini.

Ogni giorno i cittadini del mondo ricevono notizie terrificanti sulla conta delle vittime del genocidio perpetrato giorno per giorno dai criminali sionisti con il sostegno e l’indifferenza complice dei loro sodali europei, statunitensi e occidentali in generale. Vengono invece sottaciuti o omessi eventi che accendono luci di speranza sul futuro del martoriato popolo palestinese e degli ebrei del mondo.

Un evento di grande importanza pratica e simbolica si è svolto a Vienna, nei giorni 11, 12 e 13 del giugno scorso: il Primo Congresso Mondiale degli ebrei antisionisti. Nel corso di questa assise, ebrei provenienti da ogni parte del pianeta hanno espresso giudizi molto duri e senza appello nei confronti del sionismo come ideologia e come fondamento del Governo di uno Stato che pratica dal momento della propria proclamazione forme di estrema violenza sistematica contro un intero popolo, ma anche forme di discriminazione gravi nei confronti di propri cittadini considerati inferiori.

Gli ebrei antisionisti respingono ogni proposta della cosiddetta soluzione due popoli due stati considerandola una truffa e gli contrappongono la soluzione di un solo Stato laico e democratico con gli stessi identici diritti per tutti i suoi abitanti. Una nuova presa di coscienza degli ebrei della diaspora ma anche in Israele della totale bancarotta delle promesse del sionismo è vitale per il futuro dell’Ebraismo stesso per ritrovare il proprio senso, che è antitetico rispetto al sionismo come da sempre sostengono anche alcuni gruppi dell’ortodossia ebraica.

Moni Ovadia, da Volere la Luna

sabato 6 luglio 2024

Ricercare sempre una nuova definizione di libertà

Quotidianamente il potere viene percepito come un’entità esterna al corpo sociale. Esso viene percepito come qualcosa da conquistare per coloro che lo bramano, convinti che grazie a esso potranno affrancarsi dal dovere di obbedire a qualcuno e poter finalmente comandare. Per quelli che non amano essere comandati, ma nemmeno comandare, il potere è invece il leviatano da sconfiggere, il palazzo da abbattere. Il mondo si divide così, semplicisticamente, fra chi lotta per il potere e chi lotta contro il potere. Nel mezzo rimane chi passivamente il potere lo subisce, così come subisce le lotte che lo circondano. Questa è però una visione fittizia, è il prodotto di una cultura particolare, di una cultura creata e strutturata da e per il dominio, è il prodotto della nostra cultura. Se appena usciamo dalle classificazioni e dagli schemi che caratterizzano e danno un senso al conflitto, così come lo percepiamo oggi, ci rendiamo conto che il potere, lungi da essere un’entità malvagia e repressiva che opprime la società, rappresenta una proprietà, una capacità intrinseca a ogni essere umano e scorre all’interno del corpo sociale, non al di fuori di esso. Il potere è la capacità che ogni essere umano ha di contribuire al complicato processo di strutturazione dei soggetti e delle strutture sociali, attraverso l’instaurazione continua e mutevole di rapporti con gli altri individui. In questo senso il potere non è più, evidentemente, solo repressivo. A seconda dei rapporti che instauriamo con gli altri individui, e di conseguenza a seconda delle definizioni dei ruoli sociali, il nostro potere potrà essere creativo e funzionale a pratiche di liberazione. Nel momento in cui, però, la brama di veder realizzato a tutti i costi il nostro modello dei rapporti e dei ruoli sociali prende il sopravvento, cerchiamo di escludere gli altri da questo processo di definizione dell’esistente. Quando questa esclusione ha successo, il potere verrà esercitato solo da alcuni individui, i quali si arrogheranno il diritto e la capacità di definire ruoli e rapporti sociali di tutti. In questo modo si concretizza il dominio dell’uomo sull’uomo, così come dell’uomo sugli altri animali e sulla natura. Questo è il motivo per cui è andata persa la consapevolezza di un potere creativo e la percezione quotidiana è quella di un potere minaccioso e repressivo. Il problema vero è che una definizione particolare dei ruoli sociali tenderà a fornire una visione particolare del reale, funzionale a mantenere stabili tali ruoli. In altre parole, la nostra società ha culturalmente consolidato il concetto per cui il fondamento del legame sociale è l’obbligo politico, ossia il dovere di obbedienza. Questa discriminante fondante ha prodotto uno spazio dell’immaginario caratterizzato da regole proprie e incompatibile per definizione con altri immaginari, altre rappresentazioni culturali che non postulino il dovere di obbedienza come matrice dei rapporti sociali. Uno degli effetti più immediati di questo spazio dell’immaginario sulle nostre “teste” è, per esempio, l’ipotesi repressiva del potere da cui siamo partiti. Ma molto dei significati che assegniamo alle cose, alle parole, ai rapporti che costruiamo, è il prodotto di tale rappresentazione del reale che come un’ameba cerca di occupare tutto lo spazio dell’esistente significante. All’interno di questo panorama desolante le pratiche di autogestione si propongono di scardinare, attraverso pratiche indipendenti e la conseguente produzione di un pensiero autonomo, lo spazio dell’immaginario del dominio e riconsegnare il potere di contribuire alla classificazione formale dei ruoli sociali a ciascun individuo. Si propone di far riscoprire agli individui il vero obbligo sociale contrapposto a quello politico. Si propone ossia di ricordare l’obbligo che il genere umano ha, in quanto animale sociale, di darsi delle norme di relazione interindividuali. Paradossalmente, da questo obbligo nasce però la specifica libertà dell’uomo. La libertà di poter scegliere le norme che regolano le relazioni sociali, di poter definire la classificazione dei ruoli che meglio soddisfa le esigenze dei singoli individui in una situazione data. Ma anche, e soprattutto, la libertà di poter mettere in discussione e cambiare tali norme e tali classificazioni. Importante è infatti ricordare sempre che ogni sistema di classificazioni produrrà uno spazio dell’immaginario sovrastante che una volta sviluppatosi renderà possibile la significazione dell’esistente con le enormi conseguenze che questo comporta. Sarà fondamentale quindi evidenziare in ogni momento questo collegamento per poter individuare, di volta in volta, il modo in cui i rapporti che intratteniamo e i ruoli che definiamo influenzino la determinazione dei soggetti e delle strutture sociali che costituiscono la facciata visibile e percepibile del reale. Una società sarà allora uguale quando tutti eserciteranno il loro potere e libera quando si rinuncerà a dare una definizione valida sempre alla libertà. La libertà dell’uomo consiste proprio nel poter ricercare sempre una nuova definizione di libertà. Qualsiasi tentativo di definizione universale si risolverebbe necessariamente in una forma di espropriazione, prevaricazione e oppressione.


martedì 2 luglio 2024

Molti sono gli strumenti atti a modificare la coscienza

 

Molti sono gli strumenti atti a modificare la coscienza, ma uno dei più importanti, forse il più importante di tutti, per antichità, per universalità, è il ricorso a piante o sostanze psicoattive. Aldous Huxley scrisse che è molto improbabile che l’uomo possa vivere senza paradisi artificiali, e questi paradisi artificiali sono da sempre ricercati per tre motivi apparentemente molto diversi l’uno dagli altri, ma che a ben guardare lo sono molto meno di quanto sembri. Un motivo magico-religioso, cioè per trascendere i confini del quotidiano e mettersi in contatto con una realtà che abitualmente sfugge alla coscienza ordinaria; un motivo direi esperienziale, vale a dire di percorso individuale, di conoscenza altra. Un motivo, infine, edonistico, ricreazionale. Cioè la ricerca dello “sballo”. L’azione di queste sostanze è appunto lo stimolo all’immaginario, al fantastico, al piacere, attraverso la stimolazione di aree cerebrali percettive e cognitive. Nel cammino dell’uomo queste sostanze sono state immediatamente utilizzate; “immediatamente” nel senso di “senza mediazione” né scientifica né programmatica: non vi era bisogno di particolari elaborazioni per accettarle, perché esse erano “cibo”, un qualcosa da immettere nel corpo per vivere. E’ la cultura e i suoi stereotipi che rendono legale e moralmente accettabile una droga sociale –l’alcool- e inaccettabile un’altra -la cannabis- non certo le caratteristiche chimiche dell’una o dell’altra. Soltanto partendo da una visione che integri biologia e antropologia, farmacologia e psicologia potremo aprire un dibattito serio, costruttivo e senza isterismi: abbandonando i discorsi vuoti e moralistici potremo iniziarne uno completamente radicale, che da un lato coinvolga tutto l’apparato sociale ed economico qual è quello nel quale giornalmente dobbiamo vivere, e dall’altro tenga conto di nuove dimensioni di coscienza e di piacere.

lunedì 24 giugno 2024

Comunitarismo libertario e democrazia diretta

Kropotkin è colui che più d’ogni altro ha sviluppato la tematica comunitaria, il principio fondamentale del mutuo appoggio. Secondo lui, la cooperazione che scaturisce da questo valore, e non la lotta spietata per la sopravvivenza (come enunciato nelle tesi darwiniane), è il fattore fondamentale dell’evoluzione. Inoltre, Kropotkin ritiene che un nuovo assetto sociale non debba scaturire da una rivoluzione che elida il passato, bensì dai principi libertari già operanti nella realtà sociale. Passiamo poi a P. Goodman, è vediamo come la sua analisi sia caratterizzata in senso fortemente comunitario, sempre alla ricerca dell’individuazione di una struttura politica che possa coniugare individualità, comunità e giustizia universale, trovandola nell’archetipo delle piccole unità territoriali delineate da Kropotkin in Campi, fabbriche e officine, e in parte realizzatesi nell’America del periodo degli Articoli di Confederazione. Il suo progetto politico, fatto di azioni che diano luogo a piccole riforme e lievi miglioramenti, fa di lui un gradualista, un non rivoluzionario la cui opera è costantemente tesa da una parte alla difesa e all’allargamento delle libertà individuali prodotte dalla modernità, dall’altra alla ripresa della tradizione comunitaria premoderna. Per quanto riguarda poi l’approccio di C. Ward, esso è costantemente teso a focalizzare le “questioni che ci legano gli uni agli altri, come il bisogno di alloggi e di cibo e la produzione di beni e servizi”. Pertanto, la sua analisi lucida e ficcante delle situazioni concrete, delle modalità “non-ufficiali” con cui la gente si organizza nell’utilizzare l’ambiente, tanto quello urbano quanto quello rurale, ci aiuta a scorgere la comunità libertaria e il mutuo appoggio che la fonda, nella concretezza di esperienze di vita autogestite che spesso si formano in quelle pieghe della società dimenticate o “sfuggite” al controllo autoritario degli enti statali. Ecco allora che “la questione di fondo”, secondo Ward, “non è quella di stabilire se l’anarchia sia possibile o meno, ma piuttosto se sia possibile allargare il campo d’azione e l’influenza dei metodi libertari, fino al punto che essi diventino i criteri normali coi quali gli esseri umani organizzano la loro convivenza”. Finiamo con M. Bookchin, egli affronta la tematica comunitaria dal punto di vista filosofico-politico, dandole in particolare una connotazione ecologica. Padre dell’ecologia sociale, secondo lui una società ecologica può nascere solo dalla fine dei rapporti di dominio dell’uomo sull’uomo, abolendo di conseguenza le istituzioni fondate sul rapporto comando/obbedienza. Egli arriva a questa conclusione svolgendo un’analisi storico-filosofica delle epistemologie del dominio. 

giovedì 20 giugno 2024

Il Dominio della tecnica

Non si tratta di un ritorno alla Natura, anche se i rapporti dell’uomo con la Natura si dovranno modificare radicalmente per basarsi più sulla reciprocità che sullo sfruttamento, dato che distruggendo la Natura si distrugge inevitabilmente la natura umana. 
Non si tratta più di dominarla quanto di stare in armonia con essa. L’esistenza degli esseri umani non si dovrà concepire come pura attività di appropriazione delle forze naturali, movimento, lavoro. Una società non capitalista, vale a dire liberata dalla tecnica, non sarà una società industriale ma nemmeno una specie di società paleolitica; dovrà conformarsi alla quantità di tecnica che si può permettere senza squilibrarsi. Deve eliminare tutta la tecnica che sia fonte di potere, quella che distrugge le città, quella che isola l’individuo, quella che spopola le campagne, quella che impedisce la comparsa di comunità, eccetera, insomma, quella che minaccia il modo di vivere libero. Tutte le civiltà anteriori fondate sull’agricoltura, sull’artigianato e sul commercio hanno saputo controllare e contenere le innovazioni tecniche. La società capitalista è stata un’eccezione storica, una stravaganza, una deviazione. Il sistema tecnocratico produce rovine, cosa che favorisce la diffusione della critica e rende possibile l’azione contro di esso. La questione principale sono i principi più che i metodi. Qualsiasi modo di procedere è buono se è necessario e serve a rendere popolari le idee, senza contribuire a qualsivoglia capitolazione: si partecipa alle lotte per renderle migliori, non per degenerare insieme ad esse. In assenza di un movimento sociale organizzato, le idee sono la prima cosa, combattere per le idee è l’importante, dato che non può nascere nessuna prospettiva da una organizzazione in cui regni la confusione rispetto a quel che si vuole. Tuttavia la lotta per le idee non è una lotta per l’ideologia, per avere una buona coscienza soddisfatta. Bisogna abbandonare la zavorra delle consegne rivoluzionarie che sono invecchiate e si sono trasformate in frasi fatte Il compito più elementare consisterebbe nel riunire il maggior numero possibile di gente intorno alla convinzione che il sistema deve essere distrutto e costruito di nuovo su altre basi, e discutere il tipo di azione che più si addice alla pratica delle idee derivate da questa convinzione. Questa pratica deve aspirare alla presa di coscienza per lo meno di una parte considerevole della popolazione, perché fino a quando non esisterà una coscienza rivoluzionaria sufficientemente estesa la classe sfruttata non si potrà ricostruire e nessuna azione di importanza storica, nessun ritorno della lotta di classe, sarà possibile. (Miguel Amoros)

domenica 16 giugno 2024

L’infanzia di Proudhon

Proudhon, quinto figlio di Claude-Francois e di Cathérine Simonin, è nato a Besançon il 15 gennaio 1809 nel quartiere popolare di Battant. Il padre, vignaiolo, bottaio, garzone di birreria e, per qualche tempo, birraio in proprio, era cugino di Franwis-Victor Proudhon, ricco e famoso giurista di Digione, e apparteneva a un ramo cadetto della stessa famiglia. Di intelligenza comune, ma di onestà rigidissima, quando gestì una birreria si rovinò perché vendeva la birra a un prezzopiù basso, ma a suo parere più giusto di quello corrente; e perché rifiutava l'ingresso alle donne per non tener mano alla prostituzione, con la quale altri birrai si arricchivano. Circa la condotta del padre Proudhon scrisse: «Sentivo perfettamente ciò che vi era di leale e di regolare nel metodo di mio padre, ma vedevo tuttavia anche i rischi che ne derivavano. La mia coscienza approvava la prima considerazione, il sentimento della mia sicurezza mi spingeva verso la seconda. Fu per me un enigma». La madre, servente nella birreria nella quale era occupato il marito, poi votata a umili lavori, era una donna di grandi virtù e di carattere esemplare. Era figlia di una singolare figura di popolano, Jean Claude Simonin detto Tournési, sempre in lotta, in nome della giustizia, mai dell'interesse personale, contro la prepotenza dei signori e dei loro guardiani. La formazione morale di Proudhon deve molto — egli ne fu consapevole e ne scrisse in termini di profonda umanità — alla madre e al nonno, cui assomigliava fisicamente, e del quale la madre gli raccontava le imprese. Dopo un'infanzia passata a custodire vacche, a servire in birreria, entra nel 1820 nel collegio di Besançon come allievo esterno, grazie alla borsa ottenuta con l'aiuto di un amico dei genitori. Nonostante le difficoltà materiali e psicologiche della sua posizione sociale, egli fu uno degli allievi migliori. Ma povero in mezzo a ricchi, costretto a farsi prestare i libri, a lasciare sulla soglia dell'aula gli zoccoli che calzava per non fare rumore, a subire amare delusioni come quella di un giorno in cui, tornato a casa dopo aver ottenuto una menzione onorevole, non trovò di che mangiare, esperimentò duramente l'inferiorità sociale che lo separava dagli altri ragazzi, senza tuttavia piegarsi. Si chiedeva «che cosa fosse la povertà, questo male di cui si sentiva innocente». Perse la fede religiosa leggendo, nel 1824, il Traité de l'existence de Dieu di Fenelon, e cercò da solo, col suo pensiero, la sua via. Nel 1827, ormai prossimo al baccalaureato, dovette abbandonare la scuola per aiutare la famiglia. Si occupò presso una tipografia di Besançon, e trovava nel lavoro, e nel bastare a sé stesso, una profonda soddisfazione. Correggeva bozze, componeva libri, e leggeva moltissimo, in specie opere di teologia, e soprattutto la Bibbia. Studiò l'ebraico per approfondire la conoscenza del cristianesimo.


sabato 8 giugno 2024

Malatesta e la libertà

La libertà è il solo mezzo per arrivare, mediante l'esperienza, al vero ed al meglio: e non vi è libertà se non vi è libertà dell'errore.
Libertà dell'errore, vale a dire libertà come concetto laico di verità e quindi come possibilità, per tutti, di dare seguito alle proprie idee purché non limitino la realizzabilità di quelle altrui. Questa libertà, scopo e mezzo di ogni progresso umano, deve essere infatti per noi e per i nostri amici, come per i nostri avversari e nemici. Gli anarchici, cioè, amano correre i rischi della libertà. Noi siamo per la libertà non solo quando ci giova, ma anche quando ci nuoce. E solo così vi può essere libertà. Essa si definisce come possibilità di pensare e propagare il proprio pensiero, libertà di lavorare e di organizzare la propria vita nel modo che piace; non libertà s'intende di sopprimere la libertà e di sfruttare il lavoro degli altri. Per conseguenza gli anarchici intendono conquistare la libertà per tutti, la libertà effettiva, s'intende, la quale suppone i mezzi per essere liberi, i mezzi per poter vivere senza essere obbligati di mettersi alla dipendenza di uno sfruttatore, individuale o collettivo.

venerdì 7 giugno 2024

Elezioni europee 2024

L’8 e il 9 giugno meno della metà degli aventi diritto andrà probabilmente a votare e a legittimare istituzioni locali ed europee da cui, nella stragrande maggioranza, neppure essi si sentono rappresentati. Dal più basso (quello comunale) al più alto livello istituzionale (quello europeo), voteranno un’ulteriore sottrazione della sovranità popolare, cioè del diritto di decidere del proprio destino, di rispettare e far rispettare la propria unicità e differenza, di rigettare coscientemente ogni rigurgito di statalismo, di fascismo, di militarismo, di guerra, di chiusura nei confronti del diverso, del migrante, della solidarietà militante, l’affossamento legale e violento di ogni protesta civile e umanitaria.
Sottraiamoci allora anche noi al rito liberticida che si consuma sotto i nostri occhi e all’indifferenza che nutre l’asservimento collettivo ai poteri forti della politica e dell’economia. Il sistema politico ed economico vigente merita solo un’ampia e radicale astensione.