Translate
giovedì 29 dicembre 2022
Max Stirner in birreria
Max Stirner era il suo nome di battaglia, in realtà il
suo vero nome era Johann Kaspar Schmidt, nato il 25 ottobre
Presso i «Liberati» si discuteva di tutto e su tutto:
su la politica, sul socialismo (nella sua forma comunista), sull'antisemitismo (che
cominciava ad affermarsi), sulla teologia, sul concetto di autorità. Dei teologi
come Bruno Bauer si frequentavano con dei giornalisti liberali, dei poeti, degli
scrittori, degli studenti felici di sfuggire all'insegnamento accademico e persino
qualche ufficiale capace di parlare di altri argomenti oltre che di cavalli e di
donne e dotato d'abbastanza tatto per lasciare arroganza e frustino sulla porta.
Si scorgeva anche qualche donna del bel mondo. Marx ed Engels lo frequentarono,
ma non vi si trattennero.
Scioperati e iconoclasti com'erano, i «Liberati» non ebbero mai buona stampa, né buona fama. Si è insinuato che presso Hippel si svolgessero sempre delle vere e proprie orge alla tedesca. Uno dei loro visitatori occasionali, Arnold Ruge gridò loro un giorno: «voi volete essere dei liberati e non notate nemmeno la melma puzzolente dove vi siete tuffati. Non è con delle sconcezze che si liberano gli uomini e i popoli. Purificate voi stessi prima di accingervi a un tale compito». Max Stirner frequentò per dieci anni i «Liberati». Egli vi portava il suo sorriso ironico, lo sguardo sognatore e penetrante che emettevano, dietro gli occhiali d'acciaio, i suoi occhi blu.
lunedì 26 dicembre 2022
“I dirigenti rivoluzionari”
Dal momento in cui il popolo in rivolta rinuncia alla
sua volontà per seguire quella dei suoi consiglieri, perde l'impiego della sua libertà
e incorona, con l'ambiguo titolo di dirigenti rivoluzionari, i suoi oppressori di
domani. In ciò consiste, in qualche sorta, l'astuzia del potere parcellare: esso
genera delle rivoluzioni parcellari, scisse dal rovesciamento di prospettiva, separate
dalla totalità; paradossalmente dissociate dal proletariato che le fa. Come potrebbe
la totalità delle libertà rivendicate accontentarsi di qualche briciola delle libertà
conquistate senza fare subito le spese di un regime totalitario? Si è creduto di
vedervi una maledizione: la rivoluzione che divora i suoi figli: come se la sconfitta
di Makhno, l'annientamento di Kronstadt, l'assassinio di Durruti non fossero già
stati implicati dalla struttura dei nuclei bolscevichi iniziali, forse anche dai
modi autoritari di Marx nella Prima Internazionale. Necessità storica e ragione
di stato non sono che necessità e ragione dei dirigenti chiamati ad avallare il
loro abbandono del progetto rivoluzionario, il loro abbandono della radicalità.
La nuova ondata insurrezionale riunisce oggi dei giovani che si sono tenuti lontani
dalla politica specializzata, che sia di sinistra o di destra, o che vi sono passati
rapidamente, il tempo di un errore di giudizio o di un'ignoranza scusabili. Nel
maremoto nichilista, tutti i fiumi si confondono. Ciò che importa è solo l'al di
là di questa confusione. La rivoluzione della vita quotidiana sarà la rivoluzione
di quelli che, ritrovando con maggiore o minore facilità i germi di realizzazione
totale conservati, contrastati, nascosti nelle ideologie di ogni genere, avranno
per ciò stesso cessato di essere mistificati e mistificatori.
venerdì 23 dicembre 2022
23 dicembre 1984: La strage del rapido 904
Il 23 Dicembre 1984 viene ricordato per la "Strage
del rapido 904", anche detta "Strage di Natale".
Il rapido 904, proveniente da Napoli e diretto a Milano,
quel giorno era pieno di viaggiatori, dal momento che era il periodo pre-natalizio.
Il treno non giunse mai a destinazione: nella galleria di S. Benedetto Val di Sambro
venne colpito da un attentato dinamitardo. Verso le 19 di sera ci fu una violentissima
esplosione. L'ordigno, collocato sul treno durante la sosta alla Stazione di Firenze
Santa Maria Novella, era stato posto su una griglia portabagagli, pressapoco al
centro del convoglio. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata.
Al contrario del caso dell'Italicus, però, questa volta gli attentatori attesero
che il veicolo penetrasse nel tunnel, in modo da massimizzare l'effetto della detonazione.
L'esplosione causò 15 morti e 267 feriti. I soccorsi
però arrivarono con difficoltà, dato che l'esplosione aveva danneggiato la linea
elettrica e parte della tratta era isolata. Inoltre il fumo bloccava l'accesso dall'ingresso
sud dove si erano concentrati inizialmente i soccorsi. Ci volle più di un'ora e
mezza perchè i primi aiuti riuscissero a raggiungere il luogo dell'esplosione. Nel
conto finale delle vittime, i morti furono 17. Tutto fu predisposto per provocare
il maggior numero possibile di vittime: l’occasione del Natale, la potenza dell’esplosivo,
il “timer” regolato per fare esplodere la bomba sotto la galleria in coincidenza
del transito, sul binario opposto, di un altro convoglio. Dal momento che l'esplosione
avvenne pressapoco nei pressi del punto in cui dieci anni prima era avvenuta la
strage dell'Italicus e che fu utilizzato lo stesso esplosivo usato per l'agguato
di via Amelio, l'attentato fu immediatamente ricondotto alla Mafia e Riina fu indicato
come mandante della strage.
L'obiettivo, secondo il Pm che si occupò inizialmente
dell'indagine, era quello di distogliere l'attenzione di polizia e magistratura
dalla mafia e rilanciare il terrorismo come unico reale nemico contro cui lo Stato
doveva combattere. Fin dall'inizio però emersero altre responsabilità: dall'ambiente
dell'estrema destra ai serivizi segreti. Un deputato missino fu condannato per aver
consegnato l'esplosivo nelle mani di Misso, boss camorrista e neofascista del rione
Sanità. La stessa commissione parlamentare ha segnalato la "distrazione"
di Sismi e Sisde nel segnalare attività di tipo terroristico. Secondo l'associazione
dei familiari delle vittime, i mafiosi non sono i soli responsabili dell'attentato
e la commissione parlamentare "[...] ha evidenziato la possibilità e l’attualità
della reiterazione di atti criminali alla scopo di turbare e condizionare lo svolgimento
della vita democratica del Paese, mettendo in luce come nel caso dei più recenti
attentati del 1993, vi sia stata un’opera sistematica di disinformazione della “falange
armata” che si è avvalsa di un supporto informativo e logistico non disponibile
sul semplice mercato criminale".
mercoledì 21 dicembre 2022
I Falsi Principi della Nostra Educazione - Max Stirner
Una volta conquistata la libertà di pensiero, esiste
uno sforzo nel nostro tempo per perfezionarla, con lo scopo di trasformarla in libera
volontà, principio di una nuova epoca. In tal modo lo scopo finale dell'educazione
non può più essere il sapere, ma il volere nato da questo sapere. In breve l'educazione
tenderà a creare un individuo personale e libero. Che cos'è la verità se non la
rivelazione di chi siamo noi? Si tratta di scoprire noi stessi, di liberarci
da tutto quello che ci è estraneo, di sottrarci o di sbarazzarci di ogni autorità,
di riconquistare la spontaneità. La scuola non forma degli uomini così assolutamente
autentici. Se ne esiste qualcuno, ciò avviene
malgrado la scuola. Questa senza dubbio ci rende padroni delle cose e anche
al limite padroni della nostra stessa natura. Ma essa non crea in noi dei caratteri
liberi. In effetti nessun tipo di cultura,
fosse anche approfondita ed estesa, e nessuno spirito acuto e sagace e nemmeno nessuna
abilità dialettica possono premunirci contro la bassezza del pensiero e della volontà. Tutti i tipi di vanità e di sete di guadagno,
d'arrivismo e di zelo servile e di doppiezza ecc. si accompagnano molto bene sia
con un'ampia cultura, sia con un'elegante formazione classica e tutto questo fardello
scolastico che non esercita nessun'influenza sul nostro comportamento morale, noi
lo dimentichiamo spesso; tanto più facilmente in quanto non ci serve a nulla. Ci
si scrolla via la polvere della scuola non appena la si lascia. Perché? Perché l'educazione
consiste unicamente nella forma o nel contenuto, al massimo in una mescolanza di
entrambi, ma nient'affatto nella verità, nella formazione dell'uomo vero. Come certi
altri campi, il campo pedagogico fa parte di quegli ambiti in cui ci si sforza di
non lasciare passare la libertà, di non tollerare
il dissenso: quello che si vuole ottenere è la sottomissione. Non si mira ad altro
che a un addestramento puramente formale e materiale. Dalle formazioni degli umanisti
non escono che dei sapienti, da quelle dei materialisti che dei «cittadini utili».
Il nostro buon vecchio carattere fondamentale
di «cattiveria» è represso con molta energia e perciò avviene il rinnegamento della
cultura in una volontà libera. In tal modo la vita scolastica forma essa stessa
dei filistei. Nella stessa misura in cui da bambini ci veniva insegnato ad accettare
tutto quello che ci veniva imposto, noi più tardi ci siamo accomodati in una vita
positiva; noi ci pieghiamo, a nostra volta, noi ne diventiamo i servi, e i pretesi
«buoni cittadini».
domenica 18 dicembre 2022
18 Dicembre 1922: la strage di Torino
Il 18 dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata
come ‘La strage di Torino': nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste
aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti
e causando decine di feriti.
A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima,
a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare
ferocia.
Ad essere colpiti nelle tre giornate di dicembre sono
operai, sindacalisti, militanti comunisti.
Tutto ha inizio la sera del 17, quando l’operaio e militante
comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti
che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi,
mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.
La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la
mattina del 18 dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale
Pietro Brandimarte, fa irruzione all’interno della Camera di Lavoro di Torino, dove
il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario
della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi
e poi lasciati andare.
Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade
che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi ‘scomodi’. Ora i fascisti attaccano
con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le
autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude
poche ore prima dell’inizio degli eccidi.
Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario
del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in
una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un
sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.
Nel primo pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione
in un’osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto
Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito
con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato
di opporsi all’attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da
un colpo di pistola. Nel frattempo l’operaio Giovanni Massaro scappa dal locale
ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.
In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e
comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta,
apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi
terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.
Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo
da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie
rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata
alla schiena.
Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi
durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma
viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da
ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell’edificio adibita a prigione
e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di
muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull’asfalto per
diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.
Le ultime due vittime di quella giornata di terribile
violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.
Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua
abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a
casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno presenti, la devastano.
Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall’irruzione
dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.
Durante la giornata del 18 dicembre molte altre persone
vengono ferite, anche in modo grave.
I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti
e due i giorni successivi.
Fu chiaro da subito che l’omicidio dei due fascisti ad
opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano
preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell’ordine,
che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili
a guardare.
L’obiettivo era quello di dare un segnale a tutta la
città di Torino, che da subito si distinse per la sua forte resistenza al fascismo.
Lo stesso Brandimarte dichiarerà due anni dopo che l’operazione
era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata [...] noi possediamo l'elenco
di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro
nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia».
Alle vittime di quei tre giorni è stata intitolata la
piazza XVIII Dicembre su cui si affaccia la stazione ferroviaria di Porta Susa di
Torino.
giovedì 15 dicembre 2022
Un fatto di cronaca
Nel 1973 quando era in prima media, Claudia Pinelli,
la minore delle due figlie di Licia e Pino, raccontò la sua versione dei fatti in
un compito in classe.
Tema: Un fatto
di cronaca
Svolgimento
Erano verso le h. 4 del pomeriggio, a un tratto echeggiò
una esplosione, molta gente accorse dove si era sentito il boato; davanti a loro
stavano le macerie di una banca distrutta e qua e là corpi straziati. Così avvenne
quella che noi ora definiamo: La strage di Piazza Fontana. La polizia non sapeva
dove mettere le mani, così decise di addossare la colpa agli anarchici. Li vennero
a prendere per portarli in questura. In quelle tragiche notti perse la vita il ferroviere
anarchico Giuseppe Pinelli fermato dalla polizia come tanti altri suoi compagni.
La moglie (Licia Pinelli) ora si sta battendo per scoprire la verità sulla morte
del marito, perché lei è convinta con le sue figlie, che Giuseppe Pinelli non si
è suicidato, ma sia stato ucciso. La polizia,
vedendo la reazione della moglie, si affrettò subito a dire che Pinelli era un bravuomo
e che il giorno seguente lo dovevano liberare. Ma alla vedova Pinelli non bastavano le loro assicurazioni;
ora era sola e doveva provvedere al mantenimento
delle sue due bambine, Silvia di 9 anni e Claudia di 8. Intanto per la strage di Piazza Fontana era stato accusato Valpreda. Sono passati tre anni dalla strage di
Piazza Fontana e Valpreda è stato rilasciato in libertà provvisoria senza un vero
processo (ben due processi sono stati rinviati). Speriamo che il terzo processo
sia quello che faccia trionfare la giustizia liberando gli innocenti e imprigionando
i veri colpevoli.
lunedì 12 dicembre 2022
La strage di Piazza Fontana
La strage di p.za Fontana non ci è giunta del tutto inattesa.
Da molto tempo prevedevamo e temevamo un attentato sanguinario. Era nella logica
dei fatti. Era nella logica dell’escalation provocatoria iniziata il 25 aprile. Per giustificare la repressione,
per seminare la giusta dose di panico, per motivare la diffamazione giornalistica e scatenare l'esecrazione
pubblica ci voleva del sangue. E il sangue
c'è stato. Purtroppo, come avevamo previsto, la repressione mascherata da “democratica”
tutela dell'ordine contro gli opposti estremisti
ha continuato la sua marcia. Solo noi anarchici
sembravamo accorgercene. Per mesi abbino gridato nelle piazze, scritto sui muri,
sui manifesti, nei volantini, ripetuto nei nostri giornali che era solo l'inizio.
E sulle pane ci ritrovavamo soli, manganellati, fermati, denunciati e per di più
ignorati dai marx-leninisti, dal M.S. e dagli altri “neo-rivoluzionari”, i quali
ritenevano di avere cose più importanti di cui occuparsi, ben lieti in fondo che
polizia magistratura stampa se la prendessero con gli anarchici. Poi, come avevamo previsto, la repressione
si è estesa, con igliaia di denunce a operai, centinaia di fermi, perquisizioni
ecc. Per la prima volta a Milano è stato violentemente impedito un corteo del Movimento Studentesco (quelli anarchici erano
stati sempre dispersi brutalmente)... Anche un cieco avrebbe potuto capire cosa stava succedendo e
sembrava che anche i giovani dilettanti della rivoluzione marx-leninista cominciassero
finalmente a capire. E invece no. Eccoli a gridare — facendo coro con la sinistra
parlamentare, ben altrimenti interessata — che la repressione non passerà. Come
se la repressione non fosse già passata, come se fosse normale routine democratica
tutto quello che da qualche mese sta' succedendo, come se fosse normale routine
democratica che i fermati dalla polizia “cadano” dal 4° piano della questura e diecimila
operai vengano denunciati e decine di militanti di gruppi extraparlamentari vengano
incriminati e condannati rispolverando i famigerati articoli 270-71-72 del codice
fascista... Come se fosse normale routine
democratica che per gli attentati scopertamente
reazionari vengano immediatamente accusati gli anarchici (cfr. dichiarazione
del poliziotto dr. Calabrese) e fermati, interrogati, perquisiti 588 (cinquecentoottantotto)
militanti della sinistra extraparlantentare e 12 fascisti (rilasciati per primi
dopo essere stati trattati con ogni riguardo)... A quanto pare i nostri scientificissimi
“cugini” marxisti riconoscono la repressione ed il fascismo solo quando porta il
fez (e solo, naturalmente, quando li colpisce direttamente). In questo bollettino
non abbiamo potuto raccogliere per mancanza di tempo e spazio tutta la documentazione
sull'estendersi della repressione (già del resto ampiamente documentata dalla stampa).
Ci siamo limitati al campo anarchico, trovando in esso non solo la nostra specifica
funzione di Crocenera, ma anche purtroppo sufficiente materiale. Perché la repressione
si è estesa, ma continua a colpire sempre e pesantemente gli anarchici. Anarchico era Pinelli, la prima vittima
prescelta della repressione (dopo i morti di Avola e Battipaglia, vittime “casuali”); anarchico è Valpreda, capro espiatorio della
montatura provocatoria; anarchici in larga
parte i fermati ed i perquisiti (oltre settanta solo a Milano); anarchico il movimento
politico scelto come primo più facile bersaglio della calunnia dei pennivendoli...
(da Crocanera n. 5, febbraio 1970)
mercoledì 7 dicembre 2022
7 dicembre 1976: I circoli del proletariato giovanile impediscono la Prima della Scala
I Circoli del proletariato giovanile cominciarono a diffondersi
agli inizi del '76, specialmente nell'aerea milanese, nel tentativo di darsi una
struttura stabile e riconoscibile nell'ambiente sociale. Riunendo i giovani della
periferia su base ambientale (il bar, il centro ricreativo di quartiere, un ritrovo
nel paese-satellite) essi fornivano più che obiettivi precisi o un programma determinato,
un luogo di scambio sociale
Nacquero infatti dal rifiuto totale di schemi e valori
espresso da un'intera generazione di giovani che si affacciò alla politica tra il
1975 e il 1976; rifiuto che si risolse successivamente nella lotta aperta e nella
ricerca di vie alternative attraverso le quali poter soddisfare il bisogno di un'altra
socialità e di un altro sapere.
Data la continuità di queste forme comunitarie, successivamente
si avviarono alcune azioni politiche quali, per esempio, le iniziative di autoriduzione
nei cinema e, più tardi, la contestazione della prima della Scala a Milano, il 7
dicembre 1976, che segnò l'inizio del movimento del '77.
A Milano, la borghesia milanese inaugurò in questa data,
con la prima della Scala, un nuovo anno di sfruttamento e di dominio, ostentando
la sua ricchezza e i suoi privilegi. Il 1976 era infatti per la borghesia un'occasione
di affermazione politica sul proletariato e un'ostentazione di una forza che si
stava ricostruendo, un insulto al proletariato costretto a fare sacrifici per mandare
i borghesi alla prima.
Quella sera, la città fu teatro di violentissimi scontri
tra i giovani dei Circoli del proletariato giovanile e un ingente schieramento di
forse dell'ordine, 5000 carabinieri.
La nottata si risolse con lancio di bottiglie molotov
contro la polizia e di uova, sassi vernice contro le signore impellicciate che andavano
a vedere la prima dell'Otello di Zeffirelli; 250 i ragazzi fermati, 30 gli arresti
e 21 i feriti.
I Circoli del proletariato giovanile davano così inizio
ad una serie di rivendicazioni caratterizzate da un invito esplicito all'esproprio
proletario: “alla riappropriazione cioè di quegli oggetti – vestiti, dischi, libri
- attraverso i quali organizzazioni mafiose ci sfruttano (…). Nell'orgia consumistica
del Natale vogliamo anche noi il diritto al regalo (…). La logica dei sacrifici
dice: ai proletari la pastasciutta, ai borghesi il caviale. Noi rivendichiamo il
diritto al caviale: perchè siamo arroganti, perchè nessuno potrà mai convincerci
che in tempi di sacrifici i borghesi possono andare in prima visione e noi no, che
loro possono mangiare il parmigiano e noi no, o addirittura a costringerci a digiunare.
I privilegi che la borghesia riserva per se sono i nostri, li paghiamo noi. Per
questo li vogliamo conquistare e ne facciamo una questione di principio.”
martedì 6 dicembre 2022
6 dicembre 2005. Attacco alla Libera Repubblica di Venaus
«Squilla il telefono: “Stanno arrivando!”.
Abbiamo poco tempo. Ecco le luci e le sirene blu in lontananza,
l’atmosfera è surreale.
Sotto i fari accecanti saliamo sulla barricata per capire cosa sta
succedendo, c’è una ruspa della polizia! Ma che fa?! Avanza! Urliamo per
fermarli per avvisare che c’è gente sulle barricate, ma nulla.
Intanto ai lati, partono due squadre di carabinieri e polizia. Si
sentono legni spezzarsi, la paura sale, le grida sono più forti, la ruspa sta
sfondando la barricata, la gente cade, si appende a ciò che trova ma il mezzo
non si ferma. Sopra c’è il vice questore che continua ad urlare con gli occhi
fuori dalle orbite “SCHIACCIATELI, AMMAZZATELI!”.
Si riesce a scappare tra le strutture che stanno cadendo, nel
frattempo a destra i carabinieri e la polizia spaccando una recinzione ed
entrano in un terreno. Cercano di circondarci! La recinzione, poi divelta, per
fortuna li rallenta ostacolandoli, riusciamo a raggrupparci e a fare
cordone…bisognava vederli mentre si sfogavano contro i pali di cemento.
Sembravano dei pazzi, dei cocainomani pazzi! La recinzione cede e iniziano a
spingerci indietro, sono troppi, chi fa resistenza viene preso, manganellato, preso
a calci o ferito con gli scudi…avanzano e non intendono fermarsi. Lo stesso
dirigente della polizia non riusciva a far stare calmi i carabinieri, drogati,
erano come assatanati, dalle file dietro i loro colleghi incitano la prima fila
a massacrarci.
Arriviamo fino al Presidio e a calci alcuni celerini ci dicono di
andare alla baracca, altri ci spingono sul prato. Lo spintonamento continua, si
divertono, alcuni ridono e nel mentre ci filmano. Per farci coraggio e per far
intendere che non è per nulla finita, parte spontaneo un coro, la canzone che
più di ogni altra ha valore qui in Valsusa, “Bella ciao”. Si levano le voci
commosse e spaventate della gente e ad esse si vanno ad aggiungere quelle dei
compagni al Presidio, dietro al cordone di polizia. Siamo ancora uniti, e
l’unione è la nostra forza…
Chi è rimasto al presidio se l’è vista peggio: la polizia è arrivata
dai campi e ha massacrato chiunque fosse presente, senza curarsi di nulla:
anziani, ragazze, donne inermi e chi dormiva nelle tende.
Li hanno poi chiusi nel presidio. Lo spazio era troppo piccolo per
la gente che c’era e li han sbattuti contro i vetri della baracca, volevano
farli passare attraverso le finestre, alcune si sono rotte e la gente è caduta
dentro. Intanto altre squadre si davano da fare per spaccare tutto, questi
erano gli ordini che si sentivano gridare, e così han fatto. Hanno rotto le
tende e le strutture presenti, hanno massacrato a manganellate chi dormiva.
Quel poco che avevamo lasciato (zaini, documenti, portafogli, oggetti
personali) è stato spazzato via.
Il pullman dei carabinieri blocca
l’uscita alle autoambulanze affollate di gente…le campane della Chiesa e la
sirena del comune suonano ininterrottamente per chiamare la gente, tutti si
ammassano chiedendo che il pullman venga spostato, risposta? Altre cariche
violentissime, gente cade a terra senza sensi, c’è chi sanguina e chi vomita
per i colpi ricevuti…ecco allora le TV e i giornali…questa notte erano spariti,
sarà un caso? Per miracolo riescono a giungere due barellieri!
Nel giro delle prime ore del mattino
la popolazione viene a sapere del massacro di Venaus, tutti scendono in piazza,
si bloccano tutte le vie di comunicazione…la valle è ferma. Adesso basta!
“VI PREGO NON PICCHIATEMI, HO LE MANI ALZATE…VI PREGO!”
queste le parole che macchiarono il
silenzio di Venaus alle 4.00 di mattina, queste le parole che macchiano di
infamia i celerini e svuotano di significato parole come “Stato” e “Democrazia”».
Questo fu quello che accadde in Valle, il 6 dicembre del 2005.
Affinché Nessuno dimentichi.
Affinché tutti sappiano che NESSUN* DI NOI - chi era presente e chi non lo era - PERDONA.









