..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 24 settembre 2017

Amore sotto ricatto

L'amore è un sentimento che dovrebbe essere gratuito, ma non soltanto quello inteso comunemente tra due esseri viventi che si uniscono nell'eros. Ci sono altri tipi di amore. Tutte le relazioni e gli equilibri tra individui, o tra individui e ambiente, dovrebbero basarsi sull'amore, intendo dire altri tipi di amore, sempre gratuito, ad esempio l'empatia, il rispetto, la solidarietà, la passione per l'armonia comune o per la natura o per gli animali. Ora, possiamo noi chiamare amore quello praticato sotto il ricatto di una punizione o di un premio? Io credo di no, il ricatto forza le relazioni ed è sempre un disvalore che disumanizza e crea conflitto. Eppure, siamo in un contesto sociale mondiale progettato apposta sul ricatto. Il ricatto è diventato la regola, e la società se ne serve credendola presupposto necessario all'amore. Siamo ricattati quando ci costringono a lavorare (addio amore per la propria passione d'infanzia), siamo ricattati quando ci dicono che occorre tranquillità sociale (addio amore per l'armonia naturale spontanea), siamo ricattati quando ci dicono che i nostri soldi servono per il benessere di tutti (addio amore per la cooperazione sociale), siamo ricattati quando ci ordinano di studiare (addio amore per l'apprendimento) ... gli esempi non si contano. Il fare le cose per amore gratuito e libero, senza cioè aspettarsi premi in cambio o punizioni se non le si fanno, dovrebbe essere la condizione umana e naturale (e lo è stata prima dello Stato). Non siamo bestie da addestrare col biscottino e con la frusta, e anche se ci provano da 3000 anni il risultato è nullo, come è ovvio. Puoi costringere ad amare? Cosa genera la costrizione se non il conflitto? E infatti io vedo solo conflitto nelle società statalizzate. Purtroppo però, il sistema ha fatto in modo che non soltanto il ricatto sia diventato la regola, ma ha creato una società di servi che a quella regola disumana crede profondamente (perché non riflette e non s'informa se non nei libri che sforna il sistema, capirai!). Io invece credo nell'amore gratuito, ci credo ancora, anche perciò sono anarchico. Chi mi chiama illuso non sa amare, non sa pensare a un altro tipo di società, non sa che nasciamo liberi, ma non può neanche dimostrare che la società statalizzata in cui crede (e in cui si fossilizza) sia amore, e che funzioni.

venerdì 22 settembre 2017

12 settembre 1977: muore Steve Biko

Steve Biko nacque il 18 dicembre 1946 e fu un noto militante nella lotta contro l'apartheid e lo sfruttamento della popolazione nera sudafricana e appartenete al Black Consciousness Movement (BCM).
Nel 1972 fu espulso dall'università di Natal a causa della sua militanza. Fu costretto quindi a rimanere nel distretto di King William's Town, gli fu vietato di parlare in pubblico, scrivere o parlare con i giornalisti e frequentare più di una persona alla volta. In più fu vietato a chiunque di citare qualsiasi suo scritto.
Durante il suo soggiorno coatto nel distretto di King William's Town iniziò a coinvolgere la popolazione nera e le altre minoranze etniche in collettivi auto organizzati
Nonostante la repressione Biko e il BCM ebbero un ruolo fondamentale nell'organizzazione della rivolta di Soweto del giugno 1976, durante la quale studenti neri erano scesi in piazza contro la politica segregazionista del National Party, per essere poi duramente repressi dalla polizia, che uccise diverse centinaia di persone durante i dieci giorni di scontri. Dopo la rivolta, per i funzionari razzisti sudafricani, divvenne fondamentale l'eliminazione fisica di Biko.
L'occasione venne quando Biko fu fermato in un posto di blocco della polizia e arrestato con l'accusa di terrorismo il 18 agosto 1977. In caserma fu interrogato per ventidue ore di fila, picchiato e torturato dagli ufficiali di polizia Harold Snyman e Gideon Nieuwoudt nella stanza interrogatori 619.A causa del vile pestaggio Biko entrò in coma.
A questo punto i due sbirri lo ammanettarono e caricarono nudo nel bagagliaio della loro Land Rover per portarlo al carcere di Pretoria distante 1100 Km. Morì il 12 settembre 1977 a causa di una vasta emorragia cerebrale appena arrivato a Pretoria.
La polizia subito spiegò la morte come la conseguenza di un ipotetico sciopero della fame, ma l'autopsia rivelò le ferite del pestaggio tra cui quella mortale alla testa. Nonostante le prove evidenti del brutale omicidio la polizia riuscì ad insabbiare la storia.
Solo i gironalisti Helen Zille e Donald Woods, molto amici di Biko, qualche tempo dopo, riuscirono con un costante lavoro di controinchiesta a far emergere la verità sull'assassinio del loro amico.
Data la popolarità di Biko la notizia della sua morte si diffuse rapidamente aprendo molti occhi sulla brutalità del regime Sud Africano.
Al suo funerale parteciparono decine di migliaia di persone.
I giornalisti che indagarono su questa storia furono costretti a scappare dal Sud Africa a causa delle persecuzioni della polizia e nessuno dei due poliziotti omicidi fu mai processato dal governo razziata bianco né dal successivo governo "democratico".

giovedì 21 settembre 2017

Il diritto di proprietà

Il diritto di proprietà è un ostacolo al progresso, è un nemico del benessere dell’uomo, è una sorgente di vizi, di discordie, di delitti, di usure; è una istituzione divenuta incompatibile con i bisogni, con le idee e coi sentimenti della nostra epoca.
In virtù di questo diritto pochi individui hanno sequestrato e usurato tutti i benefici della civiltà. Pochi capitalisti tassano a loro piacere il lavoro. A misura che aumenta la popolazione e i bisogni dell’umanità, essi aumentano le loro pretese, elevano le loro rendite e i loro profitti, ed accrescono il valore della loro proprietà e dei loro capitali.
Questo valore deriva interamente da fatti e condizioni estranee ed indipendenti dal merito dei proprietari e capitalisti, esso è opera e creazione della società. E perciò alla società tutta quanta, non a pochi monopolisti, dovrebbero appartenere la terra e i capitali. Gli strumenti di lavoro spettano ai lavoratori associati. La proprietà individuale deve essere abolita, deve succedere la proprietà comune o societaria.
Noi anarchici sosteniamo che l’interesse dei più deve prevalere all’ingordigia dei pochi; e in nome dei diritti dell’umanità intera a vivere, a lavorare, a godere del frutto del lavoro, ad istruirsi, ad educare i nostri figli, ad avere il pane assicurato per la nostra vecchiaia, a non essere schiavi e succubi di nessuno, combattiamo il cosiddetto diritto di proprietà.

domenica 17 settembre 2017

Abolire il carcere

Il proposito di abolire il carcere, nonché ogni forma di prigionia, è senza dubbio saggio, nobile, ammirevole e, soprattutto, radicalmente umano. Purtroppo, però, quando ci si addentra nella questione nei suoi aspetti teorici, com’è necessario, in quelli pratici e propositivi, ci si accorge di aver messo la mano in un nido di vipere, tutte altrettanto seppure diversamente mordaci, o, se proprio va bene, di avere di fronte un gioco di scatole cinesi. Un problema rimanda ad un altro, un’ipotetica soluzione ne azzanna un’altra, tuttavia non meno ipotetica, e via andando.
Quindi abolire il carcere è possibile?
Per un “radicale”, se è possibile, allora significa che questa abolizione è nell’interesse della società presente, che peraltro egli vuole combattere, cambiare o distruggere, e dunque non val troppo la pena di occuparsene; lo faranno comunque altri e, in ogni caso questa “abolizione” sarebbe soltanto spettacolare, mentre verrebbero rinnovate e rimodernate le forme di controllo sociale e perciò di prigionia in senso ampio. Per un “riformista”, se è veramente impossibile, è piuttosto utile mettere mano a delle modificazioni che, da un lato, lascino fuori dal carcere quanti più possibili e, dall’altro, ammorbidiscano le condizioni di quanti dentro ci restano.
Il “radicale” rischia di disinteressarsene, se non attraverso vaghe e fumose dichiarazioni di principio, affaccendandosi, nel frattempo, in altre faccende e lasciando mano libera ai professionisti del problema, aspettando un momento catartico X o Y o Z in cui tutto si risolverà. Il “riformista”, quale che sia la sua indole e natura, rischia di contribuire alla perpetuazione in eterno di carceri, leggi ecc., attraverso il loro addolcimento e la loro modernizzazione.
Abolire il carcere è un processo, nel quale l’astuzia, l’intelligenza, il realismo e l’utopismo vanno saviamente combinati, affinché siano un vero cocktail esplosivo.

venerdì 15 settembre 2017

Bakunin e il banditismo sociale

Sul piano organizzativo Bakunin faceva leva su due elementi centrali: le masse diseredate e degradate, soprattutto le plebi contadine e un'avanguardia intellettuale declassata, emarginata dagli strati sociali superiori, è rimase sempre fedele alla formula della setta clandestina; sul piano politico la sua rivoluzione, molto simile alle jacqueriescontadine e al banditismo sociale, avrebbe dovuto immediatamente abolire lo stato e ogni altra autorità: "Chi dice stato o diritto politico, dice forza, autorità, predominio: ciò presuppone l'ineguaglianza di fatto". Accusava i comunisti di essere "nemici delle istituzioni politiche esistenti perché tali istituzioni escludono la possibilità di realizzare la propria dittatura" e di essere al tempo stesso "gli amici più ardenti del potere statale", poiché volevano costruire una società integralmente dominata e programmata dall'alto. Il pensiero di Bakunin, apparentemente privo di sistematicità, è in realtà caratterizzato da una forte coesione intorno ad alcune tesi fondamentali: la liberazione totale dell'uomo attraverso l'abolizione dello stato, il rifiuto di qualunque socialismo di stato, la valorizzazione di quelle forze sociali che il processo d'industrializzazione tendeva ad emarginare. Per Bakunin è lo stato la causa principale d'ogni forma di oppressione e di tirannia, per cui il capitalismo non è altro che lo strumento di cui questo ente superiore, burocratizzato e gerarchizzato, si serve per attuare i suoi disegni. Sono queste le considerazioni che portano Bakunin a guardare più che alla classe operaia, nel senso marxiano del termine, alle masse popolari: invece di agire sul proletariato, che si serve della lotta di classe, egli propone di trasformare lo stato usando la violenza del sottoproletariato e quindi di rinviare ad un momento successivo l'attuazione di quei mutamenti sociali da cui scaturirà la società anarchico-egualitaria. Al centralismo soffocante e burocratico, nato con l'assolutismo e affermatosi ovunque con la rivoluzione francese, Bakunin contrappone il comune popolare, dove il cittadino ha la possibilità di manifestare il proprio patriottismo, identificandosi col libero sviluppo della collettività di cui fa parte. A loro volta i comuni si riuniscono in una libera federazione su scala regionale e in seguito le regioni si uniranno in una federazione ancora più ampia, che, al limite, potrà estendersi a tutta l'umanità. Per queste idee federalistiche Bakunin è influenzato dal pensiero di Proudhon, con il quale condivide la convinzione che per questa via l'umanità possa garantirsi non solo il progresso, l'armonia e la solidarietà, ma anche la pace.

martedì 12 settembre 2017

Noi siamo partiti dal nulla

Noi siamo partiti dal nulla per giungere alla miseria.
SI
La gratuità del gesto, l’organizzazione spontanea della produzione nelle mani dei produttori, la realtà della necessità immediata, l’organizzazione passionale e la generosità complice, sono la fraternizzazione cosciente di ciò che costruiamo: il potere dei consigli operai. La lealtà teorica deve trovare la sua pratica: la coscienza della realtà.
COSI’
Cambiare la vita, saper morire, praticare la festa fourierista, vivere il quotidiano, trarre speranza dalla disperazione, significa sapere il 1905, CRONSTADT, LA CATALOGNA, BUDAPEST 1956 …
ANCHE
Distruggere il potere senza prenderlo. Distruggere per essere l’altro e sé stessi.
LA POESIA VISSUTA NON E’ NULLA DI DIVERSO.
La libertà, grazie al rovesciamento dei rapporti, trova il suo momento di costruzione. Così non dir più: “Scusi, signor agente” ma “Crepa … porco” implica:
L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DEL VISSUTO
La coscienza è la sola a non cadere nella trappola del costruttivismo. È, per ora, la sola poesia delle piazze in cammino. Il programma minimo è l’ATTO DI DISTRUZIONE: è, per eccellenza, l’atto politico. Per esso non esiste controllo, non c’è regola. La rivoluzione non può essere che quotidiana, se si vuol lottare contro il fascino del potere. Il desiderio di dominio resta ancora la legge del momento, la mentalità di schiavo affrancato, la vertigine d’obbedienza per essere obbedito, la mistica delle istituzioni e la religione dell’ordine. Estirpare il fascismo e far morire DIO passa attraverso il CAOS.
La nostra vita è in questione, non fermiamoci per paura di perderla. I lupi sono in agguato. La vita è breve. O siamo tutti signori o non siamo nulla. A questa condizione il lavoro diventa una grande risata, o TUTTO.
Io ci amo tutti.
Viva il potere dei consigli operai.
Abbasso l’autogestione Yugoslava.
UN COMPAGNO YUGOSLAVO CHE LA SA LUNGA


(Volantino distribuito a Parigi e altrove nel maggio 1968)

lunedì 11 settembre 2017

La democrazia totalitaria

Attualmente la Democrazia versa in uno stato pietoso. È rimasta senza avversario, ma anche senza sostanza. Il disamore dei cittadini nei confronti della sua presunta formula di auto-governo non può più essere nascosta: astensionismo elettorale di massa, discredito generalizzato dei dirigenti e delle loro cricche, alta marea della tendenza apolitica. Regna una diffusa disillusione politica che in realtà è disaffezione per la democrazia. Tutto ciò che la Democrazia ha promesso (il governo del popolo per il popolo, la trasparenza della gestione pubblica, la libertà politica...) è venuto meno; ciò nonostante, sepolte le altre modalità d’organizzazione politica, è questa la formula che ha trionfato. Ma la sua vittoria ha un sapore amaro, i cittadini sono infelici, apatici e indifferenti alle sorti di una Democrazia intorpidita.
Ma è veramente sprofondata nel torpore? O invece questo è il momento in cui la Democrazia comincia a mostrare il suo vero volto, a svelarci le sue intenzioni? Solo adesso, dominante, egemonica, incontestabile, priva della possibilità di legittimarsi per mezzo del contrasto, quando anche i suoi adulatori iniziano ad annoiarsi, incomincia a mostrarci il rachitismo del suo organismo e la malvagità dei suoi propositi. Le democrazie liberali stanno avanzando lungo nuove strade verso un modello di società e di gestione politica che si caratterizza per un’enigmatica e inquietante docilità della popolazione e un letargo del criticismo e della dissidenza che renderà quasi superfluo l’attuale apparato di repressione fisica, dal momento che ogni essere umano agirebbe, in una certa qual misura, come poliziotto di sé stesso.
Auschwitz non è stato uno scivolone della Civiltà, un passo falso dell’Occidente, un incomprensibile smarrimento della Ragione Moderna, ma un frutto della democrazia i cui semi e germogli circolano in modo terribilmente sospetto nel cuore e nel sangue dei nostri regimi democratici. Auschwitz è stato un segnale di ciò che dobbiamo aspettarci dalla nostra Cultura: lo sterminio globale della Differenza. La democrazia totalitaria.

giovedì 7 settembre 2017

È possibile fare un uso sostenibile della schiavitù?

Nel mondo delle macchine, stiamo diventano macchine a nostra volta. Come tanti automi telecomandati siamo chiamati soltanto a seguire le istruzioni che ci vengono impartite e ad adempiere ai comandi imposti.
Non c’è un dittatore umano che ci costringa a trasformarci in congegni dal rendimento utile, è la mentalità che abbiamo acquisito che ci dirige: la nostra educazione, la nostra istruzione, la nostra accettata libertà vigilata, i nostri sbrigativi rapporti con gli altri (e con noi stessi), la nostra indotta convinzione di non poter fare altrimenti. L’inganno che ci confina al ruolo di cinghie di trasmissione del Grande Motore, trova nell’ideologia della Macchina la sua stessa natura svelata, persino etimologicamente.
Se nel mondo delle macchine stiamo diventando macchine è anche perché nel mondo delle macchine noi non esistiamo più. E questa progressiva espulsione dell’umano dal mondo degli umani è semplicemente inarrestabile, se non fermando la tecnologia per intero. La tecnica, infatti, può solo correre verso la via di una sempre maggiore invasione della tecnica, è nella sua logica. Conseguentemente, più aumenterà l’uso di ritrovati di tecnologia, più saranno questi ultimi a prendere il sopravvento sulla vita, incrementando ogni nostra distanza emozionale verso le sorti del mondo. Figlia della logica stessa che la produce (logica della perfezione meccanica, dell’efficienza operativa, della velocità di esercizio, dell’ordine e dell’obbedienza), la tecnologia è l’incarnazione del mondo che la promuove e la diffonde. Ne supporta dunque tutti i valori, tutte le categorie, tutte le forme di alienazione. Parlare di tecnologia significa parlare di divisione del lavoro, di specializzazione, di efficienza e competitività, di produttività, di sviluppo, di dominio sulla Natura. Significa parlare di accentramento delle funzioni, di dipendenza dal mercato, di freddezza ed operatività, di distanza emozionale, d’inflessibilità, d’irresponsabilità, appunto. Che sono, guarda caso, valori opposti a quelli portati dall’attrezzo: e cioè flessibilità, decentramento, relazione, eguaglianza, responsabilità, autonomia (autonomia dagli esperti, dal mercato, dal lavoro produttivo). Insomma, la tecnologia è tutt’altro che neutrale, e l’idea che essa sia soltanto un fenomeno neutro non è un’idea diffusa a caso: serve a convincere. Ci spinge cioè a sottovalutare il potere invasivo e pervasivo della tecnologia, la sua capacità manipolativa (dell’ambiente ma anche della percezione umana) e quindi ci induce a credere che essa non sia un problema ma un’opportunità. La tecnologia, invece, è un problema. Un grosso problema!
Quello che si dovrebbe aver chiaro è che quando si parla di “tecnologia”, si parla di schiavitù. Una simile chiarificazione, peraltro, consente di rispondere da sola al quesito che qualche favoreggiatore di un eco-mondo-tecnologico non manca mai di porre per cercare un conforto alla propria visione ideologica: è possibile fare un uso sostenibile di tecnologia? Basta mettere le parole giuste al loro posto e la risposta viene da sé: è forse possibile fare un uso sostenibile della schiavitù?

mercoledì 6 settembre 2017

Disprezzo delle credenze e della cultura dei domesticati


La domesticazione sociale progredisce, da un punto di vista antropologico, nei modi più insospettati. A partire dal 1492, l'espansione del mondo occidentale ha alterato le lingue del pianeta terra in modo irreversibile. Oggi, metà dei sei miliardi di individui che popolano il pianeta parlano una lingua indo-europea come lingua materna. Questa osservazione introduce due interrogativi: quali furono i vantaggi che permisero a questa lingua di trionfare, quali quelli che si acquisirono? In cinquecento anni l'inglese e lo spagnolo hanno supplito alla maggior parte delle lingue indigene di America e di Australia. Una tale espansione è il risultato di una superiorità, che ha negli strumenti della domesticazione i suoi capisaldi: armi da fuoco, diffusione più o meno deliberata di germi infettivi, uso del ferro e dei suoi derivati, organizzazione politica, disprezzo delle credenze e della cultura dei domesticati. Gli emigrati bianchi non sono stati i primi colonizzatori dell'Australia, cinquantamila anni prima lo furono quelli che oggi sono chiamati aborigeni o neri. Con l'installazione degli inglesi la maggior parte di loro fu uccisa come conseguenza, diretta o indiretta, della colonizzazione. Così, nel 1988, il bicentenario della nascita dell'Australia, poteva festeggiare il fatto che era divenuto bianco.

domenica 3 settembre 2017

Il luddismo di Capitan Swing

La nascita del luddismo va individuata nel punto critico dell’abrogazione delle leggi paternalistiche e dell’imposizione dell’economia del laissez-faire alla (e contro la) volontà e coscienza dei lavoratori. Dalla nuova libertà del capitalista di distruggere le consuetudini del mestiere, o con il nuovo macchinario, o con il sistema di fabbrica, o con una concorrenza sfrenata, riducendo i salari, battendo sul prezzo i rivali, e minando il codice di una lavorazione a regola d’arte.
Capitan Swing era il rappresentante dei braccianti. Caratteristica di rilievo del movimento di Swing è la sua multiformità nell’agire. Incendio doloso, lettere minatorie, volantini e manifesti sediziosi, brigantaggio, meeting per i salari, assalti ad ispettori dei poveri, parroci e proprietari, distruzione di vari tipi di macchine. Dietro queste diverse forme d’azione, gli obiettivi fondamentali dei braccianti-luddisti sono però particolarmente ben definiti: ottenere nell’immediato un salario sufficiente per vivere, porre fine alla disoccupazione ed impedire che le macchine agricole snaturino il rapporto uomo-terra. Per raggiungere questo scopo i mezzi usati variano a seconda dell’occasione e delle possibilità che si presentano. Possono seguire la via elementare dei meeting per decidere la somma da chiedere, redigendo un foglio o un documento da presentare ai datori di lavoro, e, nel caso incontrassero resistenza, accompagnano le loro richieste con assemblee illegali e minacce di violenza.
Questa forma di brigantaggio assume proporzioni notevoli soprattutto nelle contee meridionali e centrali dell’Inghilterra, anche se non è tanto questa forma di agitazione, seppur rilevante, quanto la distruzione di macchine ad imprimere il suo marchio a tutto il movimento dei braccianti. Infatti il segno distintivo di Swing non sono tanto gli incendi o le lettere minatorie quanto la distruzione delle macchine agricole.
Le fonti popolari raccontano di Capitan Swing e banda vestiti da gentlemen che viaggiano per le campagne su calessi verdi, fanno misteriose domande sulla misura dei salari e sulle trebbiatrici, distribuiscono denaro e danno fuoco ai pagliai con pallottole incendiarie, razzi, palle di fuoco e altri congegni diabolici (dai giornali dell’epoca citiamo “Sembra che lo strumento incendiario abbia la caratteristica di esplodere lentamente, si accenda ed esploda dopo un certo periodo che è stato collocato sotto il covone”). Per far digerire meglio spiegazioni del genere giunse al ministero dell’interno una lettera da parte del dottor Edmund Skiers, membro della facoltà di medicina di Parigi e del Regio Collegio di Surgeon di Londra, il quale afferma che una miscela di fosforo, zolfo e limatura di ferro può, a contatto con l’acqua, provocare un’accensione improvvisa per un processo di combustione spontanea.