..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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giovedì 4 febbraio 2016

Per una Società libera

Nella società industriale dello sviluppo ad ogni costo la concentrazione di popolazioni massificate in spazi asfaltati e urbanizzati, le conurbazioni, sottomesse a una classe dominante alquanto mobile e gerarchizzata, ha bisogno di un apparato di potere complesso e rafforzato, una sofisticata megamacchina. Nei periodi di transizione il mantenimento delle condizioni essenziali al capitalismo costringe lo Stato non solo a sacrificare la politica autonoma ma anche a ridurre il personale burocratico, di modo che risulti infondata l’alternativa tra uno Stato democratico che trabocca di rappresentanti e un altro autoritario in cui le cariche arbitrarie siano cumulative. In una società schiava dei mercati lo Stato non ha altra scelta che quella di diventare creditore o debitore: l’uno può nascondersi dietro un’immagine più democratica quando si tratta di imporre le misure terroristiche necessarie al buon funzionamento dell’economia; l’altro deve piegarsi agli ordini di istanze esterne dettate da uno Stato più potente, come ad esmpio la Germania.
Al contrario, una società libera dai condizionamenti politici, quindi emancipata tanto dallo Stato quanto dal mercato. È una società senza cariche elettive, senza decisori né assessori, senza dirigenti né esperti, che deve funzionare al di fuori della politica professionale e dell’economia divenuta autonoma. Questo significa che deve ricreare al suo interno le condizioni non capitaliste sufficienti a garantire delle modalità di funzionamento democratico orizzontale abbastanza solide da rendere possibile un’esistenza senza capitale né Stato. Per citare Proudhon, essa deve: ”trovare una forma di transazione che, riducendo a unità la divergenza degli interessi, identificando il bene particolare e il bene generale, cancellando la diseguaglianza della natura per mezzo dell’educazione, risolva tutte le contraddizioni politiche ed economiche; in cui ogni individuo sia ugualmente e sinonimicamente produttore e consumatore, cittadino e principe, amministratore e amministrato; in cui la sua libertà aumenti sempre, senza che egli debba mai alienare nulla; in cui il suo benessere cresca indefinitamente, senza che egli possa subire, da parte della Società e dei suoi concittadini alcun pregiudizio, né nella sua proprietà, né nel suo lavoro, né nel suo reddito, né nei suoi rapporti d’interesse, di opinione e di affetto verso i suoi simili”.

mercoledì 27 gennaio 2016

Come strumento dei proletari coscienti per la critica di ogni ideologia presente

La pratica rivoluzionaria deve spazzare via ogni residuo ideologico e mitico che il mercato culturale e il conservatorismo del PCI, dei sindacati e dei loro alleati tentano di opporre come ultimo baluardo di fronte all’inevitabilità della loro scomparsa voluta dalla feccia proletaria emergente dalla società di classe. I “contestatori” della cosiddetta sinistra extraparlamentare sono i tristi epigoni dei fallimenti storici del movimento operaio ed impiegano ogni arte magico-ideologica per mettere le briglie all’onda rivoluzionaria e assicurarsi la gestione burocratica del futuro assetto sociale.
Acheronte intende essere l’espressione del minimo di coerenza finora raggiunto dai proletari organizzati soggettivamente e il massimo di spietatezza nei confronti dei falsi rivoluzionari.
Acheronte, organo dell’Organizzazione Consiliare, intende praticare il massimo di settarismo nei confronti dei nemici - dichiarati ed occulti – del proletariato moderno e, nel contempo, il massimo di apertura dialettica nei confronti dei sinceri rivoluzionari già in marcia verso la critica pratica della società presente, per l’instaurazione del potere assoluto dei Consigli Proletari.
La moderna teoria proletaria ci distingue no solo da coloro che vaneggiano sul Partito, vecchio o nuovo,ma anche da coloro i quali, riproponendo la logora tematica dei consigli operai, contrabbandano per novità le sconfitte storiche del proletariato, non rendendosi conto che solo l’autogestione generalizzata porterà alla distruzione pratica degli operai in quanto classe separata, per la realizzazione della felicità idonea al capovolgimento della sopravvivenza socializzata.


(ACHERONTE numero due, Ciclostilato in proprio Torino, 17/3/1971)

martedì 26 gennaio 2016

Il morbo del sindacalismo

Ogni movimento incontrollato in cui, per quanto embrionalmente, una critica sociale e culturale venga abbozzata, prova immediatamente il bisogno di definire un nuovo campo di significati e di affermare una nuova verità, ma il discorso del potere si installa nel cuore di ogni comunicazione, diventa la mediazione onnipresente e necessaria e riesce così a infiltrare, controllandolo dall’interno, ciò che lo contesta.
E così il sindacato diventa la malattia paralizzante e mortale che colpisce un movimento di base fra i lavoratori allorché questo cessa di discutere senza intermediari tutto ciò che è discutibile, e di agire di conseguenza.
Il morbo raggiunge la virulenza in particolare allorché un simile movimento si rassegna ad abbandonare all’arbitrio del datore di lavoro – altrimenti detto leggi dell’economia – la definizione del contenuto e degli scopi della propria attività per ridursi a contrattarne il prezzo, l’orario e le condizioni esterne in genere (e, anche queste, più di diritto che di fatto). Sintomi evidenti del progredire della malattia sono, ad esempio: omettere, nel corso delle riunioni, di parlare per fare piuttosto degli interventi; preoccuparsi di dire, al posto di ciò che si vive e si pensa, ciò che ci si immagina viva e pensi il lavoratore medio; accettare che qualcuno pretenda di parlare a nome di altri da cui non abbia ricevuto un mandato imperativo, revocabile e verificabile; guardarsi bene dal porre avanti, nel movimento, le contraddizioni sociali ed umane di fondo che si vivono sulla propria pelle, tacendo, per giocare il gioco degli interessi, tutto ciò che a prima vista non sembra immediatamente passibile di soluzioni concrete; introiettare il principio del rispetto di tutte le compatibilità con ogni esigenza esistente eccetto che con le proprie.

domenica 17 gennaio 2016

Da “Le ali della libertà”

O fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire.
Io ho scelto di vivere e per la seconda volta in vita mia ho commesso un crimine.
Ho violato la libertà condizionata, non credo che metteranno dei posti di blocco per questo, non per un vecchio come me [...]
Sono così eccitato che non riesco a stare seduto, né a concentrarmi su qualcosa..
credo che sia un’emozione che solo un uomo libero può provare..
un uomo libero all’inizio di un lungo viaggio la cui conclusione è incerta..
spero di farcela ad attraversare il confine..
spero di incontrare il mio amico e stringergli la mano..
spero che il pacifico sia azzurro come nei miei sogni.
Spero.

sabato 16 gennaio 2016

L'obbedienza è morte

L'obbedienza è morte. Ogni istante in cui l'uomo si sottomette ad una volontà esterna, è un istante estirpato dalla sua vita. Quando un individuo è obbligato a compiere un atto contrario al suo desiderio o quando è gli viene impedito d'agire in funzione del suo bisogno, egli smette di vivere la sua vita personale e, se da un lato colui che comanda aumenta il suo potere nutrendosi della forza di colui che è sottomesso, colui che obbedisce viene annullato, assorbito da una personalità esterna; diventa nient'altro che forza meccanica, strumento a disposizione di un padrone. Quando si parla dell'autorità esercitata da un uomo su altri uomini, da un sovrano sui sudditi, da un padrone sugli operai, da un proprietario sui propri lavoratori domestici, si capisce immediatamente che egli impiega la vita dei propri sottomessi per la soddisfazione dei propri piaceri, dei propri bisogni, dei propri interessi: cioè a suo vantaggio, a favore dello sviluppo della propria vita a discapito degli altri. Ciò che in genere si riesce a cogliere in maniera meno chiara, è l'influenza nefasta delle autorità d'ordine astratto: le idee, i miti religiosi e non religiosi, le tradizioni, gli usi e costumi, ecc. qualunque manifestazione esterna dell'autorità ha sempre e comunque origine in un'autorità mentale.
Nessun tipo d'autorità materiale, legata a leggi o individui, trova attualmente forza e ragione in sé stessa. Nessun tipo d'autorità materiale si esercita realmente da sé, tutto si basa su delle idee.
Poiché l'uomo si curva in primis davanti alle idee, riesce ad accettarne in seguito la realizzazione tangibile delle diverse forme del principio d'autorità.
L'obbedienza è composta da due fasi distinte: si obbedisce perché non si può fare altrimenti; si obbedisce perché si crede che bisogna obbedire.
Nel momento in cui un organismo si costituisce, tutte le sue forze tendono verso un unico fine: conservare la sua esistenza personale alimentandola e difendendola contro qualsiasi tipo di influenza in grado di distruggerla o sminuirla.
In natura tutti gli esseri si sforzano verso la vita; tutti ricercano, secondo le proprie facoltà, il godimento ottenuto dalla soddisfazione del bisogno; tutti gli esseri fuggono dalla sofferenza, dalla privazione che è restrizione, diminuzione della vita. La vita universale ci appare come prodotta dal movimento incessante delle individualità molecolari che si aggregano secondo la loro composizione e gli ambienti che incontrano. Allo stesso modo l'uomo cosciente si unirebbe ai suoi simili secondo i suoi bisogni e le associazioni umane si formerebbero, dissolverebbero e riformerebbero seguendo solo la manifesta utilità.
Se la scienza non ci mostra nessuna traccia di governabilità dell'universo, perché immaginare che solo l'uomo debba fare eccezione? Non sarebbe invece più saggio concludere che, liberato da tutti gli ostacoli, egli si comporterebbe come tutti i corpi esistenti in natura: seguendo la legge propria che è in lui, non come un comando proveniente da un'autorità esterna, ma come una necessità del suo essere. 

mercoledì 13 gennaio 2016

Il rifiuto del lavoro di Nietzsche

Nell’esaltazione del lavoro, negli instancabili discorsi sulla benedizioni del lavoro, vedo la stessa riposta intenzione che si nasconde nella lode alle azioni impersonali di comune utilità: la paura, cioè, di ogni realtà individuale. In fondo, alla vista del lavoro e con ciò si intende sempre quella faticosa operosità che dura dal mattino alla sera, si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia, che tiene ciascuno a freno e riesce a ostacolare validamente il potenziarsi della ragione, dei desideri, del gusto dell’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa e la sottrae al riflettere, al meditare, al sognare, al preoccuparsi, all’amore e all’odiare. Esso pone costantemente sott’occhio un meschino obiettivo e procura facili e regolari appagamenti. Così una società in cui di continuo si lavora duramente, avrà maggior sicurezza: e si adora oggi la sicurezza come la divinità somma. E ora! Orribile! Proprio il “lavoratore” si è fatto pericoloso! Gli individui pericolosi brulicano! E dietro a essi, il pericolo dei pericoli – l’individuum! -

sabato 9 gennaio 2016

Non esistono lavori separati o separabili

La capacità professionale di un individuo è il frutto dei suoi studi. È però anche il prodotto di una società che gli ha permesso, con i libri e con i saperi che gli ha trasmesso, di diventare capace di far certe cose; una società che ha dedicato risorse, energie, tempo, spazi alla sua formazione. Il suo impegno senza tutto ciò non sarebbe stato sufficiente a farne quello che è diventato; viceversa la cura della società non sarebbe bastata senza i suoi sforzi personali.
Ciascun individuo si dedicava a qualcosa, mentre il nostro uomo si applicava nello studio, tutti gli altri individui lavoravano, producevano, si impegnavano in attività diverse, ma altrettanto importanti. Se lui mangiava, si vestiva, viaggiava, leggeva, era perché altre decine di individui producevano i prodotti che consumava, tessevano e cucivano i vestiti che indossa, costruivano, guidavano i veicoli che lo trasportavano, scrivevano, stampavano, rilegavano i libri su cui lui studiava … e così via. Dietro il merito di uno c’è il merito di tutti; questo è il senso di una comunità, di una società.
Il fatto che egli abbia raggiunto un certo grado di professionalità e sia entrato nel mondo del lavoro non può rappresentare un fattore di distacco da questo contesto, semmai è il momento in cui egli comincia a restituire parte di quanto ricevuto sotto i più svariati aspetti. È difficile dire che il pastore che accudisce le sue pecore per ricavarne latte e lana svolga una professione meno importante del professore che beve latte e indossa maglioni di lana, o che il lavoro dell’artigiano costruttore di borse , di scarpe sia meno dignitoso e meritevole dell’attività dello studente che riempie una di quelle borse con i libri sui quali studia o del lavoro di un ingegnere, del chirurgo che indossa quelle scarpe per andare a lavorare.
Non c’è nulla nella società che non sia il prodotto di tante attività umane. Ma la nostra coscienza è stata così violentata che ci è difficile guardare dentro le cose che ci circondano, pensarle come l’aspetto finale di una serie più o meno lunga e laboriosa di attività.
Per questi motivi ritengo che un primario di ospedale, un chirurgo, un ingegnere, un amministratore delegato, un imprenditore guadagnino tanto denaro in un anno che ad una persona non basterebbero dieci vite per guadagnare altrettanto. Questo non solo è un fatto assurdo di per sé in quanto è ingiusto concedere ad una sola persona beni e privilegi che egli non potrà mai consumare nella sua intera vita, soprattutto è umiliane per tutti coloro che trascorrono i loro anni migliori piegati su un campo, rinchiusi in una fabbrica o arrampicati su di una impalcatura a sgobbare, per portare a casa un salario che serve a malapena per tirare avanti un altro mese in vista del successivo salario.
E per tornare al primario, al chirurgo di prima che oggi viene lautamente gratificato, cosa sarebbe tutta la sua bravura senza gli operai che hanno costruito i macchinari su cui lavora e dei tecnici che li hanno progettati, di quelli che li hanno istallati, degli infermieri che lavorano con lui, senza il lavoro dell’addetto alle pulizie, che rende sterile e igienicamente sano quell’ambiente, senza gli analisti, gli anestesisti, gli elettricisti, gli idraulici .. anche perché ognuno di questi a sua volta ha bisogno di persone che svolgono altri lavori: dal panettiere al calzolaio, dal contadino all’operaio, dall’insegnante al muratore, dal netturbino al medico, dall’autista di mezzi pubblici al pescatore. Ognuno è debitore sempre verso qualcun altro, non esistono lavori separati o separabili.
La divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e la gerarchia di valori che oggi assegna ad ognuna di queste attività una posizione differente nella scala sociale è il frutto della dissennata politica che tende a dividere gli individui, a perpetuare la divisione in classi, ad affidare privilegi agli uni e compiti gravosi ed umilianti ad altri al fine di garantire lo sfruttamento umano.
Solo l’abolizione della divisione tra queste due forme di lavoro e della proprietà privata, insieme ad un decentramento della produzione, delle attività e delle decisioni, che permettono il coinvolgimento della comunità delle scelte di fondo che la riguardano, all’equa divisione tra tutti gli esseri viventi della ricchezza mondiale, possono gettare le basi per l’instaurazione di una società egualitaria in cui il lavoro diverrà l’esercizio di una attività bella ed interessante.

lunedì 4 gennaio 2016

To be blue: Essere triste

 “Ho incontrato il Blues che camminava come un uomo e l’ho preso per mano”
Robert Johnson

Se vogliamo paragonare il Blues ad un albero, possiamo senza dubbio dire che le sue radici sono state estirpate dalla terra d’Africa e trapiantate in America.
L’Africa è la grande madre, la terra d’origine di una cultura che suo malgrado è stata costretta a migrare e rigenerarsi tra visi e tradizioni che non le appartengono. Il Blues, infatti, è un lungo percorso iniziato con il primo sbarco di una nave negriera. Sbarco avvenuto in terra americana e conclusosi, tra mille drammatiche vicende, nel suono delle corde di una chitarra. I quattrocento anni che separano questi due eventi sono la storia della formazione di un nuovo individuo di genoma africano, ma di formazione culturale legate al nuovo mondo: il nero americano, una specie di ibrido che scopre nel Blues il primo progetto autonomo mai concepito.
Tutto ciò che si è ereditato per via genetica non può sparire, ma si può imparare a coniugarlo con altre forme che ne permettano la sopravvivenza. Così agli schiavi delle grandi piantagioni non è rimasto altro da fare che inventarsi un nuovo modo di essere e di vivere, con la mente volta verso gli spazi liberi della savana e, nello sguardo, quelli altrettanto vasti ma costretti delle grandi monoculture. Ed in questi campi di lavoro, dove era anche difficile comunicare, nasce la musica Blues.
- Il Blues è l’avventura del nero americano che cerca di scuotersi di dosso la schiavitù, che cerca una diversa identità.
- Il Blues è figlio dei canti di lavoro, attraverso i quali il nero americano mette a punto una forma musicale autoctona e strutturata che lo identificherà culturalmente. Africa e America si fondono definitivamente in una stretta non più scindibile.
- Il Blues è una musica in grado di esprimere la sofferenza e la problematicità esistenziale di qualsiasi generazione presente o futura.
- Il Blues narra la storia di uomini e donne che hanno trovato in questa musica un modo di esprimere le proprie ansie e le proprie pene in una terra straniera, lontana da quella da cui provengono i loro avi e i profumi delle loro tradizioni.
- Il Blues è un processo intimo che raccoglie in se rabbia e preoccupazioni, ma anche dolcezza infinita e l’ultima convinzione di potercela fare.
- Il Blues è uno stato d’animo e come tale mutevole, cangiante a seconda delle situazioni che capitano e che bisogna affrontare.
- Il Blues non è solo tristezza, è anche contrapposizione, piacere della trasgressione e dell’ironia con cui il nero si fa beffa dell’uomo bianco giocando sul suo stesso terreno.
- Il Blues non è un fenomeno aleatorio o legato ad un periodo storico particolare, esso continua a rappresentare una lunga sintesi di esperienze di vita inevitabilmente destinate a ripetersi all’infinito perchè intimamente collegate all’animo umano e dunque universali.
- Il Blues è anche una grande metafora per rappresentare la natura dell’uomo, sempre alla ricerca del bene e sempre pronto ad inciampare nel male. Così nel Blues convivono il sacro e il profano, sempre apparentemente bipolari, ma in realtà completamente separati.
- Il Blues parla dell’abbandono della donna amata, della perdita al gioco, dei licenziamenti, delle angosce nei penitenziari; sempre e comunque di fatti che accadono in un ambiente in qualche modo degradato.
- Il Blues è soprattutto uno stato d’animo, l’espressione della propria interiorità, che poi è un bisogno universale e come tale non ha tempo.
- Il Blues più genuino è quello che viene espresso nella sua forma più sintetica, ridotta alla voce e ad un solo strumento, o addirittura ad un oggetto da cui si può, in qualche maniera, trarre un suono.
- Il Blues è stata la base del Rhythm and Blues, del Soul, del Rock’n’Roll, del Funky, del Rap, ma lo sarà sicuramente ancora per chissà quante altre espressioni musicali che nasceranno negli anni a venire.
Ogni situazione di difficoltà è una canzone Blues che attende di essere scritta.

BESSIE SMITH: In the house of Blues
Sitting in the house with everything on my mind
Looking at the clock and can’t even tell the time
Walking to my window and looking out of my door
Wishing that my man wold come home once more
Can’t eat, can’t sleep, can’t weak. I can walk the floor
Feel like calling murder let the police squad get me once more
They woke my up before day trouble on my mind

Wringing my hands and screaming, walking the floor holl’ing and crying
Catch ‘em don’t let them Blues here
 They take me in my bed can’t sit down in my chair

Oh, the Blues is got me on the go
They rolled around my house, in and out of my front door
Me ne sto seduta in casa con tante cose per la testa
 Guardo l’orologio e non riesco a leggere nemmeno l’ora
Vado alla finestra e guardo fuori dalla porta
 Vorrei che il mio uomo tornasse a casa un’altra volta
 Non riesco a mangiare, non riesco a dormire, sono così debole che non riesco ad attraversare la stanza
Mi sento di gridare all’assassino, di farmi prendere un’altra volta dalla polizia
Mi hanno svegliato prima dell’alba mentre avevo l’animo tormentato
Mi torcevo le mani e gridavo, camminavo per la stanza, urlavo e piangevo
Prendeteli, non lasciateli entrare qui dentro, quei Blues
Mi fanno rigirare nel letto, non riesco a sedermi sulla sedia
Oh, i Blues mi hanno messo la frenesia addosso
Hanno girato intorno alla mia casa entrando e uscendo dalla porta principale


mercoledì 30 dicembre 2015

Contestare questo monopolio espropriante

Contestare le istituzioni significa, contestare questo monopolio espropriante che mantiene in uno stato di inferiorità e di dipendenza permanente anzi progressiva, gli individui che compongono la società e che invece di maturare attraverso e grazie ad essa sono costretti sempre più e in ogni campo ad obbedire a chi comanda con una giustificazione che riduce di molto la differenza tra metodi violenti e metodi democratici, quando questi si avvalgono di mezzi di persuasione che fanno del consenso una vera e propria abdicazione alla libertà di giudizio e cioè all’esercizio effettivo della coscienza. La società dei consumi interiorizza semplicemente la costrizione sociale, trasformando la paura della repressione in vergogna della emarginazione. Il paradosso è che la libertà circolante nella democrazia dei consumi “libera” tutte le forme di licenza corruttrice ed oltretutto miope e contraddittoria in funzione di un unico scopo, quello dell’interesse esclusivamente individuale che, per corrispondenza all’abrasione sociale dell’individualità, elimina semplicemente la relazionalità come condizione e partecipazione all’umanità.

lunedì 28 dicembre 2015

Ricordando un compagno: Luigi Assandri

Di famiglia contadina, originario dell'Acquese (basso Alessandrino) dove è nato nel 1915, era approdato all'anarchismo nel dopoguerra. Diceva di aver sentito per la prima volta nominare Bakunin, Kropotkin e il loro pensiero da un soldato russo che si era unito alla sua banda partigiana (a riprova che nemmeno sotto il tallone di Stalin le idee libertarie erano state estirpate).
A liberazione avvenuta si arruola in polizia per congedarsene dopo breve tempo. Sua era la frase: "Anche un poliziotto può diventare anarchico, ma un anarchico non può mai trasformarsi in poliziotto".
Trova lavoro alle Ferriere FIAT, la fabbrica dove vi era un consistente numero di anarchici durante il fascismo e la resistenza. Si avvicina al movimento libertario divenendone un attivissimo propagandista. In fabbrica si dedica alla lotta anarco-sindacalista diventandone un acceso sostenitore contribuendo alla rinascita dell'USI. Acerrimo avversario della CGIL, si scontra in fabbrica con l'egemonia staliniana (raccontava di essere scampato a una raffica di mitra sparatagli alle spalle all'interno di un reparto) e nel movimento con gli anarchici favorevoli all'entrismo nel sindacato ormai dominato dai comunisti, con cui entrerà in annose polemiche.
Il 68 apre una nuova stagione della vita di Luigi, numerosi giovani si avvicinano alle idee anarchiche e lui diventa un importante punto di riferimento torinese. A differenza di altri vecchi compagni, anche se con un glorioso passato ormai piegati dalle disillusioni e dall'isolamento politico in cui erano stati relegati, Luigi ama stare con i ragazzi (i masnà, come li chiamava in piemontese), partecipa alle loro iniziative, discute con loro giorno e notte, li riempie di giornali opuscoli libri, li porta a mangiare a casa sua dove la sua compagna, Adele, li colma di attenzioni e, quando sono senza quattrini, compra loro le sigarette. Non è un teorico né un intellettuale, solo un semplice operaio autodidatta dotato di una profonda conoscenza delle idee e della storia dell'anarchismo, ma riesce lo stesso ad insegnare nel senso più profondo del termine, trasmettendo dei valori e una grande determinazione nella loro difesa.
Partecipa alle attività del circolo anarchico di via Ravenna di Torino, ma la sua attività più nota è quella di propagandista portando al massimo lo spirito di pratica dell’autodidatta. Compra un ciclostile e comincia a stampare in proprio a casa sua, prima decine e poi centinaia fra opuscoli, libri, e manifesti, dedicando la questa attività e ore libere dal lavoro e quelle strappate al riposo. Comincia così a manifestare uno degli esempi di autoproduzione, coadiuvato soltanto dalla compagna Adele.
Sviluppa uno stile grafico personalissimo ed inconfondibile arrivando a collages che non hanno bisogno di didascalie. In molti abbiamo amato l’opera caotica molto nera, povera e naif di Luigi, così come abbiamo amato la grafica e l’impaginazione poverissima, severa ma felice di Franco Leggio e la sua Fiaccola espressione di una personalità più vasta di anarchico. Molti libertari ed anarchici, non solo torinesi, hanno potuto leggere l’introvabile Stirner, e non solo lui, grazie alle ristampe di Luigi degli anni ’70.
Gli opuscoli che stampa li diffonde personalmente per le strade di Torino. In tutti i cortei in città c’è Luigi, da solo, con una borsa piena zeppa, che distribuisce i suoi opuscoli anarchici.
Si lascia un po’ di tempo libero per andare a funghi, tornare alla montagna. Lo ricordo ancora la mattina presto. verso le sei e trenta, col suo zainetto sulle spalle alla stazione di Porta Nuova  che va a prendere il treno per recarsi in montagna, prendendomi in giro col suo invito ad andare con lui, sapendo che non potevo perché avevo appena iniziato il mio turno di lavoro.
In città tutti lo conoscevano e lo stimavano. Ogni occasione era buona per propagandare le idee anarchiche, non solo con la stampa ma soprattutto con la parola: se anche casualmente incontrava qualcuno disposto al dialogo, persino nemici o avversari (fascisti e comunisti) intavolava lunghe e vivaci discussioni sull'anarchia, sulle infamie del capitalismo, dei regimi dittatoriali di destra e di sinistra, della chiesa e del militarismo. Insieme ad Adele partecipava ad ogni iniziativa, manifestazione, meeting congresso o convegno in cui gli anarchici si ritrovavano, sempre carico dei suoi materiali di propaganda.
La morte di Adele, avvenuta nei primi anni Novanta, chiude la fase della sua esistenza militante, pur restando sempre anarchico sino alla fine. Cede la sua biblioteca all'Anarkiviu "Tommaso Serra", smette di diffondere i suoi opuscoletti, dedicandosi unicamente alla ritrovata passione giovanile per il ballo.
Abbiamo amato lo stile di Luigi che sapeva porgere l’anarchia con la mitezza del suo sguardo, con la parola, con lo scritto, con la grafica, ma soprattutto con la migliore e più comunicativa propaganda del fatto: la sua vita; facendo desiderare, al di là dell’opera, di vivere anche noi 10, 100, 1000 vite come la sua.
Il 22 novembre 2008 Luigi se ne è andato. Il suo corpo è stato cremato al cimitero monumentale di Torino. Ad accompagnarlo nell'ultimo viaggio diverse bandiere rossonere, portate da compagni di tutte le età.