C'è sicuramente un certo piacere nel non
esserci per nessuno, nel volersi di un'assoluta nullità lucrativa, nel
testimoniare tranquillamente della propria inutilità sociale in un mondo dove
un identico risultato è ottenuto attraverso un'attività nella maggior parte dei
casi frenetica. Il lavoro ha snaturato la pigrizia, ne ha fatto la sua puttana
nello stesso momento in cui il potere patriarcale vedeva nella donna il riposo
del guerriero. La pigrizia è godimento di sé oppure non esiste. Non abbiate
nessuna speranza che vi sia accordata dai vostri signori o dai loro dei. Ci si
arriva come il bambino per una naturale inclinazione a cercare il piacere ed a
mettere da parte ciò che lo contraria. Nessuno può assicurare la propria felicità
(e con più facilità la propria sventura) se non egli stesso. Vale per i
desideri ciò che vale per la materia prima da cui l'alchimista cerca di
ricavare la pietra filosofale. Costituiscono un loro proprio fondo e non se ne
può estrarre che ciò che vi si trova.
..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione
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lunedì 26 dicembre 2016
venerdì 23 dicembre 2016
La leggenda di Natale di Albert Libertad
C'era una volta, molto tempo fa, verso
l'anno 1900, un grande ammasso di pietre e di fango che i naturali di allora
chiamavano Parigi. Era la capitale di un paese favorito da un clima temperato e
dove i cereali, le vigne, i più bei frutti crescevano in abbondanza.
Avvicinandosi a questi ammassi di pietre, vincendo gli odori pestilenziali che
se ne sprigionavano, li si vedeva solcati da vie di ogni genere: le une larghe,
costeggiate da belle case; le altre, strette, con, da ogni lato, in fila e
strette, delle case dall'aspetto di topaie. Quel giorno, l'anno finiva; era
festa in ogni città, ma la natura sembrava imbronciarsi e la neve cadeva a
larghe falde. Malgrado ciò, lungo le strade, i magazzini gettavano fasci di
luce e gli occhi erano attirati da ammassi di vettovaglie stranamente fornite
di clienti.
I passeggiatori, gli acquirenti erano
numerosi: gli uni, ricoperti da calde pellicce, andavano ridendo beati,
fregandosene del freddo; gli altri, al contrario, camminavano con timore, erano
ricoperti di stracci, attraverso i quali si disegnavano le loro ossa o si
vedeva la loro pelle.
Di quando in quando, i secondi
assumevano verso i primi degli atteggiamenti di supplica, che non conoscete,
cari bambini, ma che consistevano nel tendere la mano pronunciando delle parole
senza senso, in tono dolente. Essi chiedevano l'elemosina, e cioè pregavano i
fortunati di dar loro una parte del loro superfluo allo scopo di poter
acquistare il necessario per essi e i loro figli. I tre quarti dei ben vestiti
passavano indifferenti; altri, parsimoniosamente, cercavano nella loro tasca la
più piccola offerta da dar loro.
Quando i pezzenti si mostravano troppo
intraprendenti, degli uomini vestiti tutti allo stesso modo, molto
animatamente, li maltrattavano e li cacciavano dalle larghe vie; qualche volta
li portavano anche via dopo aver messo delle catene alle mani. E vi era, allo
stesso tempo, così poca umanità, così poco rispetto della dignità umana, che le
persone benvestite facevano cerchio e gettavano del lazzi ai poveri diavoli
così trattati, e che i malvestiti curvavano il capo, abbassavano le loro
spalle, cercando di far dimenticare il loro crimine di essere poveri avvallando
gli atti degli uomini in uniforme.
Questi ultimi erano chiamati agenti
della forza pubblica, erano mantenuti grandi e grossi; avevano come missione di
difendere i benvestiti, i ben nutriti, contro i pezzenti, i miserabili. Essi
appartenevano, il che vi sorprenderà, a questa classe così sfortunata. Però
chiacchieriamo molto senza entrare nel merito. Una donna si era persa tra
questa folla. La sofferenza si leggeva sui suoi tratti, e la miseria dagli
abiti poveri che la ricoprivano. Ma osservandola, la si capiva essere giovane,
la si vedeva bella. Molte volte la sua mano aveva disegnato il gesto
dell'elemosina, mai essa aveva avuto la forza di eseguirlo. Un'ultima fierezza
irraggiava dai suoi occhi, tutto il suo essere si rivoltava contro
l'avvilimento, la supplica.
Spesso dei benvestiti l'avevano
avvicinata e rivolto degli inviti volgari e, non appena indugiava davanti a una
vetrina di alimenti deliziosi e invitanti, sentiva sul collo l'alito caldo di
un uomo che le sussurrava: "Se vuoi salire da me, la camera e la stanza
rotonda". È con grande difficoltà, cari bambini, se osate capire queste
parole, tanto esse vi sembrano sorprendenti. La dignità della donna, il suo
libero arbitrio, in quei tempi barbari, non erano più rispettati della dignità
e libertà umana. La bellezza, la grazia, la giovinezza delle donne povere erano
comprate dai benvestiti, i ricchi. Nulla secondo il loro volere era rispettato
e i più vecchi, i più brutti in pelliccia avevano, quasi per un pezzo di pane,
le più giovani e le più belle donne.
Si ostentava allora una più grande
morale e un grande pudore e le nostre libere unioni dei nostri tempi erano
fortemente bandite: l'amore si faceva sempre attraverso intermediari, o si
vendeva in appositi mercati. La nostra povera sconosciuta arrossì, si girò.
L'uomo era vecchio, era brutto, degli occhi affondati nel grasso delle sue
guance, due o tre menti, un grosso ventre... Oh, la sua giovinezza a questo
vecchiaccio, a questo lurido gaudente. Esitò, poi apparve sul suo bel viso una
contrazione, alzò le spalle... accettò.
Seguì l'uomo in un albergo, in qualche
strada vicina alla grande arteria. E in una camera banale in cui si udivano le
carreggiate venali, vendette il suo corpo alle bestiali carezze del passante.
Soddisfatto, l'uomo se ne andò verso altri piaceri. Lei davanti all'albergo,
guardava la "stanza rotonda" come smarrita, poi tornava in sé. L'atto
che aveva appena commesso, era per quel metallo. Quel metallo, era del pane per
il bambino che aveva fame; quel metallo era del carbone, per il bambino che aveva
freddo... per il suo bambino, nella mansarda.
Entrò come un turbine in un negozio,
dove era esposto il pane dorato in tutte le sue forme. Delle inservienti che si
affrettavano vicino a dei benvestiti, la osservarono con sospetto: "Una
libbra di pane, per favore".
Perché il pane, cari bambini,
quest'indispensabile nutrimento, si vendeva così come ogni altra cosa. La
servirono e, felice di avere del pane per sé, la poveretta, gettò la moneta sul
bancone. Emise un suono sordo... Una voce cattiva diceva: "falsa, non
bisogna farla a noi, piccola mia". Delle mani brutali le strapparono il
pane e la spinsero fuori. Capì: era stata derubata, ingannata. Il sacrificio
ultimo della madre per il figlio era stato inutile. Delle ingiurie venivano alla
sua bocca contro l'avido che aveva mangiato la sua carne, respirato la sua
giovinezza, senza volerle lasciare una briciola del suo benessere. Ma la sua
testa vuota si curvò, grosse lacrime scorsero lungo le sue guance; scoraggiata,
stanca, prese la strada delle vie strette, delle case nere, lasciandosi alle
spalle il quartiere di lusso e abbondanza.
Il primo sguardo della donna fu per lui.
Ahimè! Ritornava a casa così come vi era partita, le mani vuote, niente pane,
niente legna, era la morte, l'inevitabile morte. La sua morte, quella del
cherubino, di quell'avvenire. I suoi occhi versarono lacrime, si avvicinò a
passo lento alla culla. O ironia, il bambino sognando, sorrideva alla vista di
qualche remoto paradiso, del vostro, oh cari bambini. Allora, trattenne il
respiro, ma un desiderio di baciare questa carne innocente, questa
carne della sua carne, nacque, imperioso, e posò le sue labbra sulla fronte del
bambino.
Questi aprì lentamente i suoi grandi
occhi ancora pieni di gioia estatica, li gettò sulla madre in lacrime, sulla
tavola vuota, sulla stufa spenta, e triste: "Oh, mamma! Non era che un sogno...
ma che bel sogno! Non avevamo più fame... Non avevamo più freddo... mai
più".
Albert Libertad, dicembre 1899
giovedì 22 dicembre 2016
Libri di scuola e TV? Solo propaganda di sistema
Come si fa a
capire, che ne so..., il Medioevo? Uno dice: beh, prendi un testo scolastico e
te lo studi, o guardi i documentari in tv. Commetteremmo un grave errore. Il
Medioevo viene alterato dai testi ufficiali in modo davvero sfacciato e
criminale, come gli altri capitoli. Per capire un'epoca storica si dovrebbero
prendere tutti i riferimenti originali, si dovrebbero fare delle ricerche
infinite, si dovrebbero raccogliere le testimonianze più dirette senza escludere il punto di vista del popolo
e fare dei paralleli, e soprattutto si dovrebbe pubblicare il tutto senza
anteporre alcun punto di vista personale, quindi opportunista, si dovrebbe
pubblicare senza anteporre filtri, insomma si dovrebbe raccontare il periodo
storico obiettivamente, per quel che è, e ognuno poi si farebbe una propria
opinione.
Questo è
proprio ciò che ha fatto Kropotkin
per tanti anni in merito al Medioevo e non solo. I suoi scritti storici
comprendono tutte le sfaccettature, e allora scopri tante belle cose che la scuola e la tv non ti diranno mai,
cose che ti fanno sobbalzare dalla sedia, e capisci che ti hanno voluto
fregare, riuscendoci. La censura del sistema è micidiale, essa tende a filtrare
tutto al fine di dare alla gente una visione delle cose vantaggiosa al sistema
stesso. E il vantaggio del sistema è quello di far pensare la gente solo in
funzione della presunta bontà dello stato e della chiesa, sì da perpetuare le
istituzioni e questo tipo di società. É semplice: se nascondi una cosa, se non
la fai conoscere, nessuno potrà utilizzarla mentalmente. E noi agiamo in base a
ciò che abbiamo nella mente. La conoscenza, se è filtrata e manipolata, non è
conoscenza, è frode. Vi inviteremmo volentieri a leggere Kropotkin, forse il
più grande medievalista di tutti i tempi (e non scherza neanche riguardo agli
altri periodi storici). Magari potete iniziare da questo pdf che
si intitola 'Scienza e Anarchia', dove si può leggere un capitolo dal
titolo 'La nascita dello Stato', e ne scoprirete delle belle, non solo
riguardo al Medioevo.
mercoledì 21 dicembre 2016
La scomparsa del denaro
Che cosa rischia di succedere il giorno
in cui il crac finanziario o qualunque altro trucco del capitale toglierà al
denaro il suo valore e la sua utilità?
La sua scomparsa, non c’è dubbio, sarà
salutata come una liberazione da quanti gli negano il diritto di tiranneggiare
la loro vita quotidiana. Tuttavia, il feticismo del denaro è talmente
incrostato nei nostri costumi che molti individui assoggettati al suo giogo
millenario, finiranno per trovarsi in preda a quegli scompensi emotivi in cui
regna la legge della giungla sociale, in cui si scatenano la lotta di tutti
contro tutti e la violenza cieca in cerca di capri espiatori. Non dobbiamo
sottovalutare i tentacoli della piovra intrappolata nei suoi ultimi rifugi. Il
crollo del denaro non implica, infatti, la fine della depredazione, del potere,
dell’appropriazione degli esseri e delle cose. L’esacerbarsi del caos, tanto
utile alle organizzazioni statali e mafiose, propaga un virus di
autodistruzione i cui rigurgiti nazionalisti, gli sfoghi sfocianti in genocidi,
i conflitti religiosi, i rigurgiti della peste fascista, bolscevica o
integralista rischiano di avvelenare gli spiriti se l’intelligenza sensibile
del vivente non rimette al centro delle nostre preoccupazioni la questione
della felicità e della gioia di vivere. Per contro, non bisogna che la disumanità
del passato cancelli la memoria dei grandi movimenti di emancipazione in quel
che ebbero di più radicale: la volontà di liberare l’uomo alienato e di far
nascere in lui quella vera umanità che riappare di generazione in generazione.
La società a venire non ha altra scelta
che quella di riprendere e sviluppare i progetti di autogestione che dalla
Comune di Parigi alle collettività libertarie della Spagna rivoluzionaria,
hanno fondato sull’autonomia degli individui una ricerca di armonia in cui la
felicità di tutti fosse solidale con la felicità di ciascuno.
Il fallimento dello Stato obbliga le
collettività locali a mettere in atto una gestione del bene pubblico più adatta
agli interessi vitali degli individui. Sarebbe illusorio pensare che liberare
dei territori dal dominio mercantile e instaurare delle zone in cui i diritti
umani sradichino il diritto del commercio e della redditività si possa compiere
senza urti. Per tanto dovremo immaginare di difendere le enclavi della gratuità
che cercheremo di impiantare in un mondo rastrellato e controllato da un
sistema universale di depredazione e di cupidigia con strumenti nuovi efficaci
consapevoli del fatto che non potremo mai competere sul piano strettamente
militare con i professionisti della violenza che il sistema può mettere in
campo.
martedì 20 dicembre 2016
La solidarietà
Ogni essere umano vive e prospera in
virtù di un principio che gli è inerente e che determina la sua natura particolare;
principio che non gli è imposto da qualsiasi legislatore divino ma é invece il
risultato prolungato e costante di una combinazione di cause e di effetti
naturali. E questo principio non é nell'uomo come un'anima nel suo corpo,
secondo l’assurda immaginazione degli idealisti, ma non è che un effetto del
modo in cui si manifesta la sua esistenza reale.
Per la specie umana, come per tutte le
altre specie animali, ha principi che le sono propriamente inerenti; e tutti
questi principi si riducono o si riassumono in uno solo che noi chiamiamo Solidarietà.
Tale principio può formularsi in questo modo:
"Nessun
essere umano può riconoscere la sua umanità, né per conseguenza realizzarla
nella vita, se non riconoscendola negli altri e cooperando per tale
realizzazione. Nessun uomo può emanciparsi finché non procuri di emancipare gli
altri. La mia libertà sta nella libertà di tutto il mondo, poiché io non posso
essere realmente libero, e libero non solo nelle idee ma anche nelle azioni, se
la mia libertà e il mio diritto non abbiano conferma e sanzione nella libertà e
nel diritto di tutti gli uomini a me eguali" (Michele Bakunin).
Le condizioni d'esistenza degli altri uomini
é per me fatto importante, perché l'individuo più indipendente che io mi immagini
o che mi sembri tale per la sua posizione sociale, sia esso papa, re, presidente
o primo ministro, é sempre il prodotto dello stato sociale in cui vivono gli
altri uomini, i più umili. Se essi sono ignoranti, miserabili e schiavi, la mia
esistenza viene determinata dalla loro ignoranza, dalla loro miseria e dalla loro
schiavitù. Io, uomo illustre ed intelligente, per esempio, sono una bestia
davanti alla scempiaggine altrui: io valoroso, sono schiavo per la loro servitù;
io ricco, tremo davanti alla loro miseria; io privilegiato, impallidisco davanti
alla loro giustizia; io infine, cercando di essere libero, non posso esserlo se
intorno a me gli uomini non abbiano pari aspirazione, e quindi impieghino
contro di me tutti gli strumenti della loro oppressione.
giovedì 15 dicembre 2016
Il gusto rabbioso di vivere
L’obbligo produttivo aliena la passione
di creare. Il lavoro produttivo rientra nei procedimenti di mantenimento
dell’ordine. Il tempo di lavoro diminuisce proporzionalmente alla crescita
dell’impero del condizionamento.
In una società industriale che confonde
lavoro e produttività, la necessità di produrre e sempre stata antagonista del
desiderio di creare. Quale scintilla umana, ossia quale creatività possibile,
può restare in un essere strappato dal sonno ogni mattina alle sei, sbattuto
sui treni suburbani, assordato dal fracasso delle macchine, torchiato, spremuto
dalle cadenze, dai gesti privati di senso, dal controllo statistico, e
rigettato alla fine della giornata nelle sale di stazione, cattedrali di
partenza per l’inferno delle settimane e l’infimo paradiso dei week-end, quando
la folla si comunica nella fatica e nell’abbruttimento?
Dall’adolescenza all’età della pensione,
i cicli di ventiquattr’ore si susseguono con il loro uniforme macinare del
vetro spezzato: incrinatura del ritmo congelato, incrinatura del
tempo-che-è-denaro, incrinatura della sottomissione ai capi, incrinatura della
noia, incrinatura della fatica. Dalla forza viva dilaniata brutalmente alla
lacerazione sempre aperta della vecchiaia, la vita barcolla da ogni parte sotto
i colpi del lavoro forzato. Mai una civiltà ha raggiunto un tale disprezzo
della vita; allevata nel disgusto, mai una generazione ha provato fino a questo
punto il gusto rabbioso di vivere. Coloro che si assassina lentamente nei
macelli meccanizzati del lavoro sono gli stessi che si trovano a discutere,
cantare, bere, ballare, fare l’amore, tenere la strada, prendere le armi,
inventare una poesia nuova. Già si costituisce il fronte contro il lavoro
forzato, già i gesti di rifiuto modellano la coscienza futura. Ogni appello
alla produttività, nelle condizioni volute dal capitalismo e dall’economia
sovietizzata, è un appello alla schiavitù.
lunedì 12 dicembre 2016
Autoproduzione
Noi intenderemo qui, per
“autoproduzione”, ogni attività che degli individui, o dei gruppi, rinunciando
volontariamente a ricorrere alle possibilità esistenti sul mercato, scelgano di
svolgere con forze proprie per fruirne essi stessi, da soli o insieme con
altri, ma sempre in uno spirito di gratuità e senza chiedere contraccambio
alcuno.
Autoproduzione tradizionale e
diffusissima è quella che si svolge ai margini delle metropoli negli orti
abusivi, lungo la ferrovia e nei raccordi autostradali.
Ma anche attività più complesse e meno
alimentari, come i giornali, i cd, le fanzine, i manifesti, i volantini,
sviluppati in proprio, con propri strumenti, magari assemblati senza passare
per la cassa di alcun negozio. Affini all’autoproduzione sono il riciclaggio e
l'autocostruzione, appunto, di strumenti informatici, elettronici, meccanici,
di mobili, abiti, giocattoli, le mille soluzioni creative alla complessità
delle esigenze e alla banalità delle soluzioni offerte dal bazar delle merci e
delle bugie.
Si tratta di un fenomeno che, a mano a
mano che il capitalismo convertiva in merce ogni possibile attività umana, è
divenuto sempre meno funzionale agli equilibri sociali e perciò sempre meno
accettato, con la conseguenza di essere crescentemente sospinto ai margini e
anche oltre i margini della legge. Si pensi a tutte le regole igieniche e
sanitarie, chiaramente concepite per definire igienico il veleno industriale e
antigienico l’orto individuale; si pensi alle regole sul copyright, che
praticamente considerano illegale tutto ciò che non nasce e muore in forma di
merce; si pensi alle normative sulla sicurezza, che presuppongono la fabbrica
come luogo “naturale” della produzione. Si impiantano orti su terreni demaniali
non più utilizzati, si autocostruisce su aree spesso abbandonate e occupate
abusivamente, ecc.
L’autoproduzione, comunque la si guardi,
non riesce proprio ad essere legale: prima ancora che a causa dell’ostilità
aperta dell’industria (che vi intuisce una concorrenza inafferrabile) e dello stato
(che vi scorge un’evasione totale dal meccanismo fiscale), a causa della sua
indefinibilità. È una materia su cui è impossibile legiferare validamente: è un
terreno in cui, per definizione, ciascuno fa quel che gli pare.
L’autoproduzione è perciò, diciamolo
pure, costitutivamente anarchica.
sabato 10 dicembre 2016
Il mondo libero non è libero
Il mondo libero non è libero; il mondo
comunista non è comunista. Il vecchio movimento proletario non è riuscito a
rovesciare la società di classe e si è smarrito nelle varianti riformiste o
burocratico-totalitarie del capitalismo classico. Ovunque nel mondo la gente è
ancora alienata dalla propria attività (ciò che è obbligata a produrre le si
rivolta contro come una potenza estranea) e dunque tutti sono alienati gli uni
dagli altri. Lo sviluppo moderno del capitalismo ha generato un nuovo stadio di
quest’alienazione: lo spettacolo, nel quale ogni comunicazione tra gli
individui è mediata dalle immagini che sono presentate loro, dalle
“informazioni” o dalle avventure vissute per procura fino alle lodi
encomiastiche delle merci e dei burocrati.
Ma questo sistema non ha risolto tutte
le sue contraddizioni; nel corso degli ultimi due decenni sono apparse, in
tutte le regioni del mondo, nuove lotte che mettono in causa diversi aspetti
del sistema e che tendono a rifiutare la mediazione burocratica. Il progetto
fondamentale implicitamente implicato in queste lotte, è l’abolizione dello
Stato e di ogni potere gerarchico, dell’economia mercantile e del lavoro
salariato. Le precondizioni tecnologiche per una simile trasformazione esistono
già. La forma di organizzazione sociale capace di realizzarla è stata
prefigurata dai consigli operai che apparvero durante le rivoluzioni represse
nei primi decenni di questo secolo: assemblee generali democratiche degli
operai e di tutti gli altri che si riconoscono nel loro progetto, assemblee che
dissolvono ogni potere esterno e si federano a livello internazionale,
eleggendo delegati incaricati di compiti precisi e che possono essere revocati
in qualsiasi momento.
Non si può contribuire a tale rivoluzione
facendo ricorso ai metodi manipolatori che riproducono le relazioni gerarchiche
dominanti. Il compito dei rivoluzionari è di favorire la coscienza, l’autonomia
e la coerenza delle lotte radicali senza diventare una nuova direzione che le
dominerebbe. Per questa ragione, ed anche perché l’opposizione costruttiva
tende ad integrarsi nel sistema, le tattiche appropriate sono in grande misura
negative o critiche: si tratta di attaccare le istituzioni e le ideologie che
rafforzano la sottomissione al sistema, e di segnalare le possibilità ed i
limiti delle lotte contro di esso, pur lasciando la gente libera di scegliere
in che modo rispondere alle situazioni così esposte.
Si tratta di fronteggiare il mondo reale
nel quale viviamo; di legare teoria e pratica in un’attività sperimentale, per
resistere alla tendenza della teoria a pietrificarsi in ideologia. Tutto ciò
che aveva qualche valore nell’arte o nella religione può essere realizzato
soltanto superandole come sfere distinte, mettendo in gioco la creatività e la
ricerca della realizzazione sul terreno della vita quotidiana. In una società
che ha soppresso ogni avventura, la sola avventura possibile resta la
soppressione di questa società.
giovedì 8 dicembre 2016
Siamo parte della terra - Il Manifesto dei Diritti della Terra
Nel 1854 il “grande capo bianco”di
Washington (il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce) si offrì di
acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una riserva
per i pellerossa. Il documento qui integralmente riprodotto è lettera di
risposta che fu scritta dal capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo nel 1854 al
Presidente degli Stati Uniti. La lettera è senz’altro una delle più elevate
espressioni di sintonia dell’uomo col creato ed esprime la ricchezza universale
dei “popoli nativi”, dei veri “indigeni” di ogni luogo della terra ed è la più
bella e la più profonda dichiarazione mai fatta sull'ambiente.
“Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole
comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia
e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha
bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa
offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire
con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il
grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli
bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni.
Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete
comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per
noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio
dell’acqua: come potete comprarli da noi?
Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago
scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi
oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nella esperienza del mio
popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I
morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a
camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I
fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono
nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo
dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. Perciò. Quando
il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la
nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà un posto
dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi
saremo i suoi figli. Quindi noi considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma
non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che
scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri
antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e
dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante
riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita
del mio popolo.
Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi
sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le
nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete
ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed
anche i vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con
un fratello.
L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo
bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino.
Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre.
Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi
alberi.
Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che
l’uomo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la
stessa per lui come un’altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte
e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma
suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi
padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei
suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello,
il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come
fossero pecore o perline colorate.
IL suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro solo un deserto.
Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La
vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò
avviene perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce.
Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto
in cui
sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali
degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della
città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se
un uomo non può ascoltare il grido solitario del succiacapre o discorsi delle
rane attorno ad uno stagno di notte?
Ma io sono un uomo rosso e non capisco.
L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla
superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o
profumato dagli aghi di pino. L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte
le cose partecipano dello stesso respiro.
L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un
uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza.
Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che
l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa
sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche
il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito
della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e
come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il
vento addolcito dai fiori dei prati. Perciò noi consideriamo l’offerta di
comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una
condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come
fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia
di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli
aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire
come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che
noi uccidiamo solo per sopravvivere.
morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali
presto capiterà all’uomo. Tutte le cose sono collegate.
Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro
piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai
vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai
vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra
madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se
gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Questo noi sappiamo: la
terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo.
Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque
cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a
tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli
faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di
andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per
conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni.
I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I
nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i
giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti.
Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno
molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi
tribù, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i
boschi, rimarrà per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno
di speranze come il vostro. Ma perché dovrei piangere la scomparsa del mio
popolo? Le tribù sono fatte di uomini, niente di più. Gli uomini vanno e
vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla
con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune.
Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo.
Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà: il
nostro Dio è lo stesso Dio. Può darsi che voi ora pensiate di possederlo, come
desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete possederlo. Egli è il
Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo
bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è
disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima
di altre tribù. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte
soffocherete nei vostri stessi rifiuti.
Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza
del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il
dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi,
poiché non capiamo perché i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici
tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti
uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la
boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo
e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.
Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco
sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali,
quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché essi desiderino il
futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E
poiché ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri.
Perciò noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se
accetteremo sarà per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse
potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo
rosso sarà scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà l’ombra di una nuvola
che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno
ancora gli spiriti del mio popolo.
Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del
cuore di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come
l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era
quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità
e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed amatela come Dio
ci ama tutti.
Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio.
Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà al
destino comune.
Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo!”
Capriolo Zoppo, 1854
martedì 6 dicembre 2016
Il Manifesto per la soppressione dei partiti politici di Simone Weil
Il Manifesto per la soppressione dei
partiti politici mostra rigore di pensiero e richiama quella più alta moralità,
a partire dalla quale Weil basa il senso della rivoluzione. Moralità e pensiero
sono sostenuti dall’amore per la verità. Mentendo alla verità, i paladini dei
poteri costituiti e dei partiti politici ammutoliscono il pensiero in dogmi e
dottrine inconfutabili; Weil parla della verità vissuta in anima e corpo
secondo le parole del Cristo: «sono venuto per rendere testimonianza alla
verità».
“Per apprezzare i partiti politici
secondo il criterio della verità, della giustizia e del bene pubblico conviene
cominciare distinguendone i caratteri essenziali”, scrive Simone e ne attesta
tre. Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva (e
per passione collettiva si intende fanatismo); un partito politico
è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione
collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte; il
fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è
la sua propria crescita, e questo senza alcun limite. “Per via di questa
tripla caratteristica, ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni.
Se non lo è nei fatti, questo accade perché quelli che lo circondano non lo
sono di meno”. Considerando la terza caratteristica, Simone la illustra come
caso particolare di un fenomeno che si verifica ovunque la collettività prenda
il sopravvento sugli esseri pensanti. “I partiti sono un meraviglioso
meccanismo in virtù del quale in tutta l’estensione di un paese, non uno
spirito dedica la sua attenzione allo sforzo di discernere, negli affari
pubblici, il bene, la giustizia, la verità”.
Weil prosegue ammettendo che il
meccanismo di oppressione spirituale e mentale proprio dei partiti è stato
introdotto nella storia dalla chiesa cattolica nella sua lotta contro l’eresia.
E se, nonostante l’Inquisizione, la chiesa non ha soffocato del tutto lo spirito
di verità è perché la mistica offriva un rifugio sicuro. Rifugio sicuro non
tanto per l’incolumità fisica o la scomunica morale, ma per mantenere viva la
verità, la testimonianza della quale “è costituita dai pensieri che sorgono
nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente
desiderosa della verità”.
I partiti le sembrano,
in conclusione, un male senza mezze misure. La loro soppressione “costituirebbe
un bene quasi allo stato puro”, giacché l’operazione di prendere partito, anche
in termini più generali, “di prendere posizione pro o contro, si è sostituita
all’operazione del pensiero”.
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