Quindi, come possiamo veramente cambiare le cose in modo
che il privilegio sparisca e che le persone siano tanto libere quanto vogliono essere?
Per cominciare dobbiamo uscire dalle nostre zone di sicurezza e ascoltare quello
che i meno privilegiati di noi hanno da dire su come il nostro privilegio li tocca.
Se non attiriamo alcuni tipi di persone nei nostri gruppi e comunità dobbiamo scoprire
perché e fare qualcosa al riguardo. A volte la soluzione è semplicemente ascoltare
quello che i membri di un gruppo escluso stanno dicendo sulla tua comunità, anziché
presupporre di sapere di cosa si tratta. Questo non significa riempirsi di un senso
di colpa paralizzante; significa identificare quali sono i problemi e fare qualcosa
per risolverli. Dobbiamo essere aperti sulle nostre idee e sul perché ci opponiamo
ai sistemi gerarchici che favoriscono alcune persone e alcune culture sulle altre,
e sul perché devono essere cambiati. Anziché allontanare le persone dal coinvolgersi
dicendo loro quanto sono cattive per il fatto di essere privilegiate, abbiamo bisogno
di coinvolgerle di più nel movimento contro il privilegio. Il senso di colpa non
cambia le persone — le scagiona. La colpa fornisce ai privilegiati una piccola punizione
attraverso la quale si sentono assolti per avere uno status privilegiato. Se vogliamo
cambiare il mondo per il meglio abbiamo bisogno di sentirci bene su quello che stiamo
facendo, senza dover affermare una posizione speciale sugli altri o crogiolarci
inutilmente nell'angoscia. È il privilegio che deve essere attaccato, non la persona.
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giovedì 27 aprile 2023
Privilegio
lunedì 24 aprile 2023
Gli anarchici e il potere
La rivoluzione spagnola trascende i suoi confini spazio-temporali
perché si pone come quell’esperienza che ha riassunto e concretizzato tutti i maggiori
problemi, teorici e ideologici, tattici e strategici, maturati dal movimento operaio
e socialista fin dalla Prima Internazionale: il rapporto tra avanguardia rivoluzionaria
e masse popolari, fra movimento specifico e organizzazione sindacale, le alleanze
militari e politiche fra forze autoritarie e libertarie, le implicazioni e la verifica
della reale portata dell’internazionalismo, la dimensione creativa e pluralistica
dell’autogestione sono tutte questioni infatti che si trovano per intero nel particolare
avvenimento iberico e che come tali gli conferiscono una valenza interpretativa
generale. Essa rende evidente questa valenza «transitoria» che rappresenta, in una
dimensione tragica e titanica, l’universalità dei problemi rivoluzionari di ogni
ordine e grado. In modo particolare è possibile rilevare il problematico intreccio
fra gli elementi ideologici propri all’anarchismo e quelli specifici della sua versione
spagnola perché questa, esprimendosi a livello di massa, mette in luce una situazione
del tutto nuova e complessa. Contemporaneamente allo sviluppo quantitativo dell’anarchismo
(diffusione ed estensione della CNT-FAI, aumento vertiginoso dei suoi aderenti),
assistiamo paradossalmente ad un immiserimento qualitativo dei suoi caratteri peculiari,
delle sue tendenze e delle sue aspirazioni ideologiche. In altri termini, mano a
mano che le organizzazioni anarchiche crescono e si estendono durante il periodo
rivoluzionario, si restringono –quasi proporzionalmente – i valori etici e scientifici
del patrimonio ideologico libertario. Questo progressivo abbandono degli insegnamenti
teorici pone in risalto la specificità storica dell’esperienza spagnola, che si
evidenzia, appunto, in questa contraddittorietà: da un lato la diffusione e l’estensione
quantitativa delle organizzazioni storiche, dall’altro la riduzione qualitativa
del sapere e dei valori rivoluzionari.
La partecipazione al governo o la resa di fronte alle manovre controrivoluzionarie dei comunisti nelle giornate di maggio del ’37 a Barcellona non rappresentano che gli esempi più clamorosi, perché più noti, di tale incongruenza che di fatto si risolve nella generale condotta suicida delle organizzazioni CNT-FAI rispetto alle possibilità operative aperte dalla forza storica del movimento anarchico iberico. Questo venir meno dei presupposti ideologici è dovuto all’accettazione della falsa dicotomia strategica fra guerra e rivoluzione, fra fronte popolare e autonomia libertaria, fra antifascismo e antiautoritarismo. L’aver praticato progressivamente tutti i primi termini di questo dilemma (guerra, fronte popolare, antifascismo) a scapito dei secondi (rivoluzione, autonomia libertaria, antiautoritarismo), l’aver accettato l’immediata realtà storica e non aver invece esplorato la realtà possibile del progetto anarchico ha portato l’anarchismo spagnolo alla contraddizione di se stesso. Va detto però che contemporaneamente a tale incongruenza l’anarchismo esprime anche una diversa realtà. A riaffermare infatti i suoi principi rimangono le migliaia di anonimi militanti che, al fronte come nelle collettività, tentano di creare, fra enormi difficoltà tecniche e materiali, fra il sistematico sabotaggio dei controrivoluzionari comunisti, l’attacco nazi-fascista e il tradimento della sinistra legalitaria – tutte forze obiettivamente confluenti – la più grande realizzazione politica e sociale del riscatto umano. In tutti i casi, la contrapposizione all’interno del movimento anarchico spagnolo dei due momenti, quello dell’accettazione dei tempi storici e quello opposto di praticare fino in fondo quelli rivoluzionari, l’obiettiva frattura fra «dirigenze anarchiche » e masse popolari o, in termini più precisi, fra gli ambiti e le strutture organizzative della CNT-FAI e l’autonomia e la creatività libertarie, rende evidente la generale contraddizione che caratterizza l’esperienza del 1936-39, investendo l’analisi anarchica del rapporto fra politica e potere. Si sa infatti che per l’anarchismo queste due dimensioni sono equivalenti perché vengono identificate in uno stesso agire, precisamente nei moventi e negli esiti del principio di autorità. Esse si risolvono nel medesimo modo, quando tale principio è posto sul piano dell’effettività storica. Detto in altra maniera: la politica è la fenomenologia del potere, di cui lo Stato rappresenta l’espressione storicamente più compiuta perché ne esprime al tempo stesso la forma simbolica e la valenza reale. Le esperienze rivoluzionarie sembravano confermare, fino alla soglia della rivoluzione spagnola, questo assunto della sostanziale identificazione tra politica e potere, questo schematismo logico di spiegazione della azione sociale diretta a fini coercitivi. Si può insomma dire che, se non vi è stata una convincente aderenza alla tesi del modello euristico, non vi è stata neppure una decisiva smentita alle sue prerogative ideologiche: ogni qual volta il moto rivoluzionario aveva imboccato –non importa sotto quali spoglie – la via della ricomposizione del principio di autorità, la sua dimensione emancipatoria si era affossata entro i canali del tutto prevedibili della logica istituzionale e razionalizzatrice dell’esistente.
venerdì 21 aprile 2023
Il capitale umano
Hanno ancora bisogno di farci credere che la sopravvivenza
promossa a vita sia il controvalore sostanziale del lavoro come sacrificio necessario,
occultando il più a lungo possibile la patente verità della vita come lavoro. Tanto
meno orribile sarà la vita, tanto più ogni suo co-produttore vi si investirà per
valorizzarsi, tanto più dunque il capitale dal volto umano realizzerà in ciascuno
il suo valore.
Sfondando il muro di una soggettività già carcerata dalla
storia, l’economia politica trabocca all’interno di ogni essere; rapidamente livella
ogni vuoto, semplicemente occultandolo. Nel momento in cui l’identico si riproduce
omogeneamente al di là come al di qua della soggettività trapassata, essa perde
i tratti del carcere che è sempre stata, e assume i tratti dell’azienda produttrice.
Ogni azienda produttrice è una zecca, da quando il denaro si è transustanziato in
credito, e il capitale fittizio valorizza sul buon nome dell’impresa. Ogni azienda
stampa il suo denaro inesistente, se leggi in trasparenza, al di là della facciata,
le somme rosse del suo castelletto di sconto. Così in ciascuno il capitale realizza
un imprenditore di sé: fondando ogni personalità come azienda, immettendola nella
circolazione apoplettica del credito, dove a circolare è la generalità del non-avere.
Il capitale che si fa uomo, fa di ogni uomo il capitale, di ogni vita l’impresa
del valore, di ogni persona un’azienda in debito permanente del suo senso, creditrice
permanente del non-senso generalizzato.
martedì 18 aprile 2023
Proudhon e Bakunin
Proudhon è stato, in “Che cos’è la proprietà?”, il primo
a definirsi esplicitamente come un anarchico, ed il primo a conferire al concetto
di “anarchia” una connotazione positiva. Precedentemente, infatti, anarchico ed
anarchia erano termini utilizzati esclusivamente in accezione negativa, identificando
l’assenza di un principio di governo e di gerarchia (dal greco “anarchos”) con il
caos: Proudhon, invece, come abbiamo visto nelle scorse pagine, cerca di dimostrare
che la libertà può essere “madre dell’ordine”. Prima di lui c’erano già stati altri
pensatori che avevano esposto idee e valori che oggi inquadriamo all’interno dell’anarchismo,
in primis Godwin e Stirner: questi, però, non avevano mai definito se stessi come
anarchici. E’ stato Proudhon, quindi, colui che ha dato inizio all’anarchismo consapevole
di se stesso, gettando, con le sue teorie riguardanti l’autogestione ed il rifiuto
dello stato, le basi della filosofia e del movimento libertario. Questo ruolo di
pioniere gli è stato pienamente riconosciuto da due dei personaggi di maggior spicco
della storia dell’anarchia: Bakunin e Kropotkin. Il primo ha infatti affermato che
“Proudhon è il maestro di tutti noi”.Sia Bakunin che Kropotkin, quindi, sono stati
profondamente influenzati dalle teorie del pensatore francese, ma entrambi se ne
discostano per alcuni, significativi, aspetti. Sono due, i principali punti su cui
le idee bakuniane divergono da quelle proudhoniane: il modo in cui attuare il cambiamento,
ed il tipo di organizzazione economica da dare alla futura società anarchica. Per
quanto riguarda il primo punto, Bakunin si trova perfettamente d’accordo con Proudhon
quando afferma che “la rivoluzione deve necessariamente precedere la rivoluzione
esterna, anche perché questo mutamento radicale dell’uomo è il necessario presupposto
del successo di quella”: questa idea, ponendo come fondamentale il mutamento interno
ad ogni singolo individuo, contrasta fortemente con la teoria marxista di una rivoluzione
realizzata da una ristretta avanguardia a capo di una massa proletaria informe,
ed abbraccia quindi perfettamente quella concezione individualistica del mondo già
espressa da Proudhon. Bakunin, tuttavia, rifiuta, considerandola sostanzialmente
utopica, la teoria di Proudhon secondo la quale il passaggio dal capitalismo all’anarchia
debba avvenire in modo graduale e pacifico. Pur rendendosi perfettamente conto dei
mali connessi ad una rivoluzione violenta, giudica quest’ultima come l’unico mezzo
possibile per l’abbattimento dello stato: quest’ultimo, infatti, non farà mai harakiri
spontaneamente. “La distruzione è un passo necessario per ottenere quell’effetto
rigenerativo della società e dei singoli che la compongono che solo la rivoluzione
può produrre”. Il secondo punto di rottura, riguarda l’organizzazione da instaurare
con l’anarchia. Bakunin, pur conservando alcuni aspetti del mutualismo proudhoniano,
teorizza il collettivismo. “Bakunin e i collettivisti della fine del decennio 1860-70,
cercando di adattare le dottrine anarchiche a una società sempre più industrializzata,
sostituirono all’idea proudhoniana del possesso individuale l’idea del possesso
da parte di istituzioni volontarie, pur tenendo fermo il diritto del singolo lavoratore
di godere il frutto delle sue fatiche o l’equivalente di esso”. Con Bakunin, il
gruppo di lavoratori, la collettività, prende il posto del lavoratore singolo come
unità di base dell’organizzazione sociale: questa soluzione era ritenuta necessaria
se, dall’economia prevalentemente agricola ed artigiana che caratterizza il pensiero
di Proudhon, si passano ad affrontare i problemi di una società industriale. Bakunin,
tuttavia, resta vicino alle idee proudhoniane quando si oppone alla formula anarco-comunista
“da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”, affermando
che si deve invece organizzare la produzione secondo quest’altro principio: “da
ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo quanto ha fatto”. Solo
in questo modo, infatti, secondo lui si può evitare che l’ozioso sfrutti il volenteroso
fermo restando la necessaria solidarietà da attuare nei confronti di coloro che
non hanno possibilità di lavorare.
sabato 15 aprile 2023
Autodifesa, parte dell’istinto umano
La maggior parte della popolazione mondiale vive in condizioni
deplorevoli, non perché non è diventata civilizzata o modernizzata, ma perché è
obbligata ad essere la manodopera del cosiddetto potere del primo mondo. Alcuni
di noi vivono nel primo mondo soffrendone, con estrema alienazione, deterioramento
fisico, distorsione psicologica, e vuoto spirituale, non ci sono dubbi che siamo
tutti diretti in un percorso unidirezionale verso la sorte avversa. Quindi nell'essere
anarchici si è automaticamente rivoluzionari, o comunque atti a promuovere l'insurrezione
a scopo di liberazione. Questo può avvenire in diverse forme, ma la riforma dei
sistemi di dominazione non sono punti di vista anarchici. Mentre molte azioni anarchiche
possono essere considerate non violente, non esiste limite da porre alla nostra
resistenza. Come anarchisti, dobbiamo rifiutare i limiti ideologici e filosofici
mentre scegliamo come resistere. L'interazione fisica con l’autorità necessita di
andare oltre la passività e i simboli. Infatti, molti anarchici adottano la violenza
rivoluzionaria come reazione naturale e necessaria all'oppressione. Se noi guardiamo
ovunque nel mondo naturale, osserviamo che l'auto-difesa fa parte dell’istinto umano.
È importante mettere in discussione le limitazioni ideologiche che provengono da
luoghi di estremo privilegio. Molte persone della Terra non hanno la possibilità
di decidere quale sia la risposta più giusta alla dominazione, e spesso devono scegliere
fra la vita e la morte. Non è questione di riflessione personale o di perfezionismo
ideologico; è agire o morire. Questo non significa che tutto deve essere collegato
alla resistenza violenta, ma piuttosto, sapendo che esiste, ammettere che è giustificata
(in molte situazioni), e che non deve essere condannata. La violenza rivoluzionaria,
nelle sue varie forme, è una risposta necessaria alla violenza istituzionale del
sistema, ed è necessaria per la continuazione di tutte le forme di vita.
martedì 11 aprile 2023
Proudhon e Marx
L’incontro fra Marx e Proudhon riveste un’importanza storica, in quanto si manifestarono in esso i primi segni di quel conflitto inconciliabile fra socialismo autoritario e anarchia che avrebbe toccato il suo punto di massima violenza venticinque anni dopo, in seno alla I Internazionale. Questo rapporto, però, era iniziato nel migliore dei modi subito dopo la pubblicazione di «Che cos’è la proprietà?», che colpì molto positivamente Marx, dandogli anche molti spunti di riflessione. È, infatti, molto probabilmente sotto l’influsso dell’opera proudhoniana che il futuro autore de «Il Capitale», in un articolo pubblicato sulla «Gazzetta Renana» nel 1842, scrisse: “Se qualunque offesa alla proprietà, senza distinzione, senza specificazioni, è furto, non sarebbe da dirsi furto ogni proprietà privata? Colla mia privata proprietà non escludo io tutti gli altri da questa proprietà? non ledo in tal modo il loro diritto di proprietà?”. Secondo Gurvitch e Bancal, inoltre, è dal seguente passo di «Che cos’è la proprietà» che Marx avrebbe tratto spunto per la sua teoria del plus-valore o plus-lavoro. Nonostante alcune critiche, Marx cercava di instaurare uno stretto rapporto con Proudhon, pensando di poterlo “convertire” alla sua nascente dottrina comunista: la rottura tra i due, però, si consumò già nella seconda metà degli anni ‘40 del XIX secolo. Una rottura che verteva essenzialmente su due grossi punti: il rifiuto, da parte di Proudhon, del comunismo e del dogmatismo marxiano, e un’opposta concezione del metodo con cui attuare il cambiamento della società. Due punti messi perfettamente in luce da Proudhon nel replicare ad una lettera in cui Marx, nel ’46, gli proponeva di istituire una costante cooperazione, utile ai fini della discussione e dell’azione. Il pensatore francese rispose così: “Faccio professione in pubblico di un quasi assoluto antidogmatismo economico. Non facciamo di noi stessi, perché siamo alla testa di un movimento, i campioni di una nuova intolleranza, non posiamo ad apostoli di una nuova religione, sia pure la religione della logica e della ragione. Raccogliamo e incoraggiamo tutte le proteste, rifiutiamo ogni esclusivismo, ogni misticismo; non consideriamo mai esaurita nessuna questione. A questi patti aderirò volentieri alla vostra associazione; altrimenti, no!”.
sabato 8 aprile 2023
La banda del Matese
Si era all’8 aprile del 1878 e tra quei bei ragazzi figurava
il fior fiore del futuro movimento anarchico italiano: Florido Matteucci, che nelle
carceri di Benevento studia lingue: inglese, spagnolo, tedesco; Errico Malatesta
che prepara la relazione sulla spedizione da inviare alla commissione di corrispondenza
della Federazione italiana; il russo Sergej Kravanskij, futuro attentatore del generale
Mezencov, capo della gendarmeria dello zar (Pietroburgo, 4 agosto 1878), che studia
Marx, Comte, Ferrari e in nove mesi di carcere impara perfettamente l'italiano,
mentre Carlo Cafiero traduce di slancio e compendia il primo libro del Capitale
di Marx basandosi su un'edizione francese,
lavoro che sarà apprezzato dall'autore per l'efficacia divulgativa. Ora lasciamo
la parola al corrispondente de "Il Corriere del Mattino" (28 agosto 1878):
“Sono ventisei gli imputati, molti giovanissimi, parecchi operai: tutti con precedenti
di vita onesta, qualcuno interessantissimo per varietà di casi, per costanza della
sua fede, per virtù grande di abnegazione e di coraggio. Carlo Cafiero ha appena
trent'anni. E alto e ben disposto della persona, bello del volto, con modo elegante
ed attraente; parla benissimo anche l'inglese, il francese e il russo. Errico Malatesta
è un giovane di 24 anni, piccino, bruno, con due occhi nerissimi, pieni di fuoco:
tutto energia, tutto intelligenza, è anch'esso, come il Cafiero, un carattere”.
Che avevano mai
fatto gli imputati? Figli ideali del Pisacane, espressione della migliore tradizione meridionale che si oppone al fatalismo e all'ignavia,
essi hanno organizzato una spedizione che ha portato tra il Lazio e il Molise la parola dell'anarchia
e del comunismo. I contadini hanno accolto entusiasti gli “internazionalisti” venuti
ad abolire le tasse, il macinato, il servizio militare. E senza spargimento di sangue.
Ecco la dichiarazione rilasciata a un segretario comunale: “Noi qui sottoscritti
dichiariamo aver occupato il municipio di Letino armata mano in nome della rivoluzione
Sociale, oggi 8 aprile 1877. Carlo Cafiero, Errico Malatesta, Pietro Cesare Ceccarelli".
martedì 4 aprile 2023
Idea generale della rivoluzione – Proudhon
Alla vostra teoria accentratrice di governo, che non
ha altra causa che la vostra ignoranza, per principio solo un sofisma, per mezzo
solo la forza, per risultato solo lo sfruttamento dell'umanità, il progresso del
lavoro, e delle idee, io vi contrappongo, da parte mia, questa teoria liberale:
trovare una forma di compromesso che, conducendo all'unità la divergenza degli interessi,
identificando il bene particolare col bene comune, cancellando la discriminazione
di natura con quella dell'educazione, risolve tutte le contraddizioni politiche
ed economiche; dove ciascun individuo sia ugualmente e nella stessa misura produttore
e consumatore, cittadino e principe, amministratore e amministrato, dove la sua
libertà aumenti sempre senza ch'egli abbia bisogno di privarsene mai; dove il suo
benessere s'accresca indefinitamente, senza ch'egli possa subire, di fatto, dalla
società o dai suoi concittadini, alcun danno né nella sua proprietà, né nel suo
lavoro, né nel suo guadagno, né nei suoi rapporti d'interesse, d'opinione o d'affetto
con i suoi simili. Che cosa! queste condizioni vi sembrano impossibili da realizzarsi?
Il contratto sociale, quando voi considerate la spaventosa quantità dei rapporti
ch'esso deve regolare, vi sembra ciò che si può immaginare di più inestricabile,
qualche cosa come la quadratura del cerchio e il moto perpetuo. È per questo motivo
che, stanchi di guerra, voi vi buttate di nuovo nell'assolutismo, nella forza. Considerate
tuttavia che se il contratto sociale può essere stipulato fra due produttori e -
chi dubita che, ridotto a questi semplici termini, esso non possa avere una soluzione?
- Esso può essere stipulato ugualmente fra milioni di produttori, poiché si tratta
sempre dello stesso impegno e che rendendolo il numero delle firme sempre più efficace,
non vi aggiunge nemmeno un articolo. La vostra motivazione d'impossibilità d'agire
non sussiste dunque: essa è ridicola e vi rende inscusabili. In ogni caso, uomini
del potere, ecco quello che vi dice il produttore, il proletario, lo schiavo, colui
che voi aspirate a far lavorare per voi: io non chiedo né i beni, né le braccia
di nessuno e non sono disposto a sopportare che il frutto della mia fatica divenga
bottino di un altro. Io voglio anche l'ordine, altrettanto e maggiormente di coloro
che lo sconvolgono grazie al loro preteso governo; ma io lo voglio come un effetto
della mia volontà, una condizione del mio lavoro e una convinzione della mia ragione.
Io non lo sopporterò mai proveniente da una volontà estranea e che mi impone come
condizioni preliminari la servitù e il sacrificio.
sabato 1 aprile 2023
Proudhon autodidatta
Autodidatta spinto da una pungente curiosità scientifica e svagato costantemente da un carattere fra bizzarro e superficiale, Proudhon si rivela assai più tagliato per la memorialistica e per la polemica pubblicistica che non per la ricerca scientifica sistematica. Lo confessa egli stesso, d'altronde: «La scienza pura è troppo arida - scrive ad Ackermann, il 6 maggio 1841 -; i giornali troppo frammentari; i lunghi trattati troppo pedanti: i miei maestri sono Beaumarchais e Pascal». Da questo punto di vista Proudhon - contrariamente all'opinione riferita da Mehring - è tutt'altro che «una testa tedesca»; è invece calato interamente nella tradizione della cultura politica francese, nella scia dei philosophes e dei pamphle-taires, imbevuto di quella pozione filosofico-letteraria che aveva le sue sorgenti profonde nell'esprit politique nato nella ricca atmosfera del Settecento francese, confinante a un lato col moralismo filosofico e all'altro con la retorica umanitaria. E moralista infatti lo hanno giudicato i suoi ammiratori e i suoi discepoli, mentre un caustico genio come Marx, che non dimenticava certo la ruggine che c'era stata con Proudhon, lo giudicava, molti anni dopo, puramente e semplicemente un retore. Persino Sorel, così devoto a Proudhon, riconosce che «tutta la dottrina di Proudhon era subordinata all'entusiasmo rivoluzionario». Tre anni prima della morte, d'altronde, e prima del duro giudizio di Marx, Proudhon così si confessava a Bergmann in una lettera dei 14 maggio 1862: «Ho lavorato molto, ho commesso molte sciocchezze, molti errori; ho imparato qualcosa e ho ignorato moltissime cose; credo d'avere un qualche talento, ma un talento incompleto, sconnesso, ineguale, pieno di soluzioni di continuità, di negligenze, di intemperanze... Sarei riuscito meglio, credo, se avessi avuto meno da fare in ordine alla mia educazione mentale; se avessi trovato le mie idee bell'e fatte, i problemi risolti; se non avessi dovuto fare altro che il tribuno e il volgarizzatore...
Ma
sono stato, credo, un uomo onesto; da questo punto di vista mi pongo senz'altro
al livello di tutti i maestri». Ma poiché è noto che non basta essere un uomo onesto
per passare alla storia bisogna pur riconoscere che Proudhon, oltre al temperamento
farouche che egli stesso si riconobbe, oltre allo «stile assai muscoloso» che gli
riconobbe anche Marx, ebbe i suoi specifici meriti: dette voce al dissesto della
Francia, alla irrequietudine sociale del suo tempo di fronte alla prima crescita
del nuovo mondo borghese formulando, con teorie spesso più brillanti che profonde,
rivendicazioni pratiche e prospettive avveniristiche che suscitarono e alimentarono
la critica e la rivolta. Questo «homme compliqué», questo «blousier pamphletaire»,
come l'ha chiamato Leroy, fu a lungo lo scandalo di Parigi e della Francia, fu -
come volle definirsi egli stesso - «l'excommunié de l'époque», ma concorse non poco,
di fatto, a scomunicare a nome delle plebi e del proletariato le verità ufficiali.
O sarà proprio un caso che non pochi comunardi del 1871 si richiameranno a lui?
Egli incarnò l'inquietudine e le indecisioni di un'epoca, se non riuscì a superarle
e quietarle teoricamente: ma anche così - bisogna convenire con Lucien Febvre -
Proudhon «ha contribuito, e per una larga parte, al nutrimento intellettuale e morale
degli uomini, dei militanti che hanno lottato.., per mettere in piedi i sindacati,
le camere del lavoro, le loro unioni e le loro confederazioni», le strutture generali
del movimento operaio.
giovedì 30 marzo 2023
La paura del cambiamento
La caduta dell'impero della merce non produrrà niente
di più lamentevole della caduta nella disumanità che segna i suoi esordi. Ciò che
è alla fine è anche all'inizio. Una rovina ne nasconde un'altra: dietro il crollo
del capitalismo monopolistico e di Stato viene meno l'intera civiltà mercantile,
secondo un naufragio programmato da lunga data. La fine dell'impero dell'economico
non è la fine del mondo, ma la fine del suo dominio totalitario sul mondo. Tutti
sanno, tuttavia, che una tirannia defunta continua ad uccidere. Non la gioia di
vivere nè l'esuberanza creativa, bensì la paura è la risposta all'evidenza di una
mutazione benefica. Una paura così intensa che l'economia moribonda vi scova ancora
di che rifornire un mercato, il mercato dell'insicurezza, in cui il consumatore,
ricondotto alla sua vera natura di minorato e di vegliardo, medica una muscolosa
protezione per percorrere freneticamente i circuiti obbligati dell'edonismo consumabile.
Per la maggior parte delle persone esiste un solo terrore da cui tutti gli altri
provengono, ed è quello di perdere l'ultima menzogna che li separa da se stessi,
di dover creare la propria vita.















