“Il lavoro degli insegnanti è quello di dare al popolo il mezzo
intellettuale alla rivolta”.
Louise Michel
Conoscere e conoscersi sono
azioni che vanno di pari passo o, perlomeno, così dovrebbero andare. Poiché non
esiste cosa da noi osservata o con la quale entriamo in varia forma in
relazione, che non sia quel che noi vediamo o pensiamo della stessa cosa, è
evidente come il desiderio di conoscere ciò che è fuori di noi porti con sé la
possibilità di conoscere anche una parte di noi stessi. È una caratteristica
che ci contraddistingue, un modo di fare.
Ed è così, o così dovrebbe
essere, anche e soprattutto all’interno di un processo educativo che
sostanzialmente è fatto di relazioni, di dialoghi, di domande e scoperte che,
se usate al meglio delle loro possibilità creative, fanno della scuola una
circostanza meravigliosa.
Bello sarebbe se questa
circostanza si trasformasse in passione pedagogica, cioè nel desiderio di
provare a mettersi in gioco, nonostante la costante spinta che la classe
insegnante subisce a trasformarsi in demotivati proponitori di nozioni
facilmente verificabili con crocette messe sul quadratino giusto.
Cos’è la cultura, se non critica
e capacità di discussione di ciò che accade? Che cos’è l’arte, se non ribellione
al proprio tempo e proposta di altri sguardi sul mondo? Cos’è la coscienza, se
non il rimettere continuamente in causa ciò che diamo per scontato e per vero?
E la scuola non dovrebbe essere il tempio di cultura, arte e scienza?
Bisogna dare ai ragazzi il tempo
di perdere tempo. In questo tempo veloce, ansioso addirittura, in cui la cosa
più importante sembra essere sempre quella di raggiungere il risultato in
programma, poter sostare a lungo su un argomento, lavorare intorno ad un’opera
d’arte o ad un problema geometrico tutto il tempo che ci vuole è chiaramente
sintomo di qualità. Lenta e meticolosa costruzione di comprensioni corali che
si sviluppano da dibattiti gestiti in classe da un/a rispettoso/a maestro/a che
restituisce ai bambini ed alle bambine il valore della loro voce e del loro
pensiero.
Si ha il vizio di separare tutto
precocemente mentre ogni giornata dovrebbe servire ad arricchire il nostro
immaginario e quello dei ragazzi intorno a quella tensione al conoscere che
vede l’unità di tutto il sapere e che caratterizza la nostra specie. Dovrebbe
essere così anche per noi che i banchi ce li siamo lasciati alle spalle da un
pezzo, invece succede che la scuola strappi l’imparare a leggere dall’amore per
la lettura, il saper contare dalla meraviglia che la matematica racchiude,
senza rendersi conto che quello che non succede in quegli anni spesso poi non
si recupera più.
La scuola per i più piccoli, ma
non solo, è un grande sforzo; ciò che a noi appare scontato non lo è per loro e
confrontarsi con quelle che sono state le grandi scoperte dell’umanità, le
grandi rivoluzioni che furono, ad esempio, il calcolo e la scrittura, richiede
che vengano proposte in maniera viva, che li si accompagni a ragionare
sull’origine di queste “comuni” pratiche umane, affinché se ne approprino col
gusto della scoperta, di ciò che trasforma il modo di vedere il mondo.