..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

Translate

mercoledì 18 gennaio 2017

18 gennaio 1965: Malcom X

Il 18 gennaio 1965 la Young Socialist Alliance, gruppo giovanile trockista del Partito Socialista dei Lavoratori (SWP), intervistò Malcolm X, leader della Muslim Mosque Inc. e noto attivista a favore dei diritti e dell’autodeterminazione degli afroamericani e dei diritti umani in generale. L’intervista, rilasciata a Jack Barnes e a Barry Sheppard appena un mese prima della morte del giovane leader afroamericano, fu lievemente rielaborata e accorciata su approvazione dello stesso Malcolm X e pubblicata nel numero di marzo-aprile della rivista “Young Socialist”.
Quanto emerge dalle dichiarazioni rilasciate a Barnes e Sheppard è il profilo di un uomo profondamente convinto della lotta e degli ideali che propugna, anche se la vera forza di queste parole si trova nella lucidità con cui Malcolm X rielabora e approfondisce gli aspetti più radicali della sua filosofia. Nella primavera del 1963 infatti egli si era pubblicamente distaccato dalla Nation Of Islam (NOI), la “setta islamica militante” la cui tesi centrale era quella secondo cui la maggior parte degli schiavi africani erano stati musulmani prima di venire catturati e che quindi i neri avrebbero dovuto riconvertirsi all'Islam, creando una nazione nera separata all'interno degli Stati Uniti (secondo l’ideologia del nazionalismo nero). La Muslim Mosque Inc. invece, nata nel 1963, abbandonò il presupposto religioso come elemento di coesione per il popolo nero impegnandosi in quelle battaglie civili, civiche e politiche che la NOI poneva in secondo piano. Nel frattempo Malcolm X si convertì all’islamismo ortodosso e nel 1964 partì per un viaggio che lo condusse in Egitto e poi a Jeddah, in Arabia Saudita, con destinazione finale La Mecca, luogo in cui arrivò per la prima volta a concepire l'Islam come una religione capace di abbattere qualsiasi barriera razziale, abbandonando definitivamente la tesi del nazionalismo nero per abbracciare la battaglia a favore dei diritti civili.
Insieme a A. Peter Bailey e altri, Malcolm fondò il distaccamento statunitense della Organizzazione per l'Unità Afro-americana (OAAU) Ispirandosi alla Organizzazione per l'Unità Africana (OAU), che aveva come scopo quello di utilizzare ogni mezzo necessario per creare una società in cui 22 milioni di afroamericani fossero riconosciuti e rispettati come esseri umani.
L’intervista del 18 gennaio, dunque, si colloca in un periodo di trasformazioni profonde nel pensiero del trentanovenne leader afroamericano, in bilico tra la folgorazione religiosa e lo spirito internazionalista che aveva caratterizzato molti leader rivoluzionari negli anni precedenti (basti pensare all’intensa attività che aveva svolto Che Guevara nei suoi viaggi in Africa e sud America), a dimostrazione di un ampliamento di vedute che superava i confini degli Stati Uniti e  faceva di Malcolm X un uomo capace di riconoscere i crimini dell’imperialismo americano nella guerra del Vietnam e nello sfruttamento dei popoli oppressi dell’Africa. La sua analisi politica infatti è lungi dal potersi ridurre alla semplice rivendicazione di alcuni diritti fondamentali e inalienabili: a differenza di altri leader afroamericani, cui Martin Luther King era l’esponente di maggior spicco, Malcolm X era conscio del fatto che la semplice protesta non poteva sostituire un sistema politico e culturale che diffondeva razzismo e violenza di classe fin dalla sua fondazione (anche per questo criticò aspramente la Marcia su Washington dicendo che non trovava nulla di eccitante in una dimostrazione "fatta da bianchi davanti alla statua di un presidente morto da cento anni e al quale, quando era vivo, noi non piacevamo" ) e nel quale non ci si poteva affidare tanto al Partito repubblicano quanto a quello democratico, indicato, anzi, come il bacino di raccolta dei maggiori esponenti del razzismo negli Usa. La disillusione e la cruda analisi sociale effettuata da Malcolm X fecero anche in modo che, in seguito all’assassinio di John F. Kennedy,  egli commentasse piuttosto freddamente che la violenza che i Kennedy non erano riusciti a fermare gli si era "ritorta contro", aggiungendo che questo genere di cose non lo intristiva ma lo rendeva felice, dimostrando ancor più di essere distante dalle posizioni nonviolente di una parte del movimento afroamericano. Quando Barnes e Sheppard gli domandarono come mai si facesse sostenitore della violenza, egli rispose piuttosto laconicamente che “A ognuno piacerebbe raggiungere il suo obiettivo pacificamente(…). Non ho mai sentito di qualcuno andare dal Ku Klux Klan per insegnar loro la nonviolenza, o dalla Birch Society o da altri elementi di destra. La nonviolenza è predicata solamente agli americani neri, e non procedo con chiunque voglia insegnare la nonviolenza alla nostra gente, finchè al contempo qualcuno non insegni al nostro nemico a essere nonviolento. Penso che dovremmo difenderci con ogni mezzo necessario quando siamo attaccati dai razzisti”.

lunedì 16 gennaio 2017

L’orologio

Nell’esatto momento in cui la rivoluzione industriale ha richiesto una maggiore sincronizzazione del lavoro, nasce l’esigenza dell’orologio. Il piccolo congegno che regola i nuovi ritmi della vita industriale rappresenta allo stesso tempo uno dei bisogni più urgenti tra quelli indotti dal capitalismo per stimolare il proprio progresso.
Così scopriamo, il senso del tempo nel suo condizionamento tecnologico e con il calcolo del tempo, il mezzo di sfruttamento del lavoro. Con la divisione del lavoro, la sorveglianza della manodopera, le multe , le campane e gli orologi, gli incentivi in denaro, le prediche e l’istruzione, la soppressione delle feste e degli svaghi, vengono plasmate le nuove abitudini di lavoro e viene imposta la nuova disciplina del tempo. E allorché viene imposta la nuova disciplina del tempo, gli operai iniziano a combattere non contro il tempo, ma intorno ad esso. La prima generazione di operai di fabbrica viene istruita dai padroni sul valore del tempo; la seconda generazione forma le commissioni per la riduzione d’orario nell’ambito del movimento delle dieci ore; la terza generazione sciopera per lo straordinario come tempo retribuito in modo maggiorato del 50 per cento. Gli operai hanno accettato le categorie dei propri padroni e hanno imparato a lottare all’interno di esse. Hanno appreso la lezione:il tempo è denaro.

sabato 14 gennaio 2017

15 gennaio 1990: occupazione della Sapienza da parte della Pantera

15 gennaio: La Pantera siamo noi.
Alla fine del 1989 una pantera nera venne ripetutamente avvistata intorno a Roma; seminò il panico e sfuggì ai safari organizzati per catturarla, e scomparve infine nel nulla. Non fu l'unica pantera ad aggirarsi per le città e a ruggire in quei giorni: proprio dal felino, che occupò le prime pagine dei giornali e i programmi televisivi, si diede il nome il movimento di studenti universitari e medi che agitò le scuole e occupò le facoltà del Paese: chi ha paura della Pantera?
Il 15 gennaio 1990 gli studenti occuparono la facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma; questa occupazione segnò la nascita del movimento della Pantera. Già da qualche mese erano occupati un laboratorio e un'aula della Sapienza e fino a dicembre era stata occupata la biblioteca per protestare contro i ridotti orari di apertura, dovuti ai tagli al personale dell'università.
La prima città a muoversi era stata Palermo (6 dicembre 1989), dove la precaria situazione dell'istruzione era aggravata da problemi economici e sociali. Poi, quando il 15 gennaio la Pantera occupò alla Sapienza le facoltà di Lettere, Psicologia e Scienze Politiche, la protesta esplose: mentre l'ateneo romano resterà occupato fino alla primavera, in tutta Italia vennero occupate scuole e facoltà e bloccata la didattica.
Primo Ministo era Giulio Andreotti, al suo ultimo mandato; il ministro dell'Istruzione era Antonio Ruberti, socialista, craxiano. É l'ultima legislatura della cosiddetta Prima Repubblica, siamo alle soglie di Tangentopoli.
Il motivo aggregante della protesta fu la proposta di legge Ruberti che prevedeva l'autonomia degli atenei e l'ingresso dei privati nelle Università. Il primo aspetto segnava la fine dell'idea stessa di Università di massa, con la creazione di una gerarchia tra gli atenei, divisi tra atenei di eccellenza e atenei di seconda fila. La legge prevedeva poi la possibilità per le aziende di contribuire al finanziamento dei corsi di studio, in base alle necessità dei loro piani industriali, alleviando, secondo le intenzioni del Governo, l'onere contributivo dello Stato nella ricerca. Se un'azienda investiva capitali per un programma di ricerca, era ovvio pensare, secondo il movimento, che non avrebbe fatto beneficienza. Gli studenti rivendicavano un sapere slegato dal processo produttivo e una formazione culturale non necessariamente collegata alla sua spendibilità nel mondo del lavoro.
I motivi della protesta non si fermavano però alla sola opposizione alla riforma. Si voleva uscire dalla marginalità in cui si trovavano gli studenti all'interno, ma anche all'esterno dell'Università, privi di potere decisionale sul proprio futuro. Si contestava inoltre l'aumento delle tasse che avrebbe seriamente compromesso il diritto allo studio. Preoccupava poi l'entrata in Europa, con la nascita dell'Unione Europea. L'unione economica e finanziaria avrebbe condotto la ricerca, secondo la Pantera, ancora di più nelle mani delle grandi multinazionali. Infine, il movimento rivendicava l'accesso a un'informazione libera e autonoma, e contestava la manovra dell’allora solamente imprenditore Berlusconi (legittimata dall'allora ministro delle Comunicazioni Mammì, dopo la deregulation degli anni Ottanta) di accentramento dei canali di comunicazione.

giovedì 12 gennaio 2017

Autonomia operaia e autonomia dei proletari

Sono circa due anni che i giornali del Kapitale italiano (tutte le sue tendenze, dal Tempo all'Unità) sbraitano contro un nuovo gruppo: Autonomia Operaia, autore a loro dire di tutte le provocazioni e delle azioni teppistiche compiute negli ultimi tempi. In questi giorni poi la campagna giornalistica (soprattutto da parte della sinistra capitalistica) contro i provocatori si è accentuata poiché in fase di ristrutturazione il capitale italiano non può sopportare l'attività sovversiva dei compagni che non intendono più pagare sulla propria pelle il prezzo delle varie crisi capitalistiche o meglio il prezzo dell'esistenza capitalistica stessa. Compagni che sono usciti dalla logica politica dei partiti o gruppetti stalino-leninisti e che superando la falsa sfera della politica, alienante e separata, portano avanti un discorso basato sull'esigenza di negare la sopravvivenza capitalistica, la dittatura spettacolare-mercantile che il dominio reale del capitale ha imposto. Storicamente la classe operaia nei momenti di esplosione rivoluzionaria ha sempre mandato affanculo i preti radical-borghesi socialisti, sedicenti comunisti, che erigendosi a suoi rappresentanti si erano innalzati i propri templi imponendo ai protetti il pellegrinaggio dopolavoristico. Fin dalle sue origini la classe operaia ha trovato momenti di organizzazione e di collegamento al di là degli schemi delle varie organizzazioni radical-borghesi, non ha certo aspettato il messia rivoluzionario per reagire al capitalismo. Ha saputo trovare propri mezzi e modi: dagli scioperi selvaggi agli atti di sabotaggio. Cominciando dal 1811 in Inghilterra con il movimento Luddista, prima e grossa espressione dell'autonomia operaia, passando per il giugno 1848 con le giornate del proletariato rivoluzionario parigino, continuando con La Comune e con i movimenti del '900 con la rivoluzione sovietica (fino a quando rimane tale), fino al '68. In queste esperienze il proletariato ha però superato l'ambito riduttivo delle rivendicazioni economico-politiche; o meglio nel momento in cui il capitale superando la fase di dominio formale ha instaurato il suo dominio reale, il proletariato e con esso i proletarizzati ha cominciato un discorso totale contro il suo essere proletario (o proletarizzato), contro il lavoro, contro la sopravvivenza capitalistica rifiutando la sfera separata della politica. Concludendo si può parlare dell'autonomia degli operai che tendono a negare la loro sopravvivenza in quanto tali e ad affermare la loro vita in quanto comunisti, dell'autonomia dei proletarizzati che negano la società spettacolare-mercantile ponendosi contro di essa (al di fuori non ci crede nessuno). Cosa diversa è invece l'organizzazione Autonomia Operaia, rimasta interna alla logica politica, all'ideologia marx-leninista, all'ipotesi del partito rivoluzionario, negando il contrasto tra i due concetti: di partito, che implica una ideologia, una struttura verticale, dei quadri dirigenti, dei militari, dei simpatizzanti, degli iscritti, dei militarizzati e dei non...; e di rivoluzionario, che nega tutto ciò e afferma se stesso, il proprio corpo, le proprie esigenze (comuniste). Questi compagni (Aut. Op.) partono da una realtà rivoluzionaria: l’esigenza di sviluppo autonomo di bisogni proletari, per riproporre tuttavia la militanza rivoluzionaria(professionale) e il partito, con l'unico risultato di incanalare queste esigenze rivoluzionarie negli schemi capitalistici della politica e dell'ideologia. Pur muovendosi da premesse anti-revisioniste (il rifiuto della figura coscienziale del partito e l'innesco del movimento autonomo) l'autonomia operaia organizzata fa rientrare il partito dalla finestra, burocratizzando lo stesso concetto di autonomia.

(Volantino di: Neg/azione 1976)

sabato 7 gennaio 2017

Il processo dei sessantasei (Lione, 1883)

Il cosiddetto «processo dei 66» si riferisce al processo che avvenne in seguito ad un attentato causato dal lancio di una bomba al Teatro Bellecour di Lione (ottobre 1882), attribuito ad un gruppo di anarchici e che vide imputati Kropotkin, Emile Gautier, Felix Tressaud ed altri.
Il processo iniziò l'8 gennaio 1883, a Lione, l'accusa agli anarchici è «D'esser stati affiliati o fatto atto d'affiliazione ad una società internazione, avente per obiettivo di provocare la sospensione del lavoro, l'abolizione del diritto della proprietà, della famiglia, della patria, della religione e di aver anche commesso attentati contro la pace pubblica».
Il 19 gennaio, gli imputati lessero la seguente dichiarazione per spiegare l'essenza delle loro idee libertarie, e quello che è l'anarchia e chi sono gli anarchici.
“Che cos'è l'anarchia, che cosa sono gli anarchici, stiamo per dirvelo. Gli anarchici signori, sono dei cittadini che, in un secolo nel quale si predica ovunque la libertà delle opinioni, hanno ritenuto loro dovere di invocare la testimonianza della libertà illimitata. Si, signori, noi siamo, secondo l'opinione della gente, qualche migliaio, qualche milione forse “perchè non abbiamo altro merito che di dire ad alta voce ciò che la folla pensa a bassa voce“, siamo qualche milione di lavoratori che rivendicano la libertà assoluta, nient'altro che la libertà, tutta la libertà!
Vogliamo la libertà, cioè reclamiamo per ogni essere umano il diritto e i mezzi per fare tutto ciò che gli piace e di non fare ciò che non gli piace; di soddisfare integralmente tutti i suoi bisogni, senza limiti che le impossibilità naturali e i bisogni dei nostri vicini ugualmente rispettabili. Vogliamo la libertà e crediamo la sua esistenza incompatibile con l'esercizio di qualsiasi potere, quali che siano la sua origine e la sua forma, che esso sia eletto o imposto, monarchico o repubblicano, che si ispiri al diritto divino al diritto popolare, alla Santa Ampolla (l'ampolla che conteneva l'olio sacro col quale si consacravano i re di Francia) o al suffragio universale. Il fatto è che la storia è lì per insegnarci che tutti i governi si assomigliano e si equivalgono. I migliori sono i peggiori. C'è più cinismo negli uni e più ipocrisia negli altri. Nel fondo, sempre le stesse parole, sembra la stessa intolleranza. Non c'è alcuno, anche dei più liberali, in apparenza, che non abbia in riserva, sotto la polvere degli arsenali legislativi, qualche buona leggina contro l'Internazionale da usare contro le opposizioni fastidiose.
Il male, in altri termini, agli occhi degli anarchici, non risiede in questa forma di governo piuttosto che in quella. Esso è nell'idea stessa di governo, è nel principio di autorità. La sostituzione, in una parola, nei rapporti umani, del libero contratto, perpetuamente rivedibile e annullabile, alla tutela amministrativa e legale, alla disciplina imposta: ecco il nostro ideale. Gli anarchici si propongono dunque di insegnare al popolo di fare a meno del governo come comincia a imparare a fare ameno di Dio.
Imparerà anche a fare ameno dei proprietari. Il peggiore dei tiranni, infatti, non è colui che vi imprigiona, è colui che vi affama; non è colui che vi afferra per il collo, è colui che vi prende per il ventre. Nessuna libertà in una società dove il capitale è monopolizzato nelle mani di una minoranza che diminuisce di numero ogni giorno e dove nulla è equamente ripartito, neppure l'istruzione pubblica, sebbene pagata coi soldi di tutti.
Crediamo noi, che il capitale, patrimonio comune dell'umanità, dal momento che è il frutto della collaborazione delle generazioni passate e delle generazioni presenti, deve essere a disposizione di tutti, in modo tale che nessuno possa esserne escluso e nessuno, in cambio, possa accaparrarne una parte a detrimento degli altri.
Vogliamo in una parola, l'Uguaglianza: l'uguaglianza di fatto come corollario o piuttosto come condizione primordiale di libertà. A ciascuno secondo le sue facoltà, a ciascuno secondo i suoi bisogni: ecco quello che vogliamo sinceramente, energicamente; ecco ciò che sarà, poiché non c'è prescrizione che possa prevalere su rivendicazioni insieme legittime e necessarie. Ecco perchè si vuole offrire tutte le ignominie.
Scellerati che noi siamo! Noi reclamiamo il pane per tutti, il sapere per tutti, il lavoro per tutti, per tutti pure l'indipendenza e la giustizia”.
Il 28 gennaio, contro gli imputati, furono emesse condanne molto dure: 4 anni di carcere per gli anarchici Kropotkin, Emile Gautier, Joseph Bernard, Pierre Martin, Toussaint Bordat... e da sei mesi a tre anni per 39 altri loro compagni.

Estratto da Documents d'Histoire, Paris, 1964

giovedì 5 gennaio 2017

La battaglia di Wolf Mountain

Tashunka Uitko
Cavallo Pazzo
L'8 gennaio del 1877 ci fu l'ultima grande battaglia tra le truppe dell'esercito americano, condotte dal generale Miles, e una coalizione di Sioux e Cheyennes, sotto la guida di Cavallo Pazzo.
Dopo una tregua di più di 50 anni nel 1850 la guerriglia indiana era ripresa poiché i carri americani che andavano e venivano dalle miniere d'oro facevano fuggire i bisonti. Nel 1864 abbiamo uno degli episodi più atroci della guerra indiana: un villaggio indiano sul torrente Sand Creek (Oklahoma) fu attaccato dai soldati del colonnello John Chivington, che massacrarono, stuprarono e mutilarono 200 persone inermi, i cui scalpi furono poi esposti come trofei.
La guerra aperta riprese quando ne 1874 si scoprì l'oro nelle Black Hills, colline che i Sioux consideravano sacre. Il colonnello George Armstrong Custer decise di occupare la regione.
Il 25 luglio 1876 l'esercito degli Stati Uniti d'America, comandato dal colonnello Custer, subì una schiacciante sconfitta da parte di una forza combinata di Lakota, Sioux, Cheyenne e Arapaho nella battaglia del Little Big Horn, nel territorio orientale del Montana. I federali ebbero più di 270 morti e il resto dell'esercito dovette fuggire in ritirata davanti a più di 1200 indiani, usciti praticamente indenni dalla battaglia.
L’immediata reazione dei vertici dell’esercito degli Stati Uniti, alla inaspettata quanto scioccante notizia della disfatta del 7° cavalleria a Little Bighorn, fu quella di ordinare l’invio di parecchi reggimenti, guidati dal generale Miles, nel Montana sud-occidentale allo scopo di liquidare il più in fretta possibile la “pratica” degli indiani ostili.
La grande coalizione di Sioux e Cheyenne invece si era già divisa in numerose bande.
A differenza degli anni precedenti, la maggior parte dei gruppi famigliari Lakota e Cheyenne, quell’autunno del 1876, non rientrò nelle varie riserve per ricevere le razioni alimentari annuali. Rimase invece tra i propri parenti con i quali si erano ricongiunti in primavera per il tradizionale periodo di caccia.
A trattenerli lontano dalla riserva, nonostante la selvaggina cominciasse già a scarseggiare e i primi segnali dell’imminente arrivo dell’inverno fossero ormai evidenti, fu la decisione del Congresso di sospendere la distribuzione delle razioni come ritorsione per la mancata concessione delle Black Hills da parte degli indiani e di affidare il controllo delle agenzie ai militari.
L’impossibilità di stabilire i consueti campi invernali, i continui scontri con i soldati e la fame che ormai attanagliava donne, vecchi e bambini portarono la depressione più nera anche tra i capi più favorevoli alla guerra. Toro Seduto e il suo popolo decisero di rifugiarsi oltre il confine canadese.
Alla fine di quel dicembre 1876 anche nel campo di Cavallo Pazzo che contava ormai circa 800 tende, la fazione favorevole alla resa si era rafforzata sempre di più. Anche lo stesso capo, benché riluttante, non si oppose alla proposta di invio di una delegazione di capi per parlamentare con i soldati e negoziare una resa onorevole, che soprattutto ponesse fine alle sofferenze di coloro che erano più esposti ai disagi del freddo e della fame: vale a dire le donne, gli anziani e i bambini.
Una delegazione di 5 capi, scortati da alcuni guerrieri, raggiunse le vicinanze della postazione di Miles il 16 dicembre.
Tatanka Yotanka
Toro Seduto
Il gruppo venne uccise a tradimento dalla tribù dei Corvi, ingaggiati dai federali com scouts.
Non appena il destino subito dalla delegazione di pace fu noto nei campi Sioux e Cheyenne, ogni pensiero di resa pacifica fu immediatamente abbandonato. Cavallo Pazzo non tardò a parlare apertamente di vendetta. Il piano consisteva nell’utilizzare un gruppo di guerrieri come esca per attirare i soldati in un luogo adatto ad un’imboscata.
Il giorno prima della battaglia però un gruppo di donne e bambini cheyennes venne catturato dai soldati americani e il gruppo "esca" cercò di attaccare gli scouts dell'esercito. Questo attacco mise in allerta Miles; la mattina dopo vide l'esercito americano già schierato, eliminando così qualsiasi effetto sorpresa.
Erano circa le 7 del mattino dell’8 gennaio 1877 quando i guerrieri Lakota e Cheyenne Settentrionali attaccarono la compagnia K del 5° Fanteria dando così inizio alla battaglia di Wolf Mountain.
Quando gli indiani furono a distanza di tiro, i soldati risposero al fuoco e, grazie anche alle cannonate dei due pezzi di artiglieria, respinsero gli attacchi che a più riprese vennero loro portati.
Quando il gruppo di Cavallo Pazzo giunse fino a soli 50 metri dalle linee delle compagnie A e D, Miles ordinò alla compagnia C di muoversi in soccorso dei compagni, sostenendo la manovra con un fuoco di artiglieria. I Lakota furono quindi respinti ed inseguiti per un breve tratto.
I combattenti di entrambe le fazioni erano prostrati dalla fatica e dal freddo e avevano quasi esaurito le munizioni. Per queste ragioni, poco dopo mezzogiorno, la battaglia poteva dirsi conclusa.
Nonostante le migliaia di colpi sparati da entrambe le parti, oltre ai colpi di cannone, il bilancio della battaglia fu estremamente limitato in quanto a perdite umane. Tra i soldati ci furono 2 vittime ed alcuni feriti, mentre gli indiani contarono 2 morti tra i Lakota oltre al Cheyenne Grande Corvo e ad un certo numero di feriti.
la sensazione di sicurezza e potenza derivata dalla vittoria di Little Bighorn era venuta meno, e grande era l’incertezza in molti capi sul futuro del proprio popolo.
Nei mesi seguenti furono inviati molti messaggeri dai forti e dalle agenzie presso le varie bande con l’intento di convincere gli indiani “ostili” ad una resa pacifica. a partire dall’inizio della primavera, molti gruppi si arresero, arrivando alla spicciolata nei vari forti e agenzie.
Il 5 settembre 1877 morì Cavallo Pazzo, ferito a morte con una baionetta.
Sulla sua morte ci sono diverse versioni: alcune fonti indicano che sarebbe stato ucciso dalla baionetta di un soldato dopo essersi arreso con la sua tribù, altre fonti ancora narrano che avrebbe lasciato la riserva senza autorizzazione per accompagnare sua moglie malata dai genitori e il Generale George Crookne avrebbe ordinato l'arresto. Resosi conto che lo stavano portando in prigione Cavallo Pazzo avrebbe tentato la fuga e sarebbe stato ucciso in questa occasione da un soldato semplice.

martedì 3 gennaio 2017

Spontaneità e dittatura

Noi rivoluzionari-anarchici, fautori dell'istruzione generale del popolo, dell'emancipazione e del più vasto sviluppo della vita sociale e di conseguenza nemici dello Stato e di ogni statalizzazione, affermiamo, in opposizione a tutti i metafisici, ai positivisti e a tutti gli adoratori scienziati o no della scienza deificata, che la vita naturale precede sempre il pensiero, il quale è solo una delle sue funzioni, ma non sarà mai il risultato del pensiero; che essa si sviluppa a partire dalla sua propria insondabile profondità attraverso una successione di fatti diversi e mai con una serie di riflessi astratti e che questi ultimi, prodotti sempre dalla vita, che a sua volta non ne è mai prodotta, indicano soltanto come pietre miliari la sua direzione e le varie fasi della sua evoluzione propria e indipendente.
In conformità con queste convinzioni noi non solo non abbiamo l'intenzione né la minima velleità di imporre al nostro popolo, o a qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse popolari portano in se stesse, negli istinti più o meno sviluppati dalla loro storia, nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni coscienti o inconsce, tutti gli elementi della loro futura organizzazione naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni potere di Stato, ogni governo deve, per la sua medesima essenza e per la sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente mirare a subordinarlo a un'organizzazione e a fini che gli sono estranei noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici di un'organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo potrà essere felice e libero solo quando, organizzandosi dal basso in alto per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere e al di fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria vita.
Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa definizione perché siamo realmente nemici di ogni autorità, perché sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi.

(M. Bakunin da "Stato e Anarchia", 1873)

sabato 31 dicembre 2016

Che crepi questo mondo!!!

È il nuovo anno! La voce chiara del ragazzo e la voce spezzata del vecchio intonano la stessa ballata: la ballata dei voti e degli auguri. L'operaio al suo padrone, il debitore al suo creditore, l'inquilino al suo proprietario, ripetono lo stesso ritornello del buono e felice anno. Bisogna che si rida! Bisogna che ci si diverta. Che tutti i volti assumano un atteggiamento di festa. Che tutte le labbra lascino sfuggire i migliori auguri. Che su tutte le facce si disegni il ghigno della gioia. È il giorno della menzogna ufficiale, dell'ipocrisia sociale, della carità farisaica, dell'imbroglio e del falso.
I volti si illuminano e le case si rischiarano! E lo stomaco è nero e la casa è vuota. Tutto è apparato, tutto è apparenza, tutto è artificiale, tutto è inganno! La mano che stringe la vostra è un artiglio o una zampa. Il sorriso che vi accoglie è un ghigno o una smorfia. L'augurio che vi riceve è una bestemmia o una beffa.
Si sente l'eco che rimanda la voce del cannone e che ripete il fischio della fabbrica. La mitraglia fuma ancora e ancora la caldaia lascia sfuggire il vapore. L'ambulanza trabocca di feriti e l'ospedale rifiuta i malati. La granata ha aperto questo ventre e la macchina ha tagliato questo braccio.
La bandiera bianca sventola: è l'armistizio, la tregua, per un'ora e per un giorno, le mani si tendono, i visi si sorridono, le labbra balbettano parole d'amicizia: sogghigni d'ipocrisia e di menzogne.
Lunga vita a te, proprietario, che mi getterai sul selciato della città senza preoccuparti del freddo e della pioggia!
Lunga vita a te, padrone, che mi hai sottratto questi ultimi giorni, perchè il mio corpo era indebolito dopo la dura malattia che ho contratto al tuo servizio!
Lunga vita, lunga vita a voi tutti, panettieri, droghieri, bottegai, che tenevate in pugno la mia povertà con i vostri vergognosi balzelli e che facevate commercio di ogni mio bisogno, di ogni mio desiderio!
E lunga vita e buona salute a tutti, maschi e femmine fiaccati dalla civiltà: buon anno a te, operaio onesto; a te, ruffiano regolare; a te, registrato nei libri della questura; a voi tutti di cui ogni atto, ogni passo, è un atto e un passo contro la mia libertà, contro la mia individualità!
AH! AH! Lunga vita e buona salute!
Volete degli auguri, eccoveli.
Che crepi il proprietario che possiede il posto dove distendo le mie membra e che mi vende l'aria che respiro!
Che crepi il padrone che, per lunghe ore, fa passare l'aratro delle sue esigenze sul campo del mio corpo!
Che crepino questi lupi famelici che riscuotono la decima sul mio sonno, sul mio riposo, sui miei bisogni, ingannando il mio spirito e avvelenando il mio corpo!
Che crepino i catalogati di tutti i sessi con i desideri umani che si soddisfano solo con promesse, fedeltà, denaro e insulsaggini!
Che crepi l'ufficiale che ordina l'assassinio e il soldato che gli ubbidisce; che crepino il deputato che fa la legge e l'elettore che fa il deputato!
Che crepi il ricco che si accaparra una così larga fetta del bottino sociale, ma crepi soprattutto l'imbecille che gli prepara il pastone.
Guardatevi dunque attorno. Sentite più viva che mai la menzogna sociale. Il più ingenuo di voi riconosce ovunque l'ipocrisia vischiosa dei rapporti sociali. La falsità appare ad ogni passo. Questo giorno, è la ripetizione di ogni altro giorno dell'anno. La vita odierna non è fatta che di menzogne e di artifici. I poveri ciondolano dal sorriso della custode al ghigno della bettola e i ricchi dall'ossequità del lacchè alle lusinghe della cortigiana. Facce glabre e maschere di gioia.
Perchè noi si possa un giorno cantare la vita in piena naturalezza, bisogna che crepi il vecchio mondo con la sua ipocrisia, la sua morale, i suoi pregiudizi che avvelenano l'aria e impediscono di respirare. Che si faccia un Capodanno in cui non si faranno voti e auguri bugiardi, ma in cui, al contrario, si getterà il proprio pensiero in faccia a tutti.
La Proprietà, la Patria, gli Dei, l'Onore saranno scaraventati nella fogna assieme a coloro che vivono di questi fetori.
Che crepi questo vecchio mondo!

Joseph Albert “Libertad”
(L'anarchie, n. 90, dicembre 1906)

venerdì 30 dicembre 2016

Le associazioni informali

Siamo anarchici che desiderano una libertà senza limiti. Lottiamo per la liberazione, per un rapporto decentrato e non mediato con il nostro ambiente e con coloro che amiamo e con cui abbiamo affinità. I modelli organizzativi ci offrono solo altra burocrazia, controllo e alienazione, uguali a quelli che riceviamo già dall’organizzazione attuale.
Occasionalmente può esistere una buona intenzione, ma il modello organizzativo deriva da una mentalità intrinsecamente paternalistica e diffidente, che sembra in contraddizione con l’anarchia. I veri rapporti di affinità nascono da una profonda comprensione reciproca nell’ambito di relazioni intime basate sui bisogni della vita quotidiana, non di relazioni basate su organizzazioni, ideologie, idee astratte.
Tipicamente, il modello organizzativo reprime i bisogni e i desideri dell’individuo per il bene della collettività, nel tentativo di uniformare sia la resistenza che l’immaginazione.
Dai partiti alle piattaforme e alle federazioni, sembra che con l’aumentare della scala dei progetti diminuiscano il significato e l’importanza che essi hanno per la vita di ciascuno.
 Le organizzazioni sono mezzi per stabilizzare la creatività, controllare il dissenso e indebolire le tangenti controrivoluzionarie (principalmente determinate dalla leadership o dai quadri d’élite). In genere insistono sull’aspetto quantitativo, anziché su quello qualitativo, e offrono poco spazio al pensiero o all’azione indipendente.
Le associazioni informali, basate sull’affinità, tendono a ridurre al minimo l’alienazione delle decisioni e della loro attuazione e la mediazione fra i nostri desideri e le nostre azioni.

(Green Anarchy)

mercoledì 28 dicembre 2016

Reinventarsi la vita ogni giorno

Solo dei morti o degli zombi possono ignorarlo, perché essere in vita significa, appunto, per ognuno, reinventarsi creativamente ogni giorno, lasciarsi portare spontaneamente dalla propria voglia/volontà di vivere a rifiutare a ogni tornante l’addomesticamento produttivista che insidia appunto la creatività e il dono da cui derivano istanti di felicità. Il susseguirsi di tali istanti nel’universo caleidoscopico di un’esistenza dà un senso alla nostra vita. Bene o male che ci si riesca, è comunque sempre su questo punto che si giocano tutte le prospettive dell’umano in una società disumanizzata dal profitto e dalle sue regole.
Quella che in mancanza di meglio (o di un termine adeguato) continuiamo a chiamare democrazia diretta, a differenza di tutte le altre forme di governo che l’hanno preceduta, non è una nuova forma di potere ma la primizia concreta della sua definitiva abolizione.
Una tale rottura di paradigma, tuttavia, implica anche un cambiamento radicale nei metodi e nei mezzi della lotta politica. Essa segna definitivamente la fine di ogni possibile leninismo, di ogni avanguardia che s’instauri per auto proclamazione nella gestione degli affari comuni.
Il vecchio mondo fondato sulla proprietà privata e sulla divisione del lavoro è disponibile a tutte le variazioni della scala gerarchica ma non può minimamente sopportare che la gerarchia sia abolita senza scomparire ipso facto.
In questo senso la democrazia diretta è incompatibile con la società dominante fondata sulla coppia Stato/mercato quanto con tutte le forme alienate di contestazione sociale.
Finché il potere in difficoltà riuscirà a identificare un’avanguardia separata come nemico, la recupererà o l’abbatterà per sopravvivere, indicandola alle masse confuse come capro espiatorio di turno.
Si può osservare con tristezza e consapevolezza che finora tutti i tentativi avanguardisti d’instaurazione di una democrazia diretta sono falliti nella repressione e nel sangue.
La vita appartiene a una nobiltà poetica di signori senza schiavi, il legame tra le nostre emozioni individuali, la loro valenza soggettiva e il loro depositarsi in dono e partecipazione sociale, trasforma l’ambito del politico in critica pratica della vita quotidiana.